Archivi del mese: agosto 2010

Portogallo (1 di 6)

Quattro anni dopo la prima volta, sono tornato in Portogallo. Dieci giorni, tre città, qualche paesino, 1050 fotografie, una quindicina di pasteis de nata, neanche un arroz de pato (dannazione). Ecco una specie di proiezione di diapositive dopo le ferie.

Il Gorilla in azione a Lisbona

Viaggiare tech: sono partito per il Portogallo con una compatta digitale (una Casio Exilim da 6 MP) e 3 giga di schede di memoria, un Kindle 2 e il fido iPhone. La prima ha dato grandi soddisfazioni insieme al Gorillapod, il meraviglioso treppiedi prensile che si attacca alle cose, nella sua versione leggera per macchine compatte e telefonini. Il Kindle non l’ho usato quanto avrei potuto perché sono partito con un Urania da finire; però ha fatto il suo, permettendomi di leggere un librone (come dimensioni e come qualità) come Makers di Cory Doctorow non solo gratis ma anche senza pesare praticamente nulla. Ha anche passato la prova-spiaggia, in faccia all’Oceano Atlantico (proprio come nello spot!). E poi quanto è comodo poter cercare le parole sul vocabolario con due colpetti di dito? Per non dire di tutte le citazioni che mi sono segnato e che sono lì pronte a essere trasferite sul computer. L’iPhone si è rivelato comodo non solo per leggere la posta e scrivere due scemate su internet da dove ho trovato connessioni wi-fi libere (a Porto e nell’albergo di Coimbra, per la precisione) ma anche e soprattutto per fare foto al volo, specie grazie a Quadcamera, con cui mi sono divertito a fotografare le portate dei pranzi e delle cene. Credo che l’iPhone sia un po’ la nuova Polaroid, in questo senso.

Una cena per due (quelli che spuntano dal riso sono cucchiai, non cucchiaini come può sembrare)

Lisbona è sempre una città meravigliosa. C’è qualcosa, nella sua luce, di unico. E nella garbata decadenza dei suoi palazzi, nei vicoli dell’Alfama che sembrano un po’ quelli di Genova e nei vicoli del Bairro Alto che sembrano un po’ quelli di Genova il venerdì sera. Adoro lo spiazzo immenso, assurdo, di Placa do Comerçio, che si apre come un palcoscenico sul fiume. Su una delle due colonne che stanno in riva al fiume, attraversata la strada e scesi i gradini, c’è un’iscrizione che ricorda qualcosa fatto da Salazar. È molto nascosta, ma nei giorni che ho passato in Portogallo è stata l’unica volta che mi sono trovato davanti a qualcosa che ricordava che fino a trentacinque anni fa in Portogallo c’era una dittatura (una dittatura particolarmente stupida e banale, tra l’altro, e per questo ancora più terribile).

Lì in fondo, appena prima della mota, si legge "SALAZAR"

Lo sferragliante percorso del tram 28 è un’esperienza che merita. Godersi la salita fino allo spiazzo della porta del Sole affacciati al finestrino, facendo le boccacce a quelli che fotografano il passaggio di uno dei simboli di Lisbona, immortalato in milioni di fotografie, è divertente. E poi guardare giù da lì, mentre il tram si arrampica ancora più in alto, facendo il pelo ai muri, alle macchine, alle persone. A volte incroci quello che va dall’altra parte e gli obiettivi che escono dai finestrini aperti sembrano cannoni, i tram due navi nemiche pronte a ridursi a pezzi l’una con l’altra.
E se hai fortuna e prendi il momento giusto, ti può anche capitare di fotografare il personaggio di una canzone di Guccini.

La bambina portoghese

Ci sono anche quelli che lo prendono al volo e a scrocco, attaccandosi al predellino dietro. Fanno i portoghesi. Anche se in realtà i poveri portoghesi non c’entrano nulla, in questa espressione che, non a caso, usiamo solo noi italiani.

Eccolo lì, il tram! La signora con la maglia verde non fa la portoghese e paga il dovuto all'autista.

