Autodifesa – Ottobre 2011

"Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare, zecca di merda! E te là dietro, omnia sunt communia, pure le mazzate, quindi adesso arriviamo"

Bentornati su Autodifesa, la rubrica dei libri di questo blog che ha come titolo una citazione sbagliata, perché la frase di Woody Allen è “leggo per legittima difesa” e non “per autodifesa”. Mi ci sono voluti dieci mesi per capire perché tutte le volte che scrivevo il titolo sentivo qualcosa di stonato, ma alla fine ci sono arrivato. Scommetto che a Nick Hornby queste cose non succedono.

More about Non ti meriti nullaNon ti meriti nulla” di Alexander Maksik (e/o) è uno di quei libri che ti spiazzano per il gap culturale tra il mondo dell’autore e quello del lettore. Uno dei suoi protagonisti, Will Silver, è infatti un giovane professore che insegna letteratura in un liceo internazionale di Parigi; non so se l’autore non ne dice esplicitamente l’età nelle sue prime apparizioni o se mi era sfuggito il dato, ma io sono arrivato a tre quarti del libro convinto che avesse minimo quarant’anni, età che immaginavo giusta per un “giovane” insegnante che ricopre, già da qualche tempo, un ruolo di responsabilità in una scuola di un certo livello. Poi a un certo punto ho letto che aveva trentadue anni e ci sono rimasto un po’ così.
Problemi generazionali a parte, il romanzo di Maksik non brilla di originalità, perché ruota attorno a una relazione tra il suddetto professore e una studentessa della scuola, ma recupera raccontando questa storia con un intreccio di punti di vista (quelli dei due amanti e quello di uno studente di origine araba affascinato da Silver) gestito con oculatezza e che serve anche a parlare di responsabilità, reputazione, crescita. Non è il genere di romanzo che di solito mi andrei a cercare ma è ben fatto e sono contento che qualcuno (grazie Silvia) mi abbia detto “toh, leggilo”.
More about InvisibileIn alcuni aspetti ci sono dei punti di contatto con “Invisibile” di Paul Auster (Einaudi), che porta all’estremo il gioco dei punti di vista con lo scopo di raccontare una storia in cui la “verità” è probabilmente impossibile da stabilire oggettivamente, ma resta solo una convinzione del singolo lettore. “Invisibile” racconta una storia che si dipana nel corso di quarant’anni, iniziando nella New York della fine degli anni Sessanta e spostandosi a Parigi prima e su un’isola del Pacifico poi. Auster impiega, non senza una giustificazione narrativa che lo tiene lontano dallo sterile esercizio di stile, tre tipi di narrazione: in prima, in terza e anche in seconda persona.
Date le premesse, si potrebbe pensare che il romanzo sia un pedante esercizio intellettualistico. E invece Auster, benché abbia comunque ambizioni alte, riesce a costruire una struttura narrativa che affascina, in cui rivelazioni ed enigmi sono dosati secondo il ritmo di un thriller (e alla fine una delle letture possibili è proprio che il romanzo sia un thriller raccontato da un’angolazione diversa da quella che ci si aspetterebbe), con personaggi ben descritti e vividi. È quel genere di libro che vorrei trovare più spesso, godibile e allo stesso tempo stimolante per come racconta il modo in cui si raccontano storie e si (ri)costruisce il mondo grazie a esse.

