Surviving #SalTo13: fatto.

(è un post un po’ ombelicale, ma devo riprendere la mano a scrivere sul blog)

Se il buongiorno si vede dal mattino, il mattino è questo: alla stazione della metropolitana di Torino Lingotto si forma davanti alla scala mobile un’incredibile e ordinata coda sabauda. È quasi il mio momento di salire quando tre signore molto milanesi, molto con le facce e gli abiti di quelle che per Berlusconi hanno un’ostilità antropologica si infilano di lato con molta naturalezza, senza che una delle tre smetta di raccontare di una qualche esperienza educativa che ha fatto con una classe di bambini. “Ci devi fare un libro,” cinguetta garrula un’altra, che immagino più tardi andrà a firmare un manifesto per la legalità e le regole.

Quest’anno ho sentimenti meno estremi nei confronti del Salone, a posteriori. Sarà che ci ho passato meno tempo, sarà che non ho fatto il disallestimento, sarà che ho girato pochissimo.

Momento migliore durante la lunghissima fila per farmi fare un disegno da Zerocalcare: c’è questo ragazzetto, minorenne, molto regolare, con il suo maglioncino e la camicia, ogni tanto passa la mamma a vedere come va. Quando è il suo momento, ZC parte con il campionario dei soggetti, che dovreste sentire recitato da lui perché dal tono e dall’automatismo capite quante dediche abbia fatto dall’uscita del primo volume, e il ragazzetto sceglie “tizio che tira la molotov”. “Volto coperto o scoperto?” (ZC è professionalissimo). “Coperto”. Più o meno alla fine del ripasso a china (parlando di professionalità: fa la bozza a matita, ripassa a china, dà il grigio con il pennarello) arriva Luca Sofri. Ed è bello questo momento in cui un disegnatore “dei centri sociali” mentre disegna uno che tira una molotov per il ragazzino borghesissimo (che si chiama Gian Giacomo, a questo punto mi piace immaginare come Feltrinelli per volontà di una famiglia molto radical-chic) parla con il direttore di un giornale che fa endorsment per il PD e che una volta conduceva un programma con Giuliano Ferrara.

Sempre allo stand Bao ho preso la ristampa cartonata e in grande formato di Mater Morbi, la storia di Dylan Dog scritta da Roberto Recchioni e disegnata da Massimo Carnevale che alla sua uscita suscitò polemiche sul tema della malattia e dell’eutanasia, con intervento a gamba tesa della sottosegretaria alla salute dell’epoca, Eugenia Roccella, che poi dovette ritrattare perché aveva commentato senza avere letto la storia (ma tanto sono solo fumetti). Ristampata e con sei tavole inedite a colori di prologo, la storia guadagna tantissimo nell’impatto visivo, grazie a una stampa precisissima su una bella carta uso mano. Ieri sera mentre leggevo ogni tanto mi imbambolavo a guardare la resa dei neri, profondissimi, che fanno pienissima giustizia ai disegni di Massimo Carnevale.

C’era lo stand del Centro per il libro e la lettura, una struttura pubblica diretta da Gian Arturo Ferrari (ex direttore generale della Divisione libri di Mondadori) che ha “il compito di divulgare il libro e la lettura in Italia e di promuovere all’estero il libro, la cultura e gli autori nazionali”. Nello specifico promuovevano l’iniziativa Il maggio dei libri (non pervenute le lamentele della Madonna per l’usurpazione del mese; ma non pervenute nello specifico neanche le modalità esatte di questo mese del libro), di fatto c’era una povera persona costretta a bivaccare lì 12 ore e distribuire volantini e segnalibri. La decorazione dello stand era un collage di copertine di libri italiani; magari avrò guardato male io, ma non ce n’era uno posteriore ai primi anni sessanta. Una bella iniezione di fiducia.

Ogni anno mi tocca beccarmi lo sfogo di una persona che si lamenta perché non ci sono gli sconti e perché i libri costano troppo. Alle 19.44, con ancora tre ore davanti.

Grande novità dell’anno, l’area “Lounge espositori” dove si potevano mangiare cose più buone di quelle che toccano ai visitatori (per esempio l’hot dog con il pane freddo e il würstel mezzo crudo). Code lunghette, ma tutto sommato il panino con la salsiccia cruda di Bra meritava un assaggio.

