14 Novembre 2009

I libri di Ottobre

Hey oh, ecco i libri di ottobre.
Evidenziato quello che più mi è piaciuto.

Navi a perdere – Carlo Lucarelli (Verdenero)
La vicenda della Jolly Rosso e della (potenzialmente) misteriosa morte del poliziotto che stava indagando su quella e su altre “navi dei veleni” sono raccontate da Lucarelli con lo stile tipico di Blu Notte, cercando da un lato di mantenere la massima attinenza ai dati di fatto e dall’altro di presentare questi in modo suggestivo e coinvolgente. Cosa in cui Lucarelli è, al solito, parecchio bravo.

Suck! – Christopher Moore (Elliot)
Inizia e pensi “ehi, che inizio in medias res!”. Poi va avanti e ti rendi conto che è il seguito di un altro libro, inedito in Italia. Quindi alla fine la leggi sì, questa storia d’amore tra due giovani vampiri con contorno di personaggi bizzarri, però non è che ti coinvolga più di tanto, perché dei due protagonisti non sai un sacco di cose che vengono date per scontate. Quindi alla fine ti aggrappi al diario della ragazzina dark, che invece è introdotta in questo romanzo, ma è un po’ poco. Peccato.

Con tanta benzina in vena – Warren Ellis (Elliot)
Della produzione fumettistica di Warren Ellis conosco pochissimo. Questo, che è il suo primo romanzo, si muove su temi e binari tipici di Palahniuk: il lato oscuro e bizzarro dell’America, pratiche sessuali inconsuete, leggende metropolitane. E percorre quei sentieri con una sicurezza e un vigore che il buon Chuck ha un po’ lasciato da parte. Non è un capolavoro, ma è lo stesso un romanzo parecchio divertente.

The Graveyard Book – Neil Gaiman
Come il titolo inglese ammette, l’idea di fondo è quella di una riscrittura dell’idea di partenza del Libro della Giungla di Kipling: un bambino, Nobody detto Bod, viene cresciuto in un cimitero da una nutrita pattuglia di spettri e affini. E tutto ciò che ne consegue. È una storia che solo Gaiman poteva raccontare così, alternando con naturalezza i momenti più giocosi a quelli più cupi in cui si allarga la prospettiva e si mostra quale sia la vera natura della partita di cui Bod è una pedina. L’unica cosa che mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca è il fatto che Gaiman si sia andato a infilare in una vicenda un po’ “alla Harry Potter”, con il bimbo predestinato e tutto il resto. O, per essere più precisi, che abbia cambiato ambientazione a qualcosa che aveva già affrontato nella miniserie “The Books of Magic”. Però resta sempre Gaiman, insomma. L’edizione è poi impreziosita dai disegni del buon McKean.

Come scrivere un bestseller in 57 giorni – Luca Ricci (Laterza)
Favola sul mondo editoriale, in cui quattro scarafaggi chiamati come i Beatles scrivono “un besteller” per salvare il proprietario della casa in cui vivono, il libro di Ricci promette molto e mantiene pochissimo. O meglio: se siete completamente a digiuno di discussioni sull’industria culturale, sui tic degli scrittori italiani, sulla “letteratura industriale” e tutto quanto, forse questo libro potrà piacervi. Altrimenti, è probabile che troverete noiosetta e didascalica l’esposizione di cose che già sapete.

Che la festa cominci – Niccolò Ammaniti (Einaudi)
Dopo tre romanzi “seri” Ammaniti cerca di tornare alle atmosfere più cazzarone di Branchie o di alcuni racconti di Fango (uno in particolare, L’ultimo capodanno dell’umanità). Lo fa mettendo in scena una superfesta in una Villa Ada diventata proprietà di un ricco industriale e trasformata nel suo parco privato. Festa durante la quale le cose prenderanno, per opera di un gruppo di sciroccati satanisti, una piega imprevista, con una gran quantità di conseguenze più o meno divertenti. L’idea di fondo è la stessa del racconto già citato: condensare in uno spazio chiuso personaggi emblematici di società e cultura italiane e mostrarne il peggio. Ma se allora tutto si risolveva in una cinquantina di pagine dal ritmo travolgente, che culminavano  nella deflagrazione più totale, qui tutto è allungato in un romanzo che nella sua terza parte presenta al lettore un colpo di scena che mette a dura prova la sua volontà di stare allo scherzo. Alla fine è probabilmente la cosa meno riuscita di Ammaniti, purtroppo. Potrebbe essere interessante, però, mettere a confronto il romanzo e il vecchio racconto e vedere che immagini dell’Italia vengono fuori.

