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Il grande Belzoni

Pub.Bonelli

È uscito il 30 ottobre e non sono quanto resterà in edicola

Avevo già citato a proposito di Felice Benuzzi la teoria del mio amico Flavio secondo la quale in un dato campo dell’agire umano c’è almeno un italiano che ha fatto delle cose notevoli per lo più sconosciute dai suoi connazionali.
Giovanni Battista Belzoni, padovano di nascita, inglese d’azione, avventuriero ed esploratore in Egitto, è un altro di quei personaggi. Nato a Padova nel 1778, è stato uno dei pionieri dell’egittologia all’inizio del XIX secolo. Ha scoperto tombe (la più famosa quella di Seti I) e ha localizzato l’ingresso alla piramide di Chefren, fino a quel momento – tombaroli a parte – considerata priva di camera sepolcrale. Per sicurezza firmò anche la sua scoperta. Tornato in Inghilterra, organizzò tra le altre cose la prima esposizione sull’antico Egitto, con tanto di ricostruzione della tomba di Seti I da lui scoperta.
Morì in Africa, mentre cercava di raggiungere Timbuctu, in cui all’epoca da secoli nessun occidentale aveva mai messo piede.

Ma prima di dedicarsi all’esplorazione di antichità era stato un fenomeno da baraccone in Inghilterra: la sua statura (due metri) e la stazza imponente gli permettevano di interpretare il personaggio del “Sansone Patagonico”. In questa veste, si caricava addosso una decina di persone e le portava in giro per il palco.
Un personaggio, come dicono gli inglesi, “larger than life”, a cui sembra si sia ispirato anche George Lucas per il personaggio di Indiana Jones.
Dice: e a un tizio così nessuno ha pensato di dedicare un romanzo, qualcosa?
No, almeno in Italia (su amazon si trova un ebook di un autore che fa vivere al padovano avventure pulp-avventurose), almeno fino a che Walter Venturi, fumettista già visto all’opera sulle pagine di John Doe e Zagor, non è riuscito a convincere la Bonelli a pubblicare la sua ricostruzione della vita di Belzoni.
Un balenottero di 272 pagine che mescola con grande disinvoltura il racconto biografico e la storia avventurosa, miscelando con cura i due ingredienti a seconda delle necessità, ma senza mai diventare un pastiche fantastico (niente steampunk, niente zombi, niente mummie redivive, per intenderci).

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Fin dalle prime pagine, Belzoni è una figura tratteggiata con molti chiaroscuri: è violento, minaccioso e spinto da ossessioni che gli fanno calpestare tutto quello che sta sulla sua strada. Ma allo stesso è un puro, incapace di rendersi conto, per entusiasmo, quando sta venendo ingannato. Non è un bonario Bud Spencer in costume, è più una specie di Conan di inizio Ottocento (tanto che a un certo punto tira un pugno a un cammello).
La storia si alterna tra due piani temporali ed esplode in una straordinaria sequenza che è quanto di più coerentemente epico abbia visto disegnato da qualche tempo a questa parte, roba che il Conan di Roy Thomas al confronto è la Pimpa.
Venturi racconta la sua storia rispettando con molta diligenza la gabbia bonelliana (3 strisce di due vignette e permutazioni), in tavole di grande potenza e precisione grafica, che in alcuni dettagli possono richiamare alla mente qualcosa di Magnus.

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Belzoni-3Un lavorone, insomma.
Un fumetto epico che ha il pregio di cercare di fare conoscere un personaggio affascinante quasi più sepolto dalle sabbie del tempo delle rovine che ha scavato. E che rischia pure lui di scomparire dal mercato troppo in fretta (a questo punto potrei inserire tutta una tirata sui fighetti che chiamano “GRAPHIC NOVEL” narrazioni ombelicali di una manciata di pagine e davanti a queste cose invece storcono il naso e dicono “ah, ma è un fumetto”, ma lasciamo perdere).
Per cui una segnalazione ci sta tutta, prima che sparisca dalle edicole.
Sono nove euro e cinquanta per 272 pagine.

