Archivi del mese: giugno 2011

Prima di andare a Genova – 3. Da Napoli a Napoli, via Seattle

[Dieci anni dopo, diamo un'occhiata a che facce avevano gli italiani prima di andare a Genova per spaccarne o per farsele spaccare]

L’idea di ospitare un G8 a Genova prende corpo nel 1999.
Prima di Seattle.
Il modello in mente allora era quello del G7 a Napoli del luglio 1994, all’alba dell’era Berlusconi. Napoli venne tirata a lustro per l’occasione (almeno le zone di rappresentanza) e la giornata in libertà di Bill Clinton, con annesso bagno di folla, diede l’impressione che i “grandi della terra” fossero sotto sotto dei compagnoni.
Così, quando nel dicembre 1999 l’allora sindaco di Genova Giuseppe Pericu propone la candidatura di Genova per l’edizione 2001 al governo D’Alema, pensa che sta semplicemente facendo un buon affare per la città: un sacco di soldi per lavori pubblici di riqualificazione urbana ed esposizione mediatica con conseguente ritorno di immagine.
Però.
Il 30 novembre del 1999, in un’altra città portuale, Seattle, è successo qualcosa.
In occasione del meeting della World Trade Organization, è scoppiata una delle più colossali manifestazioni di protesta che la storia USA recente ricordi. Decine di migliaia di manifestanti, appartenenti a diverse organizzazioni che rifiutano quella che definiscono “globalizzazione dall’alto”, hanno occupato le strade circostanti la sede del vertice, impedendo a numerosi delegati di raggiungerla. Ci sono stati scontri, vetrine di negozi di grandi gruppi distrutte, 600 arresti, cariche a cavallo, lacrimogeni.
Le immagini hanno fatto il giro del mondo e di colpo l’idea di sfruttare i grandi vertici internazionali, quelli in cui “il potere” assume volti e corpi, per contestare le politiche neoliberiste è diventata un’idea davvero globale. I giornali italiani hanno iniziato a parlare di “popolo di Seattle”.

A febbraio del 2000 Genova viene scelta come sede del G8 del 2001. Arrivano 200 miliardi di lire per lavori pubblici.

In un certo senso Pisanu è stato lungimirante. Genova sarà un’altra Napoli. Ma non quella del 1994.

Amato diventa presidente del consiglio ad aprile del 2000.
A giugno del 2000 a Bologna si tiene il vertice dell’OCSE. La città è invasa da forze dell’ordine. Una sera dall’ospedale maggiore al centro conto almeno una trentina di mezzi di polizia e carabinieri parcheggiati davanti agli alberghi che ospitano i delegati.
Quando uno dei cortei cerca di passare oltre al cordone della polizia (senza armi, semplicemente spingendo) i poliziotti picchiano tenendo i manganelli al contrario, c0sì che sia l’impugnatura a fare il lavoro sporco. Il tg3 regionale dell’ora di pranzo va vedere le immagini, si vedono chiaramente i manganelli al contrario. Tempo di cena e quel video è sparito.

A marzo del 2001 il corteo del “no global forum” viene chiuso in piazza Municipio e caricato pesantemente. Nonostante il governo “amico”  in carica, l’inviato di Repubblica descrive così la giornata:

La piazza diventa un inferno e ci vorranno almeno tre quarti d’ora di battaglia per sgomberare e allontanare i giovani. Poi le forze dell’ordine prendono il sopravvento e se la prendono anche con quei manifestanti che con gli scontri non c’entravano nulla, manganellando a ripetizione chiunque trovassero sulla loro strada, anche quelli a braccia alzate. Alla fine tornano alle loro postazioni portandosi dietro come trofei gli striscioni sequestrati ed esultando verso i colleghi delle seconde linee che rispondono a colpi di manganello sulle transenne in un clamore innaturale e sorprendente ma esplicativo dello stato d’animo di poliziotti e carabinieri.

Successive indagini riveleranno pestaggi nei confronti degli arrestati (alcuni dei quali rastrellati negli ospedali) in caserma, ma sono tutte notizie di cui si sentirà parlare solo dopo il G8 genovese.

Quando Berlusconi vince di nuovo le elezioni a maggio del 2001, l’organizzazione della sicurezza al vertice del G8 è stata praticamente già conclusa dal governo Amato: la zona gialla, la zona rossa, i cecchini sui tetti, le batterie di missili terra-aria all’aeroporto.
Il nuovo governo non ritiene di dover cambiare il capo della polizia nominato da Amato, Gianni De Gennaro.

(prima puntata; seconda puntata)

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Prima di andare a Genova – 2. Missili, sacchi e sangue

[Dieci anni dopo, diamo un'occhiata a che facce avevano gli italiani prima di andare a Genova per spaccarne o per farsele spaccare]

Quell'espressione un po' così

Il 20 giugno 2001 sul Corriere della Sera usciva un articolo che iniziava così:

Dall’ ufficio del generale Ievgheni Murov, capo degli 007 russi incaricati di vegliare sulla personalità del potere, è partito un messaggio con precedenza assoluta. «Osama Bin Laden ha lanciato minacce contro la vita del presidente George Bush jr». L’attacco terroristico potrebbe avvenire a Genova, in occasione del vertice G8. E l’ allarme russo si è intrecciato con i segnali raccolti dai servizi di sicurezza occidentali. In particolare una serie di lettere inviate da Osama, nascosto nel suo rifugio afghano, agli uomini infiltrati in Europa. Uno scambio epistolare, ha confermato una fonte mediorientale al Corriere, svoltosi subito dopo il mistero del progettato attentato contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma. «Ringrazio i fratelli in Italia…», scrive il principe saudita, considerato l’ispiratore di mille trame. Altre lettere – in realtà ordini – hanno portato, in queste ore, alla scoperta di almeno due complotti, in aree geografiche diverse, riconducibili alla nebulosa del terrore che si nasconde sotto l’ampio – e sempre comodo, per tutti – mantello di Osama.

