Archivi del giorno: 24 novembre 2010

Mamma mia let me go

Come disse Napoleone,  solo grandi uomini commettono grandi errori. Io aggiungo: da questi ultimi li riconoscerete.
(Wu Ming, 54)

Ho una tradizione che cerco di rispettare, quella dei post su Freddy Mercury il 24 o il 25 novembre (2005200720082009).
Quest’anno credo che debba toccare a quel monumento al kitsch che è Barcelona. Non la canzone. Stolti. L’intero disco con Monserrat Caballe. Una delle operazioni discografiche più sciagurate di sempre. Lasciate che i Veri Fan vi facciano una testa così con il connubio tra pop e musica classica. Tanto è tutta gente che prima o poi è finita a sentire i Rhapsody o Bocelli.
La verità è che Barcelona è, dal primo all’ultimo minuto, un disco imbarazzante. Ma di un imbarazzo brutto. Quel genere di imbarazzo che di solito comprende odori corporali, tonno e fagioli, un ascensore e un vostro diretto superiore.
Barcelona sono otto canzoni otto. A parte un pezzo piano e voce, in tutti la trama è la stessa: c’è un pezzo pop su cui a un certo punto interviene gorgheggiando la Caballe. Che immagino essere una grandissima cantante nel suo genere. Ma è come il lardo di Colonnata nel caffè. Sono due cose buone ma non c’entrano nulla l’una con l’altra.
Il momento forse più allucinante è quello che segue. Pigiate play, intanto che leggete.

In pratica, abbiamo questo pezzo che parte un po’ come una ballata queeniana. Poi, il colpo di genio. Il coro gospel.
Sudori freddi. Brividi.
Mercury dispiega la voce da par suo. Lei è, beh, fa quello che può. È una cantante lirica. Secoli e secoli di tradizione di bel canto non si possono mica tirare via da un’ugola allenata da anni e anni di esercizi. E quando poi è lei a duettare con il coro. Beh, non lo so. Mi domando come diavolo abbiano fatto a convincere i dirigenti della Polydor a dare i soldi per fare una cosa del genere. Immagino che qualcuno doveva avere perso una scommessa. E tutto il disco, cercatevelo se non l’avete mai sentito, è più o meno così.

Ma. C’è un ma.
Barcelona è al tempo stesso un monumento alla grandezza di Freddie. Che in questo mare di ridicolo (che credo fosse impossibile che non riuscisse a vedere) si erge fiero e spavaldo. In fin dei conti quella di fare un album con lei è stata un’idea sua. Ed è strano pensare alla parabola che ha fatto: a scuola disegnavi per ore Jimi Hendrix, poi da sfigato ragazzo indiano con i dentoni sei diventato un’androgina icona glam-rock prima e un cameriere italiano (come si lamentavano i fan che inviarono lamette da barba e boccette di smalto al fan club ai tempi della prima foto con i baffi) poi; sei caduto nella polvere trascinando i tuoi compagni di band nella disco music appena cinque anni dopo il boom, poi hai avuto in mano il mondo sul palco di Wembley al Live Aid, hai conquistato gli stadi e platee di mezzo mondo tu, il tuo baffo e la tua asta del microfono rotta fino a che un medico non ti ha messo in mano la condanna a morte. E a quel punto che fai, quando tutti i progetti sono diventati di colpo, tutti quanti, urgenti? Ti butti anima e corpo in un progetto assurdo, brutto, sgraziato, acqua e olio che proprio non ne vogliono sapere di stare insieme.
E, vaffanculo a tutti, lo fai meglio che puoi. E più lei non c’entra niente, più le canzoni sono sbagliate, pacchiane, improponibili, più la tua voce  diventa l’unica cosa a cui valga prestare orecchio lì in mezzo.
E così sorride, in queste canzoni, il caro vecchio Freddie. Perché più si infila in questo pastrocchio per cui scomoda persino Tim Rice, più diventa gigantesco. Il disco è orribile, ma la voce di Freddie Mercury suona più immensa che mai.
La calata del sipario ha risparmiato a lui l’orrore dei Pavarotti & Friends dal parco Novi Sad di Modena, diretta conseguenza di questo disco, e a noi quello di vederlo duettare con Pavarotti in Bohemian Rhapsody  (in compenso l’hanno fatta Bruce Dickinson e Monserrat Caballe. Guess what? Fa abbastanza schifo).

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