A proposito di italiani, Lisbona ne è PIENA. Ovunque, non si sente che parlare in italiano. A volte con effetti esilaranti. Tipo che a un certo punto siamo in coda alla pasticceria di Belem, quella che ha la ricetta originale dei pasteis de nata. Dietro di noi, siamo ancora fuori, un signore guida la sua famiglia. Si mettono in coda e la moglie gli fa: “ma che cosa c’è qui?”. Lui guarda la vetrina, dove ci sono i pasteis de nata. Che sono dei piccoli canestrini di pasta sfoglia ripieni di crema. Detta così sembra niente, ma sono la cosa più buona del mondo. Comunque. Lui guarda e dice: “ah! Ho capito. Qui fanno quei dolci che abbiamo mangiato ieri. Quelli con la pasta di mandorle. Certo, qui li faranno in tante varietà, ma noi prendiamo quelli classici, che sono i più buoni”.

La perfezione (featuring una mia pelosa gamba)

Belem è un quartiere di Lisbona in cui si trovano due dei monumenti più importanti dell’Epoca delle Scoperte: il Monastero e la Torre. Per il Monastero c’era tantissima coda quindi abbiamo ripiegato sul museo di arte contemporanea, gratuito e per niente affollato. Tra le altre cose c’era un’installazione che metteva a disposizione del pubblico una chitarra, una batteria e una tastiera, da suonare liberamente. Purtroppo non ho trovato nessuno che si unisse (e mi vergognavo come un ladro), così ho suonato tipo venti secondi cercando di capire se il suono faceva qualcosa alle robe appese e poi ho messo giù la chitarra.

"alzami un po' la terza spia a destra dall'alto..."

La torre di Belem, che proteggeva l’ingresso al porto, mi fa sempre venire in mente il secondo disco degli Angra, Holy Land. Gli Angra sono/erano (ne ho un po’ perso le tracce) un gruppo di power/speed/prog metal brasiliano e Holy Land è un disco incentrato intorno alla scoperta del Brasile nel XVI secolo, con parecchi inserti di musica brasiliana e molti momenti non strettamente metal. E ha qualcosa della leggerezza, dell’armonia e della luminosità dello stile architettonico manuelino di cui la torre (insieme con il monastero di Belem) è uno degli esempi più compiuti. E inoltre la torre e il monastero sono stati costruiti per celebrare la scoperta di nuove rotte e nuove terre, grazie alle ricchezze che questi eventi hanno generato. Quindi in un certo senso, tutto torna. Almeno per me.

(Carolina IV è la canzone che riassume in sé buona parte dei suoni e delle atmosfere del disco, a partire da quella specie di samba iniziale. C’è però anche un sacco di doppia cassa gratuita)

La torre. Dettagli.

Saliti e scesi dalla torre (cosa non semplice, c’è un’unica strettissima scala a chiocciola da cui salire e scendere, si passa un sacco di tempo in coda per salire e si deve scendere usando la parte interna dei gradini, strettini) si tenta un altro assalto al monastero. Ma la coda è sempre imponente. Allora decidiamo che va bene anche solo vedere la chiesa con la tomba di Vasco di Gama prima di dedicarsi ai pasteis de nata. Di cui si è detto più sopra.
Il tempo di fermarsi sulla via del ritorno sotto al finto Golden Gate, poi è ora di una ginjinha sotto alla pensione. La ginjinha è un liquore alla ciliegia, dolcissimo, di cui un piccolo bar dietro al Rossio detiene la ricetta originale e lo serve da una bottiglia che viene riempita attingendo da un enorme vascone di marmo. Il posto è caratteristico, anche se l’odore c’è dentro è un po’ quello di uno che ha vomitato dopo aver bevuto troppa sangria. Resta aperto dalle 9 alle 22 e c’è sempre un sacco di coda.

A Ginjinha.

