«Un fatto umano». Intervista agli autori

Avete presente quando conoscete qualcuno, questo qualcuno sta lavorando a qualcosa che vi sembra un’ottima idea e poi alla fine riesce a pubblicarla? Ecco, questo è quello che è successo a me con Manfredi, che ho conosciuto nel 2006 a un corso di editoria, che è l’unico testimone vivente del fatto che una volta ho spiegato a David Lloyd la faccenda di Grillo e di V for Vendetta (oltre a essere implicato nel fatto che una volta Pulsatilla al DopoFestival disse ad Albano “lei è il Cirino Pomicino della canzone”, ma questa, come dicono in Conan, è un’altra storia) e che adesso è un autore Einaudi.
More about Un fatto umanoCi ho riflettuto un po’, su come avrei dovuto parlare di
Un fatto umano, scritto da Manfredi Giffone e disegnato da Fabrizio Longo e Alessandro Parodi, perché è un lavoro che ho seguito, da lontanissimo (anche se nei ringraziamenti vengo immeritatamente citato), per un sacco di tempo; e che mi era piaciuto già da quando mi era stata raccontata l’idea e mi erano state fatte vedere le prime tavole, le prove dei personaggi, della colorazione, ecc. In qualche modo mi ci ero affezionato e avevo paura di non essere molto obiettivo, o meglio di non suonare molto obiettivo agli occhi di chi avrebbe letto.
Per fortuna, Un fatto umano è piaciuto non solo a me, a giudicare dalle recensioni e dall’elezione a “Libro del mese” di Fahrenheit, quindi mi sento molto meno in imbarazzo a dire che è un lavoro davvero ben fatto, che ricostruisce quindici anni di storia italiana con precisione e passione. La scelta di raffigurare i personaggi come animali antropomorfi (ma realistici) è vincente e il tratto e la colorazione in toni di grigio restituiscono un mondo sporco e poco accomodante.
Avrei potuto cavarmela così nella rubrica dei libri del mese, ma siccome è da tempo che non ci inserisco più i fumetti mi sarebbe sembrato di fare un’eccezione ad personam; allora ho pensato di provare a fare un’altra cosa, cioè un’intervista. Interviste su questo blog non ce ne sono mai state, ma da qualche parte bisognerà pur cominciare e cominciare giocando, per così dire, in casa è più semplice.
Alessandro, Fabrizio e Manfredi sono stati pazienti e gentili abbastanza da dedicare un (bel) po’ di tempo a rispondere alle mie domande e il risultato lo potete leggere qui sotto (salvo dove diversamente indicato, le risposte sono di Manfredi).

Manfredi visto da Fabrizio Longo

Quasi tutte le interviste che ho letto su Un fatto umano iniziano con la stessa domanda: “perché un fumetto?”. Io vorrei iniziare con la domanda complementare, invece: pensi che avresti potuto raccontare la storia del pool anti-mafia non a fumetti?

Non credo davvero che avrei potuto raccontare questa storia con un altro mezzo e a dirla tutta l’intenzione non è mai stata questa. L’idea iniziale era di realizzare un fumetto con determinate caratteristiche che si diversificasse dalla situazione del fumetto italiano così come la percepivamo una decina di anni fa e cioè un po’ angusta.

Volevamo realizzare un fumetto di ampio respiro, ambientato in Italia e che andasse a esplorare delle zone che il fumetto italiano, specie quello da edicola, non prendeva molto in considerazione per questioni di mercato. All’epoca si poteva avere l’impressione che il medium si fosse sovrapposto o incollato solo ad alcuni prodotti fino identificarsi con essi, almeno al lettore non appassionato di fumetti. L’intenzione quindi era quella di realizzare un fumetto con alla base questo tipo di caratteristiche e l’unica storia che ci è sembrata adatta allo scopo è stata quella del pool antimafia. Prima di scegliere questo tema sono passati un paio di anni in cui continuavamo a scartare idee ma quando alla fine abbiamo trovato il contenuto adatto al contenitore che avevamo in mente tutto si è messo in moto.
Dovrei forse aggiungere che pur non facendo di professione lo sceneggiatore di fumetti comunque non mi sono improvvisato fumettista. Abbiamo utilizzato un linguaggio che tutti e tre avevamo studiato a lungo e di cui avevamo cognizione di causa, curando a fondo aspetti tecnici come la struttura della pagina o il bilanciamento testo-disegni perché volevamo cercare di mantenere un livello di leggibilità che fosse il più alto possibile.
Forse la miriade di possibilità offerte dal fumetto spesso dà l’impressione che chiunque si possa cimentare con la stesura di un fumetto e questo è sicuramente vero come è vero che chiunque si può mettere a scrivere un romanzo. In entrambi i casi però i risultati variano a seconda della professionalità degli autori e dalla conoscenza del linguaggio, forse più che dal talento.

Come recita il sottotitolo, al centro del libro c’è il pool antimafia e la storia che racconti è in primo luogo quella della lotta alla mafia, attraverso la quale ovviamente emerge anche la storia della mafia in quegli anni. Come mai hai scelto questo taglio?

