Archivi del mese: dicembre 2010

I libri di Dicembre

Ultimo appuntamento dell’anno con la rubrica dei libri (in anticipo, ma tanto dubito che riuscirò a finire Harry Potter and the Goblet of Fire entro domani, visto che l’ho iniziato ieri). Evidenziato, quello più consigliato.
La rubrica si vedrà anche nel 2011. Intanto vedo di mettere insieme tutte le uscite di questi cinque anni in un unico file.
Buone letture (e buon anno).

Harry Potter and the Prisoner of Azkaban – J.K. Rowling (Bloomsbury)
Secondo me i libri di Harry Potter sono fatti per essere letti quando fa freddo. Comunque. Come sanno anche i sassi, credo, questo è il terzo della serie e segue sostanzialmente lo schema dei primi due, introducendo però uno sguardo un po’ più ampio sugli eventi che portarono alla morte dei genitori di Harry e, soprattutto, un tono leggermente più cupo (i guardiani della prigione di Azkaban sono degli spettri che risucchiano tutte le emozioni positive delle persone lasciandole in preda alla più nera disperazione e incapaci di agire). La costruzione della trama è lenta come una nevicata a novembre, ma quando la Rowling inizia a tirare le fila della storia, beh, c’è solo da dire wow. Mi spiace solo che qui Snape (Piton) faccia un po’ la figura dell’idiota, perché è decisamente il personaggio più interessante di tutti (e l’unico a trattare con un po’ di polso l’altrimenti intoccabile Harry, a cui tutto è concesso). Qui si inizia a capire perché la serie di HP sia piaciuta così tanto.

Alice nel paese della Vaporità – Francesco Dimitri (Salani)
Dopo Pan, che è un robustissimo romanzo urban fantasy, mi aspettavo grandi cose da questa Alice. Invece, purtroppo, questo romanzo costruito come l’avventura di un gioco di ruolo (con una cornice metanarrativa che non ne risolleva le sorti) si è rivelato una lettura molto meno entusiasmante. Si capisce che Dimitri avrebbe un sacco di cose da raccontare sulla Steamland, la distesa allucinata che circonda una Londra retro-futuribile che ricorda un po’ il mondo della Torre Nera kinghiana, ma purtroppo quelle che ha scelto di mettere per iscritto non sono le più interessanti e la struttura della quest ogni tanto mi ha fatto inconsciamente venire voglia di dare un’occhiata alla scheda del mio personaggio. L’ambientazione è intrigante, ma non è supportata da una storia all’altezza: si legge piacevolmente, ma non mi ha soddisfatto del tutto.

The Innswich Horror – Edward Lee Jr. (Deadite Press)
Senza H.P. Lovecraft, chissà cosa sarebbe oggi l’immaginario orrorifico e sovrannaturale. Questo romanzo breve di un autore di cui non so nulla, ma che è uno di quei paperback writer capaci di sfornare decine di romanzi per il mercato dei tascabili mettendo una parola dietro all’altra con grande senso del dovere e amore per lo splatter, riprende uno dei topoi più tipici della narrativa post-lovecraftiana, vale a dire l’idea che Lovecraft abbia raccontato nelle sue storie fatti reali per avvisare l’umanità dei pericoli che corre. Così, qui abbiamo un gentiluomo di Providence, lettore di Lovecraft, che negli anni Trenta si reca in vacanza a Innswich, località del Rhode Island nella quale lo stesso Lovecfrat si era recato (nella finzione di Lee) e a cui si era ispirato per scrivere uno dei suoi capolavori, La maschera di Innsmouth (che se non hai mai letto puoi anche trovare in inglese o in una qualunque antologia di Lovecraft). Ovviamente, ci vuole poco perché il viaggiatore si renda conto che Lovecraft non si è ispirato solo all’aspetto esteriore della cittadina per la sua storia. La storia ricalca quella originale di Lovecraft, aggiunge solo uno sguardo più smaliziato, un po’ di orrore esplicito e di sesso e un colpo di scena che fa più che sorridere. Non è niente di che (ed è stampato malissimo), ma è un romanzo onesto di un onesto professionista che non ha altre pretese che non rendere omaggio a uno dei titani dell’immaginario fantastico del Novecento.

