“Andiamo in Polonia” (3 di 15; ancora Cracovia)

Riassunto delle puntate precedenti: arriviamo in Polonia nonostante le insidie dei voli lowcost e iniziamo a gironzolare per Cracovia, città di cui tutto quello che dovete sapere è che è bella e che c’è un drago che sputa fuoco che una volta Warren Ellis ha citato in suo fumetto.

“Mari Balotelli è stato qui”, scriveva fiero questo kebabbaro

A sud della città vecchia c’è un quartiere, vecchio pure lui, che si chiama Kazimierz e che una volta era una città. Quando fu fondata nel XIV secolo, infatti, c’era un braccio della Vistola che la separava da Cracovia e sorgeva su un isola. Oggi che non ci sono più barriere fisiche fa abbastanza ridere l’idea che ci fossero due città a dieci minuti a piedi una dall’altra.
Nel 1495 gli ebrei di Cracovia vennero cacciati dalla città. Per fortuna c’era una comoda città a dieci minuti di cammino dalle mura dove trasferirsi, i cui abitanti non avevano grossi problemi ad accogliere degli ebrei. Dal XIX secolo Kazimierz è diventata parte di Cracovia.
Perché è famosa Kazimierz? Perché Spielberg ci ha girato Schindler’s List. I tour guidati la pubblicizzano come “old jewish town”, ma in realtà a parte una via affollata di ristoranti a tema ebraico e un paio di sinagoghe, di ebraico a Kazimierz è rimasto molto poco. Del resto, la Polonia è la nazione per cui i nazisti possono davvero dire “missione compiuta”: c’erano quasi tre milioni e mezzo di ebrei in Polonia il primo di settembre del 1939, alla fine della guerra ce n’erano al massimo 240.000. Oggi gli ebrei sono lo 0.01 della popolazione polacca, principalmente perché i superstiti hanno preferito andare a vivere da qualche altra parte. Del resto, non è che una volta cacciati i nazisti le cose siano andate necessariamente bene per loro.
Comunque. A Kazimierz sopravvive una sinagoga in attività con annesso cimitero, ma che giorno abbiamo scelto noi per andare a visitarla? Sabato.
Ci siamo rifatti con la visita all’altra sinagoga principale, oggi trasformata in museo sull’ebraismo (non particolarmente eccitante, visto che al di là di oggetti rituali presenta lunghissimi pannelli che descrivono le festività ebraiche).
Per il resto, oggi Kazimierz si presenta come un luogo leggermente più tranquillo e meno trafficato da turisti della città vecchia, pieno di locali e bar, alcuni piuttosto curiosi come il Singer: buissimo dentro, fuori ha i tavoli ricavati da vecchie macchine da cucire a pedali.
Il nostro preferito, dove siamo andati ben due volte, è il Kolanko n. 6, un cafè costruito attorno a un grazioso cortile interno, che serve zuppe,insalate, toast, crepes, dolci, birra artigianale e tutto quello che serve per ritemprare il viaggiatore.
In generale, nel corso delle due settimane di posti del genere ne abbiamo visitati parecchi: gestiti da gente giovane, arredamenti curati ma informali con un certo stile “country ikea”, che servono più o meno di tutto a qualsiasi ora. Il divertimento di mangiare fuori all’estero, per un italiano, infatti per me rimane vedere che gli orari dei pasti sembrano essere assolutamente casuali e nello stesso posto trovi contemporaneamente gente che fa quello che potrebbe essere un pranzo, con cose salate, e altre che si strafogano di torta. Secondo l’infingarda Lonely Planet, spesso i polacchi cenerebbero fuori anche con solo una fetta di torta e un caffè. E in effetti ne ho viste spesso di persone che seguivano questa dieta in orario di cena, fuori dalle pasticcerie.