(Continua: 2, 3)

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Il segreto dei camerieri portoghesi

Nel 1568, l’appena 14enne re del Portogallo Sebastiano I ebbe un’idea stupida di quelle che si possono avere solo a 14 anni. Anche io a 14 anni avevo idee stupide, che a volte cercavo anche di mettere in pratica. Solo che io al massimo mettevo i raudi nelle lattine, a lui venne in mente di invadere il Marocco per convertirlo al cristianesimo.
Dieci anni dopo il Sebastiano era ancora lì a pensare alla sua grande idea. Alle spalle aveva un regno che si era arricchito a dismisura grazie alle scoperte dei navigatori che si erano spinti là dove nessun uomo era mai giunto prima (e che in cambio hanno ottenuto un brutto e inutilmente grosso monumento a Belem), un impero transoceanico che andava d’amore e d’accordo con tutti gli altri pezzi grossi dell’epoca. Insomma. Poteva starsene lì a mangiare pasteis de nata tutto il giorno e pure tutta la notte e invece no, stava lì a grattarsi l’asburgico mento, immagino con i gesuiti dietro che lo spingevano a prendere il mare e dare il fatto loro ai mori sodomiti, con quelle carni eburnee arse dal sole sotto cui guizzano muscoli come pesci vivi che saltano fuori dal Tago e… A quel punto Sebastiano si voltava con un asburgico sopracciglio inarcato e il gesuita, in visibile imbarazzo, bofonchiava qualcosa su certe preghiere che era ora di andare a recitare e si chiudeva nella sua cella.
Comunque alla fine il dado è tratto. Il Marocco sta sulla rotta per l’India ed è ostile, in più c’è una guerra dinastica in corso, basta aiutare il pretendente più debole e poi è un attimo imparonirsi del regno, prenotando per tempo il traghetto non fa pagare i cannoni, via che si va.
Io mi immagino questa sfilza di nobili iberici, numerosi e presuntuosi e imbevuti di epica cavalleresca e cortese come solo un nobile iberico di fine Cinquecento poteva essere, tutti lì all’imbarco a sfoggiare sontuose armature, broccati, velluti e ori, sfilze di attendenti, che scherzano sui mori che decapiteranno, sugli harem nei quali imporranno la loro virilità a interminabili sequenze di donne velate, sui palazzi dove andranno a risiedere una volta ripuliti dal puzzo di moro. E dietro di loro una soldataglia che bestemmia tra i denti stretti, avendo già un vago sentore di come andrà a finire.
E infatti.
Sebastiano si porta dietro più o meno tutta la nobiltà del regno. Arriva a Cadiz, ma gli spagnoli gli dicono che, hola!, hanno la paella sul fuoco e che quei soldati che avevano promesso sono tutti necessari per controllare che non si bruci. Divertitevi e mandate una cartolina, eh. (e poi chiusa la porta ridono tantissimo).
I portoghesi arrivano in Marocco, si uniscono con i seimila uomini del tizio che sono andati ad aiutare, poi arrivano nell’entroterra e scoprono che l’altro contendente ha raccolto un esercito enorme di musulmani incazzatissimi con gli infedeli invasori. Tipo 25.000 volontari marocchini. Più 15.000 giannizzeri, che fanno più paura che il diavolo. E cannoni grossi come navi, che al primo colpo della battaglia si portano via il comandante del centro dello schieramento portoghese (un personaggio interessantissimo, un inglese che era arrivato in Portogallo con 2.000 mercenari italiani con cui in realtà avrebbe voluto andare a invadere l’Irlanda).
Avete presente che fa un esercito di mercenari e figli di papà quando le cose vanno male? Esatto.

Il corpo di Sebastiano I, puf, scompare. Non si trova più. Riuscite a immaginare la ferocia di una battaglia in cui il re avversario, preziosissima e utilissima pedina per qualsiasi scambio, viene fatto a pezzi come un fantaccino qualsiasi? Alla fine dei resti identificati come i suoi vengono riportati in patria. Ma chissà chi c’è davvero in quella tomba del monastero di Belem. Ovviamente, come sempre succede, la leggenda del re che in realtà è sopravvissuto e prima o poi tornerà nel momento del bisogno non tarda ad attecchire. E sopravvive fino alle rivolte nel Sertao alla fine del XIX secolo.
L’intera nobiltà portoghese è spazzata via, tra i morti e i prigionieri. A Sebastiano succede lo zio, un cardinale, che in pratica è costretto a spendere gli ultimi dobloni dei forzieri reali per pagare il ritorno in patria dei nobili sopravvissuti. Segue guerra dinastica, con tanto di impostori che sostengono di essere Sebastiano, il più convincente dei quali pare essere stato un italiano. Tanto per cambiare.
Poi gli spagnoli, quando due anni dopo hanno finito di ridere, invadono il Portogallo e tanti saluti.