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Ho scelto di raccontare il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine perché volevo conoscere e raccontare il lavoro di Falcone e Borsellino e questo è il nucleo della storia. La ribalta, nell’idea originale che ha fatto scoccare la scintilla, era tutto per loro. Ma subito dopo aver iniziato a documentarmi mi sono reso conto che accanto a Falcone e Borsellino c’erano altri uomini che hanno giocato un ruolo fondamentale nelle vicende di quegli anni come Rocco Chinnici, Antonino Caponnetto, Ninni Cassarà e Beppe Montana, solo per citarne alcuni, fino allo stesso Tommaso Buscetta. E già un personaggio come Buscetta metteva in crisi la divisione fra «buoni» tutti da una parte e «cattivi» dall’altra. C’era un’umanità più complessa in gioco, con diverse sfumature.

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Mi sono reso conto ben presto che se non avessi mostrato cosa è la mafia, sarebbe stato molto difficile capire perché il lavoro del pool antimafia è stato di fondamentale importanza e si correva il rischio di chiedere al lettore di appassionarsi alla storia solo perché parlava di due eroi nazionali. Narrativamente non poteva funzionare.
Se avessi costruito la storia dal punto di vista della mafia sarebbe stato molto difficile trovare motivazioni personali a dei mafiosi anche perché difficilmente si entra a far parte di Cosa Nostra o di altre organizzazioni criminali per scelta ma per tutto un complesso di cose, spesso molto pratiche che è difficile sintetizzare facendole aderire a una situazione narrativa. E così mi sarei ridotto a far comparire ogni tanto il magistrato di turno, strizzando l’occhio al lettore come a dire: «ecco uno dei buoni, fatevelo piacere». Invece raccontando l’antimafia degli anni Ottanta la cui funzione è stata quella di investigare, conoscere, capire e contrastare la mafia, ho potuto in modo naturale parlare anche di mafia mentre il procedimento opposto era impossibile e inoltre credo che così il processo di identificazione con i personaggi sia più genuino.

Dal tono della risposta, mi sembra di capire che non sei particolarmente impressionato dal modo in cui è raccontata la mafia di solito. Che impatto pensi possano avere produzioni televisive come la biografia di Totò Riina, Il capo dei capi, o Gabriel Garko che faceva il mafioso innamorato in una fiction di successo di qualche anno fa?

Sono stati pubblicati una miriade di libri che raccontano la mafia, ovvio quindi che ce ne siano di eccellenti (come di pessimi) e per tutti i gusti ma se parliamo di film e miniserie televisive prodotti in Italia, sono poche le opere che mi hanno colpito favorevolmente. In generale credo che si poteva e doveva fare uno sforzo in più (e se non avessi avuto questa sensazione non mi sarei messo al lavoro su questo argomento anche se non ho scritto un film). Certo, considerando tutti i vari passaggi, dalla sceneggiatura all’uscita del prodotto, con continui rimaneggiamenti da parte di varie persone, immagino che sia difficile fare un prodotto deciso e coerente su di un argomento così delicato.
Il capo dei capi era un progetto ambizioso e la prima puntata mi era piaciuta anche per alcune soluzioni di regia ma l’impressione è che sulla distanza abbia mostrato la corda per problemi all’origine dell’intera serie. Come ho detto credo sia molto difficile capire quali siano le motivazioni profonde di una persona come Totò Riina tanto da renderlo un personaggio e addirittura un protagonista e personalmente non mi basta il trauma dell’infanzia simboleggiato da un giocattolo per rendere comprensibile la scia di morti che ha lasciato dietro di sé. Fornirgli poi una nemesi nella figura di Biagio Schirò non ha migliorato la situazione, accentuando una divisione cattivi-buoni. Inoltre senza un narratore esterno, per raccontare tutta la storia, si doveva far vedere in ogni dove il buon Schirò, come avesse il dono dell’ubiquità. Il lavoro di documentazione però non è stato superficiale e questo mi ha dato ancora di più la sensazione di un’occasione sprecata.
Altri film-tv, come L’onore e il rispetto con Gabriel Garko, in cui si è scelto di mettere in scena un uomo d’onore come un personaggio romantico, perdono d’intensità a causa dello scontro con la realtà. Al momento attuale, in Italia, è veramente difficile compiere un’operazione del genere perché vivendo quotidianamente un argomento che ha avuto ripercussioni tanto drammatiche sulla nostra storia, raccontare un mafioso come un antieroe romantico richiede allo spettatore uno sforzo supplementare per far scattare la sospensione dell’incredulità.