8 Novembre 2009

(De)Genere

Volevo scrivere qualcosa sull’intervento di Raul Montanari, che dalle pagine di Satisfiction, la free press letteraria diretta da Gian Paolo Serino, propone per i suoi romanzi l’etichetta di post-noir.
Solo che da lì è scaturita una discussione talmente interessante che al quarto commento sono caduto in un sonno così profondo che è andata a finire che mi hanno seppellito vivo. Meno male che Kill Bill 2 ci ha insegnato come si esce da una tomba, altrimenti mica ero qui a scrivere.
A ogni modo, la chiusa migliore alla questione l’ha data Giampaolo Simi su Nazione indiana:

Se parliamo di post-noir saremmo inoltre di fronte al post di qualcosa che a malapena [nella letteratura di genere italiana] c’è stato.

Amen.

Però è affascinante l’entusiasmo che Serino ci mette nell’introdurre la discussione:

Una nuova definizione che vuole travalicare i generi, le gabbie giornalistiche ed editoriali e che, partendo dal carteggio tra Raul Montanari, Grazia Verasani e Gianni Biondillo, coinvolge scrittori, editori, lettori anche fuori dalla carta in un mondo che è davvero diventato post-noir.

Affascinante soprattutto quando ti rendi conto che Serino i generi ha iniziato a travalicarli in modo molto disinvolto. Per esempio, è convinto che Neil Gaiman sia un autore cyberpunk:

Forse Neil Stephenson?

ps: per carità di patria, taceremo sulla “provocazione” di Vasco Rossi, sempre sulle pagine di Satisfiction.

4 Novembre 2009

Forever a-changin’

Tintoretto, <i>La Crocifissione</i>, Venezia, Scuola Grande di San Rocco

Tintoretto, La crocifissione (clicca per vedere più grande, che merita)

La presenza o meno di una dozzinale* riproduzione della crocifissione di Cristo sulle pareti delle aule scolastiche non è esattamente uno dei principali problemi della scuola italiana, è il caso di ammetterlo.
Ma lo stesso, quando oggi ho letto della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, secondo la quale il crocifisso in classe è

una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e, nel contempo, una violazione alla libertà di religione degli alunni

ho più che sorriso. Ancora di più quando ho letto che la persona da cui è nato il tutto, Soile Lautsi è una cittadina italiana di origini finlandesi: qualcosa di leggermente più problematico del primo Adel Smith che passa per strada. La signora Lautsi è socia Uaar e questo mi fa storcere un po’ di più il naso perché non amo tantissimo il fatto che l’associazione sia particolarmente sbilanciata su una posizione di ateismo militante che mi sembra semplicemente una religione di segno opposto, ma non si può avere tutto dalla vita.
Però, insomma, è interessante che il problema sia stato posto, per così dire “dall’interno”, perché in parte bagna le polveri a tutte le argomentazioni che si limitano a mettere in scena un noiosissimo scontro con l’islam che, insomma, non è poi così urgente (quelli che cercano di mettere i bastoni tra le due ruote a chi vuole bere una birra dopo mezzanotte sono tutti cristianissimi, ci avete mai fatto caso?). Ovvero, il punto è: l’Italia del 2009 quasi 2010 non è un monolite cristiano, tanto meno cattolico.** Fanno tutti a gara a chi è più Obama, poi si dimenticano, per dire, che nel suo discorso di insediamento ha ricordato che l’America è fatta di credenti di diverse confessioni (e anche di non credenti).
Di più: dopo la revisione del 1984 dei Patti Lateranensi, l’Italia non ha più una religione di stato (lo dice implicitamente pure l’articolo 3 della Costituzione, lo ha detto esplicitamente la Corte Costituzionale – sempre sia lodata*** – nel 1989) quindi la presenza dei crocifissi nelle aule e negli altri edifici pubblici è difficilmente giustificabile ed è giusto che qualcuno metta il dito nella piaga e ricordi che, buongiorno, non siamo più la società degli anni cinquanta.
Non a caso, qual è l’obiezione che sta marcando la linea da seguire per il ricorso alla Corte europea?****
“Vabbeh, ma è un abitudine, una tradizione, non è che è un simbolo religioso, siamo abituati ad averlo lì, è la nostra cultura…”