Tutto questo per dire che quando sembra che un cameriere portoghese non vi stia cagando di proposito, in realtà è solo che gli è venuto un attimo di tristezza pensando a questa triste storia e preferirebbero restare lì da soli, invece che portarvi un’altra bottiglia di vinho verde.

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(pausa)

Parto.
Vado a scoprire se è comodo portarsi dietro un Kindle in viaggio (ma credo di poter già dire di sì).
Ci sentiamo a fine mese.

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Duci che non lo erano

(All’ingresso in Aula del Presidente del Consiglio Berlusconi prolungati applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania – Dai banchi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania si grida: Silvio! Silvio! - Dai banchi dei deputati del gruppo Italia dei Valori si grida: Duce! Duce! - Dai banchi dei deputati del gruppo della Lega Nord Padania si grida: Bossi! Bossi!).

Non è divertente che a gridare “duce duce” all’ingresso di Berlusconi in parlamento durante la discussione sulla fiducia a Caliendo siano stati parlamentari dell’opposizione (cfr. l’Unità), verosimilmente dell’IdV, come indicato nel resoconto ufficiale della Camera?
Sono due giorni che, giustamente, la notizia del coro che accompagnato i vari “Silvio” rimbalza tra blog e siti con commenti comprensibilmente incazzati. Perché, insomma, il fatto è plausibile: giusto un paio di mesi fa Berlusconi si è paragonato a Mussolini (al Mussolini dei diari bufala di Dell’Utri, che verranno pubblicati da Rizzoli), ci ricordiamo tutti la faccenda della gente mandata in vacanza al confino, ecc. Che il PresDelCons possa attirare nostalgici è per certi versi credibile.
Nella bolgia da stadio del Parlamento, che hanno fatto quelli dell’IdV? Hanno fatto i simpatici. Hanno scherzato l’esultanza degli avversari replicandola e iperbolizzandola. Con il risultato, eccellente, di polarizzare ulteriormente il proprio elettorato, reale o potenziale: “hai visto? Gli hanno gridato Duce! Dannati fascisti! È un fascista!”. Non so se questo effetto fosse voluto. Io credo di no. Semplicemente era uno sfottò tra curve opposte, schieramenti che in fondo condividono una cultura di antipolitica, populisti entrambi, anche se in modo diverso. Poi chiaro che, per parafrasare Montanelli, non vado a letto preoccupato per cosa farà Di Pietro ma per cosa farà Berlusconi. Però, ecco, nel casino quelli dell’IdV c’erano ed erano pronti a replicare.
Lo trovo significativo, in qualche modo.
(Il Pd risulta, al solito, non pervenuto)

Comunque, ‘sta storia del “Duce duce” passerà in cavalleria, esattamente come Berlusconi che dà della “zoccola” alla Meloni, Carlo Giuliani che era attaccato alla jeep dei carabinieri, Billy Corgan che era il fratellino di Vicky, gli ebrei avvisati di non andare al WTC l’undici settembre 2001 e tante altre piccole grandi bufale che, un passo dopo l’altro, diventano “verità”. Poi non lamentiamoci di Giacobbo, delle biowashball, dei braccialetti con l’ologramma e dei rettiliani.
(non è questione di difendere Berlusconi: è questione di fare informazione e non propaganda. Non ho bisogno di un coro “duce duce” per dire che lui ha una concezione anti-democratica dello Stato – che è dire di matrice puramente aziendalistica – e che ha portato in parlamento un’orda di cialtroni urlanti)

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I libri di luglio

Un’edizione dei libri del mese all’insegna, curiosamente di Sergio “Alan D.” Altieri: non solo c’è un suo libro recensito, non solo c’è l’ultima uscita della collana Epix da lui diretta ma è citato anche nei ringraziamenti del “libro del mese”, quello evidenziato.