Song of Kali – Dan Simmons (Gollancz)
Questo è uno di quei casi in cui le aspettative ti rovinano la lettura di un romanzo: ne avevo sentito parlare in alcune discussioni (qui, per esempio) in termini decisamente lusinghieri e mi aspettavo grandi cose. Ora che l’ho finalmente letto, sono abbastanza perplesso perché a ben vedere non è che abbia trovato che questo libro si distacchi così tanto dagli standard del genere, né per lo svolgimento né per la qualità della rappresentazione del Male o per le descrizioni di Calcutta. La storia è quella di un redattore di una rivista di poesia che viene mandato in India a cercare di scoprire se è vero che un poeta indiano creduto morto ha invece ricominciato a scrivere. Si porta dietro la moglie (indiana) e la figlioletta di pochi mesi (che ha la data di scadenza in fronte; non è uno spoiler, è evidente dalla prima pagina) e viene invischiato in una storia torbida di presunte resurrezioni, adoratori di Kali, ladri di cadaveri, ecc. Alla fine scoprirà che il Male vive tra noi, che viviamo in un’era dominata dalla furia distruttrice della Dea e c’è ben poco che possiamo fare prima di andare a gambe all’aria tutti quanti. Forse mi aspettavo troppo, però mi è rimasto ben poco dalla lettura di questo libro (ma nonostante questo, qualcos’altro di Simmons voglio leggerlo, perché comunque qua e là dei lati interessanti li ho trovati).

Little Brother – Cory Doctorow (Kindle)
Più che un romanzo per young adults, lo definirei un juvenile, come quelli di R.A. Heinlein, con cui ha in comune il desiderio di essere non solo una storia appassionante ma anche una sorta di manuale di comportamento, con al centro i temi di cui Doctorow scrive di solito, vale a dire l’utilizzo consapevole della tecnologia, il software libero, l’ossessione per la sicurezza post-9/11. La storia è quella di un ragazzino di San Francisco che dopo un attentato al Bay Bridge organizza una resistenza al controllo militaresco operato in città dal DHS, il Department of Homeland Security. E benché non sia difficile appassionarsi alle sue vicende, è chiaro che il cuore del libro siano le informazioni che Doctorow dà ai suoi giovani lettori sull’attenzione che dovrebbero prestare al modo in cui usano i computer e sulle contromisure che si possono adottare. La risoluzione della storia è abbastanza deludente (il giornalista investigativo buono come deus ex machina), ma prima di arrivarci ci si diverte parecchio. Come dice Neil Gaiman, è un libro da far leggere a qualunque ragazzino e ragazzina un minimo svegli che si conoscano. Ovviamente, l’edizione cartacea italiana è fuori commercio. Si trova un ebook che grazie al cielo è privo di DRM (sarebbe stato paradossale, vista la storia). Se avete un e-reader e leggete in inglese, la versione originale in Creative Commons è liberamente scaricabile dal sito dell’autore (come tutti i suoi libri).

Il porto degli spiriti – John A. Lindqvist (Marsilio)
Dalle grinfie di Lovecraft non si scappa, se si racconta di una comunità che vive in riva al mare (in questo caso un’isola svedese) in cui ogni tanto scompare misteriosamente della gente. Lindqvist si porta dietro l’etichetta di “Stephen King norvegese”, che non è del tutto campata per aria, a giudicare dallo svolgimento di questo romanzo, che abbraccia le vite di due generazioni di personaggi (tratteggiati con grande abilità) i loro amori, i loro drammi, i loro segreti e il loro rapporto con gli eventi sovrannaturali. C’è qualche eco di A volte ritornano nei due demoniaci fan degli Smiths (l’ho sempre detto io di non fidarsi di Morrisey e soci…), ma comunque il modo che ha Lindqvist di costruire la sua storia e il suo sovrannaturale è decisamente personale. E anche quando sconfina nel fantasy più esplicito (lo Spiritus), riesce a farlo senza stonare con il resto del mondo che ha creato e senza concedere nulla o quasi allo spiegone. In effetti la qualità più interessante del libro è proprio l’atmosfera di non detto e l’imperscrutabilità del potere del mare (che richiama anche il buon Hodgson), che danno l’impressione di trovarsi davanti a uno scrittore che non solo ha alle spalle un’ottima conoscenza dei meccanismi del genere ma anche una capacità di costruire storie, ambienti e personaggi superiore alla media.

