Archivi del giorno: 8 dicembre 2010

The day the music died. Twice.

L’8 dicembre, oltre a essere una festa religiosa su cui la gente di solito ha le idee poco chiare (è il giorno in cui viene concepita Maria che è, i soliti raccomandati, immune dal peccato originale, non quello in cui l’angelo mette incinta Maria) è la Giornata Nazionale di Sparare ai Musicisti.
Tutti sanno di John Lennon, ma pochi sanno che il vero assassino non è Mark Chapman bensì Stephen King. Quest’anno sono 30 anni tondi tondi e il livello di moleste celebrazioni zuccherose del Cristo Ateo sarà ancora più elevato del solito.
A me questo tipo di glorificazione fa un po’ ridere, perché Lennon era un personaggino abbastanza lontano dal santino che ne è stato fatto nel corso degli anni. Sia nei turbolenti anni di Liverpool prima e Amburgo poi (dove i Beatles vissero da Rolling Stones tra amfetamine, prostitute, malavitosi e spacciatori), sia in quelli successivi.
Una delle infamie più memorabili perpetrate ai danni di Paul McCartney all’epoca in cui i Beatles stavano andando in frantumi è la registrazione di The Long and Winding Road, canzone che Macca aveva pensato perché diventasse uno standard per i Grandi Cantanti. E che, incidentalmente, Phil Spector o non Phil Spector, è una lagna mortale. All’epoca i quattro volevano tornare alle registrazioni in presa diretta, così Ringo suona la batteria, George la chitarra, Paul il piano e John Lennon il basso.
Il risultato è questa traccia, in cui il basso fa un po’ di tutto fuorché le note giuste (ed è facile immaginare John che sogghigna mentre sbaglia).

Ian McDonald, autore del monumentale e fondamentale “Revolution in the head”, in cui analizza tutte le registrazioni dei Beatles, definisce quello di Lennon un vero e proprio sabotaggio per rendere inutilizzabile quello che doveva essere un demo e che poi ha finito per diventare la traccia vera e propria. A me fa impazzire la “scivolata” a 1:03, che non c’entra nulla.  Comunque, le foto del Getty sono bellissime (occhio che parte Imagine a tradimento).
C’è anche un curioso aneddoto sul giovane John raccontato da Lemmy nella sua autobiografia. In pratica, i giovani Beatles sono al Cavern a suonare, tra un pezzo e l’altro un tizio urla “Lennon sei un frocio”. Lennon mette giù la chitarra, scende e chiede chi è stato. Si fa avanti uno e dice “Sono stato io, e allora?” BAM! BAM! Due craniate sul naso, il “Liverpool kiss”. E poi di nuovo sul palco. “Qualcuno ha qualcos’altro da dire? No? Ok. Il prossimo pezzo è Money”. Living life in peace, yu-hu, uhuhuh.

Ma l’8 dicembre 2004 a Columbus, Ohio, è morto, ucciso a colpi di pistola sul palco, Dimebag Darrell, chitarrista dei Pantera.
Spiegare il ruolo dei Pantera nell’evoluzione del metal alla fine degli anni ottanta in poche parole non è semplicissimo. Ascoltare Vulgar Display of Power è molto più semplice e divertente. Qui magari basta dire che per qualche anno prima che il mondo del metal piombasse nella più bieca restaurazione ottantiana, i Pantera sono stati la bandiera di uno svecchiamento del genere, di un metal che non sembrava la caricatura di qualcosa. Poi sono arrivati gli Hammerfall.
A ogni modo, Dimebag come chitarrista aveva tutto: un immenso senso del ritmo, velocità e ignoranza e un suono enorme (dato, almeno fino al 2004, solo da amplificatori a transistor; cosa molto inusuale visto che di solito i chitarristi prediligono quelli a valvole). E poi è stato seppellito in una bara dei Kiss.
Uno dei progetti a cui aveva lavorato prima di morire era il disco di Southern Metal Rebel meets Rebel, insieme al cantante country David Allan Coe e al batterista e al bassista dei Pantera.
Che è un bel disco cialtrone e rumoroso e divertente. E che spiega che i cowboy si bombano più droga che i musicisti rock.

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