Napoli nera. Cane rabbioso – Angelo Petrella (Meridiano Zero)
Petrella, con il suo romanzo “La città perfetta” (Garzanti) si è dimostrato uno dei più convincenti emuli italiani di Ellroy, sia per lo stile febbrile e frammento sia per la tensione e il vigore nel trattare di intrecci tra criminalità e potere, con una Napoli convincentissima a fare da sfondo. Tratti che si ritrovano, in nuce, in questo libro, che raccoglie due racconti lunghi precedenti al romanzo. Forse qui ogni tanto la mano è calcata un po’ troppo e alcuni personaggi ne escono troppo carichi, però è un bel leggere.

Killzone – Alan D. Altieri (TEA)
Russell Kane, il cecchino delle forze speciali inglesi, è forse il personaggio migliore uscito dalla penna di Altieri, titolare di tre romanzi pubblicati nella collana “Segretissimo” di Mondadori e poi ristampati da TEA. Che, in attesa del quarto episodio della serie, raccoglie in volume racconti di Kane apparsi qua e là nel corso degli anni, con l’aggiunta di un paio di inediti. È Altieri e, come si dice, prendere o lasciare: c’è uno stile unico, fatto di una lingua strana, scomoda e poco elegante, che a volte suona come la traduzione cattiva di un film d’azione del venerdì sera su Italia 1, ma che funziona dannatamente bene per raccontare il mondo di vento, fiamme e metallo, popolato da esseri umani spinti dal desiderio di sesso, droga, soldi, che Altieri mette in scena. Come si dice, for fans only.

Fighter – Craig Davidson (Giallo Mondadori)
A Davidson piace parecchio Chuck Palahniuk. Per certi versi questo romanzo è una variazione sul tema di “Fight Club”, per altri la versione estrema e decadente della tipica storia di boxe. E anche se forse la “caduta” del rampollo di una famiglia benestante verso i combattimenti clandestini non è originalissima, la resa è poderosa e il risultato finale è un romanzo che si legge con gran gusto. A parte l’edizione del Giallo Mondadori, è pubblicato da BD Edizioni (e su ibs è nei remainder al 50% di sconto).

Storia dell’assedio di Lisbona – José Saramago (Einaudi)
La descrizione in quarta di copertina è un po’ ingannevole, perché lascia intendere una storia più surreale di quello che in realtà questo romanzo è. Ma lo stesso, la vicenda di un correttore di bozze che, dopo avere deliberatamente falsato un saggio sull’assedio di Lisbona aggiungendo un “non” all’affermazione che i crociati diretti in Palestina aiutarono i lusitani a espugnare la Lisbona musulmana, si mette a scrivere davvero un romanzo in cui questo accade, è una bella storia sul raccontare storie e sul potere che questo ha sul mondo. Oltre a essere uno straordinario viaggio in una città bellissima. E anche una storia d’amore. Lo stile di Saramago, di cui non avevo mai letto nulla, è piacevole e discorsivo, anche se forse abusa del riferimento diretto al lettore, di tanto in tanto.

È nata una star? – Nick Hornby (Guanda)
Le magie del marketing, per cui un racconto – uscito mi pare per una collana inglese di libriccini semplici pensati per chi non ha grande padronanza della lingua – viene vestito da romanzo breve e mandato in libreria così, sono sempre affascinanti da osservare. Comunque, è una piacevole e scorrevole (e non poteva essere altrimenti, date le premesse) storiella su una madre che scopre che il figlio sta intraprendendo una carriera nel porno. Vista l’esiguità del racconto, a dire di più si finisce per dire troppo. Basta quindi sapere che il tutto è divertente, a cuor leggero, con una punta di commozione e una morale eccellente. Prendetevi un quarto d’ora e leggetelo a scrocco in libreria. È eticamente corretto,