More about ACABLa prima volta che ho sentito parlare di “Acab” di Carlo Bonini (Einaudi) è stato quando nell’homepage di Repubblica.it c’era tra le notizie un suo pezzo, quello relativo alla trascrizione (?) di messaggi del forum interno della Polizia di Stato. Una decisione editoriale che lasciava parecchio perplessi perché “Acab” era presentato come “romanzo” e Bonini è una delle firme di punta delle inchieste di Repubblica, quindi si creava uno spiacevole cortocircuito tra fiction e giornalismo. Ora che l’ho letto, mi rendo conto che il problema è complesso e merita un discorso un po’ più articolato. Innanzitutto, “Acab” (il titolo riprende la sigla “all cops are bastards”, titolo di una canzone punk e diventato poi uno slogan di gruppi politici e ultras) non è un “romanzo”, almeno non nel senso che comunemente (comunemente, ripeto; è vero che la teoria letteraria dà definizioni più ampie, ma stiamo parlando della percezione del lettore medio) diamo alla parola, quello di un’opera narrativa che racconta vicende inventate di personaggi inventati (o liberamente ispirate a personaggi o vicende reali ma comunque caratterizzate da un certo grado di invenzione narrativa). Non so perché in casa editrice hanno pensato di metterci quest’etichetta, ma Bonini scrive una nota al lettore in cui dice: “Questa è una storia vera. Non è una verità definitiva. È una storia narrata attraverso la scrupolosa raccolta di documenti, atti processuali e testimonianze dirette di chi ne è stato partecipe, disponibili al momento della sua stesura”. È una nota un po’ paracula, ma che sostanzialmente esplicita uno dei pilastri della legislazione sul diritto di stampa e il suo confine con la diffamazione, quello della “verità putativa”, secondo il quale un giornalista può non essere perseguito se scrive qualcosa di non aderente alla realtà (qualunque cosa sia la realtà, ma se divaghiamo non ne usciamo vivi) ma che lui considerava, per le fonti a sua disposizione, corretto (ho tagliato con l’accetta, ma l’ho fatto due volte l’esame di Diritto dell’Informazione). Insomma, “Acab” è in diverse sue parti uno di quei buffi articoli che su Repubblica trovate indicati come “il retroscena”, in cui si racconta per filo e per segno che cosa ha fatto e detto Berlusconi in cene definite “segretissime” (ma a cui si imbuca sempre una gola profonda che non aspetta altro che andare a spifferare tutto a Repubblica): ci sono delle persone reali, come Fournier e Canterini (indicati per nome e cognome mentre gli altri, celerini o ultras, solo con soprannomi), a cui vengono attribuite cose dette o fatte, non sempre “vere” ma magari “verosimili” – Manzoni l’abbiamo studiato tutti, no? Qualcosa che sta a metà tra il giornalismo come lo intendiamo comunemente (di nuovo schematizzando: racconto di cose “vere”) e la narrativa (racconto di cose “non necessariamente vere”). Se vi ricordate il testo di Wu Ming 1 sul New Italian Epic, è un esempio di “oggetto narrativo”; se avete letto “Gomorra” è più o meno quel genere di cosa, vale a dire un testo che cerca di raccontare in una forma narrativamente gradevole ed efficace dei fatti “reali”.
Bene. Abbiamo definito la forma dell’oggetto. Di che parla, “Acab”? “Acab” parla di una guerra. Volendo fare il battutone, parla di una forma di cinghiamattanza particolarmente elaborata e complessa, su scala molto larga, giocata tra celerini (fascisti) e tifoserie (fasciste). Fatta la battuta, “Acab” parla di quella che una volta si chiama “celere”, la polizia che fa ordine pubblico con caschi, scudi e manganelli e benché parta dal G8 genovese, dalla “macelleria messicana” della Diaz, parla molto del suo più frequente impiego, quello negli stadi e dei suoi avversari più frequenti, gli ultras. Bonini segue i suoi personaggi (sui quali in appendice vengono fornite informazioni sulla sorte dopo le vicende del libro, che si ferma al 2008) nelle loro vite quotidiane, negli scontri e nei processi. Nonostante il titolo potrebbe fare pensare il contrario, in quello che mostra Bonini fa trasparire quantomeno una certa comprensione per i suoi celerini. L’idea di fondo che mi sembra di leggere nel libro è che esista una guerra civile a bassa intensità, continua, che di tanto in tanto esplode in episodi più significativi di altri (la notte dell’uccisione di Gabriele Sandri, le rivolte contro le discariche a Napoli, per esempio) ma che in realtà non si ferma mai, alimentata da spirali di azione e reazione reciproche. Il G8 di Genova e la scuola Diaz (di cui Bonini fornisce l’elenco completo del tipo di ferite refertate dai medici, un grottesco campionario di tutti i modi in cui può venire danneggiato un corpo umano) spiccano come una pagina a parte, un misto tra un esperimento (i tonfa in dotazione al posto dei manganelli, la formazione di un nucleo sperimentale di ordine pubblico, il VII, una specie di dream team dei reparti mobili romani) e un momento di sconsiderata follia, visto attraverso gli occhi di Michelangelo Fournier, il dirigente della polizia che usò l’espressione “macelleria messicana” (che ha una storia tutt’altro che di sinistra, per inciso, come non è assolutamente di sinistra Fournier) per descrivere lo scenario della Diaz.
Dicevo che lo scopo di un libro del genere è raccontare dei fatti in modo narrativamente più efficace di un canonico reportage o libro di taglio giornalistico. Ecco, è proprio lì che secondo me Bonini manca il bersaglio, nonostante si impegni a garantire al lettore una certa quantità di scrittura “di strada”: ma più cerca di arrampicarsi su una strada a metà tra il Saviano di “Gomorra” e il Di Cataldo di “Romanzo Criminale” più la sua scrittura suona artificiosa e forzata. È proprio questa posa a fare di “Acab” un libro che fallisce nel compito che si era dato, impedendo a chi legge di calarsi davvero in una storia raccontata attraverso formule stereotipate.
Poi è sicuramente una lettura che dà accesso a informazioni interessanti e permette di annusare un po’ l’aria che si può respirare nelle caserme della polizia; però da qui a essere un libro perfettamente riuscito ce ne vuole ancora.