Insomma il problema attuale è che bisogna compiere una scelta: costruire un racconto realistico della mafia oppure cercare di trasfigurare artisticamente la vita e il lavoro di certe persone che hanno avuto un peso notevole nella nostra cultura. Non si può restare a metà. Poco importa se si sceglie di utilizzare un mafioso, un magistrato o un poliziotto inventati, lo spettatore cercherà sempre un riferimento a quelli che sono esistiti veramente e che fungono da modello.
Nel raccontare la mafia, oggi, gli esperimenti più riusciti sono stati quelli che hanno scelto il taglio del documentario come In un altro paese di Marco Turco, La mattanza di Carlo Lucarelli e Giuliana Catamo, Scacco al re di Canepari, Cirino e Santolini o Doppio gioco di Mosca e Vicario.
Mi è piaciuta la miniserie Paolo Borsellino di Gianluca Tavarelli che compie una scelta precisa e la porta avanti per tutta la narrazione e cioè quella di raccontare la figura di Borsellino dal punto di vista familiare.
La fiction L’ultimo dei corleonesi l’ho trovata pessima, così come Giovanni Falcone, l’uomo che sfidò Cosa Nostra con Massimo Dapporto o Il generale Dalla Chiesa con Giancarlo Giannini. Ho davvero l’impressione che siano stati lavori fatti a tirar via.

Dal punto di vista cinematografico gli esiti sono stati altrettanto altalenanti.
Il film I giudici di Ricky Tognazzi del 1998 è un prodotto davvero bizzarro che lascia come minimo perplessi, mentre Giovanni Falcone di Giuseppe Ferrara del 1993, con tutti i suoi limiti, è ancora oggi un film che risulta preciso dal punto di vista della ricostruzione. Il grado di finzione presente nei due film è inversamente proporzionale alla loro resa.
Il fantasma di Corleone di Marco Amenta è un film che alterna maldestramente fiction, interviste e riprese di operazioni di polizia girate in presa diretta e Diario di una siciliana ribelle sulla vita di Rita Atria è meno riuscito di La siciliana ribelle, entrambi sempre di Amenta. Alla vita di Rita Atria si erano ispirati anni fa per girare il film-tv Non parlo più, con meno pretese e forse più onesto (e con, ancora, un giovane con Daniele Liotti).
Io credo che l’impatto di questi lavori sul pubblico italiano sia minimo. Nei casi meno riusciti il danno maggiore che si può ipotizzare è che continuino a raccontare una mafia e un’antimafia di facciata, affrontando il tema superficialmente e senza affondare mai veramente il colpo.

Un tratto del fumetto, ben sottolineato dai disegni così scuri e “sporchi”, è secondo me l’assenza di una tonalità epica, nel senso che mi sembra che abbiate raccontato in modo molto asciutto sia il pool sia i mafiosi. Non c’è, nel racconto della mafia, quella vena di ambiguità che si trova per esempio in Romanzo criminale. È stato difficile mantenere questo “distacco”?

È stato un meccanismo piuttosto spontaneo da quando mi sono convinto a utilizzare un narratore esterno alla vicenda. Per come avevo scelto di raccontare la storia dovevo presentare una miriade di fatti e introdurre quasi duecento personaggi quindi mi sono subito reso conto di avere bisogno di una voice over.
Nella prima stesura del soggetto avevo provato a utilizzare Buscetta. Ma oltre ad avere dei grossi problemi con il tono della voce narrante, il fatto che fosse un personaggio schierato da una parte, la propria, creava una pericolosa ambiguità. E soprattutto non essendo un narratore onnisciente molte cose non avrebbe potuto saperle e quindi raccontarle. Così quando ho capito che ci voleva un narratore esterno è stato più semplice adottare un punto di vista costante e distaccato quel tanto che bastava.
Come regola personale ho cercato, per quanto mi è stato possibile, di rimettere in discussione tutti i miei pregiudizi prima di passare al vaglio dei documenti ogni avvenimento, specie i più delicati come l’attentato all’Addaura, la vicenda Mori-Ciancimino e i rapporti fra Cosa Nostra, Dell’Utri e Silvio Berlusconi.

Il lavoro di documentazione che hai fatto è impressionante ed è un peccato che l’appendice in cui dai conto delle fonti di praticamente ogni vignetta sia rimasta fuori dal volume e sia disponibile solo sul sito o come download [pdf]. Immagino che durante le ricerche ti sarai imbattuto in milioni di cose che non sapevi: qual è stata quella che ti ha colpito di più?

Anzitutto parlando di documentazione vera e propria una cosa che mi ha davvero sbalordito è stato notare che mediamente le pagine inglesi di Wikipedia dedicate alla mafia sono lunghe circa il doppio di quelle italiane e spesso anche più precise.
Poi sono molte le cose che mi hanno colpito in questa storia. In generale mi ha impressionato la perdurante presenza, in momenti spesso critici, di alcune persone nell’arco di ben quattordici anni.
Vittorio Mangano è stato arrestato nel 1980, ad Arcore, nell’ambito della prima istruttoria di mafia condotta a Palermo da Giovanni Falcone, quando nessuno poteva sospettare che il suo nome sarebbe tornato con tanta insistenza negli anni a seguire.
Ma questo è vero anche per nomi meno noti al grande pubblico. Nino Gioè, ad esempio, è stato un uomo d’onore legato a Leoluca Bagarella, arrestato nel 1979 dal commissario Boris Giuliano e poi anni dopo, nel 1992, lo ritroviamo a Capaci accanto a Giovanni Brusca. Sempre le stesse facce in posti diversi e in momenti cruciali, anche a distanza di anni.

