Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 6: Lo splendore mortale di mille soli! Il cervo bramisce sull’isola degli dei!!

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Lasciamo Osaka sotto un mezzo diluvio.
Un’ultima colazione da Mister Donut, un ultimo saluto ai sette dei della fortuna dipinti sui pilastri del cavalcavia della stazione e prima di accorgercene siamo già su un altro Shinkansen.
(a dire il vero, prima di accorgercene avevamo perso Aurora nei meandri della stazione di Osaka, quando si era allontanata per prendere un ascensore invece delle scale mobili. Ci siamo fortunosamente ritrovati sul marciapiede del treno).
La logistica della giornata è sulla carta semplice, ma nasconde un’insidia tremenda.
Per la sera abbiamo una stanza prenotata sull’isola di Miyajima, nella baia di Hiroshima. Ma prima vogliamo fermarci appunto a Hiroshima a visitare il museo il Museo della Pace. Il problema è che abbiamo dietro tutti i bagagli, perché la sera dopo dobbiamo invece essere a Tokyo. L’incognita è: ci sarà un deposito bagagli alla stazione di Hiroshima? Perché se non c’è dobbiamo andare a Miyajima, lasciare i bagagli in albergo e tornare a Hiroshima, manovra non comodissima perché ci sono di mezzo un treno locale e un traghetto.

"Attenti ai trolley esplosivi"

“Attenti ai trolley esplosivi”

Primo momento di panico: no, la stazione di Hiroshima non dispone di un deposito bagagli come lo intendiamo noi. Ma siamo in Giappone: ci sono gli armadietti a pagamento! Secondo momento di panico: quelli dentro la stazione sono tutti occupati e/o piccolissimi.
La soluzione per fortuna è più semplice di quella che sembra e me la fornisce una signorina delle ferrovie giapponesi: c’è uno stanzone traboccante di armadietti di tutte le misure appena fuori dalla stazione. La visita a Hiroshima è salva.

A Hiroshima c’è il sole.


A Hiroshima c’era il sole anche il 6 agosto del 1945. Non ci fosse stato il sole, forse si sarebbe salvata, a scapito di Kokura o Nagasaki, le altre due città scelte dagli americani per il primo bombardamento nucleare della storia (già prima delle resa della Germania era stato deciso di usare l’atomica sul Giappone e non in Europa, se necessario, perché i tedeschi erano troppo avanti con le loro ricerche per correre il rischio di favorirli nel caso la bomba fosse atterrata inesplosa; i giapponesi invece non presentavano rischi in questo senso). Nessuna di queste città era stata bombardata da mesi, con l’intenzione di potere osservare meglio gli effetti della bomba. Alle 8:15 il bombardiere Enola Gay sganciò la bomba, ribattezzata Little Boy: 4 tonnellate di roba, lunga tre metri, 64,13 chili di uranio arricchito all’80%, diviso in un “proiettile” e un “bersaglio” che dovevano scatenare la reazione nucleare. Little Boy cadde per quasi novemila metri, poi esplose in aria, a poco meno di 600 metri dal suolo. Nove etti di uranio entrarono in fissione, causando un’esplosione da 16 chilotoni, cioè 16.000 tonnellate di tritolo.
L’esplosione uccise sul colpo almeno 70.000 persone, grossomodo un terzo della popolazione della città. Ironia della sorte, la bomba mancò il suo bersaglio originale (l’incrocio di due ponti, facilmente localizzabile dai piloti) ed esplose sopra a un ospedale. Stiamo parlando di duecentocinquanta metri di errore, niente che avrebbe cambiato la sorte dell’edificio, comunque.