Ecco, qui, se io fossi il papa mi incazzerei come ai bei tempi dei roghi in piazza e farei partire scomuniche a raffica, tipo M60.
Ma forse anche al papa non importa molto. Diciamo allora che se fossi un credente mi incazzerei tantissimo. Ho fatto la cresima in seconda media, mi sono sparato una quantità incredibile di anni di catechismo. E credo che un paio di cose sul senso della rivelazione cristiana, ripensandoci a posteriori, le ho imparate.
C’è un simbolo, che dovrebbe ricordare un gesto di estremo sacrificio, drammatico, imponente, totalizzante, il punto di svolta dei rapporti tra il mio Dio e l’uomo e arrivano questi che dicono “no, ma in fondo non è veramente un simbolo religioso, è solo un simbolo della nostra identità”. Tipo la maglia della nazionale.
Mi stanno più simpatici, a questo punto, monumenti al bigottismo come Buttiglione che parlano di “sentenza ripugnante” perché almeno dimostrano che in un qualche modo distorto ci credono, sono coerenti con se stessi e con la loro visione integralista della religione.
Perché poi di quello, si tratta. Occupare simbolicamente (ma i simboli sono importanti, rimandano sempre a qualcosa) spazi che dovrebbero essere invece vuoti.
Ma non vuoti nel senso di una mancanza desolante in cui l’Uomo è abbandonato a se stesso e dalla quale non potranno che sorgere mostri, come vuole la retorica ratzingeriana (che, comunque, è perfettamente coerente con il ruolo di un papa – era la pop star polacca l’eccezione patinata, un papa deve assomigliare più a Eymerich che a Bono). Gandalf li definirebbe “bianchi”, perché il bianco è il colore che riunisce tutti gli altri, quello a partire dal quale ogni cosa è possibile. Sono spazi che devono restare bianchi perché sono pubblici, cioè di tutti. Cattolici, protestanti, islamici, ebrei, buddhisti, sikh, non importa. Le religioni sono uno dei metodi più efficaci che l’uomo ha a sua disposizione per odiare ferocemente il suo prossimo; mettere queste differenze in secondo piano quando si ha a che fare con la cosa pubblica dovrebbe essere una basilare regola di buon senso.

Comunque. Oggi ci prendiamo la soddisfazione di sghignazzare un pochino davanti ai cattivi colti con le mani nella marmellata dalla mamma che farfugliano giustificazioni ridicole mentre i loro piccoli sgherri qua e là fanno a gara a chi strepita più forte.
Domani, sappiamo già come andrà i finire. Una puntata di Gad Lerner, un po’ di rumore, poi sempre meno e poi boh. Comunque vada il ricorso, nessuno toglierà nulla da nessun muro e continueremo tutti a fare finta di vivere ancora negli anni cinquanta. Mentre in realtà cambiamo ogni secondo.

Un esempio? Anche quest’anno il 31 ottobre si è portato dietro le polemiche su Halloween, con particolare enfasi sugli allarmi della Chiesa per la “satanicità” della festa. Ma da tempo il refrain è sempre lo stesso: “tradizioni importate, americanata, dove andremo a finire, sbroc sbroc”. Ora, io quando sento parlare di tradizioni metto mano alla pistola. Poi ho letto questo post. Leggetelo, ci vuole un attimo. Fatto?
Bene. Tra vent’anni, i bambini che oggi festeggiano Halloween saranno degli adulti per i quali questo modo di passare la sera del 31 ottobre sarà una tradizione della loro infanzia. E come tale la passeranno ai loro figli.
Come dice quella frase di Calvino? “Un classico è un testo che non ha mai finito di dire quello che ha da dire”.
Ecco, diamo la parola al signor Zimmerman di Duluth, Minnesota, che da quarantacinque continua a cantare dai giradischi, dai mangianastri, dai lettori cd, dagli iPod di mezzo mondo le stesse attualissime parole:

Come mothers and fathers
Throughout the land
And don’t criticize
What you can’t understand
Your sons and your daughters
Are beyond your command
Your old road is
Rapidly agin’.
Please get out of the new one
If you can’t lend your hand
For the times they are a-changin’

________
* Il cristianesimo ha dato al mondo dei capolavori dell’arte, ma oltre a queste vette di eccellenza ci sono anche orribili baratri di orrore cosmico.
** In Italia, curiosamente, si tende a far finta che i protestanti non esistano. Va bene, magari da noi sono pochi e sono, coerentemente, molto meno chiassosi dei cattolici, ma esistono. Ah già: poi mezza Europa è protestante.
*** Senza la CC, cioè un organo che si occupa di controllare che i principi della Costituzione vengano recepiti dalle leggi, la Costituzione sarebbe una lista dei desideri. Poi ovviamente la CC è composta di esseri umani e questi possono essere fallibili, ma il concetto stesso dell’istituzione è ammirevole.
**** “E io pago” dice il grillino in me. Scusatelo, ma ogni tanto scappa.

