“Andiamo in Polonia” (14 di 15: Refuse / Resist)

Con la dovuta calma, il resoconto del viaggio polacco si appresta alla sua conclusione e io compilo i moduli del Guinness perché non credo nessuno abbia mai trascinato così per le lunghe un post sulle vacanze.
Belli i tempi in cui scrivevo un post al giorno.

Schermata 2012-10-07 a 13.30.04

Eccolo qua sopra, il tragitto in tutto il suo splendore: si parte a sud con Cracovia, si risale toccando Wroclaw, Poznan, Torun fino ad arrivare a Danzica e poi giù tutta una tirata fino a Varsavia.
Danzica-Varsavia sono sei ore di treno.
Sei ore di treno filate, se non le avete mai fatte, sono una discreta rottura di palle. Certo, puoi leggere, puoi sonnecchiare, puoi guardare fuori dal finestrino, puoi chiacchierare, ma sono comunque tante.
Se poi il treno è il tipico residuato bellico da viaggio a lunga percorrenza sono ancora più lunghe.
Se poi i compagni di viaggio hanno qualche magagna rischi di non uscirne più.
La mattina che partiamo da Danzica già il mondo sembra girare storto: in albergo ci mettono un sacco a stampare la ricevuta del check-out (dopo che non me l’avevano lasciato pagare la sera prima), ci mettono tantissimo a chiamare il taxi (pare che non ci sia il centralino, ma proprio qualcuno che deve rispondere, o almeno così mi è sembrato di capire), quando il taxi arriva c’è un autista che parla o polacco o tedesco e non capiamo perché non è convinto che siamo noi quelli che deve caricare ma alla fine non so come riusciamo a farci portare lo stesso in stazione. L’unica nota positiva è una gatta che avevamo trovato un paio di sere prima nei pressi dell’albergo che si fa trovare fuori dal portone mentre aspettiamo il taxi, come fosse venuta a salutarci.
Insomma, alla fine arriviamo in stazione con solo venti minuti di anticipo invece dei quarantacinque preventivati, roba quasi da prendere il treno al volo.
Quando il treno arriva sul binario è come da previsione un terrificante scassone che arriva dalle località sulla costa. Conquistiamo il nostro scompartimento e scopriamo che la sorte ci ha assegnato come compagni di viaggio:

  • n. 1 graziosa fanciulla “dal viso perfetto” (secondo la definizione di Lucilla), esile ed elegante, che per un viaggio di sei ore si è portata da leggere n. 1 numeri della rivista “Cosmopolitan”. E BASTA (a un certo punto ha iniziato a leggere gli scontrini nel portafoglio per la noia);
  • n. 1 meno graziosa fanciulla in viaggio verso Varsavia per incontrare il fidanzato (come intuimmo quando venti minuti prima dell’arrivo scomparve in bagno e tornò truccatissima e con i tiranti del già provato reggiseno tesi come funi d’acciaio);
  • n. 1 tizio addormentato sulla trentina, capelli biondi corti, faccia da volontario delle SS dei paesi occupati;
  • n. 1 altro tizio addormentato, di stazza più massiccia di quella dell’amico.

La disposizione, dal corridoio al finestrino, è la seguente: la seconda ragazza, seduta in direzione di marcia, con di fronte il biondo; il secondo tizio addormentato (“Ciccio” d’ora in poi), il gomito di Ciccio, le mie costole, io, Lucilla (tutti in direzione di marcia) e, di fronte a lei, la prima ragazza.
Ciccio e il biondo sono palesemente di ritorno da un “drittone” in discoteca, il biondo è un ferroviere, come deduciamo dal suo trolley della compagnia ferroviaria tedesca, e russa come un facocero congestionato, mentre Ciccio, come già detto, è parecchio espansivo nei confronti della mia gabbia toracica. Per un po’ cerco di lavorarmi di gomito le sue costole mentre dorme, poi vedo le esatte dimensioni del bicipite dell’amico e decido che tutto sommato un po’ di contatto con i locali non ha mai ammazzato nessuno. In mezzo a tutto questo, ogni tanto il telefono del biondo suona con una suoneria che è tipo il Duplè, fortissima, e lui è così distrutto che non la sente, l’amico neppure e nessuno ha il coraggio di svegliarlo. Poi ci sono dei momenti in cui si sveglia, fa vedere a Ciccio robe tipo un murales di Che Guevara sfregiato e ridono.
Con le compagne di viaggio ci si scambia occhiate perplesse e imbarazzate, ma quella lontana dai due alla fine non è che gliene freghi più di tanto, l’altra (già piccola di suo) si fa sempre più piccola fino a che il biondo nel sonno non crolla in avanti e non le finisce praticamente con la faccia tra le tette (che comunque rappresentavano un buon 60% della superficie totale che lei offriva da seduta). A quel punto con un’ardita mossa equilibristica che non si dovrebbe mai fare con un abitino corto come il suo se non si vuole costringere l’unico maschio sveglio a lottare contro istinti che ci ha insegnato Gigi la Trottola lei scappa e si va a sedere di fianco all’altra ragazza.
I due, grazie al cielo, scendono dopo appena un’ora e mezza a una stazione perduta nel nulla e di loro non sentiremo mai più parlare. Spero.