I Mille – Giuseppe Bandi (KINDLE)
Toscano, Bandi è stato uno dei volontari della spedizione dei Mille. Queste sono le sue memorie di quell’impresa, pubblicate, postume, a quarant’anni di distanza dagli eventi. Libro amatissimo da Bianciardi, che ne ha curato le note nell’edizione di Stampa Alternativa da me scaricata, è un resoconto preciso e partecipato di quelle vicende, dopo la lettura del quale non può non restare impressa la figura di Nino Bixio, che ne esce fuori come una specie di psicopatico soggetto a frequenti scatti d’ira, anche verso i suoi stessi uomini (ma curiosamente non si dice nulla di Bronte). Comunque, al netto della prosa ampollosa, un buona lettura.

Acqua in bocca – Andrea Camilleri & Carlo Lucarelli (Minimum Fax)
Magie del marketing, parte II. Secondo le mie modeste stime, con questo racconto la casa editrice romana ha sistemato i bilanci dell’anno. La collaborazione tra Grazia Nigro e Salvo Montalbano, a base di lettere scambiate con metodi inventivi (la parte migliore del tutto) si colloca in un mondo strano che, per capirci e a malincuore, definiremo “fumettistico”; il tema dei Servizi deviati – con cui entrambi gli autori si sono cimentati con risultati rispettabili – è ridotto a killer che lasciano la “firma” di fianco agli omicidi e il tutto si svolge in modo parecchio rocambolesco e sbrigativo. Tra le cose migliori una breve comparsata di Coliandro (quello grezzo, grezzo e ancora più grezzo delle storie originali di Lucarelli, molto più hard-core di quello della, pur divertente, serie tv) e, appunto, i metodi con cui i protagonisti si scambiano le lettere. Estivo e balneare, senza dubbio. Peccato che sia stato poco più che un passatempo per i due autori, le premesse per vedere qualcosa di più memorabile c’erano tutte.

Lupo nelle tenebre – Nicholas Pekearo (Urania Epix)
Con questo titolo, la collana Epix chiude dopo appena quindici uscite. Una morte annunciata per una collana che, come ammesso dallo stesso Giuseppe Lippi, è nata senza una vera progettualità: basta vedere come le prime uscite mettessero insieme saghe già iniziate altrove (quella roba di zombi di Wellington, Shannara – no, dico, SHANNARA), fantasy un tanto al chilo e un’antologia da grattata del fondo del barile di Evangelisti. In mezzo ci sono state delle iniziative interessanti (l’antologia curata da Arona, per esempio), ma mai niente di davvero imprescindibile. Ed è buffo che chiuda con un numero in cui si annuncia come sedicesima uscita un titolo che, forse, avrebbe potuto aprire la collana per dimostrare che si voleva fare sul serio, la riedizione di “Drago d’Acciaio” di Swanwick.
Comunque, l’onore di chiudere spetta, ed è abbastanza macabro pensarci, a un autore, agente di polizia, morto neanche trentenne durante una rapina. Chiude con un romanzo piacevole, che sta all’incrocio tra l’horror e il thriller, una specie di remake di Dexter in cui il protagonista è un licantropo invece di un “normale” serial killer. Niente di indimenticabile, ma piacevole. Fa un po’ sorridere trovare continue citazioni (Carpenter street, King street, i compagni di pattuglia in Vietnam Poe e Wells) e, soprattutto, il magico fenomeno della radio che ogni volte che viene accesa sta trasmettendo una canzone che piace al protagonista :-)
So long, Epix.