25 Ottobre 2009

Alla ricerca di Morla

http://maurobiani.splinder.com/

Da dove incominciare a incazzarsi per la vicenda di Marrazzo?
Forse dal principio: la sua candidatura alla presidenza della Regione Lazio. Marrazzo era un giornalista, un volto televisivo. Esperienza politica? Zero. Qualcosa all’università, va bene. Ma di fatto, Marrazzo era solo un volto e un nome noto (su cui forse si poteva giocare la retorica della “società civile”, dei “volti nuovi” in politica). Esattamente il genere di cose che comunemente definiamo “berlusconismo”, ma che forse non sono patrimonio solo di quella parte politica.
Poi c’è l’idiozia sua nel gestire gli eventi. Smentire quello che sai benissimo non può essere smentito è pura cretineria, probabilmente dettata dal panico, ma a quel punto è chiaro che non dovresti ricoprire un ruolo pubblico così importante, visto che

  1. ti sei andato a ficcare in una situazione che sai benissimo essere potenzialmente devastante per te e la tua parte politica;
  2. hai mentito, perché comunque all’esterno hai sempre proiettato un’immagine di innamorato e irreprensibile padre di famiglia (dal sito: “La famiglia è la sua vera grande passione. Ha tre figlie: Giulia , Diletta e la più piccolina, Chiara. Con loro e con Roberta, la donna della sua vita, passa tutto il tempo libero”);
  3. hai dimostrato di non saper gestire una situazione di crisi.

In una situazione del genere, le dimissioni sono il minimo, per motivi che spiega piuttosto bene Matteo Bordone:

Perché poi devi andare in televisione, incontrare gente, avere una credibilità che la vicenda ti ha tolto. Se la figura non è una figura di primo piano, passa il tempo e tutto si sistema; se sei il capo, quello che va davanti alle telecamere, allora ti tocca levarti di mezzo. […] Perché dipende tutto da chi sei e come ti sei sempre presentato. Da “Mi manda Rai Tre” a “Me manda o Presidente Lula” il passo è troppo lungo; fosse stato Sgarbi, non ci sarebbero stati problemi.

Il moralismo e il perbenismo c’entrano solo marginalmente, credo: il problema non è che cosa piaccia a fare a Marrazzo a letto. Il problema è che per un uomo politico frequentare ambienti al confine con l’illegalità (abbiamo già della cocaina? E sì che lì basterebbe niente per tirarsi fuori da ogni sospetto) è la morte. Perché ti espone a ogni forma di ricatto possibile e immaginabile. Come si è appunto visto.
E qui arriviamo a un altro punto: i quattro ricattatori sono carabinieri. Neanche di primissimo pelo, dall’età. Mele marce? Sì, certo. Però iniziano a essercene un po’ tante di mele marce, nell’Arma. Che non è necessariamente indice di oscure manovre, di golpe, di trame eversive. Ma sicuramente del fatto che lo Stato si sta sfaldando, proprio a partire da chi dovrebbe rappresentarlo. Poi, se vogliamo divertirci a tracciare linee di collegamento tra fatti, ci possiamo mettere che Marrazzo sarebbe già stato spiato durante la campagna elettorale del 2005. O che l’appartamento in cui è stato sorpreso Marrazzo stia nello stesso condominio dove c’era un appartamento di proprietà dei servizi segreti affittato alle BR (segnalato nella famosa seduta spiritica di Prodi come prigione di Aldo Moro).
artaxInsomma, siamo nella solita palude all’italiana, tra fatti politicamente o penalmente rilevanti, pettegolezzo pruriginoso, elementi di sociologia spicciola, dietrologia. Ci si capisce qualcosa? Poco. Ma, appunto, siamo nella solita palude all’italiana, mi stupirei del contrario.

Ah, già. Poi c’è l’elefante. Abbiamo fatto finta di non vederlo, ma c’è poco da fare. È lì.
Marrazzo e la Brendona vs. Berlusconi e Patrizia. La trans è di sinistra, la escort di destra. Oggi sul Giornale Marcello Veneziani vede nel caso Marrazzo la dissoluzione della FAMIGLIA, mentre il sito titola “A trans con l’auto blu in doppia fila“. Ora, se una gerarchia di gravità tra i due casi esiste, a me pare chiaro che il PresDelCons abbia ancora il primato sul suo collega del Lazio. Che, per dire, non risulta avere candidato la Brendona da nessuna parte, mentre la D’addario venne infilate nelle liste delle elezioni regionali. E che se va a mignotte ci va perché vuole, non perché gliele porta in casa qualcuno in cerca di favori. Per dire.
Ma sono discorsi accademici. La natura stessa di questi fatti dovrebbe risolversi allo stesso modo, con l’abbandono delle cariche pubbliche, perché se dimostri di essere ricattabile è chiaro che non puoi governare serenamente nulla.
Però con uno funziona perché ha dietro un elettorato che si incazza. Con l’altro no perché è un complotto, i poteri forti, gli alieni, gli Illuminati di Baviera, i rettiliani, le cavallette.

ps: l’altro giorno un noto presidente del consiglio di un noto paese mediterraneo a forma di stivale con tacco a stiletto (che già dovrebbe dirci qualcosa) non è potuto tornare dal suo viaggio in un noto paese dell’Europa dell’est perché nevicava tantissimo. O forse no.

