Archivi del mese: ottobre 2010

La stella mancata del Grifone

Anni fa, fresco di laurea, venni incaricato di scrivere i testi di una rivista promozionale da diffondere a Bologna che doveva, grosso modo, contenere degli articoli che fossero collegati agli inserzionisti. Il tutto naufragò miseramente, nel senso che io consegnai il mio lavoro ma poi la rivista non uscì mai e io non vidi un centesimo (esperienza utile, che mi ha insegnato che le strette di mano non valgono un cazzo). Tra le cose che feci c’era un’intervista a Solenghi (“Sa, io faccio parte di una generazione per la quale Renzo Tramaglino ha l’autoradio sotto il braccio” gli ho detto a un certo punto, prima di chiedergli garbatamente se il Trio copiasse o no i Monty Python). E un pezzo sul Bologna. Ora, che ho da raccontare io, cresciuto a Genova, sul Bologna F.C.? Le serate del giovedì nella saletta piccola del circolo Arci di via Rivareno che si concludevano con “Bologna Bologna, Bologna campione“?
Dopo svariati rimuginamenti, conclusi che non potevo che raccontare di quando, nel 1925, quei rossoblù lì vinsero il loro primo scudetto in maniera tutt’altro che limpida (nella quale probabilmente c’entrava il fatto che il Bologna fosse nelle simpatie dei gerarchi fascisti; o almeno così si racconta a Genova) contro i rossoblù veri e propri. Cioè il Genoa. Che sarebbe poi la squadra di cui dovrei essere tifoso (ma non sono molto praticante. Anzi).
Un tema che a Genova è ancora piuttosto sentito, tanto che negli anni novanta vennero avviate dalla società (per un paio di volte) le pratiche per ottenere quello scudetto e avere così l’agognata stella. Senza che ovviamente si arrivasse a nulla.
La storia è parecchio interessante, perché racconta di un mondo del calcio lontano nel tempo (quasi cent’anni fa) ma straordinariamente simile a quello attuale, con invasioni di campo, scontri tra tifoserie in stazione, partite in campo neutro, decisioni arbitrali discutibili e sudditanza psicologica.
Eccola qui sotto. Continua a leggere

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La valle degli orchi (cit.)

Per questo fa un po’ ridere vedere che, ora, giornali e tv annunciano scandalizzati i “pellegrinaggi dell’orrore ad Avetrana”. Quando sono stati loro a raccontarci la vicenda di “Sarah” come se fosse, già dal nome, una di famiglia.* Come se fosse una cosa importante, per cui preoccuparci e a cui appassionarci. Ne è venuto fuori, complice anche la disponibilità dei protagonisti a offrirsi al racconto mediatico, una specie di docudrama in tempo reale.
A cui, è questa forse la cosa più preoccupante, ha contribuito non solo l’informazione “bassa”, ma anche testate che reclamano una ben diversa credibilità. Al punto che il semplice e logico gesto del direttore della Stampa, che ha deciso di non pubblicare sul sito l’audio dell’interrogatorio di Michele Misseri, spicca come un atto coraggioso. Quando dovrebbe essere la norma, per un giornale che abbia un minimo di ambizioni di serietà.

Quella qui sotto è una rassegna dei titoli degli articoli del Corriere della Sera online realizzati dall’inviato Goffredo Buccini, che di Avetrana e delle famiglie Scazzi e Misseri è da un paio di settimane il massimo cantore.

Mi fa molto ridere quando compare quel “turisti della domenica”, perché mi ricorda un po’ una battuta di Altan (“Questo deprecabile razzismo da stadio sta rovinando l’immagine di milioni di razzisti perbene”). Se poi dai titoli passiamo agli articoli, prepariamoci a un salto in una prosa pacata e misurata.

L’orco era un tipo pio.