More about Pattuglia bravo two zeroUn libro che ha decisamente meno ambizioni ma che invece riesca a essere un racconto accattivante di fatti reali è “Pattuglia bravo two zero” di Andy McNab (TEA). Andy McNab, oggi autore di romanzi di spionaggio, è lo pseudonimo di un ex militare inglese del SAS, il temutissimo Special Air Service, uno dei corpi militari più duramente addestrati del mondo. “Bravo two zero” è il suo primo libro, autobiografico, e racconta l’omonima missione del SAS durante la prima guerra de golfo: l’infiltrazione in Iraq di una pattuglia di otto uomini per distruggere quante più rampe di lancio di missili SCUD (ve li ricordate, gli SCUD?) possibili. Ovviamente, a un certo punto le cose iniziano ad andare prima malino, poi molto male e poi malissimo. SNAFU, in gergo: Situation Normal, All Fucked Up. Tre uomini della pattuglia vengono uccisi e gli altri, tra cui ovviamente McNab, catturati. Il libro parte da abbastanza lontano, dall’infanzia dell’autore, il suo arruolamento nell’esercito, il suo passaggio al SAS, le prime missioni e ci mette un po’ prima di arrivare al 1991. Però sono tutt’altro che pagine buttate via, perché il modo di raccontare di McNab è piacevole e per molti versi sorprendentemente cazzone, lontanissimo dalla retorica paludata che uno si aspetterebbe. Anzi: McNab sembra un soldato particolarmente conscio che la vita che si è scelto si può concludere da un istante all’altro per una pallottola in fronte o per gli errori di qualcuno che dà gli ordini.
Non so ovviamente dire quanto sia accurato il resoconto della missione e dei suoi particolari, perché non conosco il resto della bibliografia in merito (diversi partecipanti hanno fornito versioni leggermente contrastanti) ma non mi stupirei se McNab avesse colorato qualcosa qua e là per fare scorrere meglio il racconto.
La cosa migliore del libro è come ti trasporta nella testa di gente che vive nel backstage del mondo in cui viviamo noi, gente per cui la vita e la morte sono due cose separate da un filo sottilissimo, una distrazione minima, e che danno alla loro stessa vita allo stesso tempo un’importanza grandissima e la più totale noncuranza. Mentre è imprigionato, McNab spiega che una delle abitudini del reggimento è quella degli insulti pesantissimi tra tutti, perché ciascuno si abitui all’idea che la sua vita non conta nulla, che la sua identità non conta nulla; un meccanismo di difesa psicologico che dovrebbe servire in caso di cattura e interrogatorio per non cedere psicologicamente e dare informazioni al nemico. Stupisce sempre vedere come il corpo umano sia capace di imprese fisicamente incredibili per quello che riguarda la resistenza a fatica, colpi, privazioni.
Non è certamente un libro imbevuto di cultura pacifista, ma nemmeno cerca di glorificare la vita militare e la guerra; semplicemente racconta con molta onestà e asciuttezza che cosa significhi scegliere questa vita e le sue conseguenze più estreme (come appunto sono estreme le condizioni in cui opera il SAS). E soprattutto è un libro raccontato abbastanza bene, seppur con qualche lungaggine qua e là.
More about UnderworldsNon ci vuole molto a collegare a McNab Alan D. Altieri; lo scrittore milanese infatti non solo ha scritto una serie di romanzi (Sniper, di cui prima o poi uscirà il quarto episodio) che ha per protagonista un cecchino del SAS ma ha anche tradotto il secondo libri autobiografico di McNab, “Risposta immediata”. Non c’entra però praticamente niente con la narrativa militare “Underworlds”, il quarto volume edito da Tea che completa la raccolta dei racconti di Altieri. Gli altri tre volumi avevano i loro bravi alti e bassi, perché nella forma breve, soprattutto di recente, mi pare che il buon Alan D. spesso tiri via: punta la Desert Eagle al word processor e quello mette insieme un po’ di frasi nominali, testosterone, ALL-CAPITALIZED AMERICAN SENTENCES BRO!, e via andare. Per fortuna, la cosa migliore di questo volume è che in larga parte occupato dalla ristampa di “Scarecrow”, una novella fuori catalogo da anni, di ispirazione vagamente kinghiana, che vale il prezzo del biglietto. Comunque in generale il livello di questa raccolta è leggermente superiore a quello dei due volumi precedenti (il migliore resta il primo, che contiene un gioiello come “Il ponte”).
More about Missione in AlaskaMissione in Alaska” è l’anonimo titolo italiano che Meridiano Zero ha scelto per “Help! A bear is eating me” di Mykle Hansen. Come potrete immaginare se masticate l’americano (rimshot, risate preregistrate) il romanzo parla precisamente di un tizio che sta venendo mangiato da un orso, imprigionato sotto un SUV rovesciato durante un’escursione aziendale che ha organizzato per cementare il rapporto tra i dipendenti della sua ditta (non sto spoilerando niente perché è più o meno quello che viene raccontato nelle primissime pagine del libro, che inizia proprio in medias res). Mettendo in scena un personaggio politicamente scorrettissimo, il romanzo è a modo suo un appassionato e tutto sommato poco retorico apologo ambientalista, con un notevolissimo finale visionario. È un po’ il genere di cose che Lansdale scriveva una volta (ce ne sono degli esempi nella raccolta di Fanucci “Maneggiare con cura”, uno dei libri più belli mai pubblicati dall’editore romano prima di darsi al moccismo senza limitismo) prima di intripparsi con la Grande Depressione e probabilmente l’avrebbe scritto senza dilungarsi eccessivamente nella parte centrale che risulta un po’ noiosa. È divertente ma non esilarante, “strano” (è stato pubblicato da una casa editrice di bizarro fiction) ma non più di una puntata dei Simpson, carino ma non imperdibile.