All’epoca, Osama bin Laden era ancora un personaggio noto solo a chi leggeva le pagine degli esteri dei giornali. La Stampa (che ha un archivio fantastico) ne parla per la prima volta il 28 novembre del 1996 e poi di nuovo solo due anni dopo. Certo, a febbraio del 2001 compaiono anche articoli come questo, che letti oggi sembrano più che profetici: “Le vie parallele di Bin Laden e di Saddam“.
Ma diciamo che all’epoca l’idea di un attentato clamoroso nel mezzo di una città occidentale sembrava davvero un’ipotesi fantasiosa e poco più che un ulteriore tassello aggiunto al puzzle delle grande paranoia che si stava preparando sotto la Lanterna. Intanto, però, all’aeroporto venne installata una batteria di missili terra-aria. Misura già prevista dal governo Amato, sotto cui venne presa la decisione di tenere di G8 a Genova.

Il giorno dopo, le autorità italiane si premurano di far sapere di avere ordinato 200 body bag, i sacchi per i cadaveri, e di avere predisposto un obitorio d’emergenza in uno degli ospedali cittadini.

Un mese prima, sempre il Corriere aveva titolato così in prima pagina:

Allarme dei servizi: «Guerriglia anti G8 con sangue infetto»
I servizi segreti lanciano l’ allarme sul G8 di Genova: si temono azioni con «armi non convenzionali». Frange estremistiche anarchiche potrebbero usare palloncini con sangue infetto e aerei telecomandati. Ma il «popolo di Seattle» chiede spazi per la protesta non violenta

Di tutte le stronzate dette nei giorni precedenti al G8, questa è forse la più ridicola. Perché la fai facile a dire “gavettoni di sangue infetto”. Il sangue deve essere fresco, perché fuori dall’organismo umano l’HIV muore abbastanza alla svelta. Quindi i gavettoni li devi preparare al volo e nella concitazione può non essere esattamente semplice.
Ma tant’è la notizia, confezionata chissà da chi, finisce sui giornali e capita che ci sia gente che debba anche rispondere a domande al proposito, nelle interviste.
Se queste erano le voci che si mettevano in giro pubblicamente, possiamo solo immaginare che cosa girasse confidenzialmente nelle caserme di polizia, carabinieri, guardia di finanza.

(la prima puntata è qui)

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Well NYC really has it all (7 di 10)

Se c’è una cosa che a volte può essere difficile da comprendere, questa è la passione degli anglosassoni per gli acronimi, sigle e abbreviazioni.
SoHo, NoHo e NoLIta, per esempio, sono tutte contrazioni, rispettivamente di South of Houston Street, North of Houston Street e North of Little Italy (ci sono anche TriBeCa, Triangle below Canal Street, NoMad, North of Madison Square e il mio preferito, DUMBO, Down Under Manatthan Bridge Overpass).
Onestamente, non abbiamo capito esattamente dove iniziasse un quartiere e finisse un altro. Nel complesso, la zona è abbastanza omogenea ed è un’area da shopping, con qualche sorpresa dal punto di visto artistico.
Per esempio, il MoCCA (Museum of Comic and Cartoon Art), al 594 di Broadway  (quarto piano), che è un raccolto spazio espositivo dedicato, come dice la sigla, a fumetti e cartoni animati. Noi siamo capitati proprio quando era allestita una mostra che più New York di così non si poteva: la Grande Mela vista da Will Eisner, partendo da Spirit e arrivano alle graphic novel. Vedere da vicino tavole originali di fumetti è sempre un’esperienza piacevole, perché l’originale mostra tutte le correzioni, i ripensamenti e le imperfezioni che poi vengono “bruciati” in stampa. Nel caso di Eisner, gli originali sono praticamente identici alla versione stampata e mostrano una sicurezza incredibile.
Il tratto e le capacità di narrazione per immagini di Eisner sono una delle meraviglie del mondo; e sono felice di aver potuto vedere da vicino un saggio della sua abilità, proprio nella città in cui ha vissuto e lavorato.
La mostra di Eisner finisce proprio in questi giorni, purtroppo.