Questo continuo riproporsi ha di per sé conferito una certa coerenza alla vicenda che poi secondo me è la base potremmo dire narratologica del primo maxiprocesso e cioè che Cosa Nostra è un’organizzazione unitaria e verticistica e quindi fatti delittuosi anche apparentemente distanti fra loro sono in realtà legati da un unico filo, per quanto aggrovigliato.
Impressionante è stato anche vedere come, mettendo in linea gli episodi, incrociando le date, sembra quasi di cogliere un disegno sullo sfondo degli avvenimenti di quegli anni. Non intendo dire che ci sia stata una regia occulta, mi riferisco più che altro a coincidenze che possono non essere significative ma che attirano comunque l’attenzione.
E così, rileggendo le date si scopre che alcuni avvenimenti che nel ricordo sembrano magari distanti fra loro si sono in realtà svolti contemporaneamente o uno di seguito all’altro. Mino Pecorelli è stato ucciso il giorno del giuramento del quinto governo Andreotti; Mangano e Dell’Utri parlavano di cavalli al telefono mentre allo stesso tempo a Palermo si organizzava un enorme traffico di eroina (a cui Mangano non era del tutto estraneo); alcuni parenti di Buscetta sono stati uccisi il giorno di san Tommaso e quello di Santo Stefano del 1982, come a richiamare i nomi di Buscetta e Bontate e così via.
Sono stato colpito dalla vicenda dell’arresto e della morte in questura di Salvatore Marino [a proposito di quanto detto sopra, la Wikipedia italiana non ha una voce su Salvatore Marino, ma solo su un suo omonimo – ndr] con annessi e connessi quali la misteriosa vicenda della «talpa» alla Questura di Palermo, dalla vita e dal lavoro di Ninni Cassarà, la cui fine è legata anche alla morte di Marino che è stata da alcuni interpretata come il pretesto della mafia per uccidere il commissario.
Ho trovato molto interessante rileggere le interviste di Falcone subito dopo l’attentato all’Addaura in cui dice in modo sufficientemente chiaro che non riteneva si fosse trattato di un attentato di matrice esclusivamente mafiosa. Mi ha sbalordito sapere che Falcone, mentre guidava sull’autostrada verso Capaci, ha sfilato le chiavi dal cruscotto mentre l’auto blindata era in moto e per una manciata di secondi non si è salvato la vita. Sono toccanti gli ultimi giorni di vita di Paolo Borsellino, segnati dalla consapevolezza di essere il bersaglio successivo.
Poi ci sono altro genere di episodi che sicuramente ha fatto presa sulla mia immaginazione e fra questi uno abbastanza impressionante è stato il «duello» fra Pino Greco detto «Scarpuzzedda», longa manus di Totò Riina nella seconda guerra di mafia, e Totuccio Contorno, un fedelissimo di Stefano Bontate, boss dell’ala moderata e perdente, che sembra essere una sequenza di un blockbuster.

Mi ha fatto parecchia impressione, leggendo il libro, rendermi conto di quanto abbia trascorso la mia infanzia in un Paese che era, in alcune sue parti, praticamente in guerra. Ricordo vaghe immagini di macchine sforacchiate dai proiettili nei tg1 degli anni ottanta e il servizio del tg di Videomusic sull’omicidio di Salvo Lima: avevo tredici anni ed era la prima volta che sentivo parlare di legami diretti tra mafia e politici (per altro ricordo che la sera il Tg1 che si guardava in casa aveva un servizio di tutt’altro tenore). Hai ricordi di quegli anni o hai dovuto ricostruire tutto da capo dalle fonti?

I pochi ricordi che ho di quel periodo non mi sono stati di alcun aiuto. A eccezione di tutte quelle immagini che poi sono entrate a far parte del patrimonio nazionale, abbiamo ricostruito tutto da capo su una tabula rasa.

la strage di Capaci

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Personalmente non ricordo neanche dove fossi e cosa stessi facendo il giorno della strage di Capaci ed è stato un pensiero che mi ha arrovellato durante tutta la stesura della sceneggiatura. Non credo che a livello cosciente questa sia stata una motivazione che mi ha spinto ad approfondire la ricerca in modo quasi maniacale ma certo è un buco nella memoria che mi turba. Non posso essere sicuro di averlo dimenticato, rimosso, o di avere proprio ignorato la notizia, all’epoca.

Durante le ricerche sei stato nell’aula bunker di Palermo, di cui nel fumetto racconti anche la costruzione. Che impressione fa trovarsi in uno dei luoghi dove si sono svolti avvenimenti di quel genere?