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And a tattoo of Ozzy

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Fuori dal mondo

Quando a novembre del 2006 Roberto Saviano venne messo sotto scorta, ricordo di avere pensato “poveraccio, e adesso come fa a scrivere?”.
L’ho pensato perché mi ero accorto di Gomorra da un articolo su, mi pare, XL in cui si parlava di questo giovane scrittore che stava per pubblicare un libro sulla camorra basato anche su una certa di dose di osservazione sul campo. Mi pare che si accennasse anche al fatto che in un paio di occasioni si fosse fatto assumere da un catering per fare il cameriere a matrimoni di gente di camorra e osservare da vicino quel mondo. E leggendo Gomorra si sente che, anche se è ovvio che Saviano non sia stato testimone oculare di tutto quello che racconta, il fatto di vivere in terra di camorra, di respirare la stessa aria dei camorristi, camminare per le stesse strade, conoscere le stesse persone, fare parte di un mondo che è per forza di cose “contaminato” dalla criminalità, dai suoi modelli, dalla sua forza economica, dai suoi miti e dalle sue azione, dà un qualcosa in più al libro. Contribuisce alla potenza che il libro ha nel raccontare quel mondo.

La lettera agli studenti pubblicata oggi da Repubblica è del tutto frutto della segregazione di Roberto Saviano dal mondo di qui e adesso. Ed è una cazzata. Una lunga predica (e il tono è la cosa peggiore di tutte) che traccia una distinzione tra buoni e cattivi, che poteva funzionare forse riferita alla situazione di Genova 2001 ma che con quello successo a Roma martedì ha poco a che fare. Perché questa volta nessuno di chi era là mi pare stia prendendo distanze nette dagli atti di violenza. Che sembrano essere stati accettati come un’evoluzione inevitabile o qualcosa del genere.
Lo ha scritto bene Sandrone Dazieri, rispondendo implicitamente a Saviano:

E vorrei dire a tutti quelli che in questi giorni stanno commentando e fornendo saggi consigli agli studenti (non fate così, non fate cosà, avreste dovuto fare così, nel futuro fate cosà) che non spetta  a noi giudicare quanto è accaduto. Non sta a noi distinguere tra buoni e cattivi, stupidi e intelligenti. Spetta a loro, a chi c’era, agli studenti, a chi ha organizzato il corteo, a chi sta lottando da settimane al freddo, sui tetti e nelle strade  decidere se la violenza che c’è stata (due pietre, parliamoci chiaro, gli scontri tra ultras fanno molti più danni) sia stata giusta o sbagliata, necessaria o inutile, bella o brutta. Sta a loro chiarirsi, discutere, prendersene le responsabilità politiche e umane.  Separare i percorsi, se lo ritengono opportuno, o trovare una mediazione. Spetta a loro scegliere gli strumenti della loro lotta, perché è la loro lotta. Spero, certo, che non ripetano gli errori della mia generazione e di chi ci ha proceduto, ma non saremo noi a poterlo impedire se dovesse accadere. A noi spetta solo scegliere da che parte stare, se con loro o contro di loro, e risparmiare il fiato: non saranno mai come noi vorremmo che fossero, così come noi non siamo stati quelli che saremmo dovuto essere.

Se sei fuori, quale che sia il motivo, da quello che succede, devi fare molta attenzione a come ne parli. Soprattutto non puoi farlo con una predica fatta di parole buone un po’ per tutte le occasioni. Perché fai la figura del trombone che non sa neanche bene di che cosa stia parlando.

In compenso, la lettera di Saviano sta suscitando tutta una serie di risposte, tra cui ce ne sono alcune che mi pare dimostrino che il movimento (o sue parti) è tutt’altro che inconsapevole delle sue scelte. Una è quella di Bartleby, che si conclude così:

Per il resto la vita è molto più complicata del rapporto bene o male. E molto più variegata. Pensaci un attimo, sono due mesi che la gente scende in piazza e questo movimento non ha ancora un nome, come nei romanzi di Saramago. Siamo sempre “quelli che hanno fatto questo” oppure ci dicono che siamo di un luogo “quelli dell’Aquila, di Terzigno”. E’ una forza, non credi? Vuol dire che siamo indefinibili: siamo quello che facciamo.