Più prosaicamente, uno degli obiettivi del pomeriggio è l’acquisto di un paio di Converse per me. Le trovo da Zacky’s, un grande magazzino specializzato in scarpe e jeans, sempre sulla Broadawy, al 686. Le Converse in America costano decisamente meno che in Italia: pago le mie 45 dollari, lo stesso modello qui costa 75 euro. Lì avevano anche modelli meno recenti a prezzi da saldo (29 dollari, tipo).
Ma la cosa bella è che hanno anche un modello di scarpa che presto o tardi devo trovare una scusa per comprare. Queste:

Queste scarpe (che non sono più ridicole di quelle con la suola curva che stanno andando un sacco di moda in questi mesi) sono state al centro di una mia allegra figura di palta in metropolitana un paio di giorni prima, quando vedo un signore davanti a me che le ha ai piedi. Facendo finta di niente, accendo la macchina fotografica e provo a fotografarle.  Una signora seduta di fianco a Lucilla inizia a fissarmi, poi guardo incrocia il mio sguardo fa: “Ti intesessavano QUESTE?” e tira su i piedi calzati dalle sue five fingers shoes pure lei. “Ah uh eh oh” faccio io, “le ha pure lei, cool“. “Sì, è mio marito” risponde lei. Raccolta la mia brava figura da turista cretino che fotografa qualunque cosa vedo le spiego che le avevo viste su internet e che non le avevo mai viste dal vivo. Comunque pare che siano parecchio comode e la suola è assolutamente a prova di bomba. Ora, ecco, dovrei trovare una scusa, tipo un hobby che mi permetta di calzarle dove non mi vede nessuno (anche se, come ho detto, mi sembrano più ridicole quelle scarpe ortopediche da Ercolino sempre in piedi).
Più avanti sulla Broadway c’è anche lo store ufficiale della Converse; i prezzi sono sempre quelli, ma hanno anche un servizio di personalizzazione delle scarpe con disegni e font. Se proprio ci vuoi scialare, puoi chiedere un appuntamento con un grafico per progettare la decorazione che ti aggrada di più. All’ingresso c’era questa sobria bandiera americana fatta con le scarpe:

E poi, potevamo farci mancare una visita all’Apple Store di SoHo?
Certo che no.
Le cose fighe degli Apple Store sono diverse. Per prima cosa, un’ottima rete wi-fi gratuita (le reti wi-fi libere a New York sono certamente più numerose che in Italia, ma non è esattamente che a ogni angolo della strada ne trovi una e quando le trovi può capitare che siano intasate) per dare un’occhiata alla posta. Poi, la possibilità di giochicchiare e navigare liberamente con tutte le macchine Apple a catalogo. Sono lì, a disposizione. Ovviamente, c’è subito chi ne approfitta per bullarsi con gli amici:

... e i momenti KEAP non finiscono qui.

 E poi, come saliamo al piano di sopra c’è una tizio che fa lezione di inDesign:

I newyorchesi non sembrano interessati a inDesign

Comunque acquistare all’Apple Store è fighissimo. I commessi hanno tutti un iPod touch con attaccato il macchinino per leggere le carte di credito; fanno tutto da lì, ovunque siano nel negozio, e la ricevuta ti arriva per email. Se hai già un account Apple in cui è registrata la carta di credito non devi neanche dargli l’indirizzo.
Sì, è spaventoso. Ma alla maniera Apple: it just works.

Se mai doveste capitare da quelle parti e avere voglia di qualcosa di dolce, un salto al 30 di Prince Street, dove si trova la succursale del Little Cupcake Bakeshop a SoHo, potrebbe essere una buona idea. È un posto arredato con i colori vivaci dell’America anni ’50 come ce la immaginiamo tutti, pieno di torte, cupcake e cheesecake. Tra l’altro secondo me la cheesecake newyorchese sa vagamente di caramella Alpenliebe; e questo la rende ancora di più una delle cose più buone del mondo. Un paio di foto di Lucilla dovrebbero rendere l’idea:

Sì, probabilmente è la fiera del colorante. In compenso però hanno l’iced tea, che non è il tè freddo come siamo abituati a pensarlo (aromatizzato e zuccheratissimo) ma normale tè tenuto in frigo, a cui se vuoi aggiungi zucchero (ma anche no).
Aggiungeteci gli Sha-Na-Na come colonna sonora e il ripristino del buon umore dopo caldo cambogiano e stress da fuso orario e mail che ti hanno innervosito un pochino è assicurato.

Al 52 di Prince Street ci imbattiamo per caso in una libreria che invoglia ad entrare, McNally Jackson Books. È una libreria non di catena, di dimensioni umane e con all’interno un bar. In realtà la cosa che più mi colpisce, però, è il macchinario che campeggia in vetrina, che altro non è che una Espresso Book Machine. L’EBM è una macchina da stampa di dimensioni ridotte pensata per il print on demand, sia di testi fuori commercio o di pubblico dominio sia di testi inediti. In pratica, tu puoi cercare sul sito i libri che ti interessano, ordinarli e andarli a ritirare in negozio (o farteli spedire). Possono stamparti anche tutto quello che c’è su Google Books libero da diritti e consegnartelo nel formato di un libro vero, non come fotocopie rilegate. Addirittura, se hai scritto qualcosa e vuoi tentare la carta dell’autopubblicazione cartacea, puoi stamparlo da loro (pagando, si intende).
L’ambizione di questa libreria, non da poco, è quella di diventare il centro della cultura letteraria di Manhattan. It’s a long way to the top, probabilmente, ma solo il fatto che ospitino tra le loro mura una tecnologia ancora non diffusissima fa pensare che siano sulla strada giusta.
(un’osservazione assolutamente non scientifica e forse pure un po’ idiosincratica: i termini che ricorrono più spesso sulle quarte di copertina e sulle fascette dei libri americani sono, per esempio, “entertaining”, “enjoyable”, “storytelling”. In pratica, ti dicono che un libro è divertente, che è piacevole, che è ti racconta una storia bene. Sfido chiunque a leggere per intero l’aletta di un qualsiasi Montalbano senza cadere in narcolessia per la prosa ampollosa che ammanta di improbabili significati non richiesti libri che sono, semplicemente, divertenti, piacevoli e raccontati bene) (come se la Sellerio si vergognasse, di pubblicare dei libri che vendono)

