Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 7: La fiamma eterna dell’amore! Non puoi mangiare più veloce!!

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Miyajima è un posto dove la mattina esci dall’albergo e ti trovi una famigliola di cervi che passeggia impunita per strada, che tanto sono sacri.

Anche un po' strafottenti.

Anche un po’ strafottenti.

In realtà il nome dell’isola è Itsukushima, ma è più conosciuta come Miyajima, che vuole dire “isola santuario”. In passato, l’isola era considerata così sacra che non era permesso abitarci; il suo primo tempio venne costruito apposta su palafitte per non disturbare gli dei con i rozzi piedi mortali. È tutt’ora ritenuto sconveniente nascere o morire sull’isola, che non ospita nemmeno un cimitero. Quando le donne dell’isola sono prossime al parto vengono portate sulla terraferma e lo stesso accade ai moribondi (anche perché non c’è un ospedale).
Per la presenza del torii che sorge dall’acqua (o dal fango, a seconda della marea) e per i numerosi e rinomati templi del monte Misen, Miyajima è una delle mete turistiche preferite dai giapponesi, che per lo più vi dedicano gite in giornata.
Essere già lì la mattina presto permette quindi di avere almeno un paio d’ore di vantaggio sull’orda di gente che prende d’assalto l’isola, ma non sui famelici cervi sacri. Perfettamente a loro agio con gli esseri umani, sono abituati a essere nutriti e considerano quindi qualunque cosa tu abbia in mano come potenziale cibo. Sono carinissimi, con i loro occhioni tondi, e tutto quanto, ma dopo un po’ inizi a fare pensiero su baite di montagna e pentoloni fumanti di polenta che attendono solo il giusto ragù di ungulato.

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“T’ho mica impallato la foto?”

Certo, hai una buona vista sul torii che spunta dalla baia, sempre che una bestia non ti impalli, anche con una certa strafottenza, la foto (sono tipo i centurioni fuori dal Colosseo, ma se non altro non ti inseguono per chiederti dei soldi perché te ne è entrato accidentalmente uno nell’inquadratura).

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Il tempio di Istukushima, quello su palafitte, è dedicato alle tre figlie del dio shintoista del mare e delle tempeste. La sua origina risale al sesto secolo, anche se la forma attuale è più tarda (1168). Fa parte del tempio anche un palco per il teatro Nô, sul quale vengono messe in scene opere di argomento mitico-religioso (il Nô è una delle forme d’arte più estetizzanti e affascinanti a cui mi sia capitato di assistere. Ci vuole un po’ per “entrare” in una forma di spettacolo così diversa da quello a cui siamo abituati, ma quando ci riesci sembra veramente di assistere a scene provenienti dal mondo degli spiriti; provateci) (in Giappone non sono riuscito ad andare a vedere nessuno spettacolo, ma ricordo ancora quello che vidi a Bologna anni fa di una compagnia giapponese).
Vederlo con l’alta marea fa decisamente un bell’effetto, mentre quando ci ripasseremo più tardi la marea si sarà ritirata e il tempio sarà prosaicamente circondato da una certa fangazza.
È molto commovente che all’uscita del tempio ci sia un cartello rivolto verso l’esterno che dice “questa è l’uscita, l’ingresso è dall’altra parte e bisogna fare il biglietto” e che non ci sia nessuno a controllare che non entri nessuno da lì, perché effettivamente non entra nessuno.

Koyo

Koyo

L’altra grande attrazione dell’isola è il monte Misen, costellato di templi e cappelle.
Per salire al monte Misen (che poi è una collina perché misura poco più di 500 metri) si possono o seguire i numerosi sentieri che vanno verso la cima o prendere la funivia – in realtà due funivie in sequenza – che lasciano a una mezz’oretta di cammino dalla vetta. Se avete fretta, la tecnologia è la scelta migliore.
La funivia vi lascia infatti subito fuori da un punto panoramico dove si gode di una piacevole vista dell’arcipelago sottostante.

Attenzione ai Pokemon velenosi

Attenzione ai Pokemon velenosi.

Tra i templi del Misen il più famoso è forse il Kiezu-no-hi, nel quale brucia ininterrottamente da 1200 anni lo stesso fuoco, che fu acceso dal monaco Kukai, fondatore del buddismo Shingon (che vi andate a leggere su wikipedia, da bravi). Dentro al piccolo tempio c’è un caldo da bagno turco, perché sul fuoco bolle in continuazione un pentolone d’acqua che si dice curi ogni male. Ogni tanto qualcuno si versava un bicchiere dal pentolone, ma non ho capito se il monaco di guardia fosse contento o meno della cosa. Comunque il tempio è anche considerato un santuario degli innamorati (dopo “l’amore sono due sassi legati da una corda pesantissima“, “l’amore è una stanza soffocante”).

Questa ragazza spera di trovare l'uomo della sua vita (Ranma Saotome). Sullo sfondo il signor Marrabbio dice, credo, "Volesse il cielo".

Questa ragazza spera di trovare l’uomo della sua vita (Ranma Saotome). Sullo sfondo il signor Marrabbio dice, credo, “Volesse il cielo”.

Altro tempio interessante è il Sankido, che il mio depliant dice essere l’unico di tutto il Giappone in cui si venerano gli oni (gli orchi giapponesi) (il papà di Lamù, avete presente? Ecco, quello è un oni), per avere in cambio prosperità sugli affari e felicità in famiglia.
Come? Così.