L’altro giorno avevamo i caschi. Domani magari porteremo delle girandole in questura, l’indomani Book Block, il giorno dopo ruberemo in libreria i volumi che ci piacciono e che costano diciotto euro e che non possiamo permetterci (ci difenderai?), parleremo con gente di altre generazioni, staremo con loro, cammineremo. Ci difenderai o ci attaccherai? In ogni caso sappi che saremo sempre le stesse persone.

Altri nemici non ne voglio, caro Roberto, ti ho scritto quello che pensavo, ti ho descritto la situazione reale che c’è stata in Piazza del Popolo, ti ho descritto la situazione quotidiana. Sta a te decidere cosa vuoi leggere nelle proteste. Vuoi leggere un rigurgito del ’77? Va bene. Ti diremo che siamo più vicini alle proteste di Londra e Parigi. Vuoi leggere una violenza di gruppi sparuti? Ti diremo che Piazza del Popolo non la riempiono cento persone. Vuoi leggere la violenza solo come un voto in più a Berlusconi? Va bene, leggeremo nelle tue una semplicità di analisi disarmante che si basa su un sistema binario, Zero Uno, Zero Uno. C’è un’infinità di numeri tra cui scegliere e te ne dico un altro: Centomila, sono le persone che l’altro giorno stavano in piazza insieme, al di là di ogni rappresentanza.

L’altra è del collettivo Senza Tregua:

Non esistono studenti buoni e studenti cattivi. Esiste un movimento unito e compatto, che non si fermerà fino a quando questa riforma non sarà bloccata, questo governo non sarà caduto e continuerà a lottare contro un sistema che è fatto solo di precarietà e insicurezza, fino a quando non avrà riconquistato il diritto al nostro futuro, che qualcuno in questi anni ci ha strappato.
Questo non va giù a molti. Non piace a quanti credevano in un movimento a tempo e a comando la cui unica funzione doveva essere quella di spalleggiare la campagna elettorale di questo o quell’’altro partito di opposizione. Non funziona così.
Il grado di maturazione e consapevolezza a cui questo movimento è arrivato è che non ci sono soluzioni immediate. Quella mattina tutti volevamo la sfiducia di Berlusconi, ma eravamo anche consapevoli che la vera alternativa oggi non passa per quell’’aula parlamentare, dove a vari livelli, sono tutti corresponsabili delle politiche portate avanti in
questi anni sia dal centro destra che dal centro sinistra.

A me sembra che la situazione sia un tantino più complicata di “studenti pacifici in balia di derive violente da cui non sanno come difendersi”.
Cito dalla durissima replica di Valerio Evangelisti:

La reazione è stata di rabbia. Come poteva non esserlo? Solo chi vive fuori dal mondo potrebbe attribuirla all’azione di “cinquanta o cento” imbecilli innamorati della violenza.

Fuori dal mondo.
Io sono convinto che se l’autore di Gomorra fosse libero di girare per strada, ci avrebbe saputo raccontare questo movimento con gli strumenti del bravo narratore che è. E magari, chi lo sa, sarebbe giunto lo stesso alle stesse conclusioni. Però ci sarebbe arrivato stando lì in mezzo, vedendo, parlando, confrontandosi, capendo.
Ma ovviamente questo non è possibile. E ci tocca subire la sofferenza di vedere un bravo autore di reportage  (di cui avremmo bisogno) indossare i panni dell’ennesimo opinionista da scrivania di cui non si sente la mancanza.

 