More about Lords of ChaosUna delle pagine più metal della storia del metal è quella che riguarda la scena black metal norvegese. Più o meno, anche se non siete fan del genere o del metal in generale, avrete tutti sentito parlare di Burzum, alias Varg Vikernes, alias Count Grishnackh, che ha finito di scontare da un paio d’anni una condanna in carcere per omicidio. “Lords of Chaos” di Michael Moynihan e Didrik Soderlind è uno studio, documentato, sorprendente e sorprendentemente vasto, sulla scena del metal estremo del Nord Europa, i suoi rapporti con il paganesimo, l’estrema destra e le attività criminali. Parte da abbastanza lontano, dalla fascinazione per “Satana” nel rock e nel metal, per arrivare prima alla nascita di gruppi “satanisti” in Norvegia e poi all’esplosione della scena death e black metal con i Mayhem, verosimilmente uno dei gruppi più sfigati della storia della musica: prima il cantante, Dead, si suicida sparandosi in faccia, poi il chitarrista, Euronymous (che quando aveva trovato l’amico morto gli aveva prima scattato delle foto e poi aveva preso frammenti di cranio per farne dei ciondoli, fatto che nessuno degli intervistati nel libro smentisce), viene ucciso dal suddetto Vikernes. Ti domandi il povero Hellhammer, batterista, come l’abbia presa; ma dalle sue dichiarazioni nel volume non sembra particolarmente toccato dalla sorte dei suoi soci – che gli ha anche conferito un’aura di sopravvissuto mica male. Varg (“lupo”, ma in realtà si chiama Kristian – AH-HA!) Vikernes è il centro del libro e ne esce a pezzi. Per tutta la vita, soprattutto dal carcere, ha coltivato un’immagine di profeta, di martire della rivolta e della riscossa dei popoli del nord contro la civilità giudaico-cristiana, di vichingo rinato. In realtà, le sue stesse parole lo qualificano come un personaggio dotato della stesso fascino oscuro del radioascoltatore medio di Radio Padania, ossessionato dagli ebrei, dai massoni e dai negri che avrebbero fatto a pezzi la supposta purezza dei popoli del nord. Certo, ha avuto un’infanzia bizzarra, visto che il lavoro del padre l’ha portato a fare le scuole elementari nell’Iraq di Saddam Hussein (non in una scuola internazionale ma nella scuola pubblica irachena; a sei anni già dava della “scimmia” alla maestra), ma alcune cose che racconta sono di un devastante umorismo involontario, tipo quando da ragazzino se la tirava da naziskin ma viveva in un paesino dove non c’era nemmeno un immigrato con cui prendersela. Fa anche molto ridere quando si lamenta del fatto che le prigioni norvegesi siano troppo confortevoli (effettivamente nelle foto di gente incarcerata che ci sono nel volume sembra di vedere della gente nella propria, ordinatissima, cameretta Ikea); quello che fa meno ridere è rendersi conto di come le pulsioni nazionalistiche dell’estrema destra norvegese siano diffuse e radicali (Breivik è una specie di mosca bianca, visto che è un fervente cristiano mentre solitamente i nazionalisti osteggiano il cristianesimo a favore di un paganesimo vichingheggiante; inoltre Breivik ha la faccia di uno da greatest hits di Elton John e lo stesso Vikernes lo ha criticato dal suo sito per aver ucciso dei norvegesi e non degli stranieri, gesto che lo qualifica secondo lui come marionetta degli ebrei).
La cosa più interessante del libro, a ogni modo, è la profondità con cui cerca di spiegare l’origine di queste pulsioni paganeggianti, i possibili – inconsci? – punti di contatto tra espressioni del mondo pagano come la “caccia selvaggia” e le forme espressive e comunicative del black metal. Non è il solito “libro rock” che cerca di fare del facile sensazionalismo, ma un lavoro complesso, che si basa su decine di interviste, il cui scopo è spiegare un fenomeno culturale, politico e criminale anche a chi non ne ha mai sentito parlare o non sa nulla di metal, tantomeno di quello estremo. Corredato da una quantità notevole di fotografie, “Lords of Chaos” è stato pubblicato anche in italiano da Tsunami.
Intervallo, con gli Immortal (che non credo abbiano mai ucciso nessuno, anche su un loro ex chitarrista si è fatto due anni di carcere per incendio di una chiesa; fanno solo molto ridere, per fortuna).