Paura, eh?

Un’altra cosa buffa del monte è che si trovano un sacco di bonzetti in pietra “personalizzati”, come questo:

73Non saprei dirvi che vista ci sia dalla vetta, perché la Pigrizia (e il fatto che facesse troppo caldo per come ero vestito) mi hanno impedito di salire.
La Pigrizia (e il suo fidanzato il Buonsenso) mi spingono a consigliarvi, per la discesa, di ricorrere di nuovo alla funivia per risparmiare tempo, perché a parte uno scorcio sul torii (che però a questo punto avrete visto in tutte le salse) non c’è molto da vedere, se non guardare i giapponesi che salgono correndo e chiedersi che razza di pena stiano scontando. Oltretutto sono praticamente tutti gradini.
Il tempo risparmiato può essere usato per godersi meglio la visita del Daisho-in, un tempio molto grande dove troverete alcune cose straordinarie.

Statue con il cappellino di lana!

Statue con il cappellino di lana!

La sala che mi ha più colpito è quella dedicata a Fudo Myo-o, il re inamovibile, incarnazione del Buddha Cosmico, che ha la faccia intrugnata perché è determinato a sconfiggere il male. Su tre pareti si trovano centinaia e centinaia di statuette, tutte identiche, di Fudo, con la spada e la corda. Uno spettacolo così imponente da spingermi, per la prima volta, ad accendere dell’incenso (poi a Tokyo mi sono comprato anche l’action figure, ma questa è un’altra storia).

Ctrl-V

Ctrl-V

È interessante anche la grotta Henjokutsu, dove sotto a centinaia di lanterne si trovano la sabbia e le icone di ottanta dei più importanti templi buddisti del Giappone. Sembra che farsi un giro qui dentro garantisca le stesse benedizioni del pellegrinaggio nei templi raffigurati (l’impero dei segni, diceva quel tale).

78Altre attrazioni del tempio sono il te gratis (evviva) e i bidoni della spazzatura.

Io comunque in giapponese l'avrei detto peggio.

Io comunque in giapponese l’avrei detto peggio.

E poi Ultraman.

Sul serio

Sul serio.

La partenza dall’isola è un po’ precipitosa perché la sera dobbiamo essere a Tokyo, che dista appena 840 chilometri.
Si fa in tempo a vedere il torii con la bassa marea e la gente che si passeggia sotto, poi è tutta una roba di traghetti, treni e Shinkanen, da Hiroshima a Osaka e poi da Osaka a Tokyo.
In quest’ultimo tratto io e Lucilla ne approfittiamo per provare per la prima volta la tipica cena del pendolare giapponese: il bento comprato in stazione.
Ora, scordatevi la tristezza dei nostri pasti da treno. Il bento da viaggio (ekiben) è un oggettino incartato con cura, dentro al quale si trova del cibo più che decente, per una decina di euro (forse meno, non ricordo di preciso).

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つづく

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1. La Panini ha una collana che si chiama 9L (nove elle = novelle, ci ho messo mesi a capirlo) che pubblica volumi di un certo pregio, un po’ tipo quelli di Bao Publishing, con la differenza che mentre Bao fa un lavorone di marketing e comunicazione loro fanno il possibile per non fare notare che stanno facendo delle cose notevoli.
Diario di un viaggio in Giappone, per esempio, l’ho scoperto per caso in libreria. È una serie di volumi di grande formato, orizzontali, dedicati da una coppia francese al loro viaggio in terra nipponica, illustrati da bellissimi acquarelli. Per ora sono usciti due volumi, il primo dedicato a Tokyo e il secondo al Monte Koya.

I disegni, come detto, sono molto belli e il racconto del viaggio è pienamente nelle mie corde. Anzi, è esattamente il genere di libro che farei io se sapessi disegnare o fare delle foto decenti. Quindi se vi piacciono questi post è probabile che il libro possa essere di vostro gusto.
A  dimostrazione del fatto che la Panini ‘sti libri NON li vuole vendere, su internet non troverete gallery di immagini dell’interno del libro. Per farvi un’idea la cosa migliore è il sito di Rémi Maybègre, l’illustratore.
Ah, il testo è sia in italiano sia in giapponese, nel caso vogliate fare esercizio.

2. Sempre a proposito di altri sguardi simili sul Giappone, forse avrete visto nei commenti al post precedente il link a un post di Ataru Moroboshi (la Takahashi scorre potente in questo post); beh, lui è stato praticamente negli stessi posti dove siamo stati noi (mi pare di capire quasi nello stesso periodo) e il suo resoconto è molto meno verboso del mio e tocca un sacco di punti simili. Consigliato.
(torniamo a fare questa cosa che facevamo una volta noi blogger, che linkavamo altri blog)

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1 commento

Archiviato in giappone, viaggio

Una risposta a “Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 7: La fiamma eterna dell’amore! Non puoi mangiare più veloce!!

  1. Commosso, ti ringrazio.
    “(torniamo a fare questa cosa che facevamo una volta noi blogger, che linkavamo altri blog)”= nostalgia di bei tempi andati.
    Il periodo era dal 15 al 27 novembre e ai bei tempi andati sarei stato verboso almeno quanto te.

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