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Sono un collega minorenne

Grazie a chi si è prestato al test sul video del corriere su tumblr.
Il punto era cercare di capire che cosa dica esattamente l’ormai famosissimo omino con il giacchino maròn ai poliziotti che lo fermano.
Quando l’ho trovato la prima volta, me l’hanno venduto come “dice sono un collega“. La prima volta ho sentito solo “sono minorenne”. Poi l’ho riascoltato senza guardare, tornando indietro, e ho sentito un “sono un collega”. L’ho riguardato e ho sentito solo “sono minorenne”. Poi, di nuovo, quel “sono un collega” a bassa voce.
E mi sono convinto.
Poi ho letto di qualcuno che diceva “guardate che quello che si sente meno è unso’minorenne“. Riascolto e a quel punto, sì, dice “so’ minorenne”. Che però, tra la voce bassa e strascicata sembra un po’ “sono un collega”. Tra l’altro subito un poliziotto gli dice “…nessuno ti sta facendo…”, che è una frase più compatibile con “sono minorenne” che con “sono un collega”
In un altro video lo si vede in azione nell’ormai altrettanto famosa sequenza del finanziere per terra e si nota una certa goffezza e titubanza (immortalata in un chiaro esempio di quello che Barthes chiama “senso ottuso” in una delle foto che lo ritraggono) e poi, appena arrestato, mentre urla “sono minorenne”. Subito dopo c’è una discussione tra un poliziotto e un dirigente, dalla quale mi pare di capire che non sanno dove mettere i fermati e che è il caso di lasciarne andare qualcuno. A questo punto ha senso il continuare a ripetere “sono minorenne” nella speranza che lo lascino andare e il fatto che smanacci via la telecamera (nel senso che magari se la sta cavando ma se qualcuno lo vede ripreso sono cazzi). Inoltre, sembra ben strano che se davvero era un agente nessuno si sia preoccupato di requisire la telecamera al tizio che riprende.
Quindi, boh, certezze non ne ho (la questura dice ora di averlo identificato), però non mi sento di dire, sulla base di tutte queste cose, che si tratti di un infiltrato. Che poi, che lo sia o meno, credo che cambi poco sul senso della giornata. E trovo un po’ auto-consolatorio continuare a postulare agenti provocatori che mandano a puttane manifestazioni altrimenti pacifiche; prendiamo in considerazione l’idea che le cose siano andate così perché non potevano che andare così e perché una parte del movimento ha deciso che andassero così? Giusto o sbagliato che sia (se ne discute qui)? Che non è che i “cattivi” siano sempre gli altri?

(se dovessi scommettere su qualcuno come infiltrato, punterei sui due che tengono il finanziere con la pistola, per questioni di logica – stare appiccicato a un avversario armato e in stato di shock non so quanto sia una tattica salutare – e perché un fotografo ha scritto nella didascalia della sua foto che si trattava di un commilitone) (anche qui: perché a nessuno è venuto in mente di chiamare gli autori degli scatti della sequenza e chiedere a loro che impressione avevano avuto del tutto, visto che erano lì davanti?)

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Chaos A.D.

Un paio di mesi fa, nel mezzo del tira e molla tra Fini e Berlusconi tra “ti caccio”, “ti voto la sfiducia”, “sei basso”, “c’hai delle cravatte rosa che fan cagare”, ecc scrissi a un amico che non mi ero mai sentito così tanto suddito, nell’accezione dell’Antico Regime, come in quel periodo.
Perché davvero quella era la sensazione fortissima, cioè quella di avere una classe politica che non ha più alcuno scopo che la sua autoconservazione, totalmente autoreferenziale e avulsa dai bisogni e dalle problematiche dei suoi governati (con i quali solitamente ha rapporti attraverso l’uso sbirresco delle forze dell’ordine).
Quello che fa incazzare tantissimo della fiducia alle Camere di oggi non è tanto l’esito (che era in fondo scontato e che comunque è tutt’altro che un punto fermo; una maggioranza di 3 voti è una pistola alla tempia, citofonare Prodi), quanto lo spettacolo generale offerto. La spudorata disinvoltura con cui si è parlato in queste settimane di compravendita di voti, lo spettacolo assurdo della Camera chiusa fino al 13 dicembre non si capisce bene perché, la mollezza e l’amorfismo di un’opposizione che si è fatta scavalcare dallo stesso CO-TITOLARE DEL PARTITO DI MAGGIORANZA (che una mattina si è svegliato e si è accorto di essere alleato da 16 anni con uno che vuole fare l’imperatore). L’emersione di un agghiacciante sottobosco di parlamentari al cui confronto Cetto Laqualunque sembra un Padre Costituente.
Tutto esposto, fieramente, alla luce del sole.
Una classe politica composta in larghissima parte di merde umane (credo che sia anche un reato scriverlo) grufolanti, che oggi ha messo in scena le sue baruffe chiozzotte arroccata nell’ennesima “zona rossa” di quest’epoca. E che starà facendo tutta quanta la fila davanti ai microfoni per consegnare a dei tizi che fanno sì-sì con la testa e controllano il minutaggio sdegnate dichiarazioni sugli inquietanti episodi di violenza per le strade e blablabla.
Non servirà a nulla affrontare la polizia per strada.
Però a modo suo è assolutamente logico. E non è né più violento né più volgare né più inquietante di tutto quello che stiamo vedendo in questi giorni. È solo la terribile e logica conseguenza.