15 Ottobre 2009

Poi sembra di essere gli stronzi

hhh

È giusto che Matteo Mezzadri, il giovane pddino modenese che ha dato da scrivere a tutti i quotidiani di destra del Regno per aver scritto sulla sua pagina Facebook

Ma santo cielo, possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?

si prenda il suo quarto d’ora di gloria sotto forma di elezione a simbolo dell’idiozia.
A 22 anni, da “nativo digitale”, dovresti renderti conto che una cosa del genere è più o meno come incidere il tuo nome sulla fiancata dell’auto della preside. Aggiungendo per sicurezza una fotocopia della carta d’identità.
Poi Mezzadri ha avuto la sfiga di capitare al momento sbagliato (è un paio di giorni che Fede ha iniziato a martellare con Facebook come ricettacolo di tutti i mali; se volete, potete vedere questo come l’inizio di un’offensiva contro la Rete, Luogo di Libertà Per Antonomasia) e quindi oggi è lui il “ciula del terrorismo” di turno (per dirla con Belpietro), però lui non è che la punta dell’iceberg.
Quante persone con un qualche ruolo all’interno dei partiti sono iscritte a gruppi quantomeno compromettenti, su Facebook?
Io, per dire, avevo tempo fa tra i contatti un tizio che era nella mia compagnia del mare, che ha dei ruoli nel Pdl della sua zona. Ed era fieramente iscritto a tutte quelle simpatiche smargiassate tipo “più rum meno rom” o “diamo fuoco ai rom”, esponeva sul profilo il suo “Quanto sei fascista? 100%”, e via discorrendo. E come lui, chissà quanti.

Io ho due conclusioni.
La prima è che quella che una volta si chiamava “l’identità virtuale” finirà sempre più per coincidere con quella reale. Il cyberspazio non è più una “dimensione parallela” come sembrava un tempo, ma una semplice estensione dello spazio sociale di ognuno. Ma a questo cambiamento non sembrano ancora corrispondere comportamenti adatti alla nuova situazione. E se hai una qualunque forma di ruolo pubblico, a questo dovresti stare molto, ma molto attento. Perché banalmente un paio di volte mi è passato per la mente di mandare un paio di schermate del profilo del mio ex conoscente a qualche giornale locale della sua zona per vedere l’effetto che fa.
La seconda l’avranno già intuita dal titolo quelli che ascoltavano i Bluvertigo. In Italia c’è un sacco di odio. È un sentimento umano e duraturo. Ci stiamo sul cazzo tra gruppi (e anche all’interno degli stessi gruppi) come gente troppo diversa costretta a condividere un appartamento troppo piccolo. L’odio che i giornali di destra rinfacciano a Mezzadri e, attraverso di lui, a chiunque non sostenga Berlusconi è lo stesso che c’è nei loro titoli, nei loro articoli. E viceversa. Io odio sinceramente Feltri e Belpietro. Non ho molta simpatia per altri giornalisti di sinistra, mi viene da ridere a vedere le prime pagine del Fatto, ma ci sono uscite di quei due che urlano vendetta all’Orso Ebreo. (sì, sto scrivendo che qualcuno dovrebbe abbattere Feltri e Belpietro a colpi di mazza da baseball. So sue me). Lo stesso per molti esponenti di spicco della Lega.
E so che la cosa, in fondo, è reciproca. E che loro provano odio per tantissima altra gente. Ci hanno fatto un partito, sull’odio, quelli della Lega.

Insomma, è giusto sbeffeggiare i cretini.
Ma teniamo anche presente che il problema ha, come dire, radici un pochetto più profonde e diffuse.

11 Ottobre 2009

Ecche Zena!

Volevo scrivere tutta una lunga sbobba sulle differenza tra l’approccio genovese e quello milanese alla questione Federico Barbarossa, ma mi veniva male.
Affido la parola alle chine di Enzo Marciante, con queste tre tavole tratte da Storia di Genova a fumetti, uno dei libri cardine della mia infanzia.

1

2

3

In effetti andò proprio così. In puro stile ligure, poche parole e gesti semplici, i genovesi conclusero in un paio di mesi le mura che restavano incomplete da qualche anno e il Barbarossa decise saggiamente che non fosse il caso di andarsi a scornare su una città non proprio semplice da assediare e la questione venne risolta per via diplomatica e commerciale.
Senza tutte quelle robe là da bauscia di battaglie campali, amichetti immaginari con la faccia di Raz Degan e spottoni leghisti.