Un negozio che non ha particolari ambizioni di conquista del mondo è l’Evolution Store, specializzato in teneri oggetti da regalo come insetti nell’ambra, scheletri di animali o animali impagliati. Se avete bisogno di uno scoiattolo volante da appendere in salotto, è proprio il posto che fa per voi. Se siete dei medici, vi vendono anche teschi umani veri. Poi hanno anche frammenti di meteoriti e altre pietre. Ma probabilmente quello che uno si ricorda sono le ossa del pene dei piccoli mammiferi.

In realtà, però, la cosa ancora più bizzarra vista da quelle parti è la Earth Room, una al primo piano di un palazzo completamente piena di terra. Terra umida. Lì dal 1977. Non so. C’è molto da dire su una stanza piena di terra?
Quando arrivi, di solito incroci qualcuno che sta andando via. A noi è successo, quelli che scendevano ci hanno fatto un sorrisetto enigmatico e ci hanno detto “ci siete quasi”. Noi siamo arrivati su, abbiamo visto questa stanza piena di terra, siamo rimasti un po’ lì indecisi che provare a camminarci sopra o no e alla fine siamo andati via. Sulle scale incontriamo questi altri tizi che salgono, li guardiamo con un sorriso un po’ così e diciamo “ci siete quasi”.
Forse è quello il senso dell’installazione. Forse c’è una macchina fotografica per le scale che da quasi 35 anni fotografa le facce della gente che se ne va.
Facce che sono più o meno come quella che farete vedendo questa foto:

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Prima di andare a Genova – 1. Dichiarazioni di guerra

[Dieci anni dopo, diamo un'occhiata a che facce avevano gli italiani prima di andare a Genova per spaccarne o per farsele spaccare]

Il 26 maggio 2001, una delegazione di Tute Bianche guidata da Luca Casarini lesse a Palazzo Ducale, futura sede dell’incontro del G8 di Genova, il seguente comunicato:

Alla Società Civile Globale;

al Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza – Italia
al Ministero della Difesa italiano – Capo di stato maggiore;
al Governo italiano – Presidenza del Consiglio – Presidente della Repubblica;
al Capo di Stato Maggiore FF.AA. Stati Uniti d’America – Ambasciata americana Roma;
Direzione C.I.A. – sede S.I.S.D.E. Roma;

DICHIARAZIONE DI GUERRA AI POTENTI DELL’INGIUSTIZIA E DELLA MISERIA

Apprendiamo da fonti giornalistiche italiane che i governi italiano e americano hanno deciso in una riunione svoltasi al Viminale, Roma, il 24 maggio 2001, di dichiarare formalmente guerra alle moltitudini di fratelli e sorelle che confluiranno a Genova durante il vertice del G8 previsto per luglio. La scelta di usare le vostre forze armate e i corpi speciali contro l’umanità, vi rende più vicini ai vostri alleati che nel sud del mondo quotidianamente uccidono, affamano, perseguitano chi non accetta lo sfruttamento del neoliberismo. In ogni parte di questo pianeta i vostri militari intervengono con i fucili contro le idee e i sogni di un mondo diverso, un mondo che contenga molti mondi. Il mondo che voi volete imporre anche nella vostra riunione di Genova, è un mondo unico, dove esista un pensiero unico, dove l’unica ideologia sia quella del denaro, dei profitti, del mercato delle merci e dei corpi. Il vostro mondo è un impero, voi gli imperatori, miliardi di esseri viventi semplici sudditi.

Dalle periferie di questo impero, dai molti mondi che resistono e crescono con il sogno di una esistenza migliore per tutti, oggi, noi, piccoli sudditi ribelli, vi dichiariamo formalmente guerra. È una scelta che voi avete provocato, perché noi preferiamo la pace, è una decisione che per noi significa sfidare la vostra arroganza e la vostra forza, ma siamo obbligati a farlo.

È un obbligo tentare di fermarvi perché finisca l’ingiustizia
È un obbligo dare voce ai fratelli e sorelle che in tutto il pianeta soffrono a causa vostra
È un obbligo non cedere alla paura dei vostri eserciti e alzare la testa

È un obbligo perché solo per obbligo noi dichiariamo le guerre. Ma se dobbiamo scegliere tra lo scontro con le vostre truppe d’occupazione e la rassegnazione, non abbiamo dubbi. Ci scontreremo.

Vi annunciamo formalmente che anche noi siamo scesi sul piede di guerra. Saremo a Genova e il nostro esercito di sognatori, di poveri e bambini, di indios del mondo, di donne e uomini, di gay, lesbiche, artisti e operai, di giovani e anziani, di bianchi, neri, gialli e rossi, disobbedirà alle vostre imposizioni. Noi siamo un esercito nato per sciogliersi, ma solo dopo avervi sconfitto. Oggi noi diciamo “Ya Basta!”.