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I libri di novembre

Non so bene se continuare con questi post di micro-recensioni di libri; alla fine mi rendo conto che sono in generale tra i meno letti e commentati di tutti – che rispetto alla già esigua media di questo blog significa il deserto del Gobi a Ferragosto durante una partita della nazionale. Magari arrivo fino ai libri di dicembre 2010 così facciamo 5 anni tondi e poi stop.
A ogni modo, in evidenza il titolo che più mi è piaciuto.

Io e te – Niccolò Ammaniti (Einaudi)
Prima o poi bisognerà fare qualcosa per questa mania delle case editrici di pubblicare racconti travestendoli da romanzi brevi. O forse no, perché in fondo per le case editrici è una soluzione decisamente profittevole (e che potrebbe pagare ancora di più in ottica ebook). A ogni modo. Questo è un racconto dell’Ammaniti meno cialtrone e parla di un ragazzino con un sacco di problemi che finge di andare in settimana bianca e si nasconde invece nella cantina di casa. Il campo è di quelli in cui Ammaniti si muove a suo agio, ma senza guizzi. A un certo punto, ho avuto quasi l’impressione che stesse riscrivendo a modo suo La solitudine dei numeri primi, come atmosfera. Si legge in un’oretta e lo si dimentica più o meno nelle due ore successive. Ah: la nuova grafica degli Stile Libero è immonda.

Ghiaccio-nove – Kurt Vonnegut (Feltrinelli)
L’abilità di Vonnegut di fare della gran fantascienza mentre fa finta di fare dell’altro è stupefacente. Ghiaccio-nove è la storia della ricerca di una sostanza capace di congelare all’istante l’acqua, condotta dal narratore attraverso la ricostruzione della vita del suo scopritore. E che permette a Vonnegut di dire un sacco di cose sulla natura umana, sulla scienza, sulla politica e, soprattutto, sulla religione: il bokononismo, una religione basata interamente e dichiaratamente sulla menzogna, è un’invenzione eccezionale. Il passo pacato e costante con cui Vonnegut racconta, la naturalezza e semplicità con cui parla di ogni cosa, apocalisse compresa, dando al libro un tono indefinibile, attraversato da squarci di umorismo appena abbozzato nella forma ma formidabile nel contenuto (Vonnegut non è uno che ti dice “oh, occhio che ‘sta roba qua che sto per scrivere fa ridere”, semplicemente scrive una roba che ti fa ridere e va avanti).

Il complotto contro l’America – Philip Roth (Einaudi)
L’ucronia, credo ormai lo sappiano anche i sassi, è quel genere letterario in cui si ipotizza che cosa sarebbe successo se determinati eventi storici si fossero svolti in modo diverso da quello registrato dalla storia. Nel caso del romanzo di Roth, Charles Lindbergh, l’aviatore, vince le elezioni presidenziali americane del 1940 per i repubblicani e, per via delle sue simpatie per il regime nazista, non solo tiene gli Stati Uniti fuori dalla guerra in Europa ma favorisce anche l’antisemitismo della società americana. In questo scenario, la famiglia Roth cerca di vivere la sua vita e resistere agli eventi storici che gli si abbattono contro. Ovviamente, in un romanzo di questo genere, il punto è non solo quanto sia credibile storicamente lo scenario alternativo (e su questo punto, Roth fornisce una robustissima appendice) ma anche quanto lo sia dal punto di vista delle conseguenze per i personaggi. E Roth è abile a non scadere nella macchietta, a non trasformare d’incanto gli Stati Uniti nella Polonia. La discriminazione c’è, ma è sottile e i personaggi a volte sembrano muoversi sull’orlo della paranoia, il che rende il tutto ancora più inquietante e spaventoso. Delude un po’ il finale con una risoluzione della situazione politica abbastanza semplicistica, però è un signor romanzo che ha il merito di essere interessante pur senza raccontare nulla di più (o quasi) di eventi di vita quotidiana.