Stand più affollato, senza dubbio, quello dove regalavano il Grand Soleil, al confine con l’area Cook Book. Grande novità di quest’anno, in linea con la nuova passione per i cuochi, a Cook Book si poteva trovare una libreria dedicata ai titoli sulla cucina e la gastronomia e un’area dove si sono esibiti ai fornelli nomi noti della ristorazione e della tv. Anche Benedetta Parodi, sì.

(premesso che ho molti amici abruzzesi) Ingombrante vicino di stand, la Regione Abruzzo festeggiava i 150 anni della nascita di D’Annunzio con un’esposizione di cimeli (mancavano: lastre di vetro sporche, costole) e una serie di incontri e spettacoli. Amiche e amici abruzzesi, voi non avete idea di come spende i vostri soldi la vostra regione. Tipo che a un certo punto (le otto di sera, dopo dieci ore che stai in fiera) (dieci ore di neon e cupo rombo della morte fatto dal chiacchiericcio di migliaia di persone) partono gli zampognari. E i canti in dialetto. E un altra sera un tenore che cantava CON IL MICROFONO, per giunta composizioni giovanili del Vate musicate.

L’organizzazione ha sbagliato i cartelli dello stand di una nota casa editrice romana, diventata per quest’anno minimun fax.

A sorpresa, non c’era la Panini Comics. Voci di corridoio dicevano che hanno fatto talmente tanti soldi a Lucca che non si sono presi il disturbo di muoversi per una fiera per loro non così vantaggiosa (era vantaggiosa per me, perché avendoli come vicini qualche buon affare si riusciva sempre a combinare), mannaggia)

Un sentito grazie al ristorante La via del sale, per averci dato anche quest’anno da mangiare a un’ora indecente, resa ancora più indecente dal fatto che abbiamo parcheggiato all’altra estremità della via e in centro a Torino, se non lo sapete, le vie sono luuunghe. Fanno cucina piemontese con qualche influsso ligure, nel nostro caso riscontrabile soprattutto nel rapporto con il cameriere (ma in fondo non aveva tutti i torti: siamo arrivati con mezz’ora di ritardo e al “cosa prendete?” ci sono stati lunghi momenti di uuuhm, eeehm) (inoltre: gli emiliani sembrano andare molto in panico davanti a piatti estranei alla loro tradizione, o almeno quelli che conosco io). Acciughe al verde FTW, comunque.

Breve elenco di avVIPstamenti: uno degli Zero Assoluto (credo Zero), Benedetta Parodi, un anziano che una volta era De Gregori, Sergio Romano, Gad Lerner, Khaled Fouad Allem (che ho solo registrato come volto riconosciuto ma che ho dovuto cercare sul sito del Salone) (se vi dico chi credevo che fosse, senza alcuna base logica, mi spernacchiate a vita), il ministro Cecile Kyenge, Gian Arturo Ferrari, Giulio Coniglio.

Cosa mancava al Salone? Esatto, i cosplayer, nello specifico di Star Wars, portati dallo stand delle edizioni Multiplayer. A uno di loro però sono stato costretto a stringere la mano: in uno stand di non so cosa c’era un grosso braccio meccanico in movimento che dimostrava non so cosa e al di là del vetro un tizio vestito con il tipico accappatoio Jedi usava la Forza per farlo muovere. Non sono mai stato così tanto vicino a usare l’espressione “EPIC WIN” con uno sconosciuto.

La cosa più interessante da leggere al Salone? Le magliette dei partecipanti. Sembra che ormai la popolazione tra i 15 e i 45 anni passi l’inverno ad accumulare magliette spiritose o ispirate a film, fumetti, telefilm, per poterle poi sfoggiare ai primi caldi. Ho persino visto uno che aveva la mia stessa maglietta con Klimt Eastwood (meno male che io in quel momento avevo quella di Cthulhu vs. Godzilla, altrimenti sai che imbarazzo?).

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Le storie Disney che ti segnano

Non so se sia davvero il Male Assoluto, come vuole la vulgata nerd ogni volta che aggiunge nuove proprietà intellettuali al suo ricco portafogli, ma è evidente che l’Impero Disney  sia di fatto un monopolista del nostro immaginario, dall’infanzia all’eta adulta (Pulp Fiction venne prodotto dalla Miramax, da poco acquistata dalla Disney).
Io ci sono letteralmente cresciuto, con in mano i fumetti della Disney. Addirittura ho imparato a leggere già all’asilo per potere leggere le storie senza l’aiuto di nessuno. Più avanti, il mercoledì era un giorno sacro (niente abbonamento, chissà perché) e quelli in cui per i motivi più disparati mi veniva comprato un Almanacco, un Paperino Mese o qualche altra testata antologica giorni di festa.
Crescendo, non sono diventato assolutamente un esperto Disney, quella razza fantastica di gente che invidio con una conoscenza enciclopedica dei Maestri Disney italiani. Mi sono rimaste dentro, però, tra le centinaia di storie lette e rilette, alcuni episodi in particolari, di cui ricordo magari solo una vignetta o una parola.
Un elenco, parziale, di queste storie e dei loro autori, è qui sotto.

