Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 5: Battete i tamburi per Amaterasu! L’amore è una corda da una tonnellata!!

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La destinazione della gita del quarto giorno è stata a lungo in bilico tra Ise e il Monte Koya, così a lungo che io ho scoperto che andavamo a Ise quando eravamo già fuori dall’ostello ed ero bardato con otto strati di abiti per affrontare la montagna.
La cosa positiva di andare a Ise (oltre a garantire un percorso a piedi per lo più in piano) è che per la prima volta prenderemo lo Shinkansen, il famosissimo treno ad alta velocità giapponese (“Shinkansen” in realtà vuol dire “Nuova linea” e si riferisce alla rete ferroviaria ad alta velocità). La magnificenza di questi treni è tale e tanta che i dipendenti delle ferrovie, dagli spazzini in su, si inchinano quando entra in stazione. Forse ne avevate sentito parlare e l’avete derubricata a “leggenda urbana”, ma è tutto vero. Di più: il controllore si inchina quando entra nel vagone e si inchina quando esce. Lo stesso gli addetti al carrellino delle vivande.
Per la gioia di Zerocalcare, poi, tutti i sedili vengono sempre orientati nella direzione di viaggio (da quello che ho capito ogni fila si può sganciare e riposizionare come meglio si crede), così si evita il rischio di risse. Solo in alcuni casi, credo su richiesta, ho visto due file messe in modo tale che le persone potessero parlarsi.
Se frequentate un minimo i treni ad alta velocità italiani, saprete che esistono un paio di carrozze di business class in cui è vietato usare il cellulare e fare rumore in generale; sullo Shinkansen sono inutili perché nessuno si sogna di parlare, tantomeno al telefono. Per quello ci sono delle piccole cabine alle estremità del vagone, di fianco ai bagni. La cosa più straordinaria è che persino sul tavolino, da chiuso, c’è scritto “quando usi il computer per favore non disturbare i tuoi vicini con i suoi rumori, ad esempio quelli della tastiera” (in inglese; in giapponese probabilmente c’è scritto “Sì, il tuo vicino è un fastidioso gaijin che picchia sul computer come se se fosse una macchina da scrivere Olivetti, ma che ci vuoi fare? Tieni duro che almeno si arriva a destinazione in un attimo”). Il silenzio viene rotto solo prima delle stazioni da un delicato jingle, tipo sveglia soft, che preannuncia l’arrivo in stazione, annunciato da una voce garbata e suadente, in giapponese e inglese. Altrimenti, si viaggia nel silenzio.

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Un serie E4

La comodità varia a seconda dei modelli: ce ne sono alcuni comodissimi con un sacco di spazio per le gambe e altri meno comodi. La mancanza drammatica è uno spazio per le valigie, a parte in fondo alla carrozza, ma sono treni pensati più che altro per gente che viaggia in giornata o giù di lì.
Gli Shinkansen vanno velocissimi, su una rete a loro dedicata. Ogni volta che si incontra un treno che procede nell’altra direzione lo spostamento d’aria ti fa sempre pensare “cazzo adesso ci ribaltiamo”. E poi invece non succede niente.

Ma che cosa è Ise?
Ise è una città nota per ospitare il principale santuario della dea Amaterasu, dea del sole e dell’universo in generale secondo lo Shinto. Dal 1868 l’imperatore giapponese è stato per legge considerato discendente di Amaterasu, fino a che dopo la seconda guerra mondiale, su richiesta degli Alleati, la natura divina dell’imperatore non è stata rigettata. Amaterasu resta comunque una delle divinità più importanti e venerate del Giappone e il rapporto tra Ise e la famiglia imperiale è tutt’altro che interrotto, visto che l’alto sacerdote o sacerdotessa deve provenire dalla famiglia imperiale. La sacerdotessa attuale, per dire è la sorella maggiore dell’imperatore.