Comunque. In realtà i nazisti il ghetto non lo fecero a Kazimierz bensì a Podgorze, che si trova subito oltre la Vistola. Del ghetto oggi non resta più granché; si è salvata qualche sezione del muro che lo circondava, sagomato come tante lapidi una di fianco all’altra. Tanto per fare capire che aria tirava. Roman Polanski, all’epoca bambino, visse proprio nel ghetto di Cracovia, dal quale riuscì a scappare grazie al padre che lo nascose poi presso una famiglia polacca.

Ogni sedia simboleggia 10.000 morti

Il ghetto venne sgomberato nel marzo del 1943, con la deportazione ad Auschwitz dei suoi abitanti. Resta in quella che era la sua piazza principale un monumento fatto da sedie vuote (alcune delle quali illuminate la notte), a ricordare i beni lasciati per strada dai deportati.
Sarebbe un bel posto da fotografare, se non ci capiti in concomitanza di scolaresche che bivaccano sulle sedie facendosi le foto da bimbominkia a tutto spiano.

Su un lato della stessa piazza si trova la Farmacia dell’Aquila, l’unica operante nel ghetto, gestita da un cristiano, Tadeusz Pankiewicz, che aveva ottenuto una dispensa straordinaria per potere lavorare nel ghetto. Distribuendo medicinali spesso gratis e permettendo che la sua farmacia fosse un ritrovo per membri della resistenza del ghetto, Pankiewicz fu di così grande aiuto per la comunità che è ricordato in Israele come “giusto tra le nazioni”. Come Schindler.

Sulla strada per la fabbrica di Schindler si passa sotto a questo tunnel. A Wielickza c’è una miniera di sale dove durante la guerra i nazisti impiantarono una fabbrica di armi che funzionava a manodopera ebraica

La fabbrica di Oskar Schindler si trova a poche centinaia di metri dal monumento delle sedie, in una zona particolarmente anonima. Quasi niente farebbe pensar che dentro all’edificio della fabbrica si celi in realtà un museo multimediale dedicato alle vicissitudini di Cracovia durante la guerra. Del resto, la malefica Lonely non ne faceva menzione (il museo è del 2010, la guida del 2008) e nessuno ce ne aveva parlato.
Così fai il biglietto per entrare senza sapere bene che cosa ci sarà dentro. Ti aspetti vagamente una mostra sugli ebrei salvati da Schindler, sull’attività della fabbrica. Invece come entri nel primo ambiente, un salottino anni Trenta ricostruito, capisci che hai fatto bingo. Partendo dai giorni immediatamente precedenti al fatidico 1 settembre 1939, il museo ricostruisce la storia di Cracovia durante la guerra. Si cammina tra vetrine inserite in elementi scenografici, intervallate da postazioni video dove si possono ascoltare le testimonianze dei sopravvissuti. Tre postazioni dotate di timbro scandiscono le fasi della storia: l’occupazione nazista, la deportazione degli ebrei, la conquista sovietica. In ognuna si può timbrare un cartoncino, la prima volta con la svastica sormontata dall’aquila, la seconda con la stella di David e la terza con falce e martello. Il terzo timbro non funzionava, quindi mi restano solo questi due souvenir parecchio macabri.
A Schindler sono dedicate un paio di stanze, con la ricostruzione del suo ufficio e la storia della fabbrica e del modo in cui riuscì a salvare più di un migliaio di persone. Curiosamente, forse per pudore, sono quasi nascoste rispetto al percorso principale all’interno della sezione dedicata allo sterminio degli ebrei cittadini, come a ricordare che comunque il lieto fine è una parentesi secondaria, nella storia principale.
È un tipo di museo moderno, che oltre a fare quello che fa di solito un museo (esporre reperti) cerca di restituire i suoni e le atmosfere. Il visitatore non si limita a ciondolare passivamente di qua e di là, ma viene continuamente stimolato a seguire percorsi, interagire con l’esposizione.
È stata forse la vera sorpresa di Cracovia, la scoperta più o meno casuale (io onestamente non è che avessi nemmeno così tanta voglia di arrivarci, fino alla fabbrica di Schindler) che ti fa dire “ah però”.

