L’isola del Teschio

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Ho pubblicato un ebook su Amazon Kindle Store. Come tutti.
Si chiama L’isola del Teschio ed è una storia sword and sorcery ambientata nel mar dei Caraibi – con parecchie licenze storiche – alla fine del XVI secolo.
Dentro ci sono uno spadaccino senza nome, un capitano pirata che si fa chiamare Amra, mostriciattoli assortiti, un tesoro perduto, un’isola misteriosa e la figlia di un pirata.
Sono 47 pagine che vengono via per un euro e spiccioli (devo ancora capire bene come funziona il sistema di prezzi di Amazon, io avevo fissato un euro e poi sono spuntati i tre centesimi). Non ci sono DRM di sorta, quindi nel caso non abbiate un Kindle si può convertire in epub e copiare liberamente.
Siccome per qualche misteriosa ragione Amazon.it non consente di vedere l’anteprima degli ebook senza scaricarla, come fa invece Amazon.com, ecco qui sotto il primo capitolo (cliccando qui invece potete leggere anche parte del secondo): Continua a leggere

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30 agosto 2014 · 11:57 pm

Cartoline da Istanbul

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Mentre i post sul Giappone ancora faticano ad arrivare alla conclusione (nuovo record dalla fine del viaggio), al volo, due parole sui tre giorni a mezzo a Istanbul di questa estate.

Il muezzin

La funzione del muezzin è la stessa delle campane per noi: richiamare i fedeli alla preghiera, ricordando allo stesso tempo “Attilio Lombardo pelato bastardo”. Ma laddove l’occidente cristiano ha elaborato una semplice melodia, nell’Islam la frase è attraversata da trilli, melismi, colpi di glottide e logorrea. Il tutto amplificato da altoparlanti gracchianti. E a botta e risposta. Che tipo se ti trovi tra Santa Sofia (che ha un minareto funzionante) e la Moschea Blu all’ora della preghiera improvvisamente rischi l’infarto. Poi inizi a domandarti quanto dura l’introduzione a questo pezzo metal e quando partono le chitarre.
Quando poi alle quattro ti sembra di avere un muezzin in camera di albergo, un pochino rivaluti certe cose della Fallaci. E le campane della chiesa vicino casa tua che tutto sommato sono molto discrete.

I dervisci rotanti

È inutile girarci attorno (battuta!), il potenziale comico dei dervisci rotanti è in una parola sola devastante. Non tanto quando sono impegnati a derviscioroteare, che sono una cosa troppo bella per fare pensare ad altro (a meno che tu non sia un idiota alticcio come lo spagnolo che avevo di fianco, che ha passato tutto il tempo a chiacchierare con la compagna, sbuffare e battere il ritmo fuori tempo agitando un depliant per farsi aria), ma prima. Quando si presentano con addosso una mantella scura appoggiata alle spalle, gli alti cappelli di feltro, alcuni la barba, sembrano usciti dritti dritti da quelle storie pazzesche in cui Rodolfo Cimino spediva Paperone e nipoti in improbabili paesi dell’Asia minore alla ricerca di tesori custoditi da personaggi del genere.

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 9: molte grazie, signor robot! Inchinatevi al suo cospetto e chiedete perdono delle vostre malvagità!!

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Ora, come tutti sapete, la cosa più bella di Tokyo è il Gundam a grandezza naturale collocato a Odaiba.
Odaiba è un’isola artificiale che sorge nella baia di Tokyo, dove un tempo sorgevano fortezze che dovevano difendere la città dagli attacchi dal mare (con grande tempismo, costruite dopo che gli americani erano arrivati a bussare da quelle parti con quattro cannoniere al comando dell’ammiraglio Matthew Perry – non Chandler di Friends, l’altro). Continua a leggere

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Faster and Louder – The Dictators NYC @ Vicolo Bolognetti, 29/7/2014

Ma quindi, alla fine della fiera, come sono questi Dictators NYC, dal vivo?

The party starts NOW

The party starts NOW!