Amaterasu-chan

Amaterasu-chan

Il santuario è noto come Jingu, ma in realtà è composto da diversi templi (tipo: centotrentadue) che fanno capo ai due principali, Naiku e Geku. Benché il Jingu esista almeno dal VII secolo, il visitatore non deve aspettare di trovare niente di “antico” come lo intendiamo noi. In un rituale che simboleggia la rinascita, entrambi i templi vengono completamente distrutti e ricostruiti (identici) ogni vent’anni in agosto. Questa usanza doveva anche, ingegnosamente, servire a favorire il tramandarsi delle tecniche di costruzione da una generazione all’altra. A ogni modo, quando siamo arrivati noi le nuove strutture erano state svelate giusto il mese prima e tutto era di un bellissimo legno nuovissimo e chiaro, un po’ tipo arredamento della cameretta dei ragazzi.

Le notate le antenne di Daitarn?

Le notate le antenne di Daitarn?

Dei due templi, il primo che si incontra, poco fuori dalla stazione, è il Geku. Dal punto di vista turistico, c’è molto poco da vedere: i templi sono grandi capanne per lo più protette da alte palizzate. Ci sono degli alberi molto belli, alcuni dei quali abbastanza antichi e imponenti da venire venerati come kami, ma poco più.
Insomma, un mezzo pacco.
Da lì si prende un autobus per arrivare al Naiku, che è un complesso leggermente più interessante, immerso in un bel giardino in riva al fiume. Vi si accede attraversando il ponte Ujibashi, lungo oltre cento metri e distrutto e ricostruito pure lui di recente.
Nel santuario del Naiku si conserva lo Yata no Kagami, uno dei tre tesori leggendari del Giappone: lo specchio di Amaterasu. A dire il vero sarebbe più corretto dire “si conserverebbe”, visto che possono vederlo solo l’imperatore e alcuni sacerdoti e non ne esistono disegni o fotografie. Secondo alcuni lo specchio originale, documentato dal VII secolo, sarebbe andato distrutto in un incendio nel 1040. In ogni caso, ci sono almeno altri due specchi di Amaterasu: uno a Tokyo e uno a Nagoya (non visibili a nessuno). Per la cronaca, gli altri tesori sono la spada Kusanagi (a Nagoya) e il gioiello Yasakani no Magatama (a Tokyo), che rappresentano forza e benevolenza, mentre lo specchio rappresenta la saggezza.

Sakè per Amaterasu

Sakè per Amaterasu

Fuori dal Naiku c’è una zona di negozi e ristoranti chiamata Okage Yoko-chō, dove iniziamo una costante della vacanza: passare a pettine ogni negozietto di qualsiasi cosa. Ogni. Negozietto.
Poi pranziamo. Io scovo una roba che non avevo mai visto, un rotolone di riso fasciato dall’alga nori con dentro un gambero intero. Non ricordo come si chiamasse, credo sia una specie di ehou-maki, una forma di sushi che si mangia senza tagliare il rotolo il giorno prima della primavera, rivolti verso il punto cardinale che per quell’anno è considerato portare fortuna (anche se di solito quello dovrebbe contenere più ingredienti). Comunque era buono.

Come si chiama?

Come si chiama?

Vi risparmio la parte in cui scopriamo un intero negozio che vende solo ed esclusivamente maneki neko (il gatto portafortuna con la zampa alzata) e arriviamo al sodo. Cioè l’heavy metal giapponese. Ma non quello che vi immaginate voi, no.
Sto parlando non degli Animetal ma di tre tizi che suonano i tamburi in cui ci imbattiamo. Ora, dovete sapere che i tamburi sono collegati ad Amaterasu per via di quella volta che la dea, infuriata con il fratello Susanoo, dio di mare e tempeste, che si è messo a fare il diavolo a quattro si chiude in una caverna. Capirete bene che questo crea qualche lievissimo problema sulla terra, ben più di una mareggiata. Così un bel giorno la dea dell’alba, Ama-no-Uzume, escogita un piano per farla uscire: piazza davanti alla grotta un barile da sakè vuoto e inizia a ballarci sopra a piedi nudi. Dimenati che ti dimeni, i vestiti si aprono e gli dei lì riuniti iniziano a sghignazzare. Incuriosita da quel frastuono e dalle risate, Amaterasu apre la grotta per vedere che succede e Daitarn non rischia più di non potere sconfiggere i Meganoidi. Questo mito viene usato anche per raccontare l’origine della danza e del teatro, oltre che quella dell’amore giapponese per la musica di tamburi.

THE ACE OF SPADES! THE  ACE OF SPADES!