Dalle periferie dell’Impero
Tute Bianche per l’umanità contro il neoliberismo
26 maggio 2001 – Genova, Italia, Pianeta Terra

Ovviamente, l’evento venne raccontato dai telegiornali filtrando qualsiasi simbolismo e presentando dei tizi con il passamontagna che promettevano guerra. Tanto per preparare il terreno.

All’inizio del mese, a Bologna, avevo sentito recitato il proclama di Wu Ming “Dalle moltitudini d’europa in marcia contro l’Impero e verso Genova“, che fa questo effetto qui:


Ricordo distintamente che mentre un tizio davanti a me si coprì la faccia con una maglietta a mo’ di passamontagna e alzò la mano destra nel gesto a tre dita della P38 io guardai il mio amico Flavio e gli chiesi “ma non ci si potrebbe identificare con qualcuno che non è stato orribilmente massacrato, una volta ogni tanto?” (un’intuizione che anticipava la conclusione a cui sono giunti nel 2009 gli stessi Wu Ming)

(continua)

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Un post di cui mi pentirò, lo sento

Inizio a sospettare che ci sia in corso un’offensiva della potentissima lobby degli avvocati, su internet.
Non riesco a spiegarmi altrimenti perché da giorni la parte della blogosfera italica che si interessa di fantasy sia impegnata in una sfibrante discussione a base di minacce di denunce e querele, partita da un casus belli abbastanza ridicolo e che ha preso toni mostruosamenti grotteschi (in sintesi, da questa pagina – la cui colpa maggiore è quella di non far ridere manco per un cazzo, a parte il punto su Chanyidi – alla notte dei cristalli il passo sarebbe brevissimo; altri frammenti della questione si trovano nel forum dei supposti “mandanti morali” (sic) e sul blog di Lara Manni, dove in mezzo alla rissa c’è qualche sprazzo di discussione costruttiva.
Leggete quello che riuscite, non è un bello spettacolo ed è uno spettacolo che poteva essere evitato attenendosi alla semplice norma “don’t feed the troll”.
(voglio dire: a suo tempo “Il domenicale”, foglio semi-clandestino pubblicato da Dell’Utri, se ne uscì con un “mea culpa” a nome Wu Ming. In proporzione, loro che cosa avrebbero dovuto minacciare di fare? Dichiarare guerra?)

Poi oggi ho visto che una ragazza con cui avevo abitato a Bologna il primo anno di università, che ricordavo enorme fan di Vasco, ha pubblicato un articolo sull’ultimo concerto a San Siro del tizio di Zocca, articolo in cui esprime tutto il rammarico e l’imbarazzo per l’attuale stato di salute artistico del Komandante.
Apriti cielo.
Truppe cammellate all’assalto. E tra i vari insulti, spunta qua e là l’augurio che Vasco legga l’articolo e la denunci per diffamazione.

Non so se sia una conseguenza del fatto che sono anni che siamo tutti qua a parlare di processi, avvocati, giudici.
Ma quest’idea che per vivere insieme siano necessarie le guardie, il messo che ti notifica l’atto giudiziario, le udienze, gli avvocati e tutto quanto mi lascia sinceramente disarmato.

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Well NYC really has it all (6 di 10)

Eravamo rimasti a Bowling Green.
Appena attraversata la strada, proprio sulla punta meridionale di Manhattan si trova il Battery Park, detto anche il parco della sfiga, visto che pullula di memoriali a categorie di gente morta.
Appena entrati, però, c’è un bel monumento ai coloni olandesi che fondarono la colonia di Manhattan, gentilmente offerto dalla stessa Olanda. Un bassorilievo raffigura il momento in cui Peter Minuit acquista la proprietà dell’isola dagli indiani.
Fun fact: Manhattan, oltre a essere ricoperta di boschi, era collinosa. Nella lingua dei Lenape, gli indiani che la abitavano, Manhattan voleva dire “isola con un casino di colline ma proprio un casino che non ne hai idea”. Con il piano regolatore del 1811 si decise che era più pratico avere una tavola pianeggiante su cui stendere il reticolo delle vie. Così, la parte più antica di Manhattan ha vie irregolari, poi dalla 1st street in su è tutto ortogonale, con la sola eccezione di Broadway Avenue che va in diagonale (e in parte ricalca l’antico sentiero indiano che attraversava l’isola, ma solo in parte).
Battery Park si chiama così perché qui si trovavano le batterie di cannoni preposte alla difesa della città nei suoi primi anni di vita. Oggi c’è ancora un forte, Fort Clinton, che in passato è stato usato come centro di raccolta per immigrati, prima di Ellis Island (c’è un memoriale anche per gli immigrati passati da Fort Clinton).
Ma la cosa che più colpisce è la sfera che si trova oggi nel parco ma che in origine era al centro della piazza del World Trade Center. Estratta dalle macerie, oggi si presenta così:

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Well NYC really has it all (5 di 10)

