Archivi del giorno: 20 novembre 2010

Cartoonia

Il Paese va a rotoli, ma non ho molto da aggiungere a quello già scritto in passato (sono 15 anni che il berlusconismo è lì lì per cadere, oggi no, domani neanche ma dopodomani sicuramente, contribuire alla letteratura sul tema mi sembra inutile; anche perché credo resti valido il mio post dei tempi di Noemi Letizia).
Piuttosto, l’iniziativa (che parrebbe essere legata alla settimana dei diritti dell’infanzia, per quel che vale) di cambiare la propria icona di Facebook con l’immagine di un cartone animato a cui si era particolarmente legati mi ha fatto tornare in mente tutta una serie di cartoni animati davanti ai quali passavo i miei lunghi pomeriggi da bambino di appartamento.
Una cosa curiosa è che quasi tutti hanno usato immagini di personaggi giapponesi, come a voler rimuovere che noi nati alla fine degli anni settanta siamo stati, molto più in sordina rispetto ai nostri fratelli maggiori (vabbeh, dei vostri fratelli maggiori) che sono ancora qui che si bullano che sono stati i primi a vedere i cartoni giapponesi, la prima generazione a venire sottoposta al massiccio bombardamento dei cartoni americani realizzati, in soldoni, per vendere delle linee di giocattoli. Non che i cartoni giapponesi non nascessero con lo stesso intento; però sicuramente era più facile trovare in Italia giochi prodotti dalla Hasbro che non prodotti dalla Bandai.
Comunque, sulla scia della rubrica “la memoria del pesce rosso” dei 400 calci, vediamo che cosa mi ricordo senza usare né Wikipedia né Youtube (se non per aggiungere immagini una volta scritto il post) di alcuni cartoni di una volta.

Il Tulipano Nero

"Mai avuto carie"

È il primo cartone animato di cui abbia memoria. E ne ero completamente affascinato, credo per via della meravigliosa sigla, puro distillato dello splendore plasticoso che a Cologno Monzese la temibile A. Valeri Manera intesseva per la voce sorridente di Cristina D’Avena. Riascoltata oggi, a dire il vero, quella sigla ha un testo che sembra una chiamata alle armi, una sorta di brano di epic metal politicizzato, con quell’incipit che in cinque parole, se hai quattro anni, ti forgia un immaginario che condizionerà i tuoi anni a venire: “Spade lucenti, cavalli al galoppo”. Poi è chiaro che uno si mette a giocare a Dungeons & Dragons e ascolta i Manowar. E che dire di quella vera e propria bomba che esplodeva nei salotti di tutta Italia? “Il re tentenna ma la gente si batte”. Forse non si sentiva nulla di così radicale dai tempi della sigla della Freccia Nera o di W la pappa col pomodoro (“La storia ce l’ha insegnato che un popolo affamato fa la rivoluzione”). Certo, la sigla conteneva, nella prima versione, un marchiano errore storico (poi purtroppo corretto nella versione successiva): “il 4 di luglio c’è la rivoluzione”, con Cristina D’Avena che pronunciava “rivoluzione” con una gioia che nemmeno gli Area (ok, ho barato; la sigla la riascolto ogni tanto perché è bellissima).

Una caratteristica del Tulipano Nero era che il titolare, fatte salve le prime 2-3 puntate, non si vedeva mai, perché passava le consegne alla Stella della Senna (lovvo, ma ora ci torniamo). Una raffinata citazione dumasiana degli autori, come “I tre moschettieri” quando poi il protagonista è D’Artagnan? No, un’epocale cappella dei responsabili della programmazione Fininvest, che visionarono la prima puntata e decisero che evidentemente il protagonista era quello lì (credo che all’epoca comprassero cartoni animati al chilo e non guardassero nemmeno i titoli originali – che in giapponese è appunto “La Stella della Senna”) (secondo altre fonti era perché c’era già stato uno sceneggiato chiamato “Il Tulipano Nero”, che poi è anche il titolo di un romanzo di Dumas che ho comprato senza nemmeno leggere la quarta pensando fosse la storia originale del cartone. Non lo era. Era la storia di un coltivatore di tulipani). La Stella della Senna era una ragazza bionda di fine XVIII secolo con delle gambe lunghissime che viveva di giorno in un convento di suore. Poi, la notte, tirava fuori da sotto il letto la cassa con la spada, il baschetto e la mantellina e andava in giro in mutande tutta la notte per Parigi a fare il culo a fette a dei cattivoni. Mi pare che a un certo punto c’entrasse la rivoluzione francese, ma non so bene da che parte stesse lei. Ricordo però della gran gente ghigliottinata, perché sognai per settimane che mi tagliavano la testa. Una cosa che ricordo con grande chiarezza è che prima di combattere tutti tendevano la punta della spada e poi la lasciavano andare e la spada faceva TWAAAANG. Io cercavo di farlo sempre con le spade di plastica che riuscivo a farmi comprare per Carnevale, ma con il solo risultato di piegare irrimediabilmente la plastica e trovarmi con un aggeggio tendenzialmente inutile. Un anno andai a una festa di Carnevale della parrocchia vestito da Tulipano Nero. Il mio primo e unico cosplay. Fu un’esperienza frustrante, perché ovviamente nessuno sapeva chi fosse quel tizio (sempre che solo io avessi visto le prime puntate) e tutti pensavano fossi uno Zorro malriuscito con uno stupido fiore cucito sulla maglia. Provai la stessa sensazione anni dopo quando, all’università, andai a una festa travestito da Paul Stanley e, a parte due o tre, tutti gli altri pensavano fossi un Corvo malriuscito.