More about QueenÈ invece un libro assolutamente nella media delle biografie musicali, ma con un gradevole “vestito” da coffee-table book “Queen. The ultimate illustrated history of the crown kings of rock”, di Phil Sutcliff. È la solita biografia dei Queen, che poco o nulla aggiunge a quelle già edite (anzi, si basa molto proprio su quelle) se non delle recensioni abbastanza dettagliate di ogni album – sono riusciti a trovare anche qualcuno che ha trovato l’angolazione da cui parlare bene di Hot Space – e degli interventi sui singoli membri scritti da altri musicisti. Quello di Rob Halford su Freddie Mercury è il più sentito e per certi versi anche il meno prevedibile, anche se purtroppo manca qualsiasi riferimento al famigerato (e divertente) incidente della sfida in moto. È sempre curioso vedere le foto di Freddie Mercury da giovane e rendersi conto di quanto fosse marcatamente “indiano”, un tratto che crescendo ha poi finito per perdere ma che è rimasto come traccia di particolarità nei suoi lineamenti.

Il giovane Roger Taylor invece era Draco Malfoy (e prima o poi Rrroger dovrebbe scriverla una bella autobiografia, che deve essere quello del gruppo che non si è mai fatto mancare nulla del pacchetto “rockstar” – pare anche “flirt con Debbie Harry” – e sarebbe piena di ghiotti aneddoti). È abbastanza interessante, però, scoprire che il primo tour con Paul Rodgers nasceva dalla necessità di May e Taylor, vagamente in crisi dal punto di vista personale – non finanziario, ma proprio umano – di “staccare” e tornare a sentirsi un po’ vivi. C’è chi fa un weekend a Riccione e chi un tour mondiale con uno dei più grandi cantanti rock. Così va la vita.
Ma il pezzo forte del volume è il formato relativamente grande che permette di squadernare una messe di belle foto dei quattro in grandi dimensioni. Ce ne sono poche di Mick Rock, purtroppo, ma ho già messo gli occhi sull’apposito volume che le raccoglie.