THE ACE OF SPADES! THE ACE OF SPADES!

Comunque. Questi sono in tre, picchiano come mastri ferrai su tamburi di diverse dimensioni, ogni tanto un paio di loro passano al flauto. L’esibizione è spettacolare, marziale, stilosissima. Ogni gesto, ogni postura ha l’aria di essere rigidamente codificato e pensato per essere spettacolare e simbolico, lontano dalla quotidianità. Come ogni buona esibizione, trasporta il performer e lo spettatore lontano dal qui-e-ora. Mi tornano in mente gli appunti di Storia del teatro, quel corso del DAMS che misi in programma di studi il primo anno pensando di cavarmela con un ripasso di letteratura e che si rivelò invece un insidiosissimo (ma bellissimo) corso incentrato sui teatri orientali e sul teatro sperimentale di Grotowski ed Eugenio Barba.

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È una cosa bellissima. Quando hanno finito di suonare sono pronto per morire in battaglia per la gloria del mio shogun. O per vedere un concerto dei Manowar, che per almeno tutti gli anni novanta si fecero precedere sul palco da mezz’ora di questa roba sparata dall’impianto. Un signore anziano si avvicina a uno dei tre musicisti, commosso quasi fino alle lacrime e ringrazia per cinque minuti buoni.
Noi, più prosaicamente, ci muoviamo alla ricerca di uno spuntino, visto che dopo Osaka mi sono messo in testa di assaggiare quante più cose possibili. La scelta cade su una cosa che ti rivoluziona la concezione del mondo: le patatine fritte glassate al miele. Buonissime.

Giuro che li ho trovati per terra (e poi li ho lasciati lì)

Giuro che li ho trovati per terra (e poi li ho lasciati lì)

Dal Naiku prendiamo un autobus che ferma tra le altre cose nel parcheggio deserto di un parco divertimenti che dovrebbe (da quello che abbiamo capito) offrire un’immersione nel Giappone del periodo Edo e che poi ci scarica in un altro tristissimo parcheggio, questa volta in riva al mare. Il sole è tramontato e sta facendo buio, noi siamo all’esterno di un acquario molto brutto. In una vasca all’aperto due grossi animali marini pregano per una morte dignitosa invece di quell’abbrutimento.

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Cosa ci facciamo qui? Siamo venuti a vedere Meoto Iwa, i due scogli legati tra loro da una grande corda che simboleggiano l’amore. Due sassi. Una corda da una tonnellata. Non è esattamente Peynet, ma questo offre la casa.
A vedere gli scogli ci arriviamo passando per un mercatino di bancarelle dove si può comprare qualsiasi gadget con i due scogli. Quando passiamo davanti a una spiaggetta, ne approfitto per mettere le mani in acqua e sbloccare l’achievement per avere toccato lo stesso oceano su due sponde opposte (la California nel 1988, il Giappone nel 2013; quando si dice fare le cose con calma).

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I due scogli, per quanto si possano prendere in giro, sono molto fotogenici, anche con la luce che drammaticamente diventa sempre più esile.
È comunque un luogo sacro (c’è un torii in cima alla pietra più grande, quella che simboleggia l’uomo) e quindi c’è la postazione con il monaco scintoista che timbra e calligrafa i quaderni da pellegrino. È sempre al monaco che ci rivolgiamo per sapere come arrivare in fretta alla stazione della ferrovia. “Aspettate, vi faccio un disegnino,” dice. Con nostro grande disappunto lo fa con una bic e non con il pennello da calligrafia.
La corsa verso la stazione è uno dei momenti più surreali dell’intera vacanza. Sono le sei e mezza ed è buio come se fosse mezzanotte. Il paese è deserto. Antonio, che ha google maps sul tablet, ci guida per una serie di stradine vuote e buie: tutte le case hanno le luci spente, non ci sono negozi, non c’è niente. Tutti i turisti giapponesi che erano con noi alle rocce sono scomparsi. Non c’è più nessuno. Ipotizzo che gli abitanti del luogo, una volta che scende il buio, tornino a essere oscure creature marine e scivolino nell’acqua buia in attesa dei turisti la mattina dopo. L’ipotesi viene considerata ragionevole.
Per fortuna arriviamo in stazione in tempo per non perdere il treno e tornare a Osaka a un’ora ragionevole.
Festeggio l’evento rinunciando alla tentazione del bento sullo Shinkansen (ci saranno altre occasioni) e consumo l’ultima cena a Osaka con il tonkatsu, la risposta giapponese alla cotoletta viennese: una sberla di maiale impanata e fritta come solo i giapponesi sanno friggere le cose, servita con una salsa Worchester densa come caramello.