Paperino e l’anno bisestile (Guido Martina e Giovan Battista Carpi)
Non ricordo niente della storia, titolo e autori li ho recuperati grazie a internet cercando “Paperino collaudatore di materassi”. Da quando l’ho letta, piccolissimo, ho sempre pensato che quello fosse il lavoro ideale. Quello o l’installazione artistica.

Il matrimonio di Zio Paperone (Elisa Penna e Massimo De Vita)
Dico solo “usucapione”.

Topolino e il caso dei fumetti solidi (Alessandro Sisti e Sandro Dossi)
Un professore malvagio inventa un macchinario che rende solidi i fumetti e le onomatopee prodotte dai personaggi. Un gioco di metafumetto che probabilmente piacerebbe ad Alan Moore, una di quelle cose che leggi a cinque anni e poi a venticinque ti ritrovi a iscriverti a tutti gli esami di semiotica previsti dal tuo corso di laurea.

Paperinik e l’arca dimenticata (Bruno Concina e Massimo De Vita)
Era una parodia del primo film di Indiana Jones. Uscì nel 1986 e avevo da poco visto il film in televisione. Non avevo idea del fatto che si potessero fare storie che prendessero in giro altre storie. In più in una pagina c’era una didascalia che diceva una cosa del tipo “qualcuno avrà capito a che film ci siamo ispirati”. Il fatto di averlo capito mi rese così orgoglione che ancora oggi gongolo se scovo una qualsiasi citazione.

Topolino e il segreto del castello (Bruno Concina e Giorgio Cavazzano)
La prima storia a bivi mai pubblicata dalla Disney. La cosa bella delle storie a bivi era che a differenza dei libro-game, in cui dovevi trovare la strada più o meno giusta in una selva di opzioni, lì ogni scelta dava vita a una storia diversa. Parecchi anni più tardi lessi Lector in fabula di Eco e capii che Concina mi aveva già spiegato tutto.

Paperino e il segreto del vecchio castello (Carl Barks)
Ce l’avevo nel volumone mondadoriano “Io, Paperone” (seconda edizione, ahime) ed è la seconda storia in assoluto in cui compare il vecchio cilindro, nonché la prima a raccontare una caccia al tesoro della famiglia papera al completo. È la prima storia a fumetti che abbia letto con dentro un morto-morto. Ero molto affascinato da questa storia e dalla precedente (Il Natale di Paperino sul Monte Orso) perché c’era un Paperone diversissimo da quello che leggevo sui giornalini ogni settimana.

I viaggi di Papergulliver (Osvaldo Pavese e Guido Scala)
Perché tra tante parodie ricordo questa? Per i disegni di Scala, leggermente statici e barocchi, che risaltavano rispetto a quelli di altri disegnatori. In particolare, i personaggi disegnati da lui avevano, specie i paperi, un’espressione particolare, che alcuni definiscono allucinata e che a me è sempre sembrata più che altro minacciosa, perfetta per una storia in cui a Paperino succedeva di tutto, in un’ambientazione esotica e straniante.

Topolino e la Spada di Ghiaccio
Topolino e il Torneo dell’Argaar
Topolino e il ritorno del Principe delle Nebbie
(Massimo De Vita)
La prima trilogia della mia vita, prima di Guerre Stellari. Una saga fantasy in tre parti in cui il malefico sorcio riusciva quasi a sembrare davvero un eroe. La prima volta che leggevo una storia a fumetti in cui quello che era successo in una storia precedente era successo davvero.
La parte in cui accendono un fuoco usando come lente del ghiaccio mi esaltò tantissimo e aprì la strada all’apprezzamento futuro per McGyver.

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Surviving #SalTo13

Breve guida alla sopravvivenza al Salone del Libro di Torino, sulla scorta delle esperienze passate.