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A un miglio di distanza dall’ipocentro la distruzione fu totale e istantanea. Oltre quella distanza, il calore sviluppò incendi che contribuirono ad alzare il conto dei morti. Al resto pensarono, con calma, le radiazioni.
Appena scesi dall’autobus, nella zona del museo e del memoriale, veniamo fermati da una troupe televisiva che vuole rivolgerci alcune domande sulla nostra permanenza a Hiroshima e sulla nostra opinione della città, del cibo e tutto quanto. Decliniamo perché siamo in città da mezz’ora, abbiamo passato dieci minuti a cercare un deposito di bagagli e quindici in autobus e non avremmo molto da dire.
Si capisce di essere arrivati nel posto giusto quando si vede per la prima volta dal vivo l’edificio con la cupola in ferro visto in milioni di foto, il più famoso superstite di quel giorno. Costruito nel 1915 in cemento armato da un architetto ceco, ospitava mostre d’arte e si trovava a 150 metri dal punto dalla verticale dell’esplosione. L’onda d’urto dell’esplosione lo ha colpito quindi quasi verticalmente e la struttura ha grossomodo retto. Ovviamente chi era dentro l’edificio non ha avuto alcuno scampo. Dopo la guerra si pensò di abbattere il rudere, poi prevalse l’idea di mantenerlo come memoriale dell’esplosione atomica e oggi è tutelato dall’Unesco. Il Genbaku Domu, come si chiama in giapponese, è spettrale come le rovine dell’inizio della seconda guerra mondiale che ho visto a Danzica (e queste sono le rovine della fine di quella guerra, o quasi). La sua aura è appena spezzata dalle scolaresche di ragazzini che si affollano lì attorno in gita e si fanno le foto sorridenti e con le dita a V. Osservando le divise, salta all’occhio che le ragazze hanno spesso una certa discrezionalità nella lunghezza della gonna, che va da sotto il ginocchio a “l’ultima volta che ho visto una ragazzina giapponese con una gonna così corta nel titolo del film c’era la parola ‘tentacoli’”. Appollaiati sulle rovine, indifferenti alle vicende umane, un paio di aironi si fanno i fatti loro.

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L’enorme spiazzo circondato da alberi che va dal Genbaku al museo era una volta piena città. Se non ci pensi, sembra solo di camminare in un bel parco. Invece qui degli esseri umani si sono vaporizzati con le loro case in un attimo. Su una struttura in cemento dal 1964 brucia incessantemente una fiamma che verrà spenta solo quando verranno eliminate dal mondo tutte le armi nucleari.
Un arco in cemento protegge invece il cenotafio delle vittime e, simbolicamente, le loro anime. La traduzione italiana del testo è spettacolarmente sbagliata. Più avanti, dalle finestre del museo, vedremo degli scolari perfettamente schierati qui davanti nelle loro divise per una breve cerimonia commemorativa. L’arco, la fiamma e la cupola sono allineati perfettamente.

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La visita al museo prende un’ora e mezzo almeno ed è il modo migliore per sapere tutto quello che c’è da sapere sul bombardamento di Hiroshima. I pannelli la prendono alla lontana, addirittura dalla guerra con la Cina degli anni trenta. È sorprendente trovare citato anche il massacro di Nanchino, argomento non molto amato dai giapponesi (benché la didascalia ricordi che i cinesi denunciano un numero di vittime di molto più alto di quello ammesso dai giapponesi) (ma come diceva Antonio, per come li hanno ammazzati non è che ci sia troppo da stare a fare i precisini sui numeri), ma il museo ha una fortissima impronta di pacifismo internazionalista.

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Sono di grande effetto due plastici che mostrano la città al momento dello scoppio della bomba e un attimo dopo, mentre rientra nel trash più assoluto un diorama a grandezza naturale che mostra i superstiti della bomba che si aggirano tra le rovine con brani di carne che pendono dal corpo, una cosa capace di affogare nel ridicolo qualsiasi pathos che il museo è riuscito a creare fino a quel momento.

mannequins
Il giusto tono emotivo viene ripristinato dalle storie di vittime delle quali sono presentati effetti personali recuperati dai parenti. Un gran numero riguarda ragazzini, che al momento dell’esplosione lavoravano nei cantieri di smantellamento di edifici, un’operazione pensata per bloccare il propagarsi di eventuali incendi in caso di bombardamento. Del resto, nel marzo di quell’anno Tokyo aveva subito il più pesante bombardamento della guerra: 334 B-29 americani armati di bombe incendiarie avevano raso al suolo un quarto di Tokyo uccidendo 100.000 persone. Più che a Dresda, Nagasaki o la stessa Hiroshima.
Ci sono storie strazianti di ragazzini che non volevano andare a lavorare e che abitavano ben lontani dalla zona colpita, ma i cui genitori li hanno spinti fuori di casa in nome dell’amore per il proprio paese. C’è un cestino per il pranzo con il contenuto carbonizzato. Ci sono foto delle ustioni causate dall’esplosione e dalle radiazioni.
C’è anche un interessante misuratore di radiazioni che puoi fare avvicinare a un campione di materiale radiattivo per osservare come si comportano le radiazioni in relazione alla distanza dalla loro fonte.
Una piccola parte è dedicata alla storia di Sadako Sasaki. Sadako aveva solo due anni il 6 agosto del 1945 e viveva con la sua famiglia a oltre un chilometro e mezzo dall’epicentro. L’esplosione si limitò a scagliarla fuori di casa, almeno sul momento. All’inizio del 1955 le venne diagnosticata la leucemia, un effetto collaterale dell’esposizione alle radiazioni della bomba molto osservato in quegli anni. In ospedale iniziò a realizzare origami di una gru: c’è infatti una leggenda giapponese secondo la quale realizzandone mille si esaudisce un desiderio. Sadako morì a ottobre dello stesso anno; secondo il museo era riuscita a raggiungere quota mille, secondo altre fonti si era fermata a 644 e le sue compagne di scuola avevano completato il suo lavoro. In ogni caso, la sua storia ha avuto una risonanza mondiale e lei è diventata un simbolo delle vittime innocenti della guerra. Lucilla, che conosceva la storia dalle elementari, è stata ovviamente identificata immediatamente da un anziano signore, forse un volontario del museo, che le ha insegnato come si realizza la gru con la carta.