(Grazie a Enrico per le scansioni)

10 Ottobre 2009

I libri di Settembre

Evidenziato, il più consigliato.

Racconti neri – Giorgio Scerbanenco (Garzanti)
Il titolo è leggermente fuorviante, perché in realtà la maggior parte di questi racconti sono storie d’amore. Dico leggermente perché la tipica durezza delle storie di Scerbanenco c’è tutta, espressa attraverso il ritratto di una società, quella del “boom”, e dei suoi lati più cupi. Scerbanenco guarda i suoi personaggi quasi con tenerezza, sa che sono incastrati in ingranaggi che finiranno prima o poi per stritolarli, sa che la felicità non potrà che essere passeggera, che il disastro è dietro l’angolo. Una lettura non scorrevolissima né sempre “piacevole”, ma una lunga serie di lezioni di scrittura breve.

Esbat – Lara Manni (Feltrinelli)
La genesi di Esbat è curiosa, perché nasce come fan-fiction di InuYasha, il manga fantasy-storico di Rumiko Takahashi (Lamù, Ranma, Maison Ikkoku) ed è stato prima pubblicato a puntate su internet e poi acquistato da Feltrinelli insieme ai suoi due seguiti. Nel passaggio da web a cartaceo i riferimenti espliciti alla saga originale sono stati mascherati, ma restano comunque intuibili. La storia, ambientata tra il Giappone, l’Italia e il mondo sovrannaturale di dei e demoni, racconta dell’interazione tra i personaggi del manga e la loro autrice; un argomento non proprio originale (e il King de “La metà oscura” è debitamente omaggiato nelle prime pagine) ma che viene portato avanti con una disinvolta fusione di elementi mitologici, celtici e giapponesi, tipicamente manga. Per il resto, è una bella storia fantasy con qualche virata sull’horror e con un fortissimo discorso sul desiderio, la passione e la loro capacità creativa e distruttiva. Tra le pecche, ci sono alcuni capitoli in cui i punti di vista cambiano al ritmo di uno al paragrafo e si fa piuttosto fatica a capire attraverso gli occhi di chi stiamo vedendo.

Harry Potter and the Chamber of Secrets – J.K. Rowling (Bloomsbury)
Meno brillante dell’esordio (di cui ricalca pedissequamente lo schema, con il mistero nascosto nella scuola, il professore nuovo strambo e tutto il resto, soffrendo però di un inizio lentissimo perché non c’è più l’effetto sorpresa dell’introduzione al mondo di Hogwarts), il secondo libro di Harry Potter ha però il pregio di iniziare a fare intuire che dietro ai personaggi ci sono un mondo e una storia molto più ampi.

Da cosa nasce cosa – Bruno Munari (Laterza)
È una carrellata di case studies sul tema del design, introdotta da un’utilissima sezione sul metodo con cui è consigliabile affrontare qualsiasi problema di progettazione. Munari non ha bisogno di introduzioni, è stato artista, designer, grafico, ideatore di straordinari libri per l’infanzia e mille altre cose insieme. Quello che colpisce è che i testi di questo libro, che brillano per l’apertura mentale, la reattività alle novità e la limpidezza, sono stati scritti da un uomo di 74 anni.

World War Z – Max Brooks (Duckworth)
Dopo la sua guida alla sopravvivenza in caso di epidemia zombi, Max Brooks punta in alto e ricostruisce la storia della grande guerra condotta all’inizio del XXI secolo dai vivi contro i morti viventi. Lo fa in forma di storia orale, con una lunghissima serie di interviste ai protagonisti, sparsi per i quattro angoli del globo, di quella guerra. Il lavoro è titanico, perché ognuno degli intervistati (e sono tanti) è reso solamente attraverso il dialogo; ma nonostante questo Brooks riesce a dare vita una galleria di personaggi credibili che raccontano cose che, nonostante tutto, risultano altrettanto credibili. Non è un libro horror (perché in fondo le storie con gli zombi, se fatte bene come questa, usano l’horror solo come pretesto) ma un grande esercizio di descrizione del nostro mondo, dei suoi rapporti di forza, delle differenze di mentalità.

