Archivi del giorno: 4 settembre 2010

Portogallo (2 di 6)

(La puntata precedente)

Questa puntata è dedicata alle
seconde serate estive
del martedì di Italia Uno
nei primi anni Novanta

Porto sembra un po’ una città da cui è scappata un sacco di gente. O, almeno, la parte di centro storico che abbiamo visto noi. Ma pensare che in Avenida Aliados, che è il tipico vialone “volevamo essere Parigi” che dovrebbe essere la zona di rappresentanza della città c’è un intero palazzo abbandonato fa abbastanza impressione. La decadenza di Porto è molto più evidente e meno romanticamente turistica di quella di Lisbona. La Santa Guida (il rapporto che si sviluppa in viaggio tra una coppia e la propria Lonely Planet è parecchio viscerale; poi il fatto che chiaramente pronunciassimo entrambi “Guida”, con la maiuscola, mi faceva venire Douglas Adams) avverte che a Porto la notte, ma anche il giorno, si aggirano parecchi “loschi figuri”. E in effetti la fauna umana di senzatetto e tossici non è molto rassicurante. Ma, in fondo, siamo abituati a Genova. Se gli autori della Lonely Planet del Portogallo vanno nei vicoli di Genova che fanno? Consigliano di viaggiare armati, poi?

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Un uomo chiamato WIN

Come premessa, è sempre bello vedere come internet sia un’incredibile strumento a disposizione delle aziende intraprendenti che vogliono incrementare i loro affari.

Prendete TicketOne, per esempio. Acquistando i biglietti dal sito, oggi non è più necessario aspettare la consegna via corriere o via posta. Si può invece stampare direttamente il biglietto con la propria stampante di casa, come con i biglietti del treno o dell’aereo. Anzi, non è una possibilità. È così e basta. E per il privilegio in questione si pagano due euro e qualcosa (ma il costo del biglietto, dice la FAQ, non aumenta; si paga il servizio). Così, se non hai a disposizione un punto vendita comodo, ti tocca il balzello sul culo di piombo. Tra l’altro TicketOne non garantisce l’accesso al concerto nel caso che la tua stampante non abbia la risoluzione necessaria a stampare il codice a barre del biglietto in maniera leggibile.

Comunque, il biglietto per il concerto degli Arcade Fire l’ho fatto così. E magicamente il costo finale dai 32 euro del biglietto nudo e crudo è salito a 41 e qualcosa. 4,80 di prevendita, 2,50 di balzello a TicketOne perché sì, altri due e qualcosa perché lo stampo da solo.

In realtà non è un concerto degli Arcade Fire. È la prima giornata di un mini-festival di due giorni. Gli altri gruppi sono i Fanfarlo (che non so chi siano e che non ho visto perché arrivavo dal lavoro e non ho fatto a tempo) e i Modest Mouse.

Quando scendo dall’autobus i topi modesti stanno suonando una delle uniche due canzoni loro che posso dire che mi piace, Dashboard (una canzone dedicata a Tumblr) (una volta dicevo agli utenti di MacOs; ma onestamente quant’è che non apro la dashboard?). Il volume è bassissimo. E, finita la canzone, non si sente nemmeno volare una mosca dal pubblico.
Quando entro, attraversata un po’ di Festa dell’Unità, capisco perché: dentro c’è pochissima gente. I Modest Mouse suonano a un volume ridicolmente basso e pochissimo del pubblico presente sembra essere presente per loro. Anche chi non è disperso per l’arena chiacchiera. La situazione deve essere abbastanza frustrante, da musicista. Forse è meglio il bottigliamento, che questa indifferenza. Persino Float On, che è la seconda canzone loro che mi piace e che è universalmente abbastanza conosciuta, viene accolta bene ma termina un po’ tra l’indifferenza generale. Surreale. Alla fine, chiudono con un pezzo un po’ più tirato degli altri, c’è un bel momento in cui il cantante canta attraverso i pick up della chitarra (l’ultima volta l’avevo visto fare in saletta prove che c’era ancora la lira) e per questo lo stimo molto.

Gli Arcade Fire, invece. Oh, gli Arcade Fire.
Hanno preso possesso del palco, in otto, e per un’ora e mezzo hanno macinato canzoni, una di fila all’altra, con un’energia straordinaria e le facce di chi si stava divertendo un mondo. Dopo tre dischi, possono contare su un mare di belle canzoni da cui pensare, ma sono contento che ne abbiano fatto così tante di Funeral (il primo, folgorante, amore non si scorda mai): Crown of love, Haiti, Tunnels, Power Out, Rebellion (Lies) e Wake Up (con cui hanno chiuso, tra il tripudio generale; passata di molto la mezzanotte, sull’autobus che tornava verso il centro di Bologna c’era ancora gente che intonava il coro iniziale). Dal secondo disco (che a me piace meno) solo Keep the car running (con tanto di ghironda sul palco), Intervention (che con il suo organo fa sempre la sua porca figura) e No Cars Go (che dal vivo è diventata qualcosa di davvero impressionante, come potenza e partecipazione del pubblico). Il disco nuovo è stato rappresentato da Ready to start e Month of May (l’impressionante doppietta di apertura; sulla seconda accenni di pogo qua e là), The suburbs (al cui ritornello dal vivo mancava qualcosa, è stata forse l’unica canzone che mi è sembrata più debole delle altre come resa), Modern Man, Suburban War (con il suo fantastico finalone epico), We used to wait (che più la ascolto più mi sembra una canzone perfetta; e la viscerale versione dal vivo di ieri sera mi conferma l’impressione) e Sprawl II.
Sul palco in otto, tra chitarre acustiche, elettriche, violini, fisarmoniche, percussioni, a volte due batterie contemporaneamente, gli Arcade Fire fanno un compattissimo e organizzato casino, una muraglia sonora imponente su cui si arrampicano le voci, quella più malinconica di Win (e sottolineo Win) Butler e quella più eterea di Régine Chassagne (che è un personaggino incantevole). Ed è uno spettacolo vedere come i primi a lasciarsi trasportare dalla loro musica siano proprio loro, nessuno escluso, nemmeno chi dovrebbe fare del gruppo soltanto per gli spettacoli del vivo. Sono, nel complesso, un inno al piacere di fare musica e andare in giro per suonarla davanti ad altre persone. Il tutto accompagnato da un palco pieno di luci, con uno schermo su cui passavano filmati e fotografie o riprese filtrate ed effettate di quello che stava succedendo sul palco. Un’attenzione alle immagini che fa il paio con il bellissimo “video” di We used to wait (che, nota geek, è fatto tutto utilizzando solo HTML 5).
Solo un’ora e mezza, perché alle 23 deve essere tutto finito, ma che razza di ora e mezza.
Ecco qua un assaggio (confesso di non essere ancora abituato a questa cosa che il mattino dopo su youtube trovi mille video del concerto che hai appena visto):

Comunque, c’era molta meno gente di quella che mi sarei aspettato. La seconda serata, che ha come headliner i Blink 182, invece pare che sia un successone di vendite. I Blink 182. Sold out. Entrando avevo visto le magliette sulle bancarelle e avevo pensato che si trattasse di fondi di magazzino tirati fuori così per provarci. E invece. (subito prima di loro suonano i Sum 41. Siamo già al revival dei primi (cazzo di) anni zero). What’s my age, again?

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