Cambiando totalmente argomento, il cibo.
A Genova c’è un ristorante che si chiama Il Pasto di Varsavia. La prima volta che mi hanno detto “dai, stasera andiamo a mangiare dal polacco” ho detto “dal polacco?! E che ci andiamo a fare dal polacco? Che ci daranno? Bucce di patate?”. Del resto, quelli a cui dicevo “stasera vado a mangiare polacco” rispondevano “Polacco? E che ci vai a fare?” (ho come un dejavu a posteriori).
Poi, una volta a tavola, ho visto per la prima volta in crisi un amico che è il terrore dei ristoranti a buffet, uno che inizia a mangiare davvero quando tu hai finito. Ma davanti a un piatto di pierogi (ravioli di carne), dopo avere finito la sua zuppa e quella di un’altra nostra amica, ha sofferto tantissimo. E alla fine, anche se Il pasto di Varsavia non propone solo cucina polacca ma dell’est in generale, alla cucina della Polonia nel nostro giro è rimasta un po’ attaccata questa nomea di sfondastomaco. In effetti si tratta di una cucina sostanziosa che potrebbe non essere il massimo in estate.
Per fortuna, in generale l’offerta di posti dove mangiare in Polonia si è comunque rivelata abbastanza varia, visto che abbiamo mangiato (oltre che in posti più o meno tipici): georgiano, ucraino, sushi (fatto da polacchi, molto superiore ai cinesazzi a buffet nostrani), bretone, greco, genericamente asiatico nei cartoccini da film, Pizza Hut (che è Pizza Hut; bellissimo potere ordinare senza sensi di colpa o inferiorità la pizza ananas e prosciutto), kebab.
Però a Cracovia c’era anche il festival dei pierogi: una piazza con gli stand dei vari ristoranti della città che offrono i loro prodotti uno di fianco all’altro. Una sera ho cenato lì, assaggiando una buona quantità di varianti di ripieni di questi ravioli, compresa una dolce con i mirtilli da applausi. Dimenticando però che quelli erano ravioli “da degustazione” di dimensioni ridotte, il giorno dopo quando a pranzo decidiamo di pranzare alla sagra che c’è nella piazza grande, mi avvicino spavaldo al banco e ordino per me: salsiccia, patate e il temutissimo piatto da sei pierogi. Invece dei piccolini della sera prima, mi arrivano sei giganti con il ripieno a sei atmosfere di pressione. “Facciamo a metà dei pierogi,” mi aveva detto Lucilla. È finita che ho mangiato, dopo la salsiccia, i sei mostri praticamente da solo. Tre avevano un ripieno di carne macinata, tre di spinaci e funghi. Dopo aver finito di buttarci sopra il mezzo litro di birra regolamentare, mi sono sentito un po’ appesantito. In effetti, la performance sembrava colpire anche i locali che avevamo seduti di fianco al tavolone.
Ho appena fatto a tempo ad arrivare sul parchetto in riva alla Vistola, trovare un posticino all’ombra di un albero e SBAM. Un attimo dopo erano già passate due ore e un tizio vestito di arancione concionava da in cima a un container. Probabilmente parlava del Ritalin (questa la capiscono i bolognesi)

C’era davvero.

(continua)

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6 commenti

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6 risposte a ““Andiamo in Polonia” (3 di 15; ancora Cracovia)

  1. altro che lonely planet!

    “io onestamente non è che avessi nemmeno così tanta voglia di arrivarci, fino alla fabbrica di Schindler” ma PER FORTUNA non eri solo in questo viaggio. un’ottima guida (e non sto di certo parlando della Lonely) era al tuo fianco! :-D

  2. Io non sono bolognese ma lui li è il nostro best friend( mio e di lu)
    Bel racconto( te non sei umano.. Sei un database!!)

  3. Non so che tempo faccia a Bologna, ma a Ronco l’estate è ufficialmente finita, ed è già tempo di pierogi. Considerato che la sfida fra me e il nostro amico di cui sopra non ha ancora avuto luogo capirai che scalpito.

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