  1. Stai a casa. Sul serio. La Fiera (o Salone) di Torino è una gigantesca libreria. Dove, per entrare, paghi. Dice: “ok, ma poi una volta dentro scontofiera come se piovesse?”. Mah, non ci contare troppo, a meno che non siano le ultime ore dell’ultimo giorno. Se stai andando a Torino per buttarti dentro allo stand di Einaudi o Mondadori o Rizzoli o Feltrinelli, stai  a casa. Investi i soldi del biglietto del treno in libri. Oppure vieni pure a Torino, goditi la città e usa i soldi del biglietto per mangiare qualcosa di buono.
    “Ma c’è l’incontro con quell’autore che amo tanto!!!”. Ok, legittimo, però se vivi in una città con delle librerie controlla che magari non faccia una presentazione anche nella tua città. Per esempio, quando una casa editrice invita un autore straniero cerca di massimizzare la sua presenza e non lo porta solo a Torino.
  2. Ok, sei voluto venire lo stesso. Almeno evita di intrupparti negli stand delle giga-case editrici e date un’occhiate a quelle i cui libri non trovate in libreria. Vale anche lì la legge di Sturgeon, ma la possibilità di trovare qualcosa di interessante c’è sempre.
  3. Se proprio devi, evita il fine settimana. Il fine settimana è l’inferno in terra. Certo, durante la settimana ci sono le scolaresche deportate a pascolare tra gli stand, però di solito ci sono solo la mattina e il pomeriggio si gira più tranquilli.
  4. Portati del cibo. In Fiera il cibo è caro e/o fa schifo e/o devi fare delle code lunghissime. In teoria, appena lì fuori c’è un centro commerciale con un sacco di posti dove mangiare, però di solito il biglietto dei visitatori non ti permette di uscire e rientrare. Se proprio resti bloccato, la cosa più onesta che puoi trovare è la non-pizza di Spizzico. Quest’anno gli organizzatori promettono maggiore varietà, ma io non mi fiderei comunque.
  5. La tua sopravvivenza può essere garantita dal chiosco dei gelati fuori dal padiglione 3, se c’è anche quest’anno.
  6. Verso le 18, 18.30 alcuni stand organizzano rinfreschi. Punta gli stand delle Regioni (sì, ci sono gli stand delle regioni, don’t ask), di solito ci si trova bene.
  7. Portati degli spiccioli. I cassieri amano gli spiccioli. Un cassiere che conosco dà gadget a chi gli dà gli spiccioli, se ha gadget da dare.
  8. Le case editrici stampano i cataloghi apposta perché la gente li prenda. Se vedi dei cataloghi su un bancone, prendine pure uno. Non chiedere al cassiere “posso prenderne uno?”, al massimo di’ qualcosa tipo “ti rubo un catalogo”.
  9. Sui libri che un editore vende direttamente in fiera ha già pagato le tasse. Quindi non emette scontrino fiscale. Chi si dota di un registratore di cassa lo fa per questioni di contabilità interna, chi non lo fa perché non può permetterselo o non ne ha voglia. Quindi non guardate come evasori fiscali quelli con la cassettina, non sono degli evasori fiscali.
  10. Lo sconto: domandare è lecito, farlo è cortesia. Il momento migliore per chiedere sconti è a fine fiera (vedi punto 1); per dire l’anno scorso Codice faceva lo sconto del 50%. Sventolare il pass espositori chiedendo “sconto espositori?” non funziona automaticamente. La tecnica migliore, se passi più giorni in fiera, è quella di fare amicizia con chi lavora in stand con libri che ti interessano e organizzare degli scambi di favori.
  11. Attento agli stand di venditori di corsi di autostima, marketing motivazionale, editori a pagamento, fuffologi assortiti. Tendono a essere appiccicosi.
  12. Evita di prendere ogni singolo catalogo, depliant, campioncino con le prime sedici pagine di un libro, adesivo, segnalibro, che trovi in giro. Sommati ai libri che inevitabilmente compri fanno un peso considerevole e quando arrivi a casa e svuoti i sacchetti dici “ma che cazzo ho preso?”. I veri professionisti vanno in giro con il trolley.
  13. Non è colpa loro, ma se stai a uno stand e hai libri per bambini, una specie di piaga biblica sono le maestre, alla perenne ricerca di materiale omaggio. Sarà che la fiera coincide con il periodo in cui faccio la dichiarazione dei redditi, ma mi domando sempre (retoricamente) dove diavolo vadano a finire i soldi delle mie tasse, se non alle scuole.
  14. È vero che chiude alle 22 (sabato alle 23), ma se eviti di iniziare a guardare tutti i libri dello stand alle 21.56 il tuo karma ne guadagnerà.
  15. Gli spiccioli. Mi raccomando.

