Manowar – The Lord of Steel (una recensione al volo)

Niente Ken Kelly. E’ la fine di un’epoca

Ognuno ha le sue debolezze. La mia sono i Manowar. Anzi, i ManOwaR.

E’ uscito un nuovo disco dei Manowar. Doveva uscire nel 2009 e doveva essere un concept album su Asgard scritto insieme a uno scrittore fantasy tedesco. C’era anche un sito, grandi progetti, poi le cose devono essere andate un po’ a puttane, perché nel frattempo Scott Columbus ha lasciato il gruppo (e nel 2011 è morto) e alla batteria è tornato Donnie Hamik, batterista del primo disco; con lui hanno riregistrato Battle Hymns nel 2011 (una roba più che Spinal Tap molto brutta perché i suoni scelti facevano cagare).
Alla fine il disco, uscito il 16 giugno in anteprima digitale, non è un concept (grazie al cielo). I due dischi precedenti, Warriors of the World del 2002 e Gods of War del 2007 erano senza mezzi termini molto brutti: il primo registrato da un gruppo allo sbando con una scaletta assurda (tre canzoni uguali una dietro l’altra, cover assurde come il Nessun dorma e un medley di brani tradizionali americani), il secondo pensato lungamente per essere un’accozzaglia di melassa pseudo-sinfonica che teneva insieme una manciata di brani piatti e banali.
Come sarà? Ecco, l’ho comprato e l’ho ascoltato. Qua sotto c’è quello che ho scritto mentre lo ascoltavo per la prima volta.

The lord of Steel
Inizia con un riff di chitarra. Il disco scorso faceva penare dieci minuti di melassa pseudo-sinfonica prima di far sentire un power-chord. Nel bridge c’è una melodia che non assomiglia a niente di quello che i Manowar hanno registrato finora ed è notevole. Il basso di Joey suona come una specie di synth spaccaro, Karl Logan è meno fastidioso del solito e Donnie Hamzik (o la drum machine) fa il suo sporco lavoro. Peccato solo per i soliti cori finti, ma per fortuna Eric Adams è sempre il mostro di una volta.

Manowarriors
L’autocelebrazione. Riff galoppante e testo dedicato ai fans. Bridge amorevolmente anni ’80 e il coro di buzzurri alla Kings of Metal sul ritornello. Da questo momento in poi sono completamente a disposizione di De Maio e soci. My body is ready. L’assolo cita quello, storico, di Manowar. Joey fa dei giri di basso, non si limita a doppiare la chitarra. Hanno di nuovo voglia di scrivere canzoni e di suonare. WE FIGHT FOR METAL! OUR FIGHT IS REAL!

Born in a grave
Riff da headbanging, marcia cadenzata alla Each dawn I die. Eric Adams parte con un quasi parlato, poi sale sul ritornello. Al primo ascolto un po’ monotona. Il basso continua a essere questa cosa che devasterà un sacco di casse e cuffie di scarsa qualità. L’assolo è il solo campionario di sweep con questo suono cinguettante che non riesco a farmi andare giù. Ross the Boss dovrebbe rientrare nel gruppo e mollare quei pestoni tedeschi con cui suona. Comunque sembra si siano lasciati alle spalle buona parte delle ambizioni sinfoniche del disco prima e siano tornati a suonare roba diretta, come ai tempi di Louder than Hell.

Righteous glory
Ahi, la power ballad. Inizia con arpeggi di chitarra, Eric Adams da far venire la pelle d’oca (uno dei migliori cantanti del mondo per timbro ed espressività). Ricorda un po’ qualcosa degli Iron Maiden, tipo Wasting Love. Sale nel ritornello con i chitarroni, gran melodia, gran arrangiamento vocale. Orchestrazione non invadente, con flautini. Assolo molto anni ’70 di Karl Logan, con un suono da metallo. Variazioni. Ci sono più idee in questa canzone che in tutto il disco scorso. Peccato di nuovo per i cori finti del cazzo.

Touch the sky
Inizia come la canzone dell’estate, rock-metal anni ’80 un po’ alla Kiss. Viene voglia di sentirla in auto a tutto volume mentre si va al mare. Non c’è un vero e proprio ritornello, ma potrebbe essere una roba di Jim Steinman. Bella. La ascolterò un casino.

Black list
Intro di batteria che sembra un plotone d’esecuzione, poi parte il solito riff da sbattere la testa, con il basso che fa delle cose orribili alle membrane delle mie PX-100 (nel booklet c’è scritto che i Manowar usano roba Sennheiser. Just like me). Intro lunghissima, pezzo un po’ monotono, tipo Burning, con gli stessi “rumorismi” di chitarra. Però ci sono delle belle trovate nell’arrangiamento delle voci. Ma non bastano. Per ora, delusione del disco. Sette minuti sono troppi.

Expendable
Si, è ispirata ai film di Stallone con tutti i suoi amici degli anni ’80. Scattante e dinamica come Rocky che si allena nella campagna russa, starebbe benissimo sui titoli di coda del secondo “I mercenari”.

El gringo
Una delle doti migliori dei Manowar di una volta era quella di lasciarti con il dubbio che in fondo si divertissero un sacco con le loro spacconate. Questo pezzo, scritto per un film omonimo di un Rodriguez minore, fa parecchio ridere per come viene detto “el gringo!” all’inizio e per i resto è una piacevole cavalcata in cui l’unica cosa fuori posto sono solo i soliti cori finti e le campane (!).

