Che paura che c’inghiotte e non torniamo più

Poi quando credi che tutto sia finito scopri che il mostro non è morto, come nei film horror.
La scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto sono due gironi infernali che ci fanno ancora più paura di tutto quello che è successo nei due giorni precedenti per le strade di Genova.
Siamo costretti a immaginarli dai racconti di chi c’è stato, dalle immagini delle conseguenze. Scrive il Corriere della Sera (che all’epoca tenne una linea parecchio vicina alle forze dell’ordine):

Sul registro di classe della II B c’è una manata di sangue che sta colando. Nell’ufficio del dirigente scolastico Carlo Angelo Castelli ci sono la bandiera italiana e quella dell’Unione Europea buttate per terra. Al terzo piano ci sono due scatole di preservativi, marca francese, macchiate di rosso.

Alle 2.35 l’ingresso della scuola Diaz è di nuovo a perto a tutti, tre gradini e si entra nella palestra al pianterreno. E’impossibile capire cos’era prima di questo buco nero. Ci sono vetri per terra, vestiti buttati ovunque, pozze di sangue fresco che impasta tutto, sacchi a pelo, provviste, libri e riviste.

Le porte degli uffici amministrativi della scuola, quelle dei bagni, hanno tutte il segno dello scarpone che le ha sfondate. In un’aula c’è un televisore con lo schermo a pezzi, un computer che deve aver preso fuoco, perché è tutto bruciato. Tra vestiti e sacchi a pelo, per terra ci sono anche i crocifissi delle aule. Tutti gli zaini sono stati buttati all’aria. C’è un libro sull’erotismo di Bataille strappato a metà, come gli album di fumetti americani. Sacchi a pelo zuppi di sangue. Il lavandino del bagno al pianterreno è tappato, ci sono due dita di acqua rossastra. Scatole di succhi di frutta schiacciate, meloni spiaccicati per terra.

Concita De Gregorio, per Repubblica, scrisse un articolo dall’attacco spaventoso:

Sangue vivo, scivoloso e lucido come sciroppo di lampone. Bibbia, rotolo di carta igienica, sangue. Scatola di metallo piena di preservativi, diario con numero di telefono di Micha: 2152635. Don Quixote senza copertina, sangue. Assorbenti, barattolo di olive, sveglia da viaggio, sangue. Passaporto strappato, polacco. Portamonete di similpelle nero, vuoto, con indirizzo: Nancy e Darryl Beal, 1051224 W 10th Ave. Vancouver, Canada. Avvertite i genitori.

La notte della Diaz è stata la notte.
Hanno picchiato gente che non aveva fatto nulla, hanno mentito e hanno mentito ancora, hanno sospeso ogni prassi e quando hanno finito hanno lasciato le porte aperte perché tutti vedessero che la Polizia di Stato fa quello che vuole (perché la Diaz fu un affare della Polizia, i Carabinieri erano addetti a fare cordone attorno; certo nessuno può escludere che non sia stato invitato qualcuno alla festa dentro, del resto per mesi non si è nemmeno riusciti a capire che cazzo di corpo della Polizia sia stato, a entrare).
Nonostante il processo, la Diaz non è una ferita che si rimargina. Resta lì. È successo.
Quei poliziotti sono ancora in giro, fanno ancora il loro lavoro. Su 349 ne sono finiti a processo in 29, 25 dei quali hanno ricevuto una condanna in appello (ma grazie al ricorso in cassazione forse scatterà la prescrizione), e dubito che una cosa del genere la fanno solo un gruppetto di “mele marce”. Sono tutti colpevoli. Moralmente. Lo sanno. E sono per le strade, allo stadio, ai concerti, a fare il loro lavoro. A fine 2008 l’avvocatura di Stato, che rappresenta il ministero dell’Interno, ha detto che la Diaz non è stata una spedizione punitiva e che era compatibile con l’ordinamento democratico.
Maroni ha assolto Scajola, in pratica.
Hanno deciso che è tutto a posto e che non è successo niente. Una rissa tra ragazzi che hanno un po’ esagerato.
Prendiamo atto.

 

1 commento

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Una risposta a Che paura che c’inghiotte e non torniamo più

  1. marzia

    Di che ordinamento democratico sta blaterando quello? Gli pare democrazia quella? ahh beh complimenti.

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