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E quella non era una supercazzola?

Vedete qual è il problema con Grillo?
Che ieri è risaltato fuori questo video dell’aprile del 2012

e alla fine sembra che l’ipotesi più diffusa (forse per amor di patria) è Grillo stesse facendo uno scherzone. Non si sa bene perché, non si sa bene a chi, ma lasciamo perdere. Vasco Rossi può fare i clippini deliranti e lui no?

E il problema dove sta?
Il problema è che non c’è molta differenza da questo video qua, in cui invece era notoriamente serio.

E niente, un pezzo del nostro futuro è in mano a questo signore qua.

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“Andiamo in Polonia” (15 di 15; l’importante è finire)

Va bene.

Siamo alla metà di marzo e tra un po’ (se mi approvano le ferie) prenotiamo le vacanze del 2013. E non ho ancora finito di parlare della Polonia (tutti gli episodi)

canaletto

Eravamo rimasti che avevo fatto un breve riassunto della storia di Varsavia nel corso della seconda guerra mondiale (per chi non ha tempo: rasa al suolo, ebrei sterminati, popolazione deportata).
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Io capisco

Capisco parecchie cose.

Capisco perché qualcuno possa volere votare Grillo. Lo intuivo quasi sei anni fa, che sarebbe potuto succedere e in tutto questo tempo non mi sembra che la politica “ufficiale” abbia fatto molto per togliere argomenti a Grillo e ai suoi. Anzi.

Capisco perché in molti possano non essere molto entuasiasti di votare il PD, di votare il PD di Bersani, di votare SEL. Pure io, che ho votato quest’ultima, non è che abbia brandito la matita copiativa come una spada di fuoco con cui riportare la giustizia (anche perché poi chissà chi l’aveva leccata prima). E non è che sia propriamente andato in giro a convincere gli amici a votare il centrosinistra.

Capisco chi ha scelto di non votare. Se il porcellum fosse un gioco da tavolo dovrebbero drogarmi e picchiarmi fortissimo per convincermi a spenderci del tempo. Un giorno gli storici si interrogheranno su come sia stato possibile che uno Stato abbia affidato per ben tre volte la propria sorte a un meccanismo ideato da uno come Calderoli, per di più reo confesso dell’aver creato una porcata.

Quello che con tutta la buona volontà non riesco a capire è come sia possibile che nel 2013 un terzo circa della gente che è andata a votare abbia scelto di votare ancora per Berlusconi. Ormai sono stanchissimo e lo dico senza più rabbia, spocchia, superiorità, tutti quei sentimenti che i commentatori del Giornale amano attribuire (spesso senza neanche tuti i torti) all’elettorato di sinistra.
Mi arrendo. Riconosco di non saper capire, di non voler capire.
Non ho più neanche la forza di inveire, di maledire, di indignarmi.
Non penso davvero ne valga più la pena.

Mi concentro sui cialtroni vecchi e nuovi spediti a casa a calci (ciao Ingroia, sei ridicolo; ciao Di Pietro, so long and thanks for all the Scilipoti*), assaporo la certificazione numerica dell’irrilevanza di Fini (per il quale però preferirei un epilogo più eclatante, tipo il Tuscania che lo scambia per un corteo non autorizzato di immigrati clandestini). Guardo perplesso quelli che “avesse vinto le primarie Renzi…”.
Penso che Bersani ha comunque fatto peggio di Veltroni e non era semplice.
E poco più.
Per fortuna, ho un casino di altre cose a cui pensare.

* nella mia mente la frase andrebbe tradotta: “grazie di averci lasciato in omaggio Scilipoti”, il che non necessariamente coincide con la traduzione reale

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Masterchef Italia 2. La finale (una specie di liveblogging in progress)

Ognuno ha il suo guilty pleasure.
Il mio è, banalmente, Masterchef. Del resto che dovrei fare? Preoccuparmi delle elezioni? Siamo fottuti comunque.
Di solito la cronaca di Masterchef la fa, molto bene, Diego Cajelli, ma è momentaneamente impegnato a salvare il fumetto italiano e chissà se riesce a liberarsi per la finale, quindi eccomi qua (con grande umiltè). Continua a leggere

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