3 giorni dopo

L’(N+1)ennesimo libro della fantascienza è uscito ormai da un bel pezzo, ma mi sa che mi sono scordato di parlarne.
Come per l’edizione precedente, ho fatto a tempo a mandare un mio racconto, giusto un paio d’ore prima della deadline (come i professionisti!).
3 giorni dopo, questo il titolo della storia, è una roba scritta qualche anno fa e tirata a lucido per l’occasione (come i professionisti!). Il suo principale pregio è che è molto breve (anche perché si tratta di una barzelletta tirata un po’ per le lunghe, in fondo).
Il titolo è ovviamente un richiamo a quel film là. Poi ci sono i vangeli, quelli canonici e quelli apocrifi, e c’è un accenno a Paperinik. Potremmo chiamarlo un racconto di materialismo fantastorico.
Certo è curioso che in entrambe le mie storie uscite su questi elettrolibri pubblicati da Barabba ci siano riferimenti a Gesù (in quello precedente si parlava di Steve Jesus).

(la copertina è del sempre ottimo Isola Virtuale)

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 7: La fiamma eterna dell’amore! Non puoi mangiare più veloce!!

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Miyajima è un posto dove la mattina esci dall’albergo e ti trovi una famigliola di cervi che passeggia impunita per strada, che tanto sono sacri.

Anche un po' strafottenti.

Anche un po’ strafottenti.

In realtà il nome dell’isola è Itsukushima, ma è più conosciuta come Miyajima, che vuole dire “isola santuario”. In passato, l’isola era considerata così sacra che non era permesso abitarci; il suo primo tempio venne costruito apposta su palafitte per non disturbare gli dei con i rozzi piedi mortali. È tutt’ora ritenuto sconveniente nascere o morire sull’isola, che non ospita nemmeno un cimitero. Quando le donne dell’isola sono prossime al parto vengono portate sulla terraferma e lo stesso accade ai moribondi (anche perché non c’è un ospedale).
Per la presenza del torii che sorge dall’acqua (o dal fango, a seconda della marea) e per i numerosi e rinomati templi del monte Misen, Miyajima è una delle mete turistiche preferite dai giapponesi, che per lo più vi dedicano gite in giornata.
Essere già lì la mattina presto permette quindi di avere almeno un paio d’ore di vantaggio sull’orda di gente che prende d’assalto l’isola, ma non sui famelici cervi sacri. Perfettamente a loro agio con gli esseri umani, sono abituati a essere nutriti e considerano quindi qualunque cosa tu abbia in mano come potenziale cibo. Sono carinissimi, con i loro occhioni tondi, e tutto quanto, ma dopo un po’ inizi a fare pensiero su baite di montagna e pentoloni fumanti di polenta che attendono solo il giusto ragù di ungulato.

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“T’ho mica impallato la foto?”

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 6: Lo splendore mortale di mille soli! Il cervo bramisce sull’isola degli dei!!

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Lasciamo Osaka sotto un mezzo diluvio.
Un’ultima colazione da Mister Donut, un ultimo saluto ai sette dei della fortuna dipinti sui pilastri del cavalcavia della stazione e prima di accorgercene siamo già su un altro Shinkansen.
(a dire il vero, prima di accorgercene avevamo perso Aurora nei meandri della stazione di Osaka, quando si era allontanata per prendere un ascensore invece delle scale mobili. Ci siamo fortunosamente ritrovati sul marciapiede del treno).
La logistica della giornata è sulla carta semplice, ma nasconde un’insidia tremenda.
Per la sera abbiamo una stanza prenotata sull’isola di Miyajima, nella baia di Hiroshima. Ma prima vogliamo fermarci appunto a Hiroshima a visitare il museo il Museo della Pace. Il problema è che abbiamo dietro tutti i bagagli, perché la sera dopo dobbiamo invece essere a Tokyo. L’incognita è: ci sarà un deposito bagagli alla stazione di Hiroshima? Perché se non c’è dobbiamo andare a Miyajima, lasciare i bagagli in albergo e tornare a Hiroshima, manovra non comodissima perché ci sono di mezzo un treno locale e un traghetto.

"Attenti ai trolley esplosivi"

“Attenti ai trolley esplosivi”

Primo momento di panico: no, la stazione di Hiroshima non dispone di un deposito bagagli come lo intendiamo noi. Ma siamo in Giappone: ci sono gli armadietti a pagamento! Secondo momento di panico: quelli dentro la stazione sono tutti occupati e/o piccolissimi.
La soluzione per fortuna è più semplice di quella che sembra e me la fornisce una signorina delle ferrovie giapponesi: c’è uno stanzone traboccante di armadietti di tutte le misure appena fuori dalla stazione. La visita a Hiroshima è salva.

A Hiroshima c’è il sole.

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Merry Xmas – la quinta canzone di Natale dei KEAP (e il suo video con i #forconi)

(finiamo l’anno così) (ma ve li ricordate i forconi? Cos’era, due anni fa?)

Le canzoni dei Keap si scaricano da soundcloud.
Poi per chi vuole c’è pure facebook.

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 5: Battete i tamburi per Amaterasu! L’amore è una corda da una tonnellata!!