Questo è il fulminante attacco del pezzo “Lavoro nei campi e molestie alle donne. Vita e orrori dell’orco di Avetrana“. Esemplare il sommario: “Le voci del paese: abusi in casa”. Insomma, va bene che un giornalista non è tenuto a rivelare le sue fonti, ma fare un titolo sul Corriere della Sera avendo come fonti le “voci del paese” è cosa non da poco. Complimenti al titolista.
Poi Buccini è bravissimo, dopo frasi come

L’orco sgobbava come una bestia, certi orchi sono così, si capisce

a gettare il sasso e nascondere la mano, preparando il terreno per eventuali sviluppi futuri (che probabilmente erano nell’aria e che forse già giravano come rivelazioni fuori taccuino degli inquirenti):

Il problema è che forse nemmeno questo è vero, il mostro di Avetrana è buono come puntaspilli ormai, sempre che sia proprio il vero mostro, sempre che non abbia coperto qualcuno, sempre che non si sia sacrificato per la famiglia, vai a sapere («noi non siamo complici!», strillano le figlie previdenti, nelle telecamere prima che nei verbali).

L’articolo “Il gelo nella casa dell’orrore”, che racconta l’arresto di Sabrina Misseri inizia con un pezzo di pura fiction  (oppure Buccini vive nascosto in casa Misseri):

L’ultimo finale cala con le sigle dei tg sul divano arabescato, nel salotto buono costato una vita di fatica a Cosima e Miche’. «È peggio della sera che hanno arrestato papà!». Sabrina nei guai in caserma, Valentina gonfia di lacrime trattenute: «Ma lui non ci sta con la testa, e adesso rovina pure lei… Come diavolo fanno a credergli?». Perché sì, nell’ultimo finale è scritto che Michele ha ceduto, ha infine messo nei pasticci la figlia: forse non più orco, forse solo pover’uomo, domani chissà, forse capro espiatorio o papà disposto a tutto. Qui, dietro le serrande chiuse della villetta di via Deledda, comincia un’altra notte senza pace, un’altra notte insonne per questa famiglia spezzata in due, ormai per metà nelle mani della giustizia: per Cosima che dorme sì e no due ore verso l’alba e mangia come un uccellino, «manco mi ricordo l’ultima volta che ho fatto un sugo»; per Valentina che nasconde gli occhi stravolti dietro le lenti spesse da miope e s’aggrappa al marito Stefano, un buon ragazzone che fa il portinaio a Roma e la sorveglia discreto: «Meno male che è successo tutto oggi, così domani ripartiamo», gli sospira al mattino, senza ancora sapere cosa li aspetta.

E chiude, così:

Passano le ore, Cosima è una statua di pietra, «ma Sabrina quando torna?». Non torna, l’arrestano. Valentina scoppia in lacrime: «Voglio dormire in cella con lei… Almeno le porto l’mp3 per sentire la musica!». Cosima non perde un colpo, è di ghiaccio, comincia a preparare la borsa per la figlia, «servono cose di lana ormai». Da lontano, rimbalzano le parole di Sabrina: «Ha detto che non lo chiamerà più papà, nostro padre», svela Valentina. E sono parole che forse raccontano una passione capricciosa e delusa. Restano le foto, che dicono più delle parole. In corridoio ce n’è una dei tempi di Amburgo, «scattata vicino alla fabbrica dove facevamo gli operai», sussurra Cosima. Con lei e Miche’ ci sono anche le bambine, dev’essere un periodo di festa, Sabrina può avere un anno, ha le guance paffute, i calzettoni azzurri, il vestitino rosa, il papà la tiene in braccio come un ninnolo, stretta nelle mani forti. Forse, per capire quello che è successo, più che la pista dell’odio bisogna seguire quella dell’amore.

Ci immaginiamo l’inviato del CorSera attaccato con le ventose al soffitto che batte il pezzo sul suo iPhone (il touch screen non fa rumore) e lo invia in via Solferino, mentre intanto prende contatti con qualche agenzia letteraria per il reportage narrativo, che se si fa in fretta forse si riesce ancora a piazzare per il Natale.
Epocale, l’attacco del pezzo sui “turisti della domenica“:

Calano a ondate e molti sanno già tutto: sono più preparati che sul copione di «Un posto al sole».