Una macchina da guerra.
Dal vivo, Handsome Dick Manitoba si conferma un concentrato di carisma e showmanship senza eguali. Dove non arriva con la voce arriva con il mestiere, è quasi impossibile staccargli gli occhi di dosso fin dal momento in cui sale sul palco. Ha quell’accento newyorchese che lo senti ed è subito il grande black out degli anni ’70. Su Baby let’s twist scende a cantare e ballare tra il pubblico. Scherza annunciando un set acustico. Si spruzza addosso acqua con uno spruzzino con sopra il logo dei Dictators (si intravede nella foto in alto). Gira filmati con il telefonino dal palco per fare vedere al figlio undicenne e fan del rap che c’è davvero gente che lo crede un figo. Si diverte e fa il suo mestiere, a sessant’anni suonati (e non tutti pacifici). Su internet ha scritto che questo tour europeo non vuole essere un modo di speculare su un marchio di successo ma l’occasione di costruire qualcosa; vuole che l’anno prossimo la band sia invitata di nuovo a suonare negli stessi posti. E si vede.
Dietro, la band suona compatta – e faster and louder – un impasto di punk e hard rock spinto da un batterista, “Thunderbolt” Patterson, che picchia come un mastro ferraio e da un bassista, Dean Rispler, che sa il fatto suo. Alle chitarre, Daniel Ray (produttore di alcuni dischi dei Ramones e collaboratore di Joey Ramone, tanto per dire che sul palco c’è dell’aristocrazia della NY punk) e Ross the Bass sono attaccati direttamente a due stack Marshall. Niente effetti, niente trucchetti. Sei corde, quattro dita, un cavo e uno stronzo che suona, per citare Keith Richards. Tutto è molto in your face e a un volume abbastanza preoccupante, cioè quello giusto per questa musica.

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Ross the Boss fa il suo lavoro di guitar hero con dedizione e senso scenico, prendendosi il proscenio a ogni assolo, sempre sparato a mille ma con quel gusto melodico viscerale che è il suo marchio di fabbrica qualunque cosa faccia. Guardare suonare per oltre un’ora uno dei miei chitarristi preferiti da mezzo metro scarso di distanza è stata un’esperienza surreale. Neanche fosse stata una clinic.

La scaletta ha saltato a piè pari il secondo disco, Manifest destiny, ma non è stato un male, anche perché quei pezzi non avrebbero reso molto in questa veste sonora più metallosa. Però si sono state Avenue A, New York New York, Two Tub Man, Faster and Louder, The Next Big Thing, Stay with Me, Who Will Save Rock and Roll, The Savage Beat, Baby Let’s Twist, I Stand Tall, The Party Starts Now. Un ottimo campionario dell’abilità di compositore di Andy Shernoff (che ha deciso di non essere più della partita da un sacco di tempo).
E poi una manciata di cover: Slow Death dei Flamin’ Groovies, American Beat dei Fleshtones e per finire una Kick Out the Jams degli MC5 che ha avuto più o meno l’effetto di una sassata in un formicaio.

Gente, per essere un martedì sera piovoso di fine luglio a Bologna ce n’era fin parecchia. Pochissimi fan dei Manowar lì solo per Ross the Boss, parecchi fan dei Dictators (e io che temevo di essere l’unico o giù di lì). Che sia stato un concerto in cui non c’è stato tempo per respirare lo dimostra il fatto che a due giorni di distanza su youtube non c’è nemmeno un video.
Dopo il concerto, tutti e cinque i membri del gruppo gironzolavano tranquilli nei pressi del banchetto del merchandising a firmare qualsiasi cosa, farsi fare foto e scambiare due chiacchiere.
Io a quel punto avevo il collo pezzi, un orecchio che fischiava in modo preoccupante e il collo indolenzito, segno che il concerto era stato un successone.

Per chi può, la prossima data italiana è sabato sera a Seregno (MB).

 

 

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 8: il canto dell’anello di acciaio che stringe la città! Non troverai quello che cerchi tra tutte queste luci!!

