“Mi chì”, o di quella volta che sono andato a vedere i Radiohead

Nella più antica e deprecata tradizione di splinder, un post a punti.

* La cosa che più mi ha stupito del concerto del Radiohead è la stessa che stupì il doge di Genova in visita a Versailles nel 1685, a trattare la resa il re di Francia che gli ha quasi raso al suolo la città. “Mi chì“, ovvero “La mia presenza qui”. Non sono un grande fan dei Radiohead, non al punto di spendere quello che costava il biglietto per andarli a vedere. Poi però è saltato fuori che due amici avevano un biglietto in più e così… Mi chì.

* Gruppo spalla: Caribou. Che in origine si chiamava Manitoba, poi Handsome Dick Manitoba (dei Dictators) ha minacciato di fargli causa e allora ha cambiato nome. Dance, due batterie, un sacco di energia ma non la cosa migliore da ascoltare se non sei sotto MDMA.

* Il palco dei Radiohead, l’avrete letto dappertutto, è pazzesco. I 12 schermi LED che incombono sul palco frammentano le immagini dei musicisti e ogni tanto ti fanno pensare che qualcuno stia per venire spedito nella Zona Fantasma

This is what you get when you mess with us

* I QR Code che compaiono sopra al palco dovrebbero servire per connettersi con lo smartphone a un’applicazione che permette di vedere sul proprio schermo quello che le telecamere trasmettono sugli schermi sul palco. Bella idea, peccato che inquadrare i malefici quadratoni fosse praticamente impossibile.

* I Radiohead si presentano sul palco con due batterie (come i Caribou: ai miei tempi i gruppi avevano due chitarre, non due batterie) e con un secondo batterista che è il clone del primo, una mossa un po’ Kraftwerk molto astuta. Il bassista resterà per quasi tutto il concerto nascosto tra le due batterie; incidentalmente è in quella zona del palco che viene prodotto il grosso del suono del concerto, un mammut di frequenze basse che fa vibrare lo stomaco, a volte inghiottendo tutto il resto. Non mi aspettavo che potessero essere così potenti, come se in qualche modo avessero rielaborato la carica di The Bends adattandola ai suoni e alle idee dei dischi da Kid A in poi. Quando è partita la parte più carica di Idioteque (ice age coming, ice age coming) per un attimo sembrava di stare ascoltando qualcosa tipo i Jus†ice.

* Ed O’Brien, alto e sorridente, nasce come uno dei due chitarristi del gruppo. In questo tour ogni tanto non ha niente da fare per quasi un’intera canzone (o magari un accordo effettatissimo sull’introduzione) e allora che vuoi che faccia? Balla. Mauro Repetto vigila benevolo sui Radiohead.

*Jonny Greenwood, invece, fa una specie di concerto tutto suo. Con il suo ciuffone nero sembra un ragazzino capitato lì sul palco in mezzo a un sacco di giocattoli (chitarra, tamburi, pianoforte, tastiere, organo, computer), tutto concentrato a scegliere quello adatto a ciascuna canzone. Ormai saprete tutti del cazziatone ricevuto da Thom Yorke in mezzo a Exit Music (“Jonny… Jonny, turn the fucking macs off” è la versione approvata dal mio coinquilino londinese dopo avere riascoltato l’audio), detto esattamente con il tono con cui ci si rivolge pazientemente a un ragazzino iper-attivo.

* In tutto questo, Thom Yorke quasi scompare nella sua funzione di frontman. È lì, al centro del palco, canta e suona, ogni tanto smozzica qualche parola in italiano ma niente di più.

* Quindi è strano, perché mentre dietro ci sono quei tre che hanno tutta l’aria di divertirsi un mondo tra di loro, i tre davanti sono ognuno un po’ sulle sue, come se ognuno avesse le sue cose a cui badare.

* La parola chiave è “sovraccarico”. Gli arrangiamenti (ai sei musicisti si aggiungono a volte loop creati al momento), i giochi di luci e i monitor creano un attacco sensoriale continuo, in cui qualche volta si rischia un po’ di perdersi, specie se come me si è tutt’altro che in pari con più di metà della discografia utile per il live. Non è un concerto che guardi e ascolti a cuor leggero, richiede una certa partecipazione almeno dal punto di vista dell’attenzione. È come se puntassero a riempirti il più possibile di musica e immagini, perché te le faccia bastare fino alla prossima volta.

* Il pubblico è variegato, si va da quelli che hanno tutta l’aria di essere dei talebani del gruppo pronti a sezionare ogni nota dello spettacolo a tizi fastidiosi che sembra che si divertano a spendere 60 carte di biglietto solo per stare in mezzo alla gente e rompere il cazzo. In questo, il record dei record lo batte il ventenne foggiano, parte di una comitiva di gente che mi si è piazzata davanti dopo la fine di Caribou, che trovava spiritoso urlare, tutto agitato “eddai! Funziona! Funzionaaa! Che controlli? Funziona!” ogni volta che saliva sul palco un roadie a provare una chitarra. Ogni. Volta.
(è poi questo il brutto dei concerti dove non si poga; che non hai scuse socialmente accettabili per levarti lo sfizio di dare due gomitate a un coglione)

* Alla fine, visto che Bologna è una grande città dove se sei senza mezzi puoi tornare in centro a piedi da dove si fanno i concerti, siamo tornati a piedi perché Bologna è una città del cazzo dove sei costretto a tornare a piedi se sei senza mezzi perché l’autobus non passava e il centralino dei taxi non rispondeva.

* È da martedì che non riesco a levarmi dalla testa il riff di Paranoid Android.

* (fine; se cercavate notizie su scaletta, arrangiamenti, ecc ecc mi sa che siete capitati male. Io fino a tre giorni prima del concerto ero fermo ad Amnesiac. Siate clementi)

3 commenti

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3 risposte a ““Mi chì”, o di quella volta che sono andato a vedere i Radiohead

  1. La parte fra parentesi mi ha fatto godere.

  2. paola

    non sarei andata neanche se mi avessero pagato…..ma io sono un pò antica
    il tuo racconto mi ha definitivamente convinto

  3. Andrea

    Io a Roma ho visto un altro concerto con Yorke carichissimo ed Ed O’Brien molto attivo. Saluti!

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