Delta Blues – Kai Zen (Edizioni Ambiente – Verdenero)
Verdenero è la collana di storie sui crimini ambientali che ospita romanzi e racconti di autori italiani. A questo turno tocca ai Kai Zen, che hanno scelto per la loro storia il delta del Niger, una delle terre più inquinate della galassia, dove sono concentrati gli stabilimenti di estrazione petrolifera di diverse compagnie –Shell in testa – che, di fatto, agiscono come governo-ombra del paese (come di recente confermato da documenti pubblicati da Wikileaks). È qui che tra guerriglieri e troupe di documentaristi, i Kai Zen ambientano la loro “cover” di Cuore di tenebra. Siccome non ho mai letto il romanzo di Conrad ma ho solo presente il suo impianto generale (e pure Apocalypse Now l’ho visto un sacco di tempo fa e ho solo dei vaghi ricordi – in compenso ricordo benissimo la storia di Nathan Never tratta dallo stesso romanzo) non saprei dire come sia venuta la riscrittura in rapporto all’originale. Però il romanzo è una storia di avventura con tutti i crismi in cui, grazie al cielo, l’elemento ambientalista è gestito in modo non didascalico e poco intrusivo, senza spiegoni eccessivi, e c’è una bella zona grigia in cui si muovono i personaggi. Un lavoro onesto e piacevole.

L’amore non guasta – Jonathan Coe (Feltrinelli)
Secondo romanzo di Coe, è una storia parecchio minimalista e richiusa su stessa, raccontata anche attraverso quattro racconti opera di uno personaggi del libro, sui quali ho un serio dubbio: secondo alcuni commenti di lettori che ho visto in giro sono la cosa più bella del libro in assoluto, mentre secondo me lo sono perché Coe si è sforzato di scriverli come uno scrittore che non scrive bene. Comunque non è propriamente il mio genere e non mi ha entusiasmato…

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Swordsman Kane

Per me Solomon Kane ha questa faccia qua.

Questo post parla di Solomon Kane, il film di cappa e spada uscito quest’estate. C’è un riassunto della trama pieno di spoiler (in realtà il film è così prevedibile che si spoilera da solo) e qualche riflessione su come è stato cambiato il personaggio dai racconti degli anni Venti al film. Un argomento di cui non importa nulla a (quasi) nessuno. Ma siccome a. Solomon Kane è uno dei miei personaggi preferiti di tipo tutti i tempi; b. a suo tempo ho scritto della fanfiction su di lui, mi interessava vedere che lavoro era stato fatto sul personaggio e parlarne un po’.

 

La barbetta da cattivo

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The day the music died. Twice.

L’8 dicembre, oltre a essere una festa religiosa su cui la gente di solito ha le idee poco chiare (è il giorno in cui viene concepita Maria che è, i soliti raccomandati, immune dal peccato originale, non quello in cui l’angelo mette incinta Maria) è la Giornata Nazionale di Sparare ai Musicisti.
Tutti sanno di John Lennon, ma pochi sanno che il vero assassino non è Mark Chapman bensì Stephen King. Quest’anno sono 30 anni tondi tondi e il livello di moleste celebrazioni zuccherose del Cristo Ateo sarà ancora più elevato del solito.
A me questo tipo di glorificazione fa un po’ ridere, perché Lennon era un personaggino abbastanza lontano dal santino che ne è stato fatto nel corso degli anni. Sia nei turbolenti anni di Liverpool prima e Amburgo poi (dove i Beatles vissero da Rolling Stones tra amfetamine, prostitute, malavitosi e spacciatori), sia in quelli successivi.
Una delle infamie più memorabili perpetrate ai danni di Paul McCartney all’epoca in cui i Beatles stavano andando in frantumi è la registrazione di The Long and Winding Road, canzone che Macca aveva pensato perché diventasse uno standard per i Grandi Cantanti. E che, incidentalmente, Phil Spector o non Phil Spector, è una lagna mortale. All’epoca i quattro volevano tornare alle registrazioni in presa diretta, così Ringo suona la batteria, George la chitarra, Paul il piano e John Lennon il basso.
Il risultato è questa traccia, in cui il basso fa un po’ di tutto fuorché le note giuste (ed è facile immaginare John che sogghigna mentre sbaglia).