Le rondini di Montecassino – Helena Janeczek (Guanda)
La battaglia di Montecassino, uno degli eventi-simbolo della seconda guerra mondiale in Italia, diventa per Helena Janeczek il centro attorno al quale fa ruotare il suo nuovo libro, che torna sui temi di “Lezioni di tenebra”: la memorià, la labilità delle identità, il rapporto tra la storia passata e il presente. Sono storie che stanno a metà tra il romanzo e la ricostruzione storica, tra l’autobiografia e l’inchiesta, in cui si parla di americani, polacchi (e dell’incredibile odissea del battaglione polacco che combattè in Italia), neozelandesi, indiani. Alternandosi tra il passato e il presente, tra i ragazzi di allora in guerra e quelli di oggi, il libro mette insieme uno spaccato inedito di aspetti poco conosciuti della seconda guerra mondiale e allo stesso tempo racconta pezzettini dell’Italia di oggi. La presenza di stranieri di allora e quella contemporanea. La Janeczek riesca a fare tutto questo con un linguaggio e un approccio mai pedante, mai ampolloso o sforzatamente letterario, ma mantenendo un tono, per quanto ricercato e studiato, “medio”, nel quale le citazioni dalla cultura “pop” non suonano mai fuori luogo o come strizzate d’occhio: sono solo i logici riferimenti che i personaggi hanno. È un libro denso, nel quale c’è tantissimo, ma che scorre veloce e appassionante come un racconto a voce, rimbalzando tra campi di battaglia e cimiteri di guerra, tra la Siberia e via Paolo Sarpi. Gran libro.

Swords and Deviltry – Fritz Leiber (KINDLE)
Ecco qualcosa che mi sarebbe piaciuto leggere in Epix: le storie di Fafhrd e del Grey Mouser. Barbaro (ma con l’amore per la civiltà) il primo, scaltro spadaccino il secondo, i due ladri/mercenari inventati da Leiber sono una delle punte più alte della narrativa sword & sorcery, condita con abbondanti dosi di ironia e avventura picaresca. Non stiamo parlando di eroi senza macchia e senza paura che vanno da un capo all’altro di una mappa per salvare il mondo. Stiamo parlando di due cialtroni che, in un modo o nell’altro, rimangon coinvolti in avventure rocambolesche dalle quali cercando di uscire vivi e con qualche moneta d’oro in più nella borsa. Questo è il primo volume della raccolta ragionata di tutte le loro avventure e inizia, ahinoi, un po’ in sordina, presentando due prequel in cui si raccontano le “origini” dei due personaggi, prima del loro incontro, mostrato nel terzo racconto. Ed è proprio questo, “Ill met in Lankhmar” (vincitore sia del Nebula sia dell’Hugo), il piatto forte della raccolta, che fa capire come i due funzionino meglio in coppia che separati, completandosi a vicenda (come Asterix e Obelix, come Hap e Leonard).

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Lapidare il diavolo

Nei sessanta giorni in cui nel 2005 ho provato a fare il giornalista a Bologna, un giorno mi sono trovato in Comune attorno al sindaco, che allora era Cofferati (uh, ve lo ricordate Cofferati?), con tutti gli altri cronisti. Non ricordo di che si parlasse era una questione relativa a qualche screzio con l’opposizione in cui un assessore non era perfettamente allineato con il resto della giunta. Una cazzata, comunque.
A un certo punto, Cofferati, il Tex in mezzo alla mazzetta dei giornali, disse “adesso vi dico una cosa, ma a taccuini chiusi”. Come un sol uomo, chiusero tutti il quadernetto. Lo feci pure io. E poi Cofferati disse qualcosa che sminuiva la questione e non era carinissimo verso il suo assessore. Che ovviamente non avete letto da nessuna parte.