(se poi uno volesse approfondire su Belzoni, io mi sono preso Il gigante del Nilo, un saggione “serio” che ricostruisce nel dettaglio la vita del personaggio e i suoi tempi. In alternativa, i resoconti dello stesso Belzoni si trovano su Google Books, anche in italiano)

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Dodici, una recensione

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Quando ho letto per la prima volta La profezia dell’armadillo ne venivo dalla lettura delle storielle di Zerocalcare sul suo blog e su Canemucco, quindi ero preparato a ridere sguaiatamente. Le prime pagine ovviamente mi bloccarono la risata nella gola. “Ommadonna che mattonata ho comprato?” pensai subito. E poi invece scoprii che ZC era bravissimo ad alternare i due registri, a commuovere senza essere melenso e a far ridere senza essere becero. Un equilibrio rarissimo, difficilissimo da mantenere, mostrato in un libro che è la parte nascosta dell’iceberg della sua produzione.

C’è da ammirare, in ZC, il coraggio e la voglia di non sedersi sugli allori del blog: poteva andare avanti pubblicando storielle autobiografiche e invece ha scelto di dedicarsi nei libri a qualcosa di più strutturato. Un polpo alla gola era una storia ammanitiana, un lungo racconto non diviso in microstorie autonome come il primo libro. Meno fulminante della profezia ma solido, una dimostrazione della volontà e della capacità di fare dell’altro.
Poi c’è stato l’interludio di Ogni maledetto lunedì (su due), raccolta delle strisce del blog, con una storia inedita e ora arriva Dodici [link affiliato ad amazon – fino al 30 ottobre Dodici è scontato del 25%, come tutto il catalogo Bao], una storia di zombi ambientata a Rebibbia in cui Zerocalcare (l’autore) fa un ulteriore passo avanti e Zerocalcare (il personaggio) ne fa uno indietro.

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Per gran parte della storia, infatti, l’alter-ego dell’autore è fuori combattimento e diventa protagonista il Secco, il giocatore professionista di poker online, insieme all’amico Cinghiale e Nadja Katja, un personaggio inedito.
Quali sono le cose migliore di Dodici? Una è quella che già sapevamo ZC sapeva fare bene: usare i personaggi pop come archetipi del comportamento umano. È ormai quasi un trucco vecchio ma gli riesce sempre bene, quasi come se fosse la prima volta che lo vediamo in azione.
La seconda cosa migliore è una novità: sono le pagine dedicate a Rebibbia, il quartiere in cui ZC vive e in cui si svolge la storia. Sono una manciata in tutto il libro ma lasciano il segno. Sono scritte con una “voce” molto diversa da quanto visto finora, forse assimilabile per profondità e maturità (gulp) alle pagine finali della storia di complemento di Ogni maledetto lunedì, e accompagnate da un tratto grafico diversissimo da quello del libro, più pulito e preciso. Davvero sorprendenti.
Ovviamente funzionano benissimo i disegni, anche se personalmente preferisco Zerocalcare in bianco e nero (e rosso, qui) che a colori.
C’è invece qualche intoppo nella costruzione della storia su due piani temporali (in b/n il presente e a colori il passato), che non funziona benissimo e può risultare confusa. Così come trovo abbastanza incomprensibile la terza linea narrativa, quella dell’omino con la maschera. Intendiamoci: con un minimo di attenzione si segue perfettamente tutto, però non scorre tutto liscio come dovrebbe e si fa fatica un po’ a comprendere il “punto” della storia. Che ha dei momenti molto divertenti (mai davvero tesi perché gli zombi fanno più da sfondo che da minaccia vera e propria) ma si chiude un po’ a metà, non tanto per volontà di dare spazio a un sequel ma per una scelta dell’autore di creare una specie di non sequitur (evidente anche nella divertentissima tavola conclusiva). Scelta legittima che spiazza un po’ in una storia che per altri versi cerca di aderire al canone di genere.
Insomma: Dodici è una buona storia, che fa ridere e ha dei passaggi molto belli. Non è perfetta, ma mostra che Zerocalcare sta continuando a cercare di battere strade meno scontate di quelle che molti si aspetterebbero da lui.
Qui facciamo il tifo fortissimo per lui.

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Surviving #SalTo13: fatto.