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Va bene. È abbastanza evidente che questo report di viaggio è andato completamente in vacca. A quasi nove mesi dal rientro non ho ancora finito.
Siccome completarlo nella forma fin qui usata è praticamente impossibile per evidente mancanza di voglia, ma siccome comunque cosucce interessanti di cui parlare ce ne sono, provo a cavarmela in modo più telegrafico. Vediamo come va. Continua a leggere

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Who will save rock and roll? – I Dictators, il rock and roll e tutto quanto – 2

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Continua e finisce la breve storia a punti dei Dictators.

10. Nonostante sia un disco oggettivamente parecchio bello, Blood Brothers fa fiasco come i suoi predecessori. E a questo punto la band va di nuovo in frantumi. Negli anni ’80 Ross the Boss fonda i Manowar, Top Ten i Del-Lords.

11. La reunion arriva in due parti. Nel 1990 esce, a nome Manitoba’s Wild Kingdom, il disco … and you?, in cui suonano Manitoba, Shernoff, Ross the Boss e il nuovo batterista “Thunderbolt” Patterson. Il singolo “The party starts now” finisce in heavy rotation su Mtv e un frammento pure nella colonna sonora di Un poliziotto alle elementari.

Il disco è più metalloso dello standard dei Dictators, con alcuni pezzi che sono in effetti puro metal; esce giusto in tempo per farsi poi spazzare via dal grunge un anno dopo e finire nel dimenticatoio. E’ comunque un discone pure lui. 25 minuti.

12. “Manitoba”, per inciso, è nel campo musicale un marchio registrato da Handsome Dick Manitoba. Infatti, il tizio che si fa chiamare Caribou in origine si faceva chiamare Manitoba, ma ha dovuto cambiare per una causa intentatagli da nostro.

13. Per avere un nuovo disco dei “veri” Dictators bisogna aspettare il 2001, quando esce Dictators Forever, Forever Dictators (DFFD per gli amici), che mostra un gruppo incredibilmente lucido e affilato, alle prese con un punk rock maturo e divertente al tempo stesso. Io ho lasciato il cuore su “Avenue A”, cantata da Shernoff, che racconta il quartiere di St. Mark’s Place e quello che è cambiato lì negli anni:

14. Benché DFFD non sia un successo irresistibile, serve almeno a fare tornare i Dictators in pista, che da allora inanellano uscite dal vivo e tour in Europa. Ovviamente non tutto va benissimo e attorno al 2010/11 Shernoff parlando del gruppo (in pausa, ma Manitoba, Ross e Patterson suonano in giro con il nome “Manitoba”) si lascia scappare qualcosa sul fatto che Manitoba comunque non è un vero cantante e che tutti i pezzi li ha sempre scritti lui e questa cosa non sarebbe mai stata riconosciuta. Segue un certo scambio di vaffanculi via web, al termine del quale le due parti sembrano trovare una qualche forma di accordo e il gruppo di Manitoba può fregiarsi del nome “The Dictators NYC”, che è un po’ quelle soluzioni tipo “La leggenda dei New Trolls”. Ma l’importante è che in qualche modo i ‘taters siano ancora in giro.

15. Un po’ di robe sparse.
– Una volta i Dictators si fecero cacciare dal tour dei KISS perché Manitoba imitò uno dei discorsi di Paul Stanley al pubblico sul palco.

- Attorno al 1977, i roadies dei Foreigner, con cui i Dictators erano in tour, rovesciarono una rete piena di patate sul palco mentre suonavano. Lo scherzone nasce dal fatto che il nomignolo della band, ‘taters, significa appunto “patate”.

- Su un numero della rivista Punk! uscì un fotoromanzo con Lester Bangs e Manitoba impegnati in uno scontro all’ultimo sangue. Il modo migliore per leggerlo è prendersi una copia di Punk: the Best of Punk Magazine, che contiene una quantità incredibile di cose bellissime.

- Una volta a New York nel 1977 gli AC/DC aprirono per i Dictators, al Palladium. Poi già che c’erano andarono a suonare al CBGB’s.