È un’esperienza emozionante e credo sia uno dei privilegi e delle soddisfazioni offerte da un lavoro del genere: studiare qualcosa nel dettaglio, cercare di ricostruirlo, di farlo vivere su carta e poi avere la possibilità di vederlo dal vivo, valutare quanto ci sei andato vicino o meno.
E potrei dire la stessa cosa per alcune persone che ho incontrato quando erano già dei personaggi del fumetto, come Leoluca Orlando, Giuseppe Ayala, Leonardo Guarnotta, Ignazio De Francisci o Antonio Ingroia. O l’emozione che si prova nel parlare con chi è stato un testimone dei fatti o ha conosciuto i protagonisti della storia, come Maria Falcone. È emozionante perché alla fine ti trovi a un grado di separazione dalle persone di cui stai studiando e raccontando la vita da tanto di quel tempo che ti sembra quasi di conoscerle.

Immagino che una delle preoccupazioni maggiori di autori ed editore quando si lavora a un progetto del genere sia quella di verificare fonti e affermazioni per evitare qualsiasi tipo di grana. Finora ci sono state lamentele da parte dei personaggi citati (ho notato per esempio un grande equilibrio nella scena della reazione di Berlusconi all’arresto di Mangano, tanto per dire una delle questioni più delicate)?

L’unica battuta pronunciata da Silvio Berlusconi nel fumetto è stata oggetto di diverse riscritture. All’inizio era più decisa e – nelle mie intenzioni – ironica ma si prestava a troppe ambiguità e così in fase di editing l’ho riscritta due o tre volte, fino a trovare un compromesso soddisfacente per tutti. E alla fine è stato un bene perché senza l’occhio vigile di un supervisore (l’ottima Rossella Postorino) è facile cedere nei punti più critici. Non l’ho vissuta affatto come una limitazione e adesso la scena di Berlusconi alla finestra di villa San Martino, per quanto breve, mi pare più equilibrata ed efficace di come l’avevo concepita all’inizio. Comunque considerate le quasi quattrocento pagine del volume, i casi del genere sono stati tutto sommati pochi.
Per il momento nessuno si è fatto avanti con lamentele o azioni giudiziarie e se dovessero presentarsi complicazioni di questo genere confido che la bibliografia sia abbastanza corposa e solida da offrirci buone argomentazioni a nostra difesa.
Se ho scelto di mostrare Mangano come un boss mafioso di indubbia caratura criminale e non come un eroe, come è stato definito con una studiata provocazione in tempi non lontani, non è stato per partito preso ma perché, come spiego dettagliatamente nella bibliografia, le prove contro di lui erano tali da valergli dieci anni di reclusione. Poi, restando in tema di animali, uno può anche credere che gli asini volino e che un uomo d’onore che traffica febbrilmente eroina abbia come occupazione principale, fino a poco tempo prima, quella dello stalliere ma forse sarà difficile convincere il resto delle persone che abitano sul pianeta terra e non nel mondo delle favole. Allo stesso modo una persona può decidere che i propri eroi sono dei narcotrafficanti assassini che difendono il valore dell’omertà ma allora forse il significato con cui usano il termine eroe non è quello comune a tutti e consultabile sul dizionario. Comunque non credo che in Italia qualcuno si prenderà la briga di intraprendere azioni giudiziarie per un fumetto e anche le recensioni, a parte una stroncatura uscita su «il Foglio» (che però non si prende la briga di spendere neanche una parola, nonostante tutti i raffinati esempi di cui è farcito l’articolo, per commentare la bibliografia), sono state finora tutte positive.

Parliamo dei disegni. Fabrizio Longo e Alessandro Parodi, nelle opere realizzate in autonomia, mostrano due stili parecchio diversi che, per altro, assomigliano poco a quello che è poi stato usato in Un fatto umano, che risulta invece molto omogeneo. Immagino che per dei disegnatori sarà una domanda banale, ma da non-disegnatore: come avete lavorato? Che tipo di divisione del lavoro c’è stata?

Fabrizio Longo visto da se stesso

FABRIZIO: Agli esordi avevamo tendenze diverse, poi lavorando assieme negli anni entrambi abbiamo tirato fuori molto altro, rispetto allo stile personale. In Un fatto umano e la quasi totalità dei lavori fatti insieme, compresi i progetti comuni che si vedono nelle gallerie del blog, tutti hanno lo stesso ruolo senza divisioni. Cerchiamo di uniformarci stabilendo una linea comune prima e disegnando ognuno la propria tavola in egual quantità dalla matita alle chine. Questo metodo, insegnatoci in parte alla Scuola Chiavarese del Fumetto, nel tempo è stato una fonte di grande stimolo che ci ha portato a voler essere il più possibile completi come disegnatori. Un fatto umano è il frutto di questo metodo di lavorazione e ci può essere un certo scarto fra noi due verso l’inizio quando dovevamo ancora sciogliere la mano ma il risultato ha un’identità piuttosto uniforme. Possiamo dire con soddisfazione che ciascuno di noi due ha realizzato da solo tavole ben disegnate e con un’ottima atmosfera, riducendo al minimo le differenze fra i due stili.