(è un post un po’ ombelicale, ma devo riprendere la mano a scrivere sul blog)

Se il buongiorno si vede dal mattino, il mattino è questo: alla stazione della metropolitana di Torino Lingotto si forma davanti alla scala mobile un’incredibile e ordinata coda sabauda. È quasi il mio momento di salire quando tre signore molto milanesi, molto con le facce e gli abiti di quelle che per Berlusconi hanno un’ostilità antropologica si infilano di lato con molta naturalezza, senza che una delle tre smetta di raccontare di una qualche esperienza educativa che ha fatto con una classe di bambini. “Ci devi fare un libro,” cinguetta garrula un’altra, che immagino più tardi andrà a firmare un manifesto per la legalità e le regole.

Quest’anno ho sentimenti meno estremi nei confronti del Salone, a posteriori. Sarà che ci ho passato meno tempo, sarà che non ho fatto il disallestimento, sarà che ho girato pochissimo.

Momento migliore durante la lunghissima fila per farmi fare un disegno da Zerocalcare: c’è questo ragazzetto, minorenne, molto regolare, con il suo maglioncino e la camicia, ogni tanto passa la mamma a vedere come va. Quando è il suo momento, ZC parte con il campionario dei soggetti, che dovreste sentire recitato da lui perché dal tono e dall’automatismo capite quante dediche abbia fatto dall’uscita del primo volume, e il ragazzetto sceglie “tizio che tira la molotov”. “Volto coperto o scoperto?” (ZC è professionalissimo). “Coperto”. Più o meno alla fine del ripasso a china (parlando di professionalità: fa la bozza a matita, ripassa a china, dà il grigio con il pennarello) arriva Luca Sofri. Ed è bello questo momento in cui un disegnatore “dei centri sociali” mentre disegna uno che tira una molotov per il ragazzino borghesissimo (che si chiama Gian Giacomo, a questo punto mi piace immaginare come Feltrinelli per volontà di una famiglia molto radical-chic) parla con il direttore di un giornale che fa endorsment per il PD e che una volta conduceva un programma con Giuliano Ferrara.

Sempre allo stand Bao ho preso la ristampa cartonata e in grande formato di Mater Morbi, la storia di Dylan Dog scritta da Roberto Recchioni e disegnata da Massimo Carnevale che alla sua uscita suscitò polemiche sul tema della malattia e dell’eutanasia, con intervento a gamba tesa della sottosegretaria alla salute dell’epoca, Eugenia Roccella, che poi dovette ritrattare perché aveva commentato senza avere letto la storia (ma tanto sono solo fumetti). Ristampata e con sei tavole inedite a colori di prologo, la storia guadagna tantissimo nell’impatto visivo, grazie a una stampa precisissima su una bella carta uso mano. Ieri sera mentre leggevo ogni tanto mi imbambolavo a guardare la resa dei neri, profondissimi, che fanno pienissima giustizia ai disegni di Massimo Carnevale.

C’era lo stand del Centro per il libro e la lettura, una struttura pubblica diretta da Gian Arturo Ferrari (ex direttore generale della Divisione libri di Mondadori) che ha “il compito di divulgare il libro e la lettura in Italia e di promuovere all’estero il libro, la cultura e gli autori nazionali”. Nello specifico promuovevano l’iniziativa Il maggio dei libri (non pervenute le lamentele della Madonna per l’usurpazione del mese; ma non pervenute nello specifico neanche le modalità esatte di questo mese del libro), di fatto c’era una povera persona costretta a bivaccare lì 12 ore e distribuire volantini e segnalibri. La decorazione dello stand era un collage di copertine di libri italiani; magari avrò guardato male io, ma non ce n’era uno posteriore ai primi anni sessanta. Una bella iniezione di fiducia.

Ogni anno mi tocca beccarmi lo sfogo di una persona che si lamenta perché non ci sono gli sconti e perché i libri costano troppo. Alle 19.44, con ancora tre ore davanti.

Grande novità dell’anno, l’area “Lounge espositori” dove si potevano mangiare cose più buone di quelle che toccano ai visitatori (per esempio l’hot dog con il pane freddo e il würstel mezzo crudo). Code lunghette, ma tutto sommato il panino con la salsiccia cruda di Bra meritava un assaggio.