GI JOE
All’inizio della sigla c’era un breve pezzo narrato in cui si spiegava chi erano i GI JOE e il loro mortale nemico, il COBRA. E veniva detto che i nostri eroi erano al servizio del presidente mondiale. Sui GI JOE è stato fatto di recente un film che, memore dell’orrore che mi ha progressivamente avvolto fino a schiacciarmi e farmi chiedere scusa agli amici che avevo convinto ad andarlo a vedere, durante la proiezione di Transformers, ho deciso di non vedere. Mi resta così il ricordo di un cartone follemente militarista in cui c’era questa sezione speciale dell’esercito americano composta da gente che si vestiva un po’ come gli pareva (c’era il ninja, quello con la maglia da football, l’indiano, il poliziotto, l’operaio, il marinaio, ecc ecc) (sì, in pratica erano i Village People con il fucile) il cui lavoro consisteva nello sventare i piani del COBRA. Come sempre, sono i cattivi la cosa migliore di tutte. A capo del COBRA c’era il comandante Cobra (che fantasia, eh? Ma aspettate che migliora), un tizio mingherlino con la voce stridula e isterica il cui volto era sempre coperto da un cappuccio o da un elmetto. Persino noi bambini sospettavamo che fosse Hitler. Il suo braccio destro era Destro. Destro aveva la testa di Silver Surfer attaccata al corpo di un tamarro vestito di nero con una camicia sempre aperta fino allo sterno e faceva il trafficante d’armi. I più sgamati tra noi sostenevano che siccome il suo capo era Hitler lui doveva essere un po’ Mussolini (personaggi le cui biografie sostanzialmente ignoravamo, ma erano cattivi, assomigliavano a quei tizi che si vedevano nei sussidiari di quelli di quinta e come loro erano cattivi, quindi tanto bastava).

"L'idea di Facebook era nostra!"

La Baronessa Cobra, praticamente una Sarah Palin più gnocca strizzata in tutine nere da levare il fiato a lei prima che agli altri, la ricordo pochissimo. In compenso, idoli delle folle erano i due gemelli TOMAX e XAMOT, figli di un rappresentante di medicinali e di un fabbricante di specchi. Con il senno di poi, erano probabilmente protagonisti di un twincest da far sbiancare il fandom dei Tokyo Hotel, avevano uno una cicatrice sulla guancia destra e uno sulla guancia sinistra; si vestivano anche speculari, per non farsi mancare niente. Ma, soprattutto, il loro utilissimo superpotere era che uno dei due provava dolore fisico lo provava anche l’altro. Purtroppo la relazione non era ciclica altrimenti al primo graffio sarebbero morti entrambi divorati dal dolore, però era sufficiente a renderli abbastanza ridicoli (ne picchi uno e soffrono in due). I due comandavano la Crimson Guard, l’élite delle forze del male, dalle eleganti divise porpora (mentre i fantaccini l’avevano blu, con elmo da Stormtrooper di Star Wars per tutti quanti). Un altro personaggio bizzarro era Zartan, puro white trash domiciliato nelle paludi della Florida con l’abilità di mimetizzarsi e assumere le fattezze di altre persone. E poi c’era lui: l’imperatore Cobra, una specie di Alessandro Magno vestito con una tuta aderente di scaglie di serpente, il più potente dei cattivi, la cui funzione era principalmente quella di fare dei cazziatoni ai suoi sottoposti e andare in giro su un apparato al cui confronto quello di Cleopatra nella storia di Asterix era una cosa sobria.
Solitamente i piani del COBRA prevedevano complicati incastri di eventi, che all’inizio sembravano andare per il verso giusto, poi i buoni si svegliavano e salvavano il mondo in tempo per l’insopportabile risata finale. Tipicamente, le armi dei buoni sparavano raggi blu, quelle dei cattivi rossi, ma non uccidevano nessuno. Esplodevano veicoli e la gente si paracadutava o fuggiva appena in tempo. In una puntata, a sorpresa, c’erano dei fantasmi, spettri di guerrieri del passato, che venivano messi a riposo ritrovando le spoglie mortali e dando loro degna sepoltura. Uno di questi era UN CENTURIONE ROMANO.
Ovviamente, la linea di giocattoli era straordinaria: al di là degli omini, c’era tutta una serie di veicoli da urlo. Io ero fiero possessore di un F-14 dall’apertura alare di mezzo metro o giù di lì, una cosa di una bellezza inenarrabile che quasi quasi vorrei avere ancora oggi. Tra l’altro all’epoca mio padre andava spesso negli Stati Uniti per lavoro e una volta mi portò in regalo un veicolo che compariva in una stagione del cartone non ancora andata in onda in Italia; così, quando lo facevo vedere agli amici questi mi infamavano sostenendo che fosse un tarocco. Era così dura essere in anticipo sui tempi.