Alessandro Parodi visto da se stesso

ALESSANDRO: è vero, i nostri stili di base posso sembrare molto diversi: negli anni abbiamo iniziato a studiare gli stessi disegnatori ma in periodi diversi. Così facendo, i disegni che si trovano in rete sono da considerarsi solo come la parte emersa dell’iceberg della nostra ricerca. Fin dagli anni della Scuola Chiavarese del Fumetto siamo stati abituati a lavorare in team sulla stessa storia e tutti con lo stesso stile: uniformare il segno a quello degli altri disegnatori era per noi quindi un processo abbastanza naturale. Una volta scelto il percorso grafico che abbiamo ritenuto più efficace per questo genere di storia, ci siamo seduti al tavolo e abbiamo iniziato a disegnare in totale autonomia sulla pagina: dal foglio bianco sino al risultato finale abbiamo quindi evitato distinzioni classiche fra chi potesse fare le matite, le chine o il colore. Abbiamo semplicemente tenuto ben fissa, come unica guida, l’uniformità dello stile e questo è stato possibile solo confrontandosi molto apertamente e con costanza durante tutto l’arco della lavorazione.

Le matite di una delle prime tavole del libro (clicca per ingrandire)

La nostra giornata tipo per Un Fatto Umano può essere riassunta così: Manfredi ci inviava la sceneggiatura via msn, con allegata la documentazione o i riferimenti per lui imprescindibili… se aveva dubbi sull’andamento della narrazione o su specifiche inquadrature ne parlavamo in una sorta di riunione virtuale. Distribuiva una pagina di sceneggiatura a me e una a Fabrizio. Noi poi elaboravamo un layout che Manfredi visionava ed eventualmente correggeva. Era quindi il turno di passare alle matite che, una volta terminate, venivano inviate a Manfredi per un controllo ulteriore. Una volta ricevuto l’ok da lui e dopo un controllo di coerenza fra me e Fabri su eventi, luoghi e personaggi presenti nelle tavole di entrambi, passavamo al colore. Ognuno di noi colorava e chinava la propria tavola salvo qualche scambio qua e là, sempre per questioni di uniformità.

FABRIZIO: Spesso a permetterci di lavorare erano foto di Manfredi, sia quelle segnaletiche dei criminali e di documenti tratti dai processi, sia quelle fatte da lui nei luoghi degli accadimenti a Palermo. Finché non esisteva Google Maps Palermo, senza le foto fatte in loco sarebbe stato impossibile andare avanti.

A che punto del lavoro è nata l’idea di fare “interpretare” i protagonisti a degli animali?

L’idea mi è venuta in mente nelle primissime fasi di lavorazione. Avevamo deciso di raccontare questa storia ma credo che non avessi ancora neanche iniziato a buttare giù una prima bozza di soggetto. Il problema maggiore all’epoca era lo stile grafico, ovvero come realizzare i personaggi e che taglio dare alla ricostruzione dal punto di vista dei disegni. Esiste uno studio preliminare di Alessandro con un Borsellino dal volto umano dai tratti abbastanza sintetici. Era una strada interessante da percorrere ma sentivo che mancava qualcosa. Inoltre c’era il rischio alla lunga che tutti i personaggi che dovevamo mettere in scena non fossero perfettamente o immediatamente riconoscibili durante tutta la storia. Rendere una fisionomia che sia allo stesso tempo specifica, e quindi somigli senza dubbio alla persona reale, evitando di renderla troppo pesante graficamente comportava un lavoro impegnativo che era davvero difficile da mantenere per tante pagine e con due disegnatori diversi.
Poi alla fiera di Lucca ho acquistato il primo volume della serie Blacksad e dopo averlo letto mi si è accesa la proverbiale lampadina. Ho pensato che si poteva spingere ancora oltre l’idea dei personaggi animali e non calarli solamente in un’ambientazione graficamente realista, come nel fumetto di Canales e Guarnido che richiama i film noir anni ’50, ma abbinarli a persone realmente esistite o viventi, con nomi e cognomi, senza dover usare storpiature del nome come ad esempio è stato fatto poi in Zona del silenzio – un fumetto che mi è piaciuto davvero molto – dove questo meccanismo è stato sfruttato egregiamente con soluzioni linguistiche divertenti come «quello struzzo di Fessino» o «il Partito della Riaffondazione Comunista».
La mia era una scelta forse rischiosa ma pensavo di aver trovato l’ultimo ingrediente del piatto che stavamo andando a preparare. Quando ho esposto l’idea a Fabrizio e Alessandro l’hanno trovata buona e così abbiamo iniziato con gli studi dei personaggi.

Che tipo di problemi ha comportato dal punto di vista dei disegni l’idea di far interpretare i personaggi a degli animali?