Gli autobus a Manhattan sono una cosa parecchio semplice: la maggior parte delle linee fa avanti e indietro lungo una street o una avenue, coprendo zone non toccate dalla metropolitana.
Così, per esempio, il 42 si fa la 42nd street da una parte all’altra, dal palazzo dell’ONU a est fino al molo 83 a ovest. Ed è proprio in direzione ovest che una bella, calda, mattina prendiamo il 42 a Times Square: il programma della giornata si apre infatti con un (mezzo) giro su un battello della Circle Line, compagnia di navigazione che offre giri attorno all’isola di Manhattan. È un’attrazione abbastanza storica, tanto che c’ero stato pure nel lontano 1982. Terrorizzati dall’idea di fare tardi, arriviamo con una fantozziana ora di anticipo e visto che la sera precedente eravamo svenuti appena toccato il letto decidiamo di andare a svaccarci nel parchetto sul molo di fianco.
Al molo di fianco ancora c’è ormeggiata una portaerei, che ho scoperto poi essere l’Intrepid, adibita a museo sui mezzi a disposizione dell’aviazione americana. Sapete cosa risveglia il bambino reaganiano che dormiva in me?
Questo, di cui avevo la versione dei G.I. Joe, uno dei più bei regali di natale di tutti i tempi:

HIGHWAY TO THE DANGER ZONE!

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Well NYC really has it all (4 di 10)

Spero che nessuno si aspetti da me una descrizione approfondita del MoMA, il Museum of Modern Art.
Per darvi un’idea, da una sala a caso dell’ultimo piano, il MoMa è questa cosa qui:

C’è talmente tanta di quella roba famosa che l’effetto è quello di camminare dentro le pagine del tuo libro di storia dell’arte dell’ultimo anno di superiori. Continua a leggere

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Mamma li precari!

Sai cosa c’è?
C’è che abbiamo una schiatta di politici allevati in provetta, che non hanno più idea di che cosa sia il confronto.
Sono abituati ad avere a che fare con uffici stampa, non con giornalisti.
Non hanno mai fatto un comizio. O se l’hanno fatto l’hanno fatto in un teatro, a una convention, con la security all’ingresso e gli inviti.
Non si spiega altrimenti come mai Brunetta alla parola “rete dei precari” se la sia data a gambe levate come me quando incontro per strada quelli di Mondolibri.
Perché è andato in merda. È andato in merda ed è scappato buttandola in caciara.
Un politico stronzo ma non così coglione avrebbe potuto uscirne dicendo quello che poi Brunetta ha detto nel suo tardivo e fantasioso comunicato stampa, cioè che l’argomento era complesso e che non era quello il luogo e non c’erano i tempi.
Ma, appunto, doveva avere prontezza di spirito, faccia tosta, mente sveglia.
Doti che, fatto salvo Berlusconi che in queste robe è parecchio svelto, a questa genia di cortigiani mancano del tutto.
La dichiarazione di Brunetta, mostrata fianco a fianco con il video dei fatti, è uno dei punti più bassi raggiunti negli anni di governo:

C’è tutto: c’è la protervia, il fastidio, il totale scollamento della realtà.
Fino a che potevano dire di essere sorretti dalla “volontà popolare” questo genere di cose faceva un certo tipo di effetto. Oggi, mentre questo consenso scricchiola e mentre la situazione economica va a troie senza che nessuno sembri troppo preoccupato di fare qualcosa, ha ancora più l’aspetto di una roba da antico regime, da casta (è la prima volta che lo uso in anni e anni di blog, questo termine; non piace neanche a me ma concedetemelo) che protegge le sue prerogative dagli inferiori.
È benzina per la rabbia.
È la dimostrazione che siamo governati da idioti che perdono la testa in una situazione di stress minimo.
Figuriamoci come possono tirare avanti un governo.

Comunque è vero: i precari sono la parte peggiore dell’Italia. Ma non nel senso inteso da Brunetta.