Annihilation
Antoher lie, time to die. Chitarre pannate destra e sinistra al 120% che fano botta e risposta (non piacevolissime), pezzo dritto che va avanti picchiando il giusto, senza spingere troppo sull’acceleratore. Filastrocca un po’ da addestramento dei marine, Adams comunque fa le solite secondi voci altissime e compensa un testo scritto pescando a caso le solite venti parole dal bussolotto.

Hail, kill and die
Vabbeh. Aggiornamento dell’autocitazione, con il 90% del testo fatto da titoli di canzoni vecchie. Inizia come una marcia cadenzata e bella lenta e in realtà non si sposta granché da quelle coordinate. Mi aspettavo un brano finale molto più glorioso e “forte” e invece è un po’ una delusione.

Alla fine, quindi?
Fare peggio dei due dischi precedenti era impossibile. Non credevo che sarebbero riusciti a fare così meglio. A un primo ascolto almeno una metà del disco suona fresco, ispirato e dà l’idea di un gruppo a cui è tornata la voglia di suonare dopo anni in cui le cose non devono essere state troppo piacevoli.
Sembra che abbiano capito che non c’è bisogno di introduzioni finto-sinfoniche e concept di cui non frega a nessuno e siano tornati indietro ai tempi di Louder than hell (1996) che non era certo un capolavoro ma era un disco onesto che metteva in fila dei pezzi semplici e diretti con qualche buona idea melodica. Rischiavano di fare la fine dei Virgin Steele, perdersi in dischi noiosissimi pieni di grandi ambizioni sinfoniche, e invece si sono tirati fuori da quel vicolo cieco.
Restano sempre un gruppo che ha avuto il suo picco più di vent’anni e che dopo l’abbandono di Ross the Boss non ha mai saputo ripetersi a quei livelli; ma ora sono molto meno patetici di quanto potevano sembrarmi con i due dischi precedenti.
Ora che ho fatto pace con Joey, mi spiace un casino non riuscire ad andarli a vedere il 21 a Milano.

9 commenti

Archiviato in musica

9 risposte a “Manowar – The Lord of Steel (una recensione al volo)

  1. E mo’ mi tocca sentirlo…

  2. Pazzo

    carino… concordo con la recensione

  3. Certo che neanche una riga per Scott Columbus nel libretto è davvero un brutto gesto.

  4. Buba

    io vado a vederli giovedì!!!!
    yeeeaaaaaaaaaaaaah!

  5. Manowarrior

    A me pare un po’ involuto rispetto ai temi culturali e le strade musicali intraprese, di dischi metal così se ne trovano a migliaia e di musica così se ne può ascolatare a vagonate nelle sagre paesane e nei centri sociali :-(
    Spiace dire queste cose dopo 25 anni di alti (e un basso, tipo “louder than hell”)

    • Mmm, mi sa che siamo esattamente agli antipodi :-)
      Per me Louder than hell era, alla fine, ok (dando per scontato che No Ross No Manowar e che comunque Triumph of Steel ha il suo perché), mentre ho detestato con tutto il cuore la pacchianeria pseudo-rhapsody di Gods of War, quindi sono contento che abbiano buttato fuori un ideale seguito di quel disco e cestinato il concept asgardiano.
      È un disco più vicino all’idea che ho dei Manowar, compatibilmente con il fatto che sono vent’anni e più che non hanno più nulla di fondamentale da dire – e che invecchiano pure loro e Eric Adams non grida più come un indemoniato e devono rallentare i ritmi.
      Poi conta che quella che leggi qui è davvero la PRIMA impressione mentre ascoltavo per la prima volta il disco. Ora ovviamente sono un po’ meno entusiasta, ma continuo a considerarlo dignitoso.
      Se solo riprendessero a bordo Ross the Boss…

      • manowarrior

        Per carità, de gustibus non disputandum. A me piace anche Beethoven e Wagner, la loro musica mi trasmette emozioni anche se i ritmi variano, le melodie e le timbriche cambiano ecc. Non sempre urla, velocità e potenza senza controllo hanno significato estetico valido. Per non parlare dei testi: si è passati dalla mitologia norrena a frasette trite e ritrite, canzoni costruite con titoli degli LP precedenti, utilizzo del solito vocabolario. Il fatto che la musica riecheggi gli anni ’80 non sempre significa che il vintage è bello…c’è anche l’evoluzione stilistica….

        • a voler rispondere con una battuta, da fan dei Virgin Steele ho ben presente che fine fa un gruppo epic metal che sprofonda nell’infatuazione per i miti e per i grandi concept album.
          De Maio aveva avuto l’intuizione giusta di scimmiottare i Rhapsody perché era commercialmente il momento giusto per farlo; ora che non sono più così di moda si è giustamente giocato la carta del back to the roots, come nel 1987 si era giocato la carta dell’heavy rock radiofonico.
          L’evoluzione stilistica ci sta se sai farlo: non tutti sono i Rush. E i Manowar non lo sono, anche se all’interno delle loro coordinate hanno comunque provato di tutto. Lo so che la vox populi è che i dischi siano tutti uguali, ma in realtà io trovo che ogni disco abbia una sua personalità (a parte quel pasticcio di Warriors of the world).

          Io, per dire, quando sento Thor The Powerhead, che è chitarra, basso, batteria, un filo di tastiera e cori, ci trovo in 4 minuti tutto quello che avevano cercato di dire con Gods of War, con un dispendio di mezzi allucinante e con risultati abbastanza modesti. E Guyana è un pezzo molto più complesso di tutta la pseudo-sinfonia che hanno infilato in quel disco.

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