Che detto da uno che ci ha raccontato il colore dei calzettoni e del vestitino di Sabrina nella foto appesa in corridoio fa un po’ tanto ridere. Però incassa senza un lamento il cazziatone del parroco:

non sembra per niente snob don Dario De Stefano, il parroco che ha officiato il funerale di Sarah, quando tuona: «Forse è lo stesso tipo di gente che poi manda minacce a Cosima e Valentina chiuse in casa o che infierisce sul gatto di Sabrina… non è gente di Avetrana, credo. Comunque la pressione è troppa ed è colpa anche di voi giornalisti, girano particolari morbosi».

Stiamo parlando dello stesso giornalista che il giorno prima scriveva:

Le due cugine tirano le cinque di mattina con quei ragazzi grandi, Sarah è una che si butta addosso, Sabrina la rimprovera, forse non più solo da sorella maggiore. Sarah un piccolo sole, lei troppo tonda per piacersi davvero.

Sabrina Misseri è un personaggio che intriga Buccini, che così ne parla in un altro articolo (dedicato alla promessa che lei aveva fatto, pare, alla cugina di andare a vivere insieme appena avesse compiuto 18 anni):

Sabrina era attaccata ad Avetrana come una cozza al suo scoglio [...]
Sabrina che sognava di fare l’estetista – e forse quel desiderio era una piccola metafora del suo inseguimento a una bellezza che non riusciva ad acciuffare per sé – aveva lavorato e poi litigato in una bottega del centro del paese. Sabrina che aveva infine messo un lettino e un paio di lampade a casa, in attesa di clienti e tempi migliori. Sabrina che non credeva però davvero nei tempi migliori «non posso farcela ad avere successo» e viveva con il naso appiccicato alla tv e soprattutto al Grande Fratello, senza tuttavia nemmeno il coraggio di immaginarsi protagonista della Casa, lei tra le maggiorate, i tatuati, tutti appesi alla sua gonna proprio come la piccola Sarah.

A un certo punto Buccini si lascia anche andare al fascino del crossover tra omicidi in famiglia (si sta parlando di Mimina Misseri):

Il telefono squilla sempre. Tra mille insulti anonimi da tutta Italia, giorni fa chiamò dal Piemonte il papà di Erika De Nardo per darle solidarietà: adesso che la procura la sta tirando dentro, adesso che tutti pensano a lei come alla marescialla di questa casa e di questo orrore, pure certe solidarietà sembrano tanto lontane.

Insomma, facciamola breve che altrimenti non finiamo più.

La casa dei 1000 corpi

Un articolo “di colore” alla volta (questi articoli ne accompagnano sempre uno, più asciutto, dedicato agli sviluppi dell’indagine), il Corriere della Sera ha sviluppato un grande feuiletton che a Eugéne Sue non sarebbe forse dispiaciuto. Un omicidio in un ambiente quasi da novella verista, con un uomo-ciuco che si alza all’alba per andare a lavorare nei campi e dorme su una sdraio perché lì lo hanno confinato le donne di casa. Una famiglia chiusa e morbosa, una comunità che il racconto squaderna ed esplora nelle sue dinamiche, come se l’inviato stesse appunto costruendo un romanzo. E già che ci siamo, guardate che razza di copertina ha assemblato Panorama.
Non deve affatto stupire che il pubblico, posto davanti a una narrazione che è strutturata come una fiction addirittura in quotidiani da cui ci si aspetterebbe tutto un altro tono, si precipiti in massa nella versione neoproletaria della gita ai luoghi manzoniani. Il garage dei Misseri vale un castello dell’Innominato, così come a suo tempo la villetta di Cogne (non è una faccenda di nord o sud, in questo lo spirito nazionale è forte e unitario).
Forse bisognerebbe richiedere ai giornalisti un nuovo paradigma, per la cronaca. Non tanto “i fatti separati dalle opinioni” ma i fatti separati dalla narrazione patetica.
E, tanto per precisare, il problema è endemico. Ho scelto il Corriere perché gli articoli di Buccini sono, nel loro genere, magistrali, ma su questa storia, sui rilanci, le rivelazioni, il morboso e tutto quanto ci stanno davvero marciando tutti.