Ian McDonald, autore del monumentale e fondamentale “Revolution in the head”, in cui analizza tutte le registrazioni dei Beatles, definisce quello di Lennon un vero e proprio sabotaggio per rendere inutilizzabile quello che doveva essere un demo e che poi ha finito per diventare la traccia vera e propria. A me fa impazzire la “scivolata” a 1:03, che non c’entra nulla.  Comunque, le foto del Getty sono bellissime (occhio che parte Imagine a tradimento).
C’è anche un curioso aneddoto sul giovane John raccontato da Lemmy nella sua autobiografia. In pratica, i giovani Beatles sono al Cavern a suonare, tra un pezzo e l’altro un tizio urla “Lennon sei un frocio”. Lennon mette giù la chitarra, scende e chiede chi è stato. Si fa avanti uno e dice “Sono stato io, e allora?” BAM! BAM! Due craniate sul naso, il “Liverpool kiss”. E poi di nuovo sul palco. “Qualcuno ha qualcos’altro da dire? No? Ok. Il prossimo pezzo è Money”. Living life in peace, yu-hu, uhuhuh.

Ma l’8 dicembre 2004 a Columbus, Ohio, è morto, ucciso a colpi di pistola sul palco, Dimebag Darrell, chitarrista dei Pantera.
Spiegare il ruolo dei Pantera nell’evoluzione del metal alla fine degli anni ottanta in poche parole non è semplicissimo. Ascoltare Vulgar Display of Power è molto più semplice e divertente. Qui magari basta dire che per qualche anno prima che il mondo del metal piombasse nella più bieca restaurazione ottantiana, i Pantera sono stati la bandiera di uno svecchiamento del genere, di un metal che non sembrava la caricatura di qualcosa. Poi sono arrivati gli Hammerfall.
A ogni modo, Dimebag come chitarrista aveva tutto: un immenso senso del ritmo, velocità e ignoranza e un suono enorme (dato, almeno fino al 2004, solo da amplificatori a transistor; cosa molto inusuale visto che di solito i chitarristi prediligono quelli a valvole). E poi è stato seppellito in una bara dei Kiss.
Uno dei progetti a cui aveva lavorato prima di morire era il disco di Southern Metal Rebel meets Rebel, insieme al cantante country David Allan Coe e al batterista e al bassista dei Pantera.
Che è un bel disco cialtrone e rumoroso e divertente. E che spiega che i cowboy si bombano più droga che i musicisti rock.

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Islampunk: le parti censurate


Per insondabili ragioni, l’edizione italiana di The Taqwacores non è stata tradotta dall’originale americano (che ho recensito a giugno, 7, 30 euro su bookdepository), ma dall’edizione inglese, che presenta una serie di tagli che vanno dal singolo aggettivo a interi dialoghi che sono appena appena essenziali per il senso complessivo del romanzo. L’editore inglese tagliò perché si era in pieno casino per le vignette danesi su Maometto, ma questo non lo giustifica per nulla, perché The Taqwacores è una critica dall’interno all’Islam e ai difetti umani del suo fondatore e non ha nulla a che vedere con quella vicenda. L’editore italiano, Newton&Compton, invece non ha alcuna scusante, anche se ha almeno avuto il buon gusto di indicare in quali punti è stato tagliato qualcosa (stendo un velo pietoso sullo strillo di copertina “tra Arancia Meccanica e Trainspotting”: il secondo ci può stare, ma Arancia Meccanica non c’entra un benemerito cazzo).
Comunque.
In rete si trovano (oltre a un’intervista sul tema all’autore) facilmente le parti censurate dall’edizione inglese.
Però immagino che se uno se l’è comprato in italiano magari non può/vuole leggerlo in inglese. Quindi, visto che già avevo tradotto per i fatti miei un passo del libro, mi sono messo a tradurre le parti mancanti (lasciando i casi in cui è saltato solo un fuckin’ di solito associato al Corano o alla Sunna).
Ho messo dei link a Wikipedia che permettono di capire un po’ meglio di che cosa si sta parlando.
Ovviamente, quanto segue contiene sesso, violenza, offese a profeti e uomini religiosi, accenni ad atti sessuali su minorenni. Nessuno vi obbliga ad andare avanti. Se lo fate, poi non venite a dire “come puoi ospitare sul tuo blog delle cose simili?” (nel caso vi stiate domandando “ma perché invece con le vignette danesi su Maometto te l’eri presa tanto?”, la risposta sta nel fatto che MMK è un musulmano che attacca la sua religione cercando di innescare dei movimenti di cambiamento al suo interno e ne ha quindi tutto il diritto. La questione delle vignette danesi era diversa. Oltre al fatto che facevano cagare, che è la cosa più grave di tutte).
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