Tradurre (e redazionare) è un po’ trasformare tutto nel cortile di casa

Inizio a leggere “Lui è tornato” di Timur Vermes.
Nel romanzo, Adolf Hitler si sveglia fresco come una rosa (e olezzante di benzina) nella Berlino del 2011. Complicazioni.
In una delle primissime scene, chiede indicazioni per il bunker della cancelleria a una donna, che, nel testo italiano gli risponde:
“È Scherzi a parte?”
Immagino che il testo originale avesse un qualche programma di candid camera tedesco. E mi domando perché allora non lasciare semplicemente “È una candid camera?”, visto che il format di Scherzi a parte, tra l’altro, prevede di avere dei personaggi conosciuti come vittime.
Poco più avanti, Hitler trova un volantino di Media World. Che in Germania però si chiama Media Markt. Lasciando il nome originale il meccanismo comico funzionerebbe uguale, perché lui si domanda come mai la carta, che ricordava scarseggiare, venga usata per stampare cose incomprensibili.
Proprio quando ti stai iniziando a convincere che Hitler si è risvegliato davanti alla sede della Rcs a Milano, in edicola trova Der Spiegel e non lo Specchio della Stampa (che se fosse stato un supplemento di un giornale Rcs, chissà…)

La prima reazione, ovviamente, è quella di pensare “ma chi diavolo ha tradotto ‘sta roba?”.
Poi, però, ripensandoci un pochino meglio, credo (ma potrei sbagliarmi) che Francesca Gabelli, la traduttrice, sia relativamente innocente, perché quelle sono le tipiche correzioni di un/a redattore/redattrice con la preoccupazione che chi legge poi si spaventi scoprendo che il resto del mondo non è come il cortile il casa. Quindi si adatta: si italianizza un po’ la Germania per evitare al lettore di dover faticare troppo. Il risultato per un lettore che un paio di aerei nella vita li ha presi, però, è che la traduzione, che dovrebbe essere invisibile, “salta” all’occhio; ti viene da immaginare che cosa c’era scritto in originale e non è mai un bel momento. Di solito i traduttori si pongono questi problemi; è chi revisiona il loro lavoro che spesso non se li pone e si preoccupa. Creando dei mostri.
Insomma, quando trovate qualcosa che vi fa pensare “maccheccazzo” in una traduzione, ricordate che la colpa potrebbe andare condivisa tra chi ci ha messo il nome e qualcuno il cui lavoro è molto più oscuro…

(È un po’ il motivo per cui bisognerebbe smetterla di dare addosso a Sergio Altieri per la traduzione errata di “antler” con “rostro di unicorno” invece che “corno di cervo” nel primo volume delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin. È vero, lui ha sbagliato; ma se Mondadori dopo almeno tre nuove edizioni di quel libro non ha ancora corretto l’errore – o se l’ha fatto l’ha fatto solo in tempi recentissimi – non è più colpa sua, o almeno non è più solo colpa sua)

(A ogni modo il romanzo di Vermes, per ora, sembra abbastanza divertente e non soffre di altri momenti in cui la traduzione salta all’occhio come descritto sopra)

(Mi scuso per il verbo redazionare, ma noialtri che facciamo i libri parliamo davvero così, in italiano probabilmente si dice “revisionare”)

3 commenti

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3 risposte a “Tradurre (e redazionare) è un po’ trasformare tutto nel cortile di casa

  1. interessante!
    segnalo alla riga 13 un refuso:
    c’è un “funzionerebbe” di troppo :)

  2. Marina Romanò

    mi permetto di segnalare un paio di errori: i Laender tedeschi non sono stati federali, ma stati federati e , a pag.420, non sono stati violati i “contratti internazionali”, bensì i trattati internazionali.

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