* Io se fossi il direttore di un giornale toglierei una settimana di stipendio a qualunque giornalista sorpreso a scrivere, fosse anche in bozze, solo il nome di una vittima di omicidio. Le persone hanno nomi e cognomi. Usare solo il nome è uno strumento retorico che non dovrebbe appartenere alla cronaca.

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Portogallo (6 di 6)

A questo punto, dopo la parentesi sfortunata di Viseu, il programma prevede di tornare a Lisbona per gli ultimi scampoli di vacanza.
A Lisbona si alloggia nella stessa pensione della prima parte della vacanza. Allora, la stanza che ci avevano dato aveva una piccola stanzetta attaccata, con un letto (subito ribattezzata “la stanza della morta”), che avevamo deciso di usare come cabina armadio dove tenere gli zaini. Ma dopo che, rientrati la prima sera, avevamo trovato tutto quanto tolto dalla stanzetta, la cui porta era stata chiusa a chiave avevamo capito che forse non era previsto che la usassimo. Invece ora siamo in quella che sembra essere una specie di singola appena appena un po’ più grande e per terra c’è a malapena spazio per appoggiare gli zaini.
Ma poco male, ci dobbiamo stare solo due notti. E poi siamo davvero in centro (e in piano, cosa da non sottovalutare)

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E la chiamano Superba

Due settimane dopo l’alluvione causata dallo straripamento di due torrenti che l’ha colpita, Sestri Ponente è un posto vagamente irreale.
Le strade sono coperte da un patina di polvere color ocra. È una polvere sottile che si alza trasportata dagli sbuffi di vento, dai passi delle persone che affollano via Sestri, dalle auto, e riempie l’aria come pulviscolo. Ti sembra di respirarla tutta, la senti che ti ricopre la pelle, le scarpe e i vestiti.
Mi hanno detto che la settimana scorsa la situazione con questa polvere era molto peggiore. Non riesco a immaginare il fastidio che doveva dare, visto che dopo appena un’oretta mi sembrava di avere la sabbia nei polmoni.
Per il resto, tutto sembra essere tornato a un’assurda normalità color ocra.
A dare la misura della forza di un torrente moribondo, il Chiaravagna, che ha voluto prendersi il suo quarto d’ora di celebrità a suon di cazzotti, resta Piemmesport, il negozio protagonista di questo video.

Oggi Piemmesport (che, come recita una scritta con lo spray di fianco all’insegna, “resiste ancora”) cerca di vendere quel poco che gli è rimasto di vendibile sui banchetti fuori dal negozio.

Per il resto, però, il nuovo grande argomento di conversazione dei genovesi, ovunque, è l’altro avvenimento di portata nazionale che ha avuto la città come sfondo appena una settimana dopo l’inondazione: la non-partita della nazionale con la Serbia e, soprattutto, lui, Ivan.
Gli ultras serbi e il loro idiotissimo leader escono fuori più o meno in tutte le conversazioni. È interessante vedere come i più giovani (per esempio due abbonati minorenni della Samp che erano seduti di fianco a me in metropolitana) (sì, a Genova c’è una metropolitana. Brevissima ma c’è) guardino a quanto è accaduto martedì con un misto di riprovazione e fascino. Fascino dovuto al fatto che con quel taglio della rete che chiude la “gabbia” per i tifosi ospiti, Ivan avrebbe messo alla berlina l’inutilità del sistema della “sicurezza” negli stati, tessera del tifoso, tornelli e tutto quanto. “Dovremmo fare anche noi così” hanno concluso i miei compagni di viaggio prima di scendere “fare casino furibondo ogni domenica, e se ti squalificano il campo chissenefrega vai a farlo fuori, finché non capiscono”. San Leonardo proteggici tu.
Altrimenti, un’altra grande direttrice dei discorsi su Ivan e i suoi amici è quella delle differenze tra la situazione là da loro e qui da noi (tutti esperti di geopolitica del Balcani a Genova di questi tempi). L’impressione è comunque che se Ivan (che nel frattempo è nel carcere femminile di Pontedecimo perché a Marassi rischiava di venire linciato dai detenuti albanesi, come ho appreso sempre dai miei compagni di viaggio) restasse a Genova, tra Fossa dei Grifoni e Ultras Tito Cucchiaroni troverebbe un piatto di minestra calda ogni sera.