9 Ottobre 2009

We’ll all go down in history

Sto preparando un’analisi articolata sulla bocciatura del lodo Alfano. Posso anticiparvi solo che contiene le parole “meu amigo Charlie Brown”.
Spinoza

* Lodo Alfano. Che fosse incostituzionale era facile capirlo, che la Consulta lo dichiarasse tale lo era meno. Per fortuna non è passata quella che è una concezione del rapporto tra diritto e potere degna dell’Antico Regime. Resta un dato storico: per due volte negli ultimi anni, Berlusconi e i suoi hanno cercato di apportare una modifica all’ordinamento giuridico che aveva l’unica finalità di salvare una e una sola persona dai suoi procedimenti penali. L’hanno fatto probabilmente sapendo che non avrebbe passato l’esame della Corte Costituzionale, ma che avrebbe comunque interrotto quei processi per qualche tempo, permettendo di prendere tempo verso la prescrizione. Io credo che questo dovrebbe portare molte rogne e malumori all’interno di una maggioranza e spingere a dimissioni chi governa. Ma, ancora una volta, viviamo in un sistema in cui tutte le convenzioni della democrazia parlamentare non si applicano all’interno del Pdl.

(Napolitano non doveva firmare? In una situazione ideale non avrebbe dovuto, cercando di spingere il legislatore a modificare gli aspetti incostituzionali – i.e. cassare la legge, a dire il vero. Ma se l’avesse fatto, se la sarebbe ritrovata davanti dopo una settimana identica. E avrebbe comunque dovuto approvarla. Quindi meglio firmarla subito e permettere alla Consulta di iniziare subito il suo lavoro)

* La sentenza d’appello per i manifestanti accusati di devastazione e saccheggio al G8 di Genova del 2001 ha confermato per dieci di loro sentenza di primo grado, aumentando le pene. Il gioco di confrontare le pene inflitte con quelle recenti per altri reati lo hanno già fatto in molti in queste ore e non starò a ripeterlo qui.
Mi interessa un’altra parte della sentenza, quella che tra assoluzioni e prescrizioni ha riguardato le altre quindici persone implicate nel processo, coinvolte negli scontri successivi alla carica del battaglione Tuscania in via Tolemaide, l’evento da cui è iniziato il pomeriggio di scontri che ha portato alla morte di Carlo Giuliani. I giudici hanno scritto che la carica dei Carabinieri al corteo è stata illegittima, come si ripete da anni nelle ricostruzioni dei fatti di quei giorni.
Faccio una breve ricostruzione della giornata (il punto di riferimento è l’ottimo lavoro di Davide Ferrario, Le strade di Genova): i “black bloc” iniziano la loro attività in mattinata, quando il corteo non è ancora partito dallo stadio Carlini. Gironzolano sostanzialmente indisturbati mentre svellono pali, si riforniscono di sanpietrini, sfondano la saracinesca di un supermercato e lo saccheggiano; polizia e carabinieri si limitano a seguirli a debita distanza, senza mai intervenire. Dato di fatto è che in quella mattinata (quando la distinzione tra manifestanti pacifici – che stanno dietro ai loro banchetti nelle piazze tematiche – e teppisti è piuttosto evidente) non viene effettuato nemmeno un arresto. Ripeto: nemmeno un arresto. La polizia lancia lacrimogeni quando i “black bloc” si avvicinano alle piazze tematiche, con risultati facilmente immaginabili, ma niente di più. In mezzo c’è anche la più ingloriosa ritirata della storia dell’Arma dei Carabinieri, di cui agevoliamo il filmato:

Comunque intanto il corteo si è mosso e arriva nei pressi di via Tolemaide accolto da auto bruciate e gente bardata di nero che tenta di infilarsi in mezzo. Va avanti lo stesso, fino a che non incrocia un battaglione di Carabinieri che dovrebbe essere diretto al carcere di Marassi. Il corteo è ancora sul percorso concordato con la questura, ma i carabinieri o non lo sanno o fingono di non saperlo.
Ci sono le registrazioni della Questura, in cui si sente l’operatore che dice

nooo!… Hanno caricato le tute bianche, porco giuda! Loro dovevano andare in piazza Giusti, non verso Tolemaide… Hanno caricato le tute bianche che dovevano arrivare a piazza Verdi