Stand più affollato, senza dubbio, quello dove regalavano il Grand Soleil, al confine con l’area Cook Book. Grande novità di quest’anno, in linea con la nuova passione per i cuochi, a Cook Book si poteva trovare una libreria dedicata ai titoli sulla cucina e la gastronomia e un’area dove si sono esibiti ai fornelli nomi noti della ristorazione e della tv. Anche Benedetta Parodi, sì.

(premesso che ho molti amici abruzzesi) Ingombrante vicino di stand, la Regione Abruzzo festeggiava i 150 anni della nascita di D’Annunzio con un’esposizione di cimeli (mancavano: lastre di vetro sporche, costole) e una serie di incontri e spettacoli. Amiche e amici abruzzesi, voi non avete idea di come spende i vostri soldi la vostra regione. Tipo che a un certo punto (le otto di sera, dopo dieci ore che stai in fiera) (dieci ore di neon e cupo rombo della morte fatto dal chiacchiericcio di migliaia di persone) partono gli zampognari. E i canti in dialetto. E un altra sera un tenore che cantava CON IL MICROFONO, per giunta composizioni giovanili del Vate musicate.

L’organizzazione ha sbagliato i cartelli dello stand di una nota casa editrice romana, diventata per quest’anno minimun fax.

A sorpresa, non c’era la Panini Comics. Voci di corridoio dicevano che hanno fatto talmente tanti soldi a Lucca che non si sono presi il disturbo di muoversi per una fiera per loro non così vantaggiosa (era vantaggiosa per me, perché avendoli come vicini qualche buon affare si riusciva sempre a combinare), mannaggia)

Un sentito grazie al ristorante La via del sale, per averci dato anche quest’anno da mangiare a un’ora indecente, resa ancora più indecente dal fatto che abbiamo parcheggiato all’altra estremità della via e in centro a Torino, se non lo sapete, le vie sono luuunghe. Fanno cucina piemontese con qualche influsso ligure, nel nostro caso riscontrabile soprattutto nel rapporto con il cameriere (ma in fondo non aveva tutti i torti: siamo arrivati con mezz’ora di ritardo e al “cosa prendete?” ci sono stati lunghi momenti di uuuhm, eeehm) (inoltre: gli emiliani sembrano andare molto in panico davanti a piatti estranei alla loro tradizione, o almeno quelli che conosco io). Acciughe al verde FTW, comunque.

Breve elenco di avVIPstamenti: uno degli Zero Assoluto (credo Zero), Benedetta Parodi, un anziano che una volta era De Gregori, Sergio Romano, Gad Lerner, Khaled Fouad Allem (che ho solo registrato come volto riconosciuto ma che ho dovuto cercare sul sito del Salone) (se vi dico chi credevo che fosse, senza alcuna base logica, mi spernacchiate a vita), il ministro Cecile Kyenge, Gian Arturo Ferrari, Giulio Coniglio.

Cosa mancava al Salone? Esatto, i cosplayer, nello specifico di Star Wars, portati dallo stand delle edizioni Multiplayer. A uno di loro però sono stato costretto a stringere la mano: in uno stand di non so cosa c’era un grosso braccio meccanico in movimento che dimostrava non so cosa e al di là del vetro un tizio vestito con il tipico accappatoio Jedi usava la Forza per farlo muovere. Non sono mai stato così tanto vicino a usare l’espressione “EPIC WIN” con uno sconosciuto.

La cosa più interessante da leggere al Salone? Le magliette dei partecipanti. Sembra che ormai la popolazione tra i 15 e i 45 anni passi l’inverno ad accumulare magliette spiritose o ispirate a film, fumetti, telefilm, per poterle poi sfoggiare ai primi caldi. Ho persino visto uno che aveva la mia stessa maglietta con Klimt Eastwood (meno male che io in quel momento avevo quella di Cthulhu vs. Godzilla, altrimenti sai che imbarazzo?).

