“Andiamo in Polonia” (15 di 15; l’importante è finire)

Va bene.

Siamo alla metà di marzo e tra un po’ (se mi approvano le ferie) prenotiamo le vacanze del 2013. E non ho ancora finito di parlare della Polonia (tutti gli episodi)

canaletto

Eravamo rimasti che avevo fatto un breve riassunto della storia di Varsavia nel corso della seconda guerra mondiale (per chi non ha tempo: rasa al suolo, ebrei sterminati, popolazione deportata).
Come già successo con Danzica, finita la guerra è partita una ricostruzione su larga scala della città vecchia e dei principali monumenti, spesso usando materiali provenienti da altre città distrutte e rifacendosi alle vedute realizzate da Canaletto nel XVIII secolo. In diversi punti delle città ci sono riproduzioni dei quadri collocate più o meno in corrispondenza del punto di vista del pittore, per apprezzare appieno il risultato.
Non tutto è stato ricostruito, ovviamente (per esempio del ghetto ebraico restano tipo due muri e un cortile, il resto è un anonimo quartiere di palazzi), ma quello che è stato rimesso in piedi sembra più vero del vero (è poi il bello di fare questo genere di cose).
Uno dei primi edifici degni di nota che si incontrano venendo dalla stazione è  però un edificio post-bellico, un curioso incrocio tra un grattacielo, un fiabesco torrione medievale e una torta nuziale: il Palazzo della Cultura e della Scienza, gentile omaggio di Stalin alla città (completato nel 1955, in appena tre anni). La città pare che avrebbe preferito una mano durante l’Insurrezione o, visto che ormai era tardi, anche una cravatta o un pigiama di flanella, ma si sa come sono fatti i georgiani: ti si presentano alla porta con un grattacielo e non c’è verso di dire che non hai spazio, specie se in effetti l’85% della tua città è stato spianato dai nazisti. Alla fine gli hanno affibbiato il nomignolo di “elefante in giarrettiera” e se lo sono tenuti. La sua torre, su cui si può salire per godere di un panorama della città, è un punto di riferimento per orientarsi. In realtà poi non è nemmeno così brutto, però è facile capire come sia stato vissuto dai varsaviesi.

gratta

Tutt’attorno al loro amato grattacielo sovietico, i polacchi stanno però da anni costruendo edifici modernissimi che non sfigurerebbero nello skyline newyorchese, nell’evidente tentativo di nasconderlo il più possibile alla vista. Questi convivono, quasi fianco a fianco, con meno recenti palazzoni da socialismo reale e altri in mattoni che sembrano più antichi. L’effetto è dissonante e dinamico: Varsavia sembra essere una città che, al di là della testimonianza storica del suo centro storico ricostruito, non sta ferma e sta cambiando faccia.
Persino il suo passato ha scelto di raccontarlo con un museo spettacolare e coinvolgente, evidente modello di quello visto a Cracovia all’interno della fabbrica di Schindler. Il Museo dell’Insurrezione è infatti uno spazio espositivo enorme che fa largo uso di filmati, effetti sonori, ambienti ricostruiti che integrano i più canonici pannelli informativi e reperti. Una sala contiene addirittura un bombardiere d’epoca appeso al soffitto.
A posteriori ho forse qualche dubbio su questo modo spettacolare di raccontare la storia che fa molto leva sull’aspetto emotivo (non so abbastanza della situazione polacca per dare pareri informati, ma sospetto che ci sia anche un aspetto più strettamente politico dietro a una ricostruzione che enfatizza moltissimo le colpe dei russi nel fallimento dell’insurrezione), ma non posso non riconoscere l’efficacia di questo tipo di esposizione, più vicina a History Channel che a un museo tradizionale. Durante la visita si può anche assistere a un filmato che fa “volare” gli spettatori sulla ricostruzione delle macerie della città alla fine della guerra, disponibile sia in 2D che in 3D (deludente come resa).

monumento

Il monumento agli insorti di Varsavia non  è stato inaugurato fino al 1989, quando è caduta la damnatio memoriae imposta dai sovietici sui suoi protagonisti (il che diciamo che non depone a favore delle buone intenzioni di Stalin durante gli eventi): era proibito elogiare gli insorti, gli unici resistenti polacchi buoni erano quelli dell’armata filo-sovietica, diversi comandanti dell’insurrezione ebbero vita più che difficile. Per dire è come se da noi i partigiani fossero stati considerati assassi… Lasciamo perdere.
È una struttura gigantesca e destabilizzante, con le sue figure umane sovradimensionate e le prospettive sghembe. Camminate tra quei soldati e dopo poco vi gira la testa.