Pandamonium

Chiaramente uno dei tre non mangiava foglie di bambù

Questo è abbastanza oscuro a chiunque, temo. Era di produzione americana e aveva come protagonisti che tre panda che cercavano di recuperare i frammenti di un cristallo con tipo il potere dell’Universo prima che ci riuscisse il Malvagio Negromante che l’aveva inavvertitamente rotto. Non ricordo molto altro, se non che mi faceva ridere tantissimo, perché in effetti la situazione doveva essere parecchio assurda.

Non me lo ricordo proprio
Non ricordo il titolo e non sono mai riuscito a trovarlo su Google. Comunque c’è questo ragazzo che sta cercando per tutta la Galassia il padre, uno scienziato, che è scomparso dopo che le piante hanno assunto coscienza e si sono decise a fare il culo agli esseri umani. Ad accompagnarlo c’era un cavaliere in armatura da torneo che in realtà era un robottino. Dalla sigla ricordo chiaramente l’immagine dell’estremità di una pianta che si trasformava in una palla chiodata e sfasciava qualcosa. Chiunque possa fornire degli indizi è il benvenuto.

Ecco, c'era un sacco di gente buffa in più rispetto a quello che ricordavo

Marshall Bravestarr
Tra la roba assurda questo western spaziale occupa un posto di rilievo. Il protagonista faceva lo sceriffo su un pianeta desertico dove andavano tutti in giro conciati come fossero stati a Dodge City e si ammazzano per il possesso di un qualche minerale cristalloso. Il cavallo del protagonista era un robot che, se la memoria non mi inganna, poteva anche assumere posizione eretta. C’erano in giro dei giocattoli anche parecchio belli: per esempio, la prigione mi tornò in mente nell’estate del 2003, dopo che ero sveglio da più di ventiquattr’ore ed ero in Basilicata davanti a un ufficio di informazioni turistiche. Quello che è più bello però è che tutti quelli che erano con me convennero che assomigliava proprio alla prigione di Marshall Bravestarr.

Black Star
Era uno squallido rip-off, contemporaneamente, di He-Man e Flash Gordon, in cui un astronauta si schiantava su questo pianeta popolato da un sacco di razze fantastiche e si mette ad andarsene in giro con le mutande di peluche dei Manowar e prendere a spadate il Male. Tra i suoi alleati, dei nani rosa. Sul serio (che, sto barando ma devo dirlo, si chiamavano Trobbits).

L’Uomo Tigre

L'Uomo Tigre ci insegnò cosa fosse il DOLORE FISICO

Vabbeh, ma che cosa puoi dire sull’Uomo Tigre, il cartone che ci ha insegnato a picchiarci, a prenderci per il collo e saltare l’uno sulla pancia dell’altro? Beh, nel mio caso puoi dire che è stato l’unico cartone che mi sia stato esplicitamente proibito di vedere, quando ancora andavo all’asilo. I fatti andarono così. Un pomeriggio sono lì che mi inoculo la mia dose quotidiana di tivì quando mia madre per la prima volta passa davanti allo schermo. Siamo nel mezzo di un combattimento in cui non c’è più onore, lealtà, buoni, cattivi. C’è solo LA VIOLENZA. “Alessandro non stare così vicino alloOH MIO DIO MA QUELLO STA CERCANDO DI ACCECARE UNO CON UNA PENNA! SPEGNI SUBITO!” “Ma no, mamma, lui è il buono, prima il cattivo lo stava cercando di infilzare con un ombrello e allora” “COOOSA?!? SPEGNI SUBITO!”. E da lì per qualche anno l’Uomo Tigre fu assolutamente bandito da casa mia. Tagliandomi fuori da un sacco di conversazioni all’asilo.

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