La grande domanda è ovviamente: e questa settimana, cosa succederà mai a Genova?
Le cavallette? Gli alieni?

(toh, questo è il centesimo post della seconda incarnazione di Buoni Presagi)

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Portogallo (5 di 6)

Coimbra, di cui ho iniziato a parlare nel post scorso, è attraversata da un fiume; su una sponda c’è la città con l’Università e il centro storico. Sull’altra sorgono tre monasteri, tra cui quello, abbandonato, di Santa Clara-a-Velha (cioè Santa Chiara Vecchia, per distinguerlo da quello più recente, costruito, come vedremo, più in alto).

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Fuori

Premessa: è da quando ho sentito “Tempi bui”, il loro secondo disco, che i Ministri sono uno dei miei gruppi preferiti.
Cosa rarissima per un gruppo italiano, riescono a far stare insieme dei suoni potenti con una certa dose di personalità, condendo il tutto con dei testi che dicono in modo non banale e intelligente cose che basta un aggettivo sbagliato e diventi i Punkreas. E Davide, il cantante, ha una voce potentissima a cui si perdona anche l’accento milanese.
Ora è uscito il terzo disco, “Fuori”. Con “ora” intendo “oggi”.
Da bravo fanz eccitato l’ho comprato subito. Da iTunes.
Il post che segue è un esperimento (che in realtà ha già fatto Simone Rossi un paio di altre volte con altri dischi e chissà quanti altri prima di lui, ma io lo faccio perché l’ho visto fare da lui). Visto che stiamo parlando di rock e il rock non dovrebbe essere quella cosa che cresce con gli ascolti ma quella roba che al primo accordo alzi la mano e fai le corna o fai “ehi”, insomma, visto che è questa cosa qui, quelli sono appunti di ascolto al primo ascolto (restano fuori dal gioco le due canzoni che erano già uscite, sfiga).
Pronti? Via!

1. Il sole (è importante che non ci sia)
Inizia con dei colpi di batteria triggerata per avere quel suono finto anni ’80. Il pezzo era già uscito, quindi non vale. Comunque linea di basso distorto, groove, aperture melodiche paraculissime, testo pienamente ministrico. La chitarrina che arpeggia nel ritornello è carinissima.

2. Gli alberi
È la seconda canzone già uscita, pienamente in linea con “Tempi bui”, anche se con una rabbia molto più trattenuta e una progressione armonica finale in cui fanno capolino delle cose simili agli archi.

3. Vestirsi male
Ok, qui si fa sul serio. Saltiamo nel vuoto. Citano Battiato (“passare la notte a fumare sigarette turche”). Sempre il freno a mano tirato, basso ringhiante, incedere lento. Altri archi nel ritornello. Sembra che la parola d’ordine sia “meno power chord più arpeggi”. Finisce pericolosamente in zona U2. Aiuto.

4. Noi fuori
Qui si muove la testa. Il riff sovrappone due o tre chitarre e la canzone viaggia picchiando abbastanza bene. Lo stacco con la batteria da sola compressissima e la voce che urla funziona.

5. Tutta roba nostra
Questa ha un sacco di synth. E sono di colpo i Muse che fanno i Depeche Mode. Fa strano sentire così il gruppo di “Bevo” e “Diritto al tetto”. Note di piano che cadono giù come gocce sullo sfondo, tappeto di suoni sintetici, loop filtrati, batteria elettronica. Mmm. Non mi convince molto.