More about Il nuovo sesso: cowgirlCowgirl: Il nuovo sesso” è stata la mia lettura mensile di Tom Robbins (Baldini e Castoldi Dalai). Mi ricordavo dai primi anni novanta il trailer del film di Gus Van Sant (che pare essere bruttino) con Uma Thurman e, leggendo, ho trovato sorprendente come la futura musa di Tarantino sembri fatta apposta per vestire i panni della protagonista del libro, stando a come Robbins descrive la bellezza non perfettamente lineare di Sissy, che la natura ha dotato di due pollici di taglia extralarge, abilmente sfruttati per viaggiare in autostop. È un libro che parla, come al solito con Robbins, di una marea di argomenti: libertà sessuale, odori corporei, religione, amore, animali. Ci sono personaggi eccentrici (l’imprenditore di deodoranti intimi per donne La Contessa, le cowgirl del ranch, il Cinese, lo stesso Robbins), ma qui Robbins tiene un po’ a freno la scrittura pirotecnica e cerca di badare di più alla (lunga) vicenda. Si limita, per così dire, a inserire qua e là annotazioni su fatti poco noti o a cui si pensa poco. Proprio all’inizio, per esempio, racconta di come le amebe si riproducano per scissione, un fatto che ha come conseguenza che la prima ameba mai comparsa sulla faccia della terra è, tecnicamente, ancora in giro da qualche parte. E poi, visto che il romanzo parla di pollici, butta lì una cosa che ho sempre avuto sotto gli occhi ma che non ho mai notato: il pollice, questo dito che grazie alla sua posizione ci permette di manipolare gli oggetti meglio di qualsiasi altro primate, ha solo due falangi e non tre come le altre quattro dita. Adesso riderete, ma non ci avevo mai fatto caso; e ho passato tipo due giorni a guardare con sospetto queste due dita così diverse dalle altre.
Comunque, dei romanzi di Robbins belli-belli che ho letto è al terzo posto, per il momento (il primo è “Coscine di pollo”, il secondo “Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi”). Purtroppo, l’edizione tascabile italiana è stata ricavata scannerizzando con l’OCR una vecchia edizione e ogni tanto compaiono i tipici errori da OCR (tipo “a1” al posto di “al”); magari sono cose a cui un lettore normale non fa neanche caso, ma visto che in passato mi è capitato di dover ricontrollare dei testi scannerizzati così ogni volta che c’era uno di questi errori mi saltava agli occhi.
More about Someone Comes to Town, Someone Leaves TownHo invece trovato deludente (e ci sono rimasto male) “Someone comes to town, someone leaves town” di Cory Doctorow (download; in italiano lo pubblica Fanucci come “Anime nel futuro”). Anche qui, come in altri romanzi dello scrittore canadese, ci sono nerd impegnati in opere di diffusione del sapere per vie telematiche, ma il protagonista è figlio di un monte e di una lavatrice, ha per fratello un’isola e tre tizi che stanno uno dentro l’altro tipo matrioska, ed è membro di una specie di stirpe di creature fantastiche che si mescola tra gli umani (come la sua vicina, la ragazza con le ali della bella copertina di McKean). Secondo me Doctorow però è più bravo quando parla dei suoi nerd e del suo futuro prossimo, che non a gestire questi personaggi e queste atmosfere. Sebbene ci siano delle parti anche interessanti, alla fine non vedevo l’ora di arrivare in fondo per dedicarmi ad altro. Peccato.