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Autodifesa – maggio 2011

Interrompiamo la sequenza di post su New York per la tradizionale rubrica dei libri del mese.
More about The Island at the Center of the WorldLa interrompiamo ma in realtà, zac!, iniziamo subito con un libro su New York, o meglio su Neuwe Amsterdam. The Island at the Center of the World di Russell Shorto (Vintage) è infatti, come da sottotitolo, l’epica storia della Manhattan olandese e della colonia dimenticata che ha modellato i futuri Stati Uniti d’America. Gli studi sulla colonizzazione olandese dell’isola di Manhattan sono una relativa novità nella storiografia statunitense e si basano in larghissima parte sul lavoro che sta vendendo fatto attorno ai documenti superstiti conservati a New York. Un lavoro complicato dal fatto che la lingua olandese  e la calligrafia del XVII secolo sono particolarmente difficili da decifrare, che sta venendo portato avanti da un ristrettissimo pugno di studiosi. Shorto, giornalista del New York Times, ha avuto il merito di presentare i risultati di questo lavoro di ricerca in una forma piacevolmente divulgativa, una narrazione storiografica che si legge più che “come un romanzo” come un reportage dalle strade della Lower Manhattan del primo Seicento. La tesi sostenuta dal libro è interessante perché colloca l’inizio della storia degli Stati Uniti nel panorama della storia europea coeva, facendo per certi versi saltare l’europeocentrica concezione degli USA come “paese senza storia”. Per Shorto, infatti, lo spirito che animava la colonia, un porto strategico nella rotta tra Sud America, Nord America ed Europa, era lo stesso della madrepatria, improntato a un clima di tolleranza che favoriva l’insediamento di persone dalle provenienze più disparate. La New York di oggi, multietnica, in cui magari il mercoledì delle ceneri ti arriva in ufficio il collega con la croce in fronte o (come ho visto) a una certa il tizio degli hot dog si inginocchia verso La Mecca e si mette a pregare, dove a Brooklyn sbagli strada e ti trovi in un ghetto ebraico di fine Ottocento, sarebbe così la diretta discendente dello spirito della tolleranza dell’Olanda seicentesca; e sarebbe proprio da New York (che nel 1664 cade nelle mani degli inglesi che la ribattezzano così) che questo spirito di fusione e mescolanza si è propagato nella futura Unione.
Ovviamente non è che fosse tutto rose e fiori e che c’erano gli olandesi buoni e gli inglesi puritani malvagi pronti a sterminare gli indiani: Shorto racconta anche di attacchi condotti nei confronti degli indiani, oltre che della famigerata trattativa per l’acquisto dell’isola di Manhattan (uno scatolone pieno di cianfrusaglie del valore di 24 dollari circa; ovviamente, gli indiani che non avevano il concetto del possesso della terra pensavano che si trattasse di una sorta di usufrutto temporaneo). Senza contare il fatto che la colonia era un caposaldo del mercato degli schiavi (per quanto accogliesse anche schiavi liberati). I protagonisti degli eventi storici escono da un certo macchiettismo in cui erano stati rilegati dalla vulgata popolare, in particolare Peter Stuyvesant, ultimo governatore della colonia, il cui nome ricorre ancora oggi nella toponomastica della città.
È un libro scorrevole ma documentatissimo, che propone una visione nuova (almeno per un pubblico non specializzato) delle origini degli USA, meno centrata sull’apporto anglosassone e più incentrata sul multiculturalismo. Letto prima di una visita a New York, poi, permette di orientarsi un pochino sulla storia più antica della città, dà conto dell’origine di alcuni toponimi (Broadway ricalca in parte il tracciato del più antico sentiero indiano che attraversava l’isola, il muro di Wall Strett era quello della palizzata eretta a difesa della colonia, che occupava la punta sud di Manhattan, e via discorrendo) e ti permette di scocciare chi viaggia con te con discorsi che iniziano con “perché, devi sapere che gli olandesi…”
(non mi risulta una traduzione italiana, sorry)

Un’altra mia fissa nel campo “l’America che non ti aspetti” è Michael Muhammad Knight, l’autore di The Taqwacores, il romanzo che ha dato davvero il via alla nascita di una scena punk musulmana in America, da cui è venuto fuori un gruppo parecchio interessante, i Kominas.

More about Il diavolo dagli occhi bluKnight è un bianco (di origini irlandesi da parte di madre) convertitosi all’Islam dopo aver letto l’autobiografia di Malcolm X e, in quanto tale, è una specie di rarità nel panorama degli islamici americani, che tolti quelli originari di paesi musulmani sono per lo più neri. Da questo viene il titolo del libro “Il diavolo dagli occhi blu” (Newton Compton), che racconta due mesi trascorsi on the road per gli Stati Uniti dall’autore per incontrare personaggi di spicco dell’Islam americano. La parte più allucinante e interessante è quella dedicata a Wallace Fard Muhammad e alla Nation of Islam, il movimento da lui fondato che sostiene che la razza nera è l’unica creata da Allah e che i bianchi sono frutto dell’esperimento del malvagio Jacub (se ne parla anche in New Thing di Wu Ming 1). Il tutto condito da un bel po’ di ufologia e dalla convinzione da parte di Fard di essere l’incarnazione terrena di Allah. Per inciso, Fard non si sa che fine abbia fatto; la versione della NOI è che abbia fatto ritorno all’Astronave Madre e il viaggio di Knight si svolge proprio sulle sue tracce. Tra l’altro, anche Malcolm X è stato per diverso tempo membro del movimento, prima di diventare sunnita.
Durante tutto il percorso, però, Knight porta alla luce realtà interessanti, tra donne che conducono la preghiera e associazioni di musulmani filo-bushiani. L’ultimo capitolo è dedicato all’incontro in carcere con il nipote di Malcolm X, rinchiuso per furto. Instabile mentalmente, a 12 anno il ragazzo aveva dato fuoco alla casa dove viveva con la nonna, Betty Shabazz, uccidendola.
A me Knight piace molto, per come scrive, per quello che racconta e per la visione della sua religione che propone. È un personaggio da tenere d’occhio, una voce a cui prestare attenzione (e su ibs te lo regalano, in pratica, questo libro).