6. Le città senza fiumi
Chitarra acustica, ritmo country, forse c’è un banjo sotto, ha un che di beatlesiano, nonostante il rullante anni ’80. Bello l’assolino di chitarra a botta e risposta.

7. Una questione politica
De André (versante Domenica delle salme) scorre potente nell’attacco della canzone, che poi prende vie più tipicamente ministriche. Anche se queste chitarre sono sempre un po’ indietro, che cazzo. Però cresce e cresce e cambia ritmo e picchia. C’è qualcosa dei Muse. Il pre-finale apocalittico mi piace un casino.

8. Due dita nel cuore
Pezzo abbastanza convenzionale. Niente da dire.

9. La petroliera
Di nuovo suoni elettronici anni ’80. Sembrano due o tre milioni di altri gruppi che fanno le stesse cose, con gli stessi suoni e tutto quanto.

10. Mangio la terra
Sono tornati i Ministri, toh. Pezzone, per suoni, testo, riff e ritmi.

11. Che cosa ti manca
Riff hard blues tipo zz top, pezzo che va avanti come un trattore, banjo qua e là. Ricorda un po’ i pezzi migliori del gruppo di Grohl, Homme e Jones.

12. Voglio vederti soffrire
C’è un pezzo con un arrangiamento un po’ Tim Burton, verso l’inizio. A dispetto del titolo, va avanti in modo molto sottile, piano, chitarre acustiche, ritmo sui timpani. A un certo punto parte un loop di synth filtrato. Temo il peggio. Resta solo quello. Poi sfuma, ritorna su il piano e un violino sotto. Mmm. Speravo fosse il preludio a un finale diverso. Niente. Si finisce così.

13. Un miracolo (Bonus track)
Poteva anche stare al posto di una della due tutte sintetiche. Non è niente di straordinario, ma ci sta, con il piatto in levare (toglietegli il filtro, cazzo).

E quindi?
Eh, e quindi non è un disco come era “Tempi bui”. Al primo ascolto sembra pieno di un po’ di cose che vanno digerite. I suoni, gli accordi, la voce, bene o male sono quelli. C’è un sacco di ambizione in più, voglia di provare a mettere suoni diversi nelle canzoni, forse troppa voglia di fare. E troppe canzoni.
Quindi, niente. Non è un disco rock. Nel caso, cresce con gli ascolti.
Uffa.

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I libri di settembre

Il resoconto dei libri letti a settembre. Evidenziato il migliore.

La congiura (…Uccidete Romano Prodi…) – Michele D’Arcangelo
Parlare di questo che è, senza ombra di dubbio, uno dei più grandi e ingiustamente sconosciuti romanzi italiani degli ultimi trentasei-trentasette anni è uno di quei compiti per i quali ci si sente sempre indegni. Ma come ci si può tirare indietro e non parlare di questo coraggiosissimo documento che ammanta appena appena di invenzione romanzesca una pagina della nostra storia recente che sarebbe rimasta altrimenti segreta? Insomma, D’Arcangelo squarcia la congiura del silenzio sull’attentato che la CIA, insieme ai servizi deviati e ad altre componenti reazionarie della società italiana, architettò ai danni di Romano Prodi ai tempi della guerra in Iraq. Il piano prevedeva la sua uccisione in un attentato di chiara matrice islamica (sparargli un razzo con un bazooka mentre entrava nella sede dell’Ulivo) per allontanare così la sinistra italiana da posizioni pacifiste e… boh, fare qualcosa di losco. Comunque. Una storia nerissima, fatta di malvagie macchinazioni che spezzano le vite di giovani, perspicaci e attenti servitori delle forze dell’ordine e delle persone a loro vicine, al centro della quale c’è uno spietato assassino al servizio di tutte le bandiere. Certo, forse a volte lo stile zoppica appena appena. Forse ogni tanto qualche passaggio trasuda ingenuità. E forse il fatto che l’assassino di cui sopra legga le poesie dell’autore, che è il suo poeta preferito insieme a Montale, è un po’ vanaglorioso. Ma perché fermarsi a questi difetti, quando siamo davanti a un libro che tutti dovrebbero leggere? Ovviamente, nonostante il coraggio dell’autore e dell’editore, Loro hanno trovato il modo di disinnescare questa vera e propria bomba a orologeria, che potete ormai trovare solo su qualche polveroso scaffale delle edicole delle stazioni o sulle bancarelle dell’usato. In attesa, come certi ordigni bellici che ancora oggi si trovano durante gli scavi, di essere fatta brillare.