FABRIZIO: Questa idea di fondo aveva intrinseche diverse difficoltà a seconda dei casi. In primis, un po’ per tutti, vi era il discorso che l’animale scelto non creasse ambiguità di origine morale su personaggi, a meno che che non fossero di ruolo dichiaratamente negativo e criminoso, ma anche in questo caso abbiamo cercato di non essere manichei e gratuiti. Per scegliere l’abbinamento persona-animale ci siamo più che altro basati su due fattori principali: la somiglianza fisica, e l’indole o il carattere, a volte ci basavamo solo su uno piuttosto che sull’altro, a volte entrambi e sono state scelte fatte ragionando tutti insieme.

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Attraverso questo punto di vista, Falcone diviene un gatto dagli occhi intelligenti dal sorriso sornione, Borsellino un cane dallo sguardo malinconico, Enzo Biagi un bradipo per la sua tranquillità e Boris Giulliano sfrutta la sua potenziale somiglianza con un tricheco per via dei grossi baffi; per contro i Corleonesi che si arricchirono «saccheggiando» Palermo diventano dei cinghiali selvatici, Bontate un Toro per il suo atteggiamento orgoglioso, Mangano un cavallo per il suo ruolo di stalliere.
Se nella realizzazione dei personaggi era importante in alcuni casi la somiglianza, lo era quanto quella della riconoscibilità dell’animale. In alcuni casi trovare un abbinamento non è stato facile ma attraverso prove differenti vi siamo riusciti o almeno abbiamo trovato un’intesa. È chiaro che per alcuni personaggi secondari o per le comparse questo problema non si presentava e la scelta andava a gusto. In pochi casi le persone viventi contattate da Manfredi hanno richiesto di essere rappresentate con un dato animale.
Altra difficoltà creata dall’utilizzo degli animali era la creazione di alcune coppie e di entourage di personaggi, questo ha fatto sì che per classificare le famiglie di mafiosi e rendere riconoscibili abbiamo scelto con Manfredi un tipo di animale rappresentativo della famiglia di turno, piuttosto che formare famiglie composte da svariati animali diversi. Riguardo le coppie di coniugi spesso abbiamo cercato di mantenere anche lì una logica di fondo, per non formare una coppia di sposi di animali troppo differenti. Per testare i personaggi principali, abbiamo realizzato degli studi preliminari mentre altri, più semplici, li realizzavamo direttamente su tavola.

ALESSANDRO: Un grosso problema è stato l’aspetto del giudizio morale: noi non volevamo che trasparisse un giudizio dall’animale in sé ma dagli atti pratici ed accertati che l’animale si trovava a compiere di fronte al lettore. Ovviamente alcune volte il personaggio «cattivo» ha coinciso con animali comunemente considerati «sgradevoli» ma noi abbiamo sempre cercato di far prevalere le qualità caratteriali e fisionomiche rispetto alla più diffusa catalogazione morale di alcuni animali abbinate fin dai tempi di Esopo. Il risvolto più divertente invece è stato il dover collocare barba e baffi (molto in voga fra gli anni ’70 e ’80) ad animali privi di peli nelle vicinanze della bocca: capitava spesso che scegliessimo un volatile per la sua somiglianza con la persona da ritrarre, salvo poi accorgerci che la persona in questione, in tutte le foto esistenti, portasse un bel paio di baffoni a manubrio… io e Fabri, a quel punto, ci guardavamo perplessi chiedendoci: «ok, ora dove li piazziamo affinché non sembrino posticci?»

L’unico personaggio ritratto con fattezze umane nel fumetto è Mimmo Cuticchio, il puparo che fa da narratore della storia (la prima cosa a cui ho pensato è stata “ah, un embrayage!”). Come mai questa scelta di “incassare” il racconto dentro a un’altra cornice narrativa? E perché proprio un puparo?

Mimmo Cuticchio

Perché per raccontare la storia, come dicevo sopra, avevo bisogno di un narratore esterno ai fatti. Essendo una storia ambientata principalmente in Sicilia, una delle prime idee che mi è venuta in mente è stata quella di usare un puparo ma l’avevo scartata perché mi sembrava scontata. Poi, come spiego nella nota introduttiva, ho avuto la fortuna di incontrare Mimmo Cuticchio e mi sono immediatamente innamorato del suo eccezionale lavoro.
Guardando Cuticchio all’opera mi sono subito convinto che era il narratore perfetto per la storia che avevo in mente, ho capito che la mia idea del teatro dei pupi era banale e stereotipata (mentre ignoravo del tutto l’esistenza del cunto, una forma d’arte orale molto suggestiva e affascinante) e che si trattava invece di una tradizione potente e di incredibile ricchezza.
Quando ho proposto a Mimmo il progetto lui è stato così generoso da accettare solo guardando gli studi dei personaggi e una prima sinossi. Poi l’ho tenuto continuamente aggiornato sul progresso dei lavori.
E visto che anche in questo caso mi stavo avvalendo di una persona reale e non di un artista fittizio, un puparo immaginario, ho studiato l’opera di Cuticchio, seguito quanti più spettacoli ho potuto e mi sono inventato una messa in scena ispirata da alcuni suoi lavori che sfigurasse il meno possibile al confronto con l’arte di Cuticchio. Naturalmente la differenza resta incolmabile ma fortunatamente Mimmo in persona mi ha dato anche alcuni consigli.