More about PostmortemSe c’è una cosa che mi ha colpito molto in “Postmortem“, il primo libro di Patricia Cornwell (Mondadori) è quando la protagonista Kay Scarpetta, italoamericana, si mette a cucinare delle cose più o meno alla portata di un qualunque italiano medio e l’autrice riesce a presentarti le sue azioni come se stesse preparando un pranzo di diciotto ricercatissime portate. Letto oggi, questo romanzo è semplicemente un solido prodotto di intrattenimento che rispetta con grande attenzione tutte le norme da scuola di scrittura creativa: la scansione degli eventi, la costruzione della suspence, i personaggi, sono tutti al posto giusto. Se si cerca di mettersi nell’ottica del suo anno di uscita, il 1990, è chiaro che si trattasse di un libro innovativo, che metteva al centro della scena aspetti sia di tecnica forense sia informatici che difficilmente facevano parte del bagaglio culturale del lettore medio dell’epoca. E non mi stupisce che la formula e il personaggio abbiano permesso all’autrice di dare vita a una serie di romanzi di successo. È anche questo, in qualche modo, molto americano: scrivi di ciò che sai, metti giù le cose nel giusto ordine e in modo chiaro e se sono rose fioriranno. È un po’ l’American Dream applicato alla narrativa seriale.
Certo, se poi si pensa che una delle sue colpe maggiori è stata l’aver portato in qualche modo alla nascita della serie a fumetti Julia, viene voglia di tornare indietro nel tempo e fermare la Cornwell prima che sia troppo tardi. Però d’altra parte ha portato anche a Bilico di Paola Barbato e allora si può anche perdonare :-)

More about Il festival dei fantasmiIl festival dei fantasmi” di Rhys Huges è, credo, il primo titolo di 40k che recensisco. 40k è una casa editrice che pubblica solo in formato digitale testi di dimensioni molto contenute, di narrativa come di saggistica. Più precisamente, questo è un racconto di media lunghezza; non so se dovrei infilarlo qui in mezzo, ma siccome in formato cartaceo credo di avere letto cose della stessa lunghezza pubblicate in volume singolo, non vedo perché no.
A ogni modo, la prima cosa a cui ho pensato al termine della lettura di questa breve storia ambientata in un festival musicale è stata quanto sia forte l’impronta di Lovecraft e della sua concezione del mondo nella narrativa fantastica. Huges costruisce la sua storia, tutta attraversata dall’amore per la musica, con i giusti ritmi e piazza una bella botta di orrore cosmico al culmine della tensione narrativa. Di più è impossibile dire senza sfociare nello spoiler più selvaggio, però la rivelazione è un bel colpo.
Non so se sia mai uscito in edizione cartacea in italiano; l’epub (senza DRM) è disponibile anche in inglese. Comunque questo Huges mi sembra uno da tenere d’occhio.

More about MalastagioneMalastagione” (Mondadori) è il primo romanzo della serie di romanzi gialli di Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini a essere ambientato ai giorni nostri, sempre nel paese di Casedisopra, nell’Appennino tosco-emiliano. E benché sia facilmente leggibile anche da chi non hai letto i suoi predecessori, è il lettore fedele che trova la maggior soddisfazione nel libro, visto che ormai sono una sessantina gli anni di vita di questo spicchio di Italia immaginaria che i due autori hanno raccontato e i riferimenti al passato rievocano i libri precedenti, le loro storie, i loro personaggi. Si deve purtroppo rispettare il luogo comune: il libro migliore, come intreccio, resta il primo. L’amore con cui sono descritti i luoghi, a cui si aggiunge la profonda vena di malinconia per la loro trasformazione, tra seconde case e asfalto (e da Casedisopra non sembra essere stata fatta passare la TAV Bologna-Firenze) è sempre mozzafiato e restituisce sulla pagina tutto il fascino, gli odori e i colori di quei posti. Però la storia investigativa potrebbe essere migliore. L’idea di usare come investigatore una figura inedita, cioè un agente della Guardia Forestale, è buona e i due autori sembrano trovarsi a loro agio anche quando si tratta di descrivere fenomeni come le comunità di Elfi che si possono incontrare da quelle parti.
Comunque vorrei che tu quelli convinti che gli ebook abbiano una scarsa leggibilità dessero un’occhiata a come cavolo è stampato male questo libro.

More about Cani da rapinaÈ una storia vecchia come il mondo che difficilmente ci stancheremo di sentirci raccontare, fino a che ce la raccontano bene: un gruppo di criminali di mezza tacca ha per le mani un affare che può cambiare la loro vita, ma in un modo o nell’altro va tutto a puttane. Luca Moretti ambienta questa storia nella Roma delle borgate di oggi, in “Cani da rapina” (Purple Press). Non è anticipare troppo della storia dire che un pacco di cocaina trovato fortuitamente farà prima la fortuna e poi segnerà la fine di alcuni piccoli spacciatori della periferia romana, come se fosse uno spin-off di Romanzo Criminale ai giorni nostri (e in un certo senso lo è, perché il “pezzo grosso” della storia è un reduce della Magliana). La storia ci mette un po’ a partire davvero e all’inizio sembra un po’ perdersi in una lunga serie di descrizioni di ambienti e personaggi, che alternano un linguaggio che cerca di rendere la parlata dei borgatari e una lingua più letteraria, poi quando il meccanismo della tragedia mette in moto i suoi ingranaggi si va avanti più speditamente. Trovo un po’ superfluo e compiaciuto il glossarietto finale sulle droghe, anche se alcune informazioni sul tema contenute nella storia sono interessanti: per esempio, in Italia non ha mai preso piede il mercato del crack perché pare che i consumatori trovino molto più rapido e pratico farselo da soli partendo dalla cocaina.
Alla fine mi immaginavo (complice una quarta un po’ truffaldina in questo senso) qualcosa di più diretto e con meno implicazioni, una storia criminale senza troppi fronzoli; invece ho trovato che le aspirazioni di fare qualcosa di più “alto” non siamo completamente realizzate e quindi il tutto resta un po’ sospeso.

That’s all, folks.

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