Tra l’altro le comunicazioni con il battaglione erano appena diventate impossibili, c’era stato un lancio di pietre da parte di qualcuno che si era staccato dal corteo e si era arrampicato sulla massicciata ferroviaria, insomma, un gran casino.
La carica spezza il corteo, ci sono blindati che inseguono la gente per strada, la situazione diventa rapidamente guerriglia e ferocissima rappresaglia (c’è gente che viene manganellata ancora ore dopo, ad almeno un paio di chilometri dal punto della carica).
Tutto questo per dire che?
Che la storia non si fa con i sé e che nessuno può dire che cosa sarebbe successo se i carabinieri avessero proseguito per la loro strada (o fossero passati dall’incrocio prima del corteo) e il corteo fosse arrivato al punto in cui si doveva, stando alle rivelazioni sugli accordi tra organizzatori e forze dell’ordine, “inscenare” un tentativo più o meno simbolico della violazione della zona rossa. Ma che c’è un dato certo: in questo piano di esistenza, gli scontri di quel pomeriggio sono l’effetto inevitabile, di un’illegittima aggressione da parte dei Carabinieri a un corteo autorizzato.
Di conseguenza, gli ordini impartiti da chi comandava quei carabinieri hanno portato a una situazione di assoluto caos, che ha messo a repentaglio le vite dei cittadini italiani e stranieri che facevano parte del corteo, dei residenti della zona e degli stessi uomini delle forze dell’ordine. Per NULLA. La conseguenza logica sarebbe la rimozione di chi quegli ordini li ha impartiti.
Se poi leggervi questa interessante inchiesta “dal basso” (forse la cosa migliore mai apparsa su Indymedia) su quale fosse la formazione dei vertici dei Carabinieri in piazza quel giorno, potreste avere materiale per tutte le vostre congetture peggiori. Per chi non avesse voglia di leggere, dico solo: Restore Hope, Somalia 1994, Checkpoint Pasta.
Come sappiamo, i processi alle forze dell’ordine per i crimini commessi durante quei giorni sono stati poco più che buffetti.
Se non altro, questa decisione del tribunale sembra almeno sancire una separazione tra quello che è successo prima e dopo la carica di via Tolemaide, oltre che consegnare “alla storia” l’illegittimità di quell’azione.
Ed è tutto quello che avremo.

3 Ottobre 2009

L’ho vista dormire

Volevo scrivere due righe sulla manifestazione per la libertà di stampa di oggi a Roma, poi ho trovato questo pezzo che dice più o meno quello che volevo dire.
Quindi ne approfitto per dare la parola a Hellzatumblr:

Oggi, in Piazza del Popolo c’è della gente per manifestare per la libertà di stampa. Quanti siano non è il problema. Così come non lo è, per una mera questione linguistica, la libertà di stampa.

Il punto è il diritto a una editoria pura che renda conto esclusivamente ai suoi utenti. Il punto è, dunque, il diritto all’informazione, alla informazione per tutti. Il problema non è solo la politica – che non deve metter mano sull’informazione, per il motivo di cui sopra, cioè il lettore/ascoltatore è colui di cui bisogna preoccuparsi – è anche l’ingerenza del potere economico e di gruppi che hanno anche altri interessi.

Finché non cambierà questo, non cambierà nulla e manifestare sarà stato completamente inutile.

P.S. inutile non vuol dire deleterio o da disprezzare

29 Settembre 2009

Diciamo un po’ il cazzo che ci pare

"Dio che sagoma, altro che quella mezza sega di Woody Allen"

Ieri sera ho visto qualche frammento della puntata di Lerner, tutta incentrata sulla conferenza stampa di Berlusconi alla Maddalena con Zapatero di qualche settimana fa e, quindi, sul rapporto tra il capo e le donne.
A un certo punto ho sentito dire il co-direttore del Giornale dire “io comunque non conosco nessuna donna a cui non piaccia essere corteggiata”, il che mi ha dato una chiara percezione del livello della discussione, e ho spento.
Ma tra gli ospiti c’era anche Michela Biancofiore, parlamentare del Pdl e true believer berlusconiana (è la tizia che trova divertentissima la battuta di Berlusconi sul fatto che il medio che gli mostra la gente per strada significa “sei il numero uno”, qui sopra). Un buon motivo in più per spegnere la tv.

Poi per fortuna c’è sempre chi si sacrifica per gli altri, guarda tutto e poi ti ragguaglia via email.

Copio e incollo:

non so se hai visto oggi il programma di Lerner. praticamente un’idiota onorevole di Forza Italia, Michela Biancofiore, ha detto che il candidato del SIPIDI (intendendo l’SPD tedesco che si pronuncia naturalmente in altro modo) avrebbe fatto allora peggio di Berlusconi perché durante la sua campagna elettorale ha mandato uno spot dove si infila una ragazza pettoruta germana nel letto. La pettoruta in questione si chiama Steini Girl ed è una cantante sfigata pop che ha usato immagini di Steinmeier per fare questo video semi-ironico, che ha creato naturalmente un po’ di imbarazzo al candidato dell’SPD quando l’ha visto. Oltre al fatto che la Biancofiore ha stravolto la realtà, la cosa più sconvolgente è che nessuno dei giornalisti presenti, Lerner in primis, ha messo in dubbio le sue affermazioni, chiedendo per lo meno di citare le fonti da cui aveva saputo la notizia…

Ecco.
Ora vado in un angolo a piangere.
(no, sul serio, ci vuole in ogni trasmissione del genere un gruppetto di tre-quattro persone che in redazione facciano fact-checking in tempo reale e poi smerdino al volo chi ha detto palle. Tipo la moviola in campo)