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La destinazione della gita del quarto giorno è stata a lungo in bilico tra Ise e il Monte Koya, così a lungo che io ho scoperto che andavamo a Ise quando eravamo già fuori dall’ostello ed ero bardato con otto strati di abiti per affrontare la montagna.
La cosa positiva di andare a Ise (oltre a garantire un percorso a piedi per lo più in piano) è che per la prima volta prenderemo lo Shinkansen, il famosissimo treno ad alta velocità giapponese (“Shinkansen” in realtà vuol dire “Nuova linea” e si riferisce alla rete ferroviaria ad alta velocità). La magnificenza di questi treni è tale e tanta che i dipendenti delle ferrovie, dagli spazzini in su, si inchinano quando entra in stazione. Forse ne avevate sentito parlare e l’avete derubricata a “leggenda urbana”, ma è tutto vero. Di più: il controllore si inchina quando entra nel vagone e si inchina quando esce. Lo stesso gli addetti al carrellino delle vivande.
Per la gioia di Zerocalcare, poi, tutti i sedili vengono sempre orientati nella direzione di viaggio (da quello che ho capito ogni fila si può sganciare e riposizionare come meglio si crede), così si evita il rischio di risse. Solo in alcuni casi, credo su richiesta, ho visto due file messe in modo tale che le persone potessero parlarsi.
Se frequentate un minimo i treni ad alta velocità italiani, saprete che esistono un paio di carrozze di business class in cui è vietato usare il cellulare e fare rumore in generale; sullo Shinkansen sono inutili perché nessuno si sogna di parlare, tantomeno al telefono. Per quello ci sono delle piccole cabine alle estremità del vagone, di fianco ai bagni. La cosa più straordinaria è che persino sul tavolino, da chiuso, c’è scritto “quando usi il computer per favore non disturbare i tuoi vicini con i suoi rumori, ad esempio quelli della tastiera” (in inglese; in giapponese probabilmente c’è scritto “Sì, il tuo vicino è un fastidioso gaijin che picchia sul computer come se se fosse una macchina da scrivere Olivetti, ma che ci vuoi fare? Tieni duro che almeno si arriva a destinazione in un attimo”). Il silenzio viene rotto solo prima delle stazioni da un delicato jingle, tipo sveglia soft, che preannuncia l’arrivo in stazione, annunciato da una voce garbata e suadente, in giapponese e inglese. Altrimenti, si viaggia nel silenzio.

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Un serie E4

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Settant’anni, cinque corde, due dita e uno stronzo


KEITH RICHARDS

All you need to play it is five strings, two notes, two fingers and one asshole

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Tradurre (e redazionare) è un po’ trasformare tutto nel cortile di casa

Inizio a leggere “Lui è tornato” di Timur Vermes.
Nel romanzo, Adolf Hitler si sveglia fresco come una rosa (e olezzante di benzina) nella Berlino del 2011. Complicazioni.
In una delle primissime scene, chiede indicazioni per il bunker della cancelleria a una donna, che, nel testo italiano gli risponde:
“È Scherzi a parte?”
Immagino che il testo originale avesse un qualche programma di candid camera tedesco. E mi domando perché allora non lasciare semplicemente “È una candid camera?”, visto che il format di Scherzi a parte, tra l’altro, prevede di avere dei personaggi conosciuti come vittime.
Poco più avanti, Hitler trova un volantino di Media World. Che in Germania però si chiama Media Markt. Lasciando il nome originale il meccanismo comico funzionerebbe uguale, perché lui si domanda come mai la carta, che ricordava scarseggiare, venga usata per stampare cose incomprensibili.
Proprio quando ti stai iniziando a convincere che Hitler si è risvegliato davanti alla sede della Rcs a Milano, in edicola trova Der Spiegel e non lo Specchio della Stampa (che se fosse stato un supplemento di un giornale Rcs, chissà…)

La prima reazione, ovviamente, è quella di pensare “ma chi diavolo ha tradotto ‘sta roba?”.
Poi, però, ripensandoci un pochino meglio, credo (ma potrei sbagliarmi) che Francesca Gabelli, la traduttrice, sia relativamente innocente, perché quelle sono le tipiche correzioni di un/a redattore/redattrice con la preoccupazione che chi legge poi si spaventi scoprendo che il resto del mondo non è come il cortile il casa. Quindi si adatta: si italianizza un po’ la Germania per evitare al lettore di dover faticare troppo. Il risultato per un lettore che un paio di aerei nella vita li ha presi, però, è che la traduzione, che dovrebbe essere invisibile, “salta” all’occhio; ti viene da immaginare che cosa c’era scritto in originale e non è mai un bel momento. Di solito i traduttori si pongono questi problemi; è chi revisiona il loro lavoro che spesso non se li pone e si preoccupa. Creando dei mostri.
Insomma, quando trovate qualcosa che vi fa pensare “maccheccazzo” in una traduzione, ricordate che la colpa potrebbe andare condivisa tra chi ci ha messo il nome e qualcuno il cui lavoro è molto più oscuro…

(È un po’ il motivo per cui bisognerebbe smetterla di dare addosso a Sergio Altieri per la traduzione errata di “antler” con “rostro di unicorno” invece che “corno di cervo” nel primo volume delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin. È vero, lui ha sbagliato; ma se Mondadori dopo almeno tre nuove edizioni di quel libro non ha ancora corretto l’errore – o se l’ha fatto l’ha fatto solo in tempi recentissimi – non è più colpa sua, o almeno non è più solo colpa sua)

(A ogni modo il romanzo di Vermes, per ora, sembra abbastanza divertente e non soffre di altri momenti in cui la traduzione salta all’occhio come descritto sopra)

(Mi scuso per il verbo redazionare, ma noialtri che facciamo i libri parliamo davvero così, in italiano probabilmente si dice “revisionare”)

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