More about AntartideÈ invece un romanzo “realistico” ma attraversato come da una corrente d’aria proveniente da altri mondi “Antartide” di Laura Pugno (Minimum Fax), storia di un sommozzatore che ritorna a Roma dopo un turno nella base scientifica in Antartide (appunto) e si trova a dover fronteggiare l’improvvisa morte di suo padre. È un romanzo particolarmente intessuto di non detto, che tratteggia storia, personaggi e atmosfere per sottrazione. Non che sembri tirato; anzi, è quel tipo di scrittura apparentemente semplice (per il lettore) che richiede grande controllo da parte di chi scrive. L’atmosfera ricorda per certi versi Avoledo, anche se qua non c’è mai un’irruzione vera e propria del fantastico; piuttosto, qualcosa sembra restare in agguato dietro la storia, ma senza mai farsi avanti per davvero. È un libro che parla del rapporto con la morte, con un protagonista non propriamente vivace e alcuni passaggi inquietanti, ma che non si fa notare particolarmente né nel bene né nel male. Si fa leggere e non dura troppo; che è molto più di quello che si potrebbe dire di altri libri.
More about Da quei bravi ragazzi che si sono inventati Pearl HarborAltri libri come, per esempio, “Da quei bravi ragazzi che si sono inventati Pearl Harbour” di Jerry Della Femmina (Rizzoli), che mi domando ancora perché l’ho comprato. Della Femmina è titolare di un’agenzia pubblicitaria di Manhattan e questo libro, che raccoglie le sue memorie dell’ambiente dei creativi degli anni Sessanta, è stato usato come ispirazione dagli autori di Mad Men (una serie televisiva che non guardo, tra l’altro). L’argomento è potenzialmente interessantissimo, perché i frutti di quella stagione sono spesso delle trovate meravigliose, a volte per inventiva, a volte per composizione, a volte per puro WTF (un buon campionario lo trovate in questo libro): guardando la cosa dal punto di vista più “laico” possibile, la pubblicità è una forma espressiva come le altre e può generare anche cose notevoli che riescono a esulare dalla loro origine commerciale. Mi aspettavo quindi che il libro affrontasse il nodo della creatività in modo più centrale di quanto invece non faccia questa lunga e noiosetta sequela di aneddoti aziendali che mantengono ben poco della quantità di sesso droga e rock ’n’ roll che l’introduzione sembra promettere. Si respira qua e là l’atmosfera elettrica della New York di una volta, ma per lo più si annaspa in un mare di name-dropping, clienti persi e conquistati, tizi che hanno detto questo e fatto quello. L’aneddoto migliore resta quello del titolo, che è il vero slogan che l’autore propose a una riunione per dei clienti giapponesi. Però sul mondo della pubblicità dice delle cose molto più divertenti e in molto meno spazio Pulsatilla nel suo primo libro.

E con questo abbiamo detto tutto anche questo mese, credo.

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2 commenti

Archiviato in Libri, Libri del mese, musica

2 risposte a “Autodifesa – Ottobre 2011

  1. “Tre uomini della pattuglia vengono uccisi e gli altri, tra cui ovviamente McNab, uccisi.”
    “Ovviamente” perchè McNab è risaputo essere uno zombie?

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