Le intermittenze della morte – Jose Saramago (Einaudi)
E se un bel giorno la gente smettesse di morire, ma solo all’interno di uno stato, che cosa succederebbe? Il romanzo di Saramago parte da un what if di sapore fantastico e, nella prima parte, esplora in modo al tempo stesso logico e paradossale le conseguenze di questo spunto. In questa, che è la parte migliore del romanzo, i rapporti tra fede, politica, malavita, commercio, tutto, vengono messi in luce in modo lucido e divertente. La seconda parte, quasi un altro romanzo, incentrata tutta sulla figura della morte e delle sue vicissitudini è parecchio più stanca e non regge il confronto. Se ci si mette anche un periodare che prevede frasi lunghissime, quasi estenuanti, si finisce a concludere il libro un po’ per sfinimento e si perde il piacere della prima parte. Peccato.

Osama Van Halen – Michael Muhammad Knight (Soft Skull Press)
Ricapitolando: il primo romanzo di MMK, “The Taqwacores” ha avuto un impatto tale sui giovani musulmani americani da portare davvero alla nascita di una scena punk islamica come quella immaginata nel libro. Questo è una specie di seguito, visto che ricompaiono due dei personaggi, la riot gggrl con burqa Rabeya e lo skinhead sunnita Amazing Ayuub, che nel libro precedente incarnavano il lato più surreale e folle dell’incrocio tra islam e punk; ma anche lo stesso MMK è un po’ un personaggio e un po’ il narratore della vicenda, in un incrocio piuttosto stretto di autofiction e autobiografia. La narrazione procede per episodi, il più straordinario dei quali (al di là del rapimento di Matt Demon) è l’avventura di Ayuub nel deserto, tra zombi e jiin (i demoni della tradizione islamica) che hanno una loro scena country, degno del miglior Lansdale. Meno fulminante e più discontinuo di “The Tawqacores”, resta comunque un gran libro, che si legge di corsa, diverte e racconta altri aspetti della vita della nascente comunità taqwacore. E permette di dare uno sguardo da dentro a un lato inedito del mondo musulmano.

Accusare – Giacomo Papi (ISBN)
È un libro fotografico che raccoglie una grande quantità di foto segnaletiche in un modo o nell’altro storiche, dagli albori della pratica all’altroieri, cercando di contestualizzare la pratica, i personaggi, le situazioni. Sfilano così in rassegna criminali, personaggi famosi, perfetti sconosciuti, insieme alle loro storie. Un modo affascinante di guardare alla storia contemporanea e alle pratiche di catalogazione e controllo sociale, oltre che una galleria di volti e tipi umani interessantissima, con alcune punte di surrealismo estremo (la dominatrix di inizio novecento fotografata in posa con frusta e altri attrezzi, la travestita con abiti da uomo e nuda, per esempio)

Barbari – Alessandro Barbero (Laterza)
A scuola, molto rapidamente, si studia che l’impero romano è caduto sotto la spinta delle invasioni barbariche. Il che è in parte vero e in parte più complesso. Barbero, che è un eccellente narratore, cerca di ricostruire le dinamiche del rapporto tra l’impero e i “barbari” presentando un’ampia serie di casi, situazioni, personaggi, che aiutano a capire meglio come si siano svolte le cose e danno un’immagine molto moderna dell’impero romano e delle sue politiche. Ovviamente, nonostante la bravura di Barbero, il taglio è comunque ancora abbastanza specialistico e non è che la lettura in treno  sia la sua condizione di fruizione ideale…

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