Collane di gru di carta a Inari

Collane di gru di carta a Inari

Una curiosa usanza dei sindaci di Hiroshima, poi, è quella di scrivere una lettera di protesta ogni qualvolta venga effettuato un test atomico nel mondo. Queste lettere vengono poi riprodotte su placche di metallo e installate nel museo. Anche se l’intento è sicuramente nobile, l’effetto “nonno Simpson” di tutte queste lettere una di fianco all’altra è purtroppo innegabile.
Comunque usciamo dal museo più che provati dall’esperienza.
Facciamo un giretto per il parco circostante, dove troviamo alcuni alberi che erano stati colpiti dal calore dell’esplosione a oltre un chilometro dall’ipocentro e che, nonostante mezzi carbonizzati, avevano poi ricominciato a germogliare. Sono stati spostati qui nel 1973 e i loro semi sono stati diffusi in Giappone e nel mondo (uno dei “figli” l’avevamo visto da lontano a Kyoto).
Il punto dell’esplosione della bomba (o meglio quello della verticale della bomba) non è molto ben indicato, lo si scopre guardando i cartelloni della zona. Si trova in una via anonima, appena ricordato da un sobrio cartello informativo, davanti a un condominio.

Non è che guidano a sinistra, è che li pubblicano ribaltati

Non è che guidano a sinistra, è che li pubblicano ribaltati

Tornati alla stazione di Hiroshima, pranziamo in un ristorante piuttosto scadente (a dirla tutta una signora aveva pure cercato di dissuaderci dall’entrare, o così ci è sembrato a posteriori), dove si consuma tra l’altro l’incidente dell’ostrica-pollo. In breve: le ostriche sono una specialità della zona e vengono preparate in vari modi, anche friggendo il mollusco. Sul menu, rigorosamente in giapponese stretto, c’è l’immagine di queste cose che potrebbero sembrare ostriche fritte. Per uno spiacevole incidente linguistico, si sono rivelate crocchette di pollo.
Cerchiamo di rifarci la bocca con una fetta di cheesecake in una pasticceria e lì impariamo un’altra importante lezione: se vi chiedono “take away?” non vi stanno chiedendo se volete mangiarla in giro, perché in Giappone NON si mangia per strada, ma al massimo davanti al banchetto dove avete comprato il cibo. Prova ne è che i cestini della spazzatura sono rarissimi (“Meno male che prendiamo lo Shinkansen così butto un po’ di cartacce” ho detto in almeno un’occasione), perché di solito dopo riconsegni quello da buttare al banchetto, che ha il cestino della spazzatura ben nascosto. Quindi se rispondete “sì”, la vostra fettina di torta verrà impacchettata con cura e messa dentro a un bellissimo sacchetto di carta rigido a mo’ di valigetta con dentro del ghiaccio secco oltre che una forchettina e un tovagliolino di carta, il tutto attentamente sigillato. Così poi vi ritrovate a dover trovare un angolo dove sedervi lontano dalla vista dei commessi per disfare il loro prezioso lavoro. E ovviamente avete della roba che non saprete dove buttare.