Un tipo di sequenza che mi piace nei film è quella in cui un tizio ha un’idea, per esempio fischietta una melodia, poi ci sono un po’ di dissolvenze su lui al piano, lui che parla con un produttore, le prove e voilà un musical di Broadway. Nel vostro caso quanto tempo è passato dalla prima idea agli scaffali della libreria?

Nel nostro caso questo tipo di sequenza forse avrebbe bisogno di qualche scena in più con gli editori che rifiutano la proposta («ottima idea, tornate quando è finita»), lo sceneggiatore che fissa il soffitto disperato o che cerca di convincere molte persone a collaborare (come Cuticchio o la Fondazione Progetto Legalità), e i disegnatori che appallottolano un foglio via l’altro, le prove per il lettering realizzato dallo studio Ram di Bologna su una font della calligrafa Francesca Biasetton.

Ecco, il lettering. L’unico neo secondo me è proprio questo: con uno stile di disegno così «analogico», il lettering digitale, per quanto basato sulla scrittura di una persona si amalgama non bene. Einaudi ha fatto di molto peggio (i volumi di Eisner, per esempio), però è davvero così complicato lavorare con un lettering manuale?

Il lettering è stato in assoluto il problema che ci accompagnato per il lasso di tempo più lungo durante l’intera lavorazione del libro. Per rispondere subito alla tua domanda devo dire che è molto complicato lavorare con un lettering manuale per 370 tavole e diventa praticamente impossibile se gli autori sono più di uno e, come nel nostro caso, vivono a centinaia di chilometri di distanza. L’idea iniziale era quella di far realizzare il lettering a Francesca Biasetton interamente a mano e ho difeso a spada tratta questo punto in una lunga riunione con la casa editrice ma di questa presa di posizione artigianale alla fine sono rimasti solo il titolo interno al libro e i diversi titoli dei capitoli. In conclusione però direi che la scelta che ha prevalso è stata il male minore. Utilizzando un lettering digitale i problemi che si sono presentati, dalla leggibilità all’impaginazione, refusi e correzioni compresi, sono stati innumerevoli e hanno dato vita a un piccolo calvario. Se avessimo realizzato manualmente il lettering, considerando – ripeto – il nostro metodo di lavorazione, avremmo di sicuro alzato ancor di più la posta in gioco, ottenendo alla fine un prodotto duro e puro dal punto di vista artistico ma non riesco a immaginare quando saremo riusciti a pubblicare.

Ok, scusa l’interruzione. Dicevamo della gestazione del libro, perché ovviamente come facevi notare non basta farlo ma bisogna trovare anche qualcuno che lo pubblichi.

Per come l’ho vissuto io il processo è stato uno stop and go continuo e alle volte, per restare in tema cinematografico, mi sembrava di essere finito in un remake di Barton Fink o di un altro film che racconti come scrivere e cercare di pubblicare sia una forma di inferno privato. Comunque dal momento in cui mi è venuto in mente di fare un fumetto che raccontasse la storia di Falcone e Borsellino fino all’uscita in libreria, il 22 novembre, sono passati sette anni.
A pensarci ora sembrano passati abbastanza in fretta ma se dovessi immaginare di rimettermi al lavoro con la stessa intensità per altri sette anni, non sono sicuro che ce la farei.
Ma il trucco in questo genere di cose sta nell’essere sempre convinti che «fra un paio di mesi ho finito», così il tempo passa e neanche te ne rendi conto.

Un fatto umano avrà una qualche forma di seguito? O i fatti successivi sono ancora troppo freschi per essere raccontati con la dovuta precisione?

Al momento non penso che potrei lavorare a una sorta di sequel di questo libro. Inoltre raccontare una storia simile che, poniamo, vada dal 1992 ad oggi sposterebbe l’accento sul graphic journalism più che sulla graphic history e anche se non c’è dubbio che si possa fare probabilmente la trama sarebbe ancora più frammentata e dispersiva e richiederebbe un supplemento di lavoro per renderla coerente, per trovare un unico filo conduttore. Per quanto riguarda la mafia, inoltre, notoriamente il periodo successivo alle stragi è stato quello del cosiddetto «inabissamento» o «sommersione» e senza un lavoro come il maxiprocesso che narrativamente è stato il cunto dei cunti in fatto di mafia siciliana, le fonti da consultare si moltiplicherebbero ulteriormente. Insomma sarebbe un lavoro forse ancora più gravoso dal punto di vista della documentazione. E ho l’impressione che mancherebbe comunque un nucleo narrativo e dei protagonisti a meno di non voler raccontare la storia, di nuovo, di Berlusconi o dei soliti noti. Non sono sicuro che al momento se ne avverta l’urgenza.

via d'amelio

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