Purtroppo non siamo mai usciti a bere con Mister Yano.

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つづく

Informazioni pratiche
> Prendere lo Shinkansen

No, non è così difficile come sembra

No, non è così difficile come sembra

Se avete un Japan Rail Pass, ci sono due possibilità: potete direttamente andare sul binario e mettervi in una delle carrozze con i posti non prenotabili (ce ne sono di solito tre, su molti treni, sono indicate sui tabelloni). Se invece volete fare le cose per benino, andate alla biglietteria e cercate di fare capire dove volete andare e a che ora. Vi daranno dei biglietti con su scritta la carrozza e il posto. Sul treno ci sono bagni ogni due carrozze; oltre al bagno canonico c’è un orinatoio per gli uomini, che ha la porta con un grande oblò di vetri, così uno capisce subito se è occupato. Altre cose che potete trovare in fondo ai vagoni sono piccole cabine per telefonare e preziosissimi cestini della spazzatura (per strada non se ne trovano quasi mai). Ci sono anche distributori di bibite.
Le prese di corrente sono rare e il wifi ve lo potete scordare.

> Connettività
Tasto dolente. In Giappone si trovano reti wifi libere più o meno come in Italia, cioè quasi mai. Negli ostelli e negli alberghi ci sono, ma se avete bisogno, per dire, di consultare Google maps mentre siete in giro ci sono un paio di soluzioni.
La più paracula (ma rischiosa) consiste nel registrarsi prima di partire per usare la rete wifi di Starbucks. Il pro è che è gratis e che funziona pure senza entrare, basta stare molto vicini alla vetrina (ehm). Il contro è che dovete trovare uno Starbucks (e potrebbe anche non avere il wifi, ci è successo).
La soluzione più elegante e pratica è invece noleggiare un router 3G wifi tascabile da siti come questo. Per due settimane di noleggio si spendono circa 50 euro, ma la spesa può essere divisa perché ci si possono connettere fino a cinque aggeggi. La velocità di connessione e la copertura sono buone.
I telefoni cellulari recenti si agganciano senza problemi alla rete cellulare giapponese. Quelli più vecchi, tipo il mio iPhone 3Gs, no.

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12 commenti

Archiviato in giappone, viaggio

12 risposte a “Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 5: Battete i tamburi per Amaterasu! L’amore è una corda da una tonnellata!!

  1. torgul

    Primo!
    Dovevi tirare su la robaccia per terra e tenertela, e cambia quel catorcio di telefono, sei OALD!

  2. Guisepi

    Il ricordo di Savarese, secondo solo alla maledizione di Montezuma.
    Bel reportage, amico.

    • Tra l’altro seriamente volevo andare a vedere il teatro nô, però non ce n’è stata la possibilità.
      (ricorderò sempre lo spontaneo e non coordinato urlo collettivo davanti alla tv quando nello show di Aldo Giovanni e Giacomo la Massironi citò “apocalypsis cum figuris”, che voi babbani che facevate storia del cinema non potrete mai capire) (l’urlo, non Grotowski) (per inciso l’anno scorso in Polonia andai a vedere dove era il famoso teatro di Grotowski)

  3. Nemmeno un accenno allo squalo-mummia e ai ragni giganti?

  4. Qui siamo già nel 2014 e ancora tu non hai terminato il tuo viaggio in Giappone, e per non morire di noia mentre aspetto ho dovuto andare a commentare i blog degli altri miei amici che hanno condiviso la tua esperienza, e siccome sono molesto e invidioso ho postato nei loro commenti dei caratteri a muzzo, tipo /private/7208. Un giorno ti spiegherò perché, ma adesso no, che devo andare a disturbare altre persone.

  5. Ahaha, io col 3gs prendevo benissimo. Ma forse perché all’epoca il 3gs era attuale. Sfigato. Buuuu.

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