Tramonto dal traghetto

Tramonto dal traghetto

Per arrivare a Miyajima bisogna prendere un treno locale fino all’imbarco del traghetto. Di questo treno locale posso solo dire che è comodissimo, visto che mi sono addormentato come un sasso sia all’andata sia al ritorno, quindi non so nemmeno quanto tempo ci metta (mezz’ora, mi pare di avere capito).
Miyajima, o più correttamente Itsukushima, è famosa per il torii che sorge in mezzo al mare, davanti a un tempio costruito su palafitte, un espediente necessario a evitare che i fedeli mettessero piede sull’isola che era considerata sacra.
Mentre il traghetto si avvicina alla riva, mi domando se vedremo davvero dei cervi, che sono una delle attrattive dell’isola: mi immagino furtivi avvistamenti nei boschi del monte Misen che sorge al centro dell’isola. E invece, a due passi dell’imbarco c’è un quadrupede che importuna dei turisti. E poco distante un altro. E altri sulla via dell’albergo. Insomma, per farla breve, lo scintoismo non ha mai sviluppato il concetto di “polenta con ragù di cervo” e le bestiole, sacre, scorazzano liberamente, abituatissime agli umani. Certo, adesso che sta tramontando il sole ne vediamo pochi, ma il giorno dopo ci sarà da tenerli lontani con i bastoni o quasi.

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Qui il nostro alloggio è in una camera quintupla in una ryokan (locanda) tradizionale: per la prima volta abbiamo una stanza con il tatami, che è morbidissimo, su cui stendere i futon per la notte.

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Nonostante siano le cinque e mezza o giù di lì, sembra notte fonda. In giro per il paese, che è poco più che un sacco di negozi di souvenir e ristoranti, non c’è quasi nessuno. Il torii è illuminato da potenti fari e, in un momento molto simpsoniano, vediamo e fotografiamo la più grande paletta da riso del mondo. Mai più senza.

Gemellata con la padella per la frittura di Camogli

Gemellata con la padella per la frittura di Camogli

Nei negozi di souvenir la paletta da riso si trova in tutte le misure possibili, dal ciondolo per cellulare in su, ma io ne approfitto per comprare invece uno degli oggetti che più cercavo: gli aquiloni a forma di carpa, i koinobori, che non avevo ancora visto (pare che si vendano solo in aprile e maggio, perché vengono usati per la festa dei bambini il 5 maggio).

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Esaurito il giro dei negozietti, facciamo ritorno alla ryokan, dove ci attendono per la cena, composta da una lunga sequenza di piattini che spaziano dalla carne alle ostriche (finalmente!) all’ignoto ma buono. Una prova impegnativa è ricavare da un pesce fritto in tempura le parti commestibili usando solo le bacchette, ma la superiamo agevolmente.
Tornati in stanza, scatta il momento “foto ricordo” grazie al fatto che l’albergo mette a disposizione degli yukata, kimono estivi di cotone. Errori che potete commettere indossando uno yukata: mettere la parte destra sopra a quella sinistra (è come vengono vestiti i cadaveri per i funerali). Ci sarebbe anche un modo preciso per legare la cintura, ma in privato si può fare un come si vuole.
Un autoscatto di gruppo chiaramente cazzone con in mano delle tazze attorno a un tavolino basso postato su facebook ha suscitato da parte di molti amici la domanda: “MA STAVATE FACENDO LA CERIMONIA DEL TE?”. Vedi alla voce “esotismo”.

Portrait of the blogger as a young deer

Portrait of the blogger as a young deer

つづく

 

 

7 commenti

Archiviato in giappone, viaggio

7 risposte a “Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 6: Lo splendore mortale di mille soli! Il cervo bramisce sull’isola degli dei!!

  1. La cosa della rumenta introvabile mi aveva sconvolto, 3 anni fa. Tanto che, quando ho trovato il primo vero cestino dei rifiuti, nei pressi del tempio ad Asakusa, mi sono commosso e l’ho fotografato a perenne memoria. Poi quella volta lì era un luglio afoso, umidissimo, e si andava avanti a bottigliette di bibite a ripetizione. Che, puntualmente, mi scordavo di consumare nei pressi del distributore automatico.

  2. Nel palazzo delle Nazioni Unite, a New York, c’è un’esposizione permanente per lo smantellamento delle armi atomiche, dove sono esposti oggetti recuperati sul luogo dell’esplosione, monete fuse, statue annerite, vestiti. Non è molto, ma basta per lasciarti addosso il suo bel carico di angoscia. Non so se potrei superare una visita a Hiroshima, dev’essere stata una bella prova.

  3. siamo stati in Giappone (e quasi negli stessi posti) nello stesso periodo.
    e pensare che ho raccontato a tutti che non c’erano italiani. Peraltro il Giappone è proprio come lo disegnano è esattamente ciò che ho detto io mentre me ne andavo in giro. Presto scriverò un post, ma uno solo che di più non c’ho voglia.

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