Qualche settimana dopo, mi avevano mandato a intervistare i giovani che incontravo nel corteo del 2 agosto, per sapere che cosa ne sapessero della strage, delle sentenze, delle condanne. Mentre scendevamo per via Indipendenza ho incontrato un sacco di gente in gamba, con le idee molto chiare su tutto quanto; anche qualcuno i cui genitori erano stati tra i soccorritori. E ho pensato “beh, facile; questi hanno diciassette anni e stanno qui alle dieci di mattina del 2 agosto. Chiaro che hanno deciso di avere un buon motivo. Chissà se chiedessi ai poliziotti, che risposte verrebbero fuori” (il primo pensiero lo scrissi sul giornale; il secondo no).
Comunque, alla fine siamo arrivati alla stazione. E ci sono stati i discorsi dal palco.
Quell’anno toccava a Tremonti. Tremonti, ve lo immaginate? Ha appena fatto in tempo ad avvicinarsi al microfono, poi c’è stato l’inferno: urla, fischi, ancora urla.
Io ero lì per lavorare. Non avrei dovuto fare nulla. Invece, ho diligentemente chiuso il mio quadernetto e ho fischiato pure io, poi ho smesso e ho ripreso a prendere appunti. Alla fine quando Tremonti (che a un certo punto si voltò verso Cofferati e gli disse “bella piazza”, durante la contestazione) ha ripreso a parlare, un’eternità dopo, non c’era quasi più nessuno.

Al 2 agosto ci sono andato di nuovo quando c’era Rotondi, come esponente del governo. Rotondi era chiaramente una scelta di ripiego, una via di mezzo tra l’andarci e il non andarci. Lui era tanto compreso nel suo ruolo che ai fischi rispose dicendo “vi ringrazio per i fischi, gli unici che considerano un ministro”. Poi, da buon democristiano, galleggiò con un discorso vaghissimo e, sì, anche condivisibile, che diceva più o meno “morte=brutto. BRUTTO!”

E invece quest’anno nessun ministro sarà sul palco del 2 agosto a Bologna.
Al di là della mostruosità dal punto di visto politico che questo rappresenta, sono convinto che la mancanza dei fischi mutilerà la manifestazione, il suo senso, il suo rituale.
Credo che si debba esserci stati almeno una volta per capire.
La manifestazione del 2 agosto è qualcosa di vagamente surreale.
C’è stata una strage. Ci sono state delle indagini, dei despistaggi e delle sentenze che hanno individuato gli autori materiali e poco altro. E su tutto gravano i paramenti del segreto di Stato. Quindi tu vai a questo corteo, silenzioso, con i gonfaloni e gli striscioni con scritto “chi è Stato?” che sfilano quasi uno di fianco all’altro.
E poi arrivi sul piazzale della stazione.
E c’è quel minuto di silenzio. Che è silenzio, sì. Ed è commosso. E imponente.
Ma se tendi appena appena l’orecchio, se chiudi gli occhi, ti rendi conto che non è un silenzio immobile. È un silenzio attraversato da una tensione fortissima. Che non si scioglie tutta nel grande applauso che segna la sua chiusura.
Secondo me, sono i fischi che permettono realmente di sfogare quella tensione, quella rabbia che anno dopo anno, silenzio dopo silenzio, promessa mancata di rimozione del segreto di Stato dopo promessa mancata, è sempre più forte.
È un momento antropologicamente necessario alla riuscita del rituale. È il momento in cui una comunità cerca di esorcizzare simbolicamente il Male che ha al suo interno attraverso la denigrazione di un simulacro.
Alla Mecca, i pellegrini lapidano ritualmente un’effige del diavolo.
Sul piazzale della stazione di Bologna, ogni anno, l’uomo che rappresenta lo Stato viene umiliato per ricordare allo Stato le sue colpe e le sue reticenze. Che poi si tratti di esponenti di governi in cui sta gente per cui il fascismo non era poi così male (per così dire) è solo un valore aggiunto – ma secondo me oggi come oggi un D’Alema non uscirebbe ugualmente bene, da quella piazza.
Non so che cosa succederà quest’anno. Sarò al lavoro e non riuscirò ad andarci.
Ma credo che ugualmente questa rabbia troverà uno sfogo. Forse verso il prefetto, visto che essendo Bologna commissariata non c’è neppure un sindaco con cui prendersela (come successe con Guazzaloca, contestato da manifestanti che gli voltarono le spalle). E ugualmente il ministro fascista della difesa e i suoi sghignazzanti sgherri parleranno di affronto, forse minacceranno di non farla nemmeno più fare, così, come boutade estiva. Non mi sorprenderei nemmeno troppo.
Del resto immagino che nemmeno al diavolo piaccia farsi prendere a sassate.

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