- Le cover registrate dai Dictators sono: California Sun (The Riviera’s), I got you babe (Sonny and Cher), Search and Destroy (The Stooges), Slow Death (Flamin’ Groovies), The Moon Upstairs (Moot the Hoople), Interstellar Overdrive (Pink Floyd), What Goes On (The Velvet Underground), I Just Wanna Have Something to Do (The Ramones).

- Handsome Dick Manitoba non è uno a cui piaccia starsene con le mani in mano. Negli anni ’80 ha fatto il tassista, oggi conduce un programma radiofonico su un canale diretto da Little Steven (un altro insospettabile fan dei Dictators), ma è stato pure per un certo tempo il cantante dei riformati MC5.

Già che c’è, gestisce pure un bar sull’Avenue B a Manhattan, il Manitoba’s.

- I Dictators sono stati uno degli ultimi gruppi a suonare al CBGB’s, due sere prima della chiusura (prima che diventasse una boutique di Varvatos). Per Manitoba tecnicamente sarebbero stati l’ultimo gruppo rock, perché l’ultima sera si esibì Patti Smith, che però considera “robaccia hippie” o giù di lì. Abbiamo un video.

- A proposito di CBGB’s, ecco i Manitoba’s Wild Kingdom con Joey Ramone nel 1991. I Ramones incisero California Sun probabilmente ispirati dalla cover che ne fecero i Dictators nel primo disco.

16. Le date italiane dei Dictators NYC sono:
– 29 luglio Bologna, Bolognetti Rocks
– 30 luglio La Spezia, Spazio Boss
– 31 luglio Brescia, Area Sonica
– 2 agosto Seregno, Tambourine

 

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The next big thing – I Dictators, il rock and roll e tutto quanto – 1

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I Dictators sono uno dei segreti meglio custoditi del rock and roll. E incidentalmente uno dei miei gruppi di sempre, amati di un amore che non avrei mai creduto di potere provare per un gruppo scoperto ormai lontano dall’adolescenza. Ne ho parlato un paio di volte, qui e nel resoconto del viaggio a New York.
Ma siccome i Dictators (o meglio i Dictators NYC, formula dietro alla quale si nascondono alcune menate tra i membri fondatori e il fatto che della formazione originale sopravvivono solo due membri) sono appena sbarcati in Europa per un tour che toccherà anche l’Italia per ben quattro date, mi sembra giusto condividere questo segreto con il mondo (inteso come: quelli che curiosamente hanno ancora questo blog nel feed reader).

Dalla Rolling Stones Record Guide del 1982. D.M. è Dave Marsh, cofondatore di Creem e una delle 120.000 persone che si contendono il titolo di "prima persona ad avere usato il termine PUNK parlando di musica"

Dalla Rolling Stones Record Guide del 1982. D.M. è Dave Marsh, cofondatore di Creem e una delle 120.000 persone che si contendono il titolo di “prima persona ad avere usato il termine PUNK parlando di musica”

1. I Dictators sono stati fondati attorno al 1973 da Andy Shernoff, bassista e cantante, che a 16 anni aveva fondato la fanzine Teenage Wasteland Gazette, per la quale scrisse qualcosa anche Lester Bangs.

2. Il loro primo disco è del 1973, si intitola The Dictators Go Girl Crazy ed è stato prodotto da Murray Krugman e Sandy Pearlman, che all’epoca gestivano anche i Blue Öyster Cult. Non fu propriamente un successo commerciale, però ispirò due ventenni di nome John Holmstrom e Legs McNeil a fondare una fanzine sperando di potere un giorno intervistare la band. Quella rivista si chiamava “PUNK!”, forse ne avete sentito parlare. Per sfiga, quando i due chiamarono la Epic per chiedere un’intervista al gruppo si sentirono dire che il gruppo si era sciolto e tanti saluti.
Toh, ascoltatelo tutto, tanto è breve:

3. Un paio di canzoni del primo disco sono cantante da “Handsome Dick Manitoba”, al secolo Richard Bloom, amico di Shernoff e roadie tuttofare della band. Narrano le cronache come roadie Manitoba fosse un disastro, in qualsiasi mansione (dalla guida alla cucina); in compenso una sera del 1974 salì sul palco (per la prima volta in vita sua) per cantare Wild Thing. Doveva essere una specie di scherzo, ma il pubblico impazzì letteralmente, non tanto perché Manitoba sia un grande cantante (anzi), ma per il carisma promanato a profusione. Da lì, è diventato la “secret weapon del gruppo” e quando Pearlman e Krugman hanno messo sotto contratto il gruppo hanno preteso che diventasse un membro ufficiale.