Questa viene da Wikipedia e fa capire meglio le proporzioni.

Un altro monumento legato all’Insurrezione si trova sotto alle mura della città vecchia ed è quello dedicato ai bambini che vi presero parte.

bimboCome le guide si affannano a spiegare prima che qualcuno pensi ai bambini-soldato africani, il monumento è simbolico perché nessuno metteva i mitra in mano ai bambini (non fosse altro perché non è che disponessero di tutte queste armi), che invece erano usati per lo più come staffette per portare messaggi all’interno delle aree controllate dagli insorti. Diverso è il discorso dei ragazzini, che invece combattevano e come: uno dei soldati del monumento di cui sopra è palesemente molto giovane e quasi scompare sotto all’elmo.

ragazzino

Fuori dal palazzo reale c’è una colonna, in cima alla quale c’è la statua di un re polacco con la spada in una mano e la croce nell’altra. Ovviamente, la colonna è nuova; quella autentica è sul piazzale, atterrata e spezzata. Ma neanche quella è quella originale, perché ne aveva sostituita un’altra, distrutta durante una guerra precedente. Come a dire che comunque a certe cose ci sono abituati, da quella parte.
Quella distrutta dai nazisti, però, conserva dei nitidi segni di colpi d’arma da fuoco o schegge di bombe:

colonna

Al centro della città vecchia c’è la perfetta ricostruzione della piazza, che è simile a quelle di Wroclaw o Poznan, circondata com’è da palazzi dalle facciate colorate tutti diversi tra loro.

Forse non così colorate, va beh.

Forse non così colorate, va beh.

Nella piazza si trova la statua di una sirena con la spada e lo scudo, simbolo della città. Pare che sia la sorella di quella di Copenhagen e che abbia scelto di proteggere la città dopo che un abitante della zona l’aveva salvata da un tizio che voleva esporla come prodigio nelle fiere.
In cambio, le hanno edificato il monumento-fontana più brutto del mondo. Nel senso: la statua è senza infamia e senza lode, ma a intervalli regolari da sotto al basamento filtra fuori dell’acqua, come da un lavandino che perde, che poi viene riassorbita con un terribile rumore di risucchio, tipo GUUUUHUURGLHHHHHHHHHHHH.

sirena

Si può vedere l’acqua che gorgoglia fuori.

Il fenomeno attrae piccioni a frotte, a cui incauti turisti danno da mangiare come fossero in piazza San Marco a Venezia. Che è un po’ come dare da mangiare ai topi.

curie

A Varsavia è nata Marie Curie, al secolo Maria Skłodowska. La sua casa natale (o la sua ricostruzione, più probabilmente) è decorata con simpatiche raffigurazioni fumettose del polonio e del radio, i due elementi da lei isolati e che la uccisero a suon di radiazioni. Mi impressiona sempre ricordare che tutti i libri e i quaderni della Curie sono talmente impregnati di radiazioni da dover essere conservati sotto piombo e maneggiati solo con apposite protezioni.

E con la Marie Curie radioattiva dei Simpson si chiude questo lunghissimo ed estenuante resoconto.
Purtroppo Varsavia è stata l’ultima tappa e quella un po’ sacrificata, appena due mezze giornate prima di prendere l’aereo per Milano. Ci si sarebbe potuto dedicare un po’ più di tempo e visitare i giardini sul fiume, ma è andata così.

Sono state due settimane molto belle e molto intense, una vacanza nata quasi per caso e che ci ha rivelato una terra piena di bei posti da vedere, di cose buone da mangiare (lo zurek!) e di bei prati sui quali pisolare (ehm).
Grazie a chi ha avuto la pazienza di leggere fino a qui.
Ma soprattutto, grazie a Lucilla. E non solo perché non mi ha ucciso e sepolto nei crateri dei meteoriti di Morasko.

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1 commento

Archiviato in polonia, viaggio

Una risposta a ““Andiamo in Polonia” (15 di 15; l’importante è finire)

  1. Luisa Maestri

    Grazie per le preziose informazioni contenute nelle pagine del tuo diario. La prossima estate farò lo stesso viaggio e le tue dritte mi saranno molto utili.

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