Scomparso il brivido dei barbari, guardo fuori dal finestrino molto di più e mi accorgo di quanto siano industriosi i polacchi. Ogni tot chilometri c’è una squadra di operai con i loro elmetti gialli e i giubbotti fosforescenti che scava buchi, costruisce cose o una qualsiasi combinazione delle due cose. Un’industriosità ammirevole (keynesiana?) che raggiunge il suo apice quando arriviamo a Varsavia. Fervono infatti i lavori per una nuova linea della metropolitana e questo cosa vuol dire? Che una della principali arterie del traffico in pieno centro è scoperchiata per chilometri perché stanno grossomodo facendo una metropolitana tutta insieme. Passiamo in taxi una mezza eternità per fare due o tre chilometri, poi alla fine dobbiamo scendere e fare un pezzo a piedi perché negli scavi hanno trovato una bomba della seconda guerra mondiale inesplosa e ci sono delle strade chiuse al traffico.
Questa cosa della bomba è un ottimo “Benvenuti a Varsavia”. Per cialtroneggiare un po’, Varsavia in inglese si scrive “Warsaw”, che con molto cialtronismo possiamo tradurre con “guerra vista”. Varsavia nella seconda guerra mondiale la guerra l’ha vista, forse più ferocemente e tragicamente di altre città martiri in Europa.
Ma ne parleremo dopo.

Per chiudere il soggiorno polacco, dopo le sistemazioni figarine di Torun e Danzica, Lucilla ha scelto un ostello, l’Oki Doki, e ha fatto bene. Ospitato dentro un palazzone terribilmente sovietico, l’Oki Doki è colorato, animato e ogni stanza è decorata in modo diverso (noi eravamo nella “Vincent”, ispirata a Van Gogh). I ragazzi alla reception sono gentili e organizzano un sacco di attività, per cui sembra proprio un bel posto dove passare del tempo; solo che noi di tempo ne abbiamo poco perché abbiamo destinato a Varsavia solo un pomeriggio, una sera e una mattina, prima di tornare mestamente in patria.
Così dieci minuti dopo avere posato gli zaini siamo già a sgambettare per aggirare le strade bloccate e tuffarci nella città vecchia. O ciò che ne rimane.

Idealmente, per parlare di Varsavia oggi bisogna partire dalla rivolta nel ghetto prima e dall’insurrezione poi. Se avete visto Il pianista saprete (oltre che non bisogna mai dare un alloggio ad Adrien Brody, che porta una sfiga tremenda) per grandi linee la storia: nel 1940 i nazisti rinchiudono gli ebrei polacchi nel ghetto creato chiudendo alcuni quartieri cittadini all’interno di un muro, poi iniziano le deportazioni verso i campi di sterminio. In una superficie pari a un ventesimo di quella cittadina si concentravano circa 500.000 persone, in parte provenienti dalle campagne, vale a dire metà della popolazione totale della città. Il ghetto è tagliato in due da un’autostrada, tanto che a un certo punto venne creato un ponte pedonale per non mischiare ebrei e non ebrei. Nell’aprile del 1943, quando a seguito del successo di un’operazione di resistenza alla deportazione di 8.000 uomini (ne verranno deportati meno di un decimo) si è formata nel ghetto una rete clandestina di opposizione ai nazisti, i tedeschi iniziano le operazioni di liquidazione. Gli ebrei di Varsavia resistono combattendo per quasi una settimana, con scarsi aiuti dall’esterno, mentre i tedeschi cannoneggiano e incendiano le case, togliendo ossigeno ai bunker in cui si rifugiavano i resistenti. Il rapporto finale tedesco (16 maggio 1943) recita:

180 ebrei, banditi e subumani sono stati distrutti. Il quartiere ebreo di Varsavia non esiste più. L’azione principale è stata terminata alle ore 20:15 con la distruzione della sinagoga di Varsavia… Il numero totale degli ebrei eliminati è di 56.065, includendo sia gli ebrei catturati che quelli del quale lo sterminio può essere provato