4. Tra le altre bizzarre decisioni di Pearlman ci fu anche quella di cambiare il cognome di Ross da Friedman a Funicello, perché l’idea dell’italo-americana tirava di più. Il cognome gli resterà appiccicato almeno fino ai primi dischi dei Manowar.

5. L’ultimo concerto prima dello scioglimento temporaneo nel 1975 fu a una roba che si chiamava Miss All Bare America. Abbiamo una foto dell’edizione del 1977 (mandate a letto i bambini):

Foto di Roberta Bayley

Foto di Roberta Bayley

Edizione del 1975

Edizione del 1975

6. Si riformano all’inizio del 1976. Shernoff si fa un po’ da parte e si presenta come bassista Mark “The Animal” Mendoza. Ha una testa di capelli afro da fare paura e suona come un mastro ferraio. Probabilmente le due cose non sono collegate, ma qualche settimana dopo il palazzo in cui provano crolla mentre loro non ci sono.

7. Manitoba è il protagonista di uno degli eventi più citati nei libri sugli anni punk di New York: “The Wayne County Incident”. Wayne County era all’epoca un cantante transessuale e si stava esibendo con il suo gruppo al CBGB’s. Ubriaco, Manitoba si mette a insultarlo. Questo è il punto su cui tutti i testimoni concordano, perché poi le interpretazioni divergono: per alcuni era un attacco omofobo in piena regola, per altri aveva sempre fatto parte del gioco. Fatto sta che a un certo punto Manitoba mette un piede sul palco. Il CBGB’s era un buco, pare che per andare in bagno fosse una strada obbligata. Oppure voleva menarlo? Anche qui i resoconti divergono. Quello su cui tutti concordano è l’epilogo: Wayne County urla una roba tipo “CICCIONEDDIMMERDAHAIROTTOILCAZZO” e schianta l’asta del microfono addosso a Manitoba. La scena pare sia stata molto buffa, perché i due protagonisti sono questi:

Handsome Dick Manitoba (a sinistra, l'altro è Muddy Waters)

Handsome Dick Manitoba (a destra, l’altro è Muddy Waters)

Wayne County

Wayne County

Manitoba crolla a terra in un bagno di sangue. Il colpo gli ha sfasciato la clavicola.
Succede ovviamente un casino. I Dictators sono ostracizzati più o meno da chiunque, tanto che la rivista PUNK! si sente in dovere di fare qualcosa per il suo gruppo ispiratore. Per prima cosa, chiede un articolo a Lester Bangs. Bangs, che sta per trasferirsi a New York, manda una sbrodolata allucinante sulla “Mafia gay di New York”, poi rinsavisce e chiede che non venga pubblicato. Il pezzo si trova online e non è tra le cose migliori di Bangs. Tempo fa provai a tradurlo, ma è un inferno:

Ma questa non è una novità. Queste stronzate sono vecchie come Brian Epstein. Più vecchio. Se volessi tirartela davvero da artista e vantarti della tua erudizione potresti risalire a tutta la documentazione sul fatto che Nijinsky dovette lasciarsi fottere nel culo da Diaghilev per diventare “un successo”. È come tutte quelle stronzate che hai letto su Hollywood, le attricette e il divano per i provini, ed è tutto VERO, a parte che sono e sono stati i bei ragazzi quelli che qualcuno si vuole succhiare. Mi ricordo nel ’66, sto vedendo qualcosa su Warhol e i Velvet sulla tv pubblica, sono lì a fumare erba con mio nipote mentre guardiamo i Velvet al Dom che suonano un’ininterrotta jam “orientale” con Cale che incombe sulla sua viola accordata aperta e Lou Reed che strimpella davanti a una muraglia di amplificatori e poi c’è uno stacco sul pubblico che è tutto pieno di questi scenaioli warholiani che ballano come coglioni su questo bordone senza muovere gomiti e ginocchia, in una catatonia metamfetaminica, e con tutta l’ingenuità del 1966 guardo mio nipote e gli dico “cioè, mi domando come potresti mai entrare a fare parte di un gruppo di gente del genere”.

Okay, non ce l’ho con il fare i pompini e non ce l’ho con gli omosessuali. Una persona etero non può permettersi di fare nulla di neanche lontanamente vicino a una cosa del genere in questo momento storico, perché come per i neri la memoria delle terribili oppressioni è ancora troppo fresca – a dire il vero là fuori dove la maggior parte degli americani vive sono ancora cosa di tutti i giorni, il che vuol dire che mi scuso se suona paternalistico ma mi sento dispiaciuto per chiunque debba vivere tra completi rincoglioniti che ammiccano a loro con occhi che luccicano di gioia sadica solo perché capita che siano un po’ diversi in un modo o nel’altro. Ci sono delle sofferenze dietro all’essere alla moda, dietro alle stronzate S&M/D&D effeminate che qualunque sadico o masochista degno di questo nome dovrebbe odiare almeno quanto le odia l’autore di questo pezzo, dolori che hanno a che fare con sorrisetti alle spalle e individui chiaramente incompleti, coglioni repressi che ti vogliono fare mangiare merda perché ami o ami fare l’amore con persone del tuo stesso sesso o hai altre propensioni che non rientrano nelle strette maglie del loro eterno terrore…

Comunque l’altra cosa che fanno quelli di Punk! è organizzare ai Dictators un concerto, in un locale nuovo e fuori dal giro, che attira un sacco di gente incuriosita e che vuole vedere questi tizi di cui ha tanto sentito parlare.

8. Il secondo disco si chiama Manifest Destiny. Shernoff ci suona le tastiere. È il disco meno riuscito del gruppo, anche se contiene almeno due perle.
Una è Young, fast, scientific, che contiene il verso “rock and roll made a man out of me” che è talmente enorme che i KEAP hanno dovuto scrivere una canzone con quel titolo.

L’altra è la cover di Search and destroy degli Stooges che, beh, fate un po’ voi.

Neanche questo disco va bene e nel 1978 Mendoza se ne va, per finire poi nei Twisted Sisters. Shernoff torna a fare il bassista a tempo pieno e scrive le canzoni per un nuovo disco.

9. Bloodbrothers è il titolo del terzo disco, il primo in cui Manitoba canta TUTTE LE CANZONI. Il fatto che non sia un cantante è opzionale. Non ci fai quasi nemmeno caso.
Il disco è famoso per un featuring misconosciuto, quello di Bruce Springsteen.
New York in quegli anni era un posto dove succedevano un sacco di cose, musicalmente, e Springsteen era uno con le orecchie lunghe e frequentazioni variegate (come dovreste sapere, visto che scrisse Because the night per Patti Smith e Hungry Heart per i Ramones, salvo poi tenersela per sé) (se volete approfondire la NYC musicale di quegli anni, c’è un buon libro da poco pubblicato in Italia da Codice Edizioni: New York 1973-1978. Cinque anni che hanno rivoluzionato la musica). Fatto sta che Springsteen è nello studio di fianco che registra Darkness on the edge of town, in una pausa si affaccia e chiede se gli fanno fare qualcosa, nello specifico urlare ONE! TWO! ONE TWO THREE FOUR! alla fine dell’assolo di Faster and Louder.
Altri due pezzoni sono Stay with me, pezzo “alla Ramones”, e Baby Let’s Twist, che ebbe un minimo di vita radiofonica, una specie di Louie Louie in minore

(continua)

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