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Le storie Disney che ti segnano

Non so se sia davvero il Male Assoluto, come vuole la vulgata nerd ogni volta che aggiunge nuove proprietà intellettuali al suo ricco portafogli, ma è evidente che l’Impero Disney  sia di fatto un monopolista del nostro immaginario, dall’infanzia all’eta adulta (Pulp Fiction venne prodotto dalla Miramax, da poco acquistata dalla Disney).
Io ci sono letteralmente cresciuto, con in mano i fumetti della Disney. Addirittura ho imparato a leggere già all’asilo per potere leggere le storie senza l’aiuto di nessuno. Più avanti, il mercoledì era un giorno sacro (niente abbonamento, chissà perché) e quelli in cui per i motivi più disparati mi veniva comprato un Almanacco, un Paperino Mese o qualche altra testata antologica giorni di festa.
Crescendo, non sono diventato assolutamente un esperto Disney, quella razza fantastica di gente che invidio con una conoscenza enciclopedica dei Maestri Disney italiani. Mi sono rimaste dentro, però, tra le centinaia di storie lette e rilette, alcuni episodi in particolari, di cui ricordo magari solo una vignetta o una parola.
Un elenco, parziale, di queste storie e dei loro autori, è qui sotto.

Paperino e l’anno bisestile (Guido Martina e Giovan Battista Carpi)
Non ricordo niente della storia, titolo e autori li ho recuperati grazie a internet cercando “Paperino collaudatore di materassi”. Da quando l’ho letta, piccolissimo, ho sempre pensato che quello fosse il lavoro ideale. Quello o l’installazione artistica.

Il matrimonio di Zio Paperone (Elisa Penna e Massimo De Vita)
Dico solo “usucapione”.

Topolino e il caso dei fumetti solidi (Alessandro Sisti e Sandro Dossi)
Un professore malvagio inventa un macchinario che rende solidi i fumetti e le onomatopee prodotte dai personaggi. Un gioco di metafumetto che probabilmente piacerebbe ad Alan Moore, una di quelle cose che leggi a cinque anni e poi a venticinque ti ritrovi a iscriverti a tutti gli esami di semiotica previsti dal tuo corso di laurea.

Paperinik e l’arca dimenticata (Bruno Concina e Massimo De Vita)
Era una parodia del primo film di Indiana Jones. Uscì nel 1986 e avevo da poco visto il film in televisione. Non avevo idea del fatto che si potessero fare storie che prendessero in giro altre storie. In più in una pagina c’era una didascalia che diceva una cosa del tipo “qualcuno avrà capito a che film ci siamo ispirati”. Il fatto di averlo capito mi rese così orgoglione che ancora oggi gongolo se scovo una qualsiasi citazione.

Topolino e il segreto del castello (Bruno Concina e Giorgio Cavazzano)
La prima storia a bivi mai pubblicata dalla Disney. La cosa bella delle storie a bivi era che a differenza dei libro-game, in cui dovevi trovare la strada più o meno giusta in una selva di opzioni, lì ogni scelta dava vita a una storia diversa. Parecchi anni più tardi lessi Lector in fabula di Eco e capii che Concina mi aveva già spiegato tutto.

Paperino e il segreto del vecchio castello (Carl Barks)
Ce l’avevo nel volumone mondadoriano “Io, Paperone” (seconda edizione, ahime) ed è la seconda storia in assoluto in cui compare il vecchio cilindro, nonché la prima a raccontare una caccia al tesoro della famiglia papera al completo. È la prima storia a fumetti che abbia letto con dentro un morto-morto. Ero molto affascinato da questa storia e dalla precedente (Il Natale di Paperino sul Monte Orso) perché c’era un Paperone diversissimo da quello che leggevo sui giornalini ogni settimana.

I viaggi di Papergulliver (Osvaldo Pavese e Guido Scala)
Perché tra tante parodie ricordo questa? Per i disegni di Scala, leggermente statici e barocchi, che risaltavano rispetto a quelli di altri disegnatori. In particolare, i personaggi disegnati da lui avevano, specie i paperi, un’espressione particolare, che alcuni definiscono allucinata e che a me è sempre sembrata più che altro minacciosa, perfetta per una storia in cui a Paperino succedeva di tutto, in un’ambientazione esotica e straniante.

Topolino e