Well NYC really has it all (10 di 10)

È giunto il momento di chiudere.

Sono andato a New York solo per comprare quella maglietta (nemmeno poi così somigliante), ora posso dirlo

Nel 1880 il signor Edward Clark, proprietario della fabbriche di macchine da cucine Singer commissionò allo studio dell’architetto Hardenbergh il progetto di un palazzo residenziale da costruire nell’Upper West Side dell’isola di Manhattan, all’epoca talmente poco popolato e distante dal centro della città che secondo una fortunata leggenda urbana tutti iniziarono a chiamare il futuro edificio “Dakota” perché era come se si trovasse nell’omonimo territorio indiano. In realtà la diceria pare risalire agli anni trenta del XX secolo. Semplicemente, al signor Clark piacevano i nomi indiani, almeno tanto quanto al signor Hardenbergh piaceva un’architettura di sapore tedesco e dall’aspetto vagamente inquietante.
All’epoca della sua costruzione, visto dal laghetto ghiacciato di Central Park, il Dakota si presentava così:

Tipo la dimora del vampiro.
Il suo look inquietante non spaventò gli scafati ricchi newyorchesi dell’epoca, che ne affollarono gli appartamenti decretandone il successo.
A questo punto facciamo un salto in avanti fino alla fine degli anni Sessanta, quando un giovane regista francese di origini polacche arrivò in America per girare il suo primo film e decise che il Dakota era l’edificio perfetto in cui poteva abitare una coppia di anziani adoratori del demonio. In Rosemary’s Baby c’è una scena in cui i protagonisti tornano a casa una sera e trovano una gran folla davanti al portone del Dakota, raccolta attorno al cadavere di una donna che si è gettata da una delle finestre. Poco più di un anno dopo avere girato il suo film sulla nascita dell’Anticristo, Polanski perse la moglie, incinta, massacrata dalla Family di Charles Manson.
L’8 dicembre del 1980 sarà la scena di una morte davanti al portone del Dakota a diventare reale, quando Mark Chapman uccide John Lennon che stava rientrando a casa per dare la buonanotte al figlio.
C’è tutta una strana rete di collegamenti tra le persone coinvolte in queste morti: non solo John Lennon conosceva Mia Farrow, la protagonista di Rosemary’s Baby (aveva frequentato il ritiro indiano del Maharishi insieme ai Beatles; “Dear Prudence” è dedicata a sua sorella), ma Charles Manson era ossessionato dal White Album dei Beatles, in particolare da “Revolution 9″, il collage sonoro assemblato da John Lennon.
Che tutto questo intreccio di energie negative abbia avuto il suo culmine nella morte di uno degli uomini più famosi del mondo davanti al Dakota non mi sorprende più di tanto, una volta che l’ho visto da vicino. Il Dakota fa paura.

Dakota

Se attraversi la strada, dal Dakota entri a Central Park.
Central Park non l’abbiamo esplorato come si deve, siamo rimasti sempre ai margini. Ma anche se resti ai margini, a Central Park, hai la possibilità di vedere un posto incredibile, che mai e poi mai ti immagineresti trovarsi nel cuore di Manhattan. O forse sì. Forse è giusto che stia in uno dei più probabili centri del mondo.
Dopo la morte di John Lennon, Yolo Ono si accordò con il sindaco di New York per fare di una porzione di Central Park una specie di memoriale per l’ex Beatle. Detto fatto, nel 1985 sono stati inaugurati gli “Strawberry Fields”:

Il cuore di Strawberry Fields è una piazzetta tra gli alberi circondata da panchine, al cui centro si trova un mosaico circolare con una parola sola:

(foto cortesemente fornita da Lucilla)

Solitamente succede che il mosaico viene poi decorato da fiori e oggetti lasciati dalle persone di passaggio. Per esempio, la prima volta che ci siamo passati, si presentava così:

Goo Goo Goo Joob (Jooba Jooba Jooba)