Oggi del ghetto restano giusto un paio di muri in un quartiere altrimenti anonimo. Un monumento ricorda la collocazione di un tombino da cui gli ultimi resistenti fuggirono prima della distruzione totale.
La rivolta del ghetto fu più un moto di orgoglio e coraggio che un’azione militare che poteva portare a risultati concreti, come invece doveva essere nelle intenzioni dei suoi ideatori l’insurrezione del 1944.
Nell’estate del 1944 le cose stanno andando malissimo per i tedeschi: l’invasione della Russia è fallita e l’Armata Rossa sta inseguendo Fritz verso la Germania, riprendendosi le parti di Polonia che aveva conquistato e poi perso dall’inizio della guerra. Il governo polacco (in esilio a Londra) pensa che sia il caso di organizzare una risposta ai tedeschi che permetta ai polacchi di dimostrare di avere fatto la loro parte nel liberare la propria patria, per potere trattare da posizioni più favorevoli con i vincitori (tra cui appunto i russi che erano ben intenzionati a riprendersi non solo le zone polacche che avevano pattuito con Hitler ma anche quelle che Churchill aveva promesso loro). In Polonia esiste un esercito clandestino, indipendente dai sovietici, pronto a entrare in azione e a fine luglio il momento sembra propizio: i sovietici sono quasi a Varsavia, i tedeschi sembrano in procinto di sbaraccare e Hitler è reduce dall’attentato che gli ha fatto Tom Cruise mettendogli la dinamite sotto al tavolo.
Il primo agosto, alle 17, i soldati dell’Armia Krajowa attaccano i tedeschi in città. In realtà però qualcuno, preso dalla foga, aveva già iniziato prima, così l’effetto sorpresa viene un po’ a mancare. Inoltre, gli insorti non sono armati a sufficienza per affrontare la Wehrmacht, che ha un altro livello di organizzazione ed equipaggiamento. Nei primi giorni riescono a registrare qualche buona vittoria nella città vecchia, la cattura di un arsenale grazie alla quale si procurano uniformi che permettono attacchi a sorpresa, ma non riescono a sfondare. I tedeschi tengono botta, fanno convergere rinforzi, danno il via alla rappresaglia. Nel sobborgo di Wola, in una settimana, vengono uccise non meno di 40.000 persone, a Ochota 10.000: un lavoro da macellai, non da soldati, che infatti viene portato avanti da battaglioni punitivi, alcuni composti anche da ucraini (chi meglio dei vicini di casa può odiare qualcuno?). Passa alla storia l’atroce rapporto di Heinz Reinefarth, ufficiale delle SS, in seguito sindaco e membro di un parlamento regionale, che lamentava di avere “più prigionieri che munizioni per giustiziarli”.
Nel frattempo si combatte, disperatamente, spesso casa per casa.
Gli insorti sperano di resistere fino all’arrivo dei russi, confidando che questi non si lascino sfuggire l’occasione di prendere i nazisti tra due fuochi. Ma il prezzo da pagare è altissimo e quando il 26 agosto i russi arrivano a Praga, quartiere sulla sponda opposta del fiume rispetto alle aree tenute dagli insorti, si fermano. Stalin non può intervenire (perché le unità erano indebolite dalle battaglie da cui erano reduci) o non vuole (perché di una Polonia indipendente non sa che farsene); se sentite la storiografia ufficiale polacca, vi dicono che è vera la seconda cosa. Del resto, risulta difficile capire perché i russi non abbiano concesso agli alleati l’utilizzo di basi aeree per organizzare un ponte aereo di supporto agli insorti; gli aerei alleati erano costretti a partire dalla base più vicina, che era a Brindisi (!), arrivare su Varsavia con giusto il carburante per il ritorno e lanciare gli aiuti quasi alla cieca cercando di non farsi tirare giù dalla contraerea. Risultato: gran parte degli aiuti lanciati finiva, statisticamente, ai tedeschi,  e una quarantina di velivoli, per un totale di 360 aviatori inglesi, sudafricani, polacchi e americani, andarono perduti.
Il 13 settembre, dopo circa due settimane che sono lì, i russi lasciano che alcune unità polacche sotto il loro comando cerchino di attraversare il fiume e prendere contatto con i connazionali in lotta: ma si tratta di uomini abituati ai combattimenti in campo aperto che nulla sanno di guerra urbana e la loro missione finisce miseramente e non porta alcun vantaggio agli insorti (e a voler essere malvagi si può immaginare Stalin che dice “e va beh, visto che ci abbiamo provato?”). Orwell prese bene l’accondiscendenza mostrata dall’Inghilterra verso l’inerzia sovietica:

I want to protest against the mean and cowardly attitude adopted by the British press towards the recent rising in Warsaw. [...] One was left with the general impression that the Poles deserved to have their bottoms smacked for doing what all the Allied wirelesses had been urging them to do for years past, […]. First of all, a message to English left-wing journalists and intellectuals generally: ‘Do remember that dishonesty and cowardice always have to be paid for. Don’t imagine that for years on end you can make yourself the boot-licking propagandist of the Soviet régime, or any other régime, and then suddenly return to mental decency. Once a whore, always a whore.

Insomma, finisce che i tedeschi a un certo punto si stufano, vogliono andarsene da Varsavia e offrono la possibilità di una resa all’Armia Krajowa, garantendo il rispetto della convenzione di Ginevra per i combattenti e un trattamento umano per i civili. I polacchi accettano e i tedeschi deportano l’intera popolazione di Varsavia. Poi saccheggiano la città e radono sistematicamente al suolo quello che rimane, con teutonica efficenza e dedizione, mattone per mattone.
Nel 1939 Varsavia aveva poco meno di 1.300.000 abitanti. Alla fine della guerra vivevano tra le macerie, nascosti, non più di 2.000 esseri umani e l’85% degli edifici della città era in macerie.

Nel 1950 Varsavia si presentava così

(continua)

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