La seconda volta, invece, abbiamo avuto la fortuna di arrivare quando il mosaico era ancora spoglio e assistere alla sua decorazione. In un angolo c’era un signore che suonava canzoni dei Beatles arrangiate per sola chitarra, trasformate in nenie vagamente ipnotiche, ma per il resto la piazzetta era immersa nel silenzio. E poi sono arrivate una ragazzina e sua madre, con un mazzo di fiori, che hanno iniziato a disporre sul mosaico, disegnando un simbolo della pace. Poi la ragzzina ha preso i fiori rimasti e ne ha sparso i petali a manciate. Mentre succedeva tutto questo, mi sono reso conto che quello a cui stavo assistendo era niente di più e niente di meno che un rito religioso. Spontaneo, senza una gerarchia precisa e senza una precisa religione di riferimento, ma indubbiamente un rito religioso. Eravamo a pochi metri dal luogo del martirio di una figura che la morte ha trasfigurato da essere umano a conglomerato di ideali e stavamo rendendo omaggio a tutto quello che secondo noi johnlennon ha rappresentato. Non importa quello che è stato realmente Lennon nella sua vita, non a questo livello.
In un piacevole scritto sulla magia, lo sceneggiatore Grant Morrison scrive che gli dei sono il modo in cui diamo una forma a delle idee, a delle forze; e che per entrare in contatto con un dio devi evocarlo cercando di mettere la tua mente in uno stato simile a quello che stai cercando di raggiungere:

Accept this for the moment; there are Big Ideas in the world.They were Big before we were born and they’ll still be big long after we’re moldering.ANGER is one of those Big Ideas and LOVE is another one.Then there’s FEAR and GUILT. So…to summon a god, one has only to concentrate on that god to the exclusion of all other thought.Let’s just say you wish to summon the Big Idea COMMUNICATION in the form of the god Hermes, so that he will grant you a silver-tongue.Hermes is the Greek personification of quick wit, art, and spelling and the qualities he represents were embodied by Classical artists in the symbol of an eternally swift and naked youth, fledged with tiny wings and dressed only in streamers of air.Hermes is a condensation into pictorial form – a sigil, in fact – of an easily recognizable default state of human consciousness.

Morrison stesso ha, ehm, evocato John Lennon prima di iniziare a scrivere la sua serie The Invisibles, in cui racconta come è andata:

(se poi volete credere alle coincidenze, il 28 luglio, cioè un giorno dopo che io postavo questa storia su tumblr, Morrison ha cantato in pubblico una canzone che dice gli ha dettato John Lennon nel loro più recente incontro – ma se avete seguito fin qui dovreste capire in che senso va intesa l’affermazione)

Comunque, tutto questo confuso resoconto vuole dire che se vai a Strawberry Fields è come se andassi in una specie di tempio autogestito in cui la gente cerca di conciliarsi con le “Big Ideas” di pace, serenità, amore, attraverso la loro personificazione in un cantante di Liverpool che nella coscienza popolare le incarna molto meglio di altre figure più canonicamente divine. È un’esperienza antropologicamente affascinante, oltre che parecchio commovente, se siete nel giusto stato d’animo. Ed è stata una delle cose più eccezionali, vive e vibranti che abbia visto a New York.
E visto che raccontare i ritorni dei viaggi è sempre brutto e mesto, vorrei finire così questa lunghissima proiezione delle diapositive delle vacanze.
Lasciateci seduti su una panchina di Central Park a guardare una ragazzina che dispone fiori per un uomo morto prima ancora che lei nascesse, nell’aria tiepida di una mattina newyorchese, all’ombra degli alberi.
Che di aerei scomodi, voli insonni, liti con la sicurezza di Fiumicino per una lattina, zaini smarriti, proprio non mi va di raccontare.

Jay guru deva, om

Lui abitava a Strawberry Fields. E ho deciso che si chiama Rocky. That's all, folks!

Lascia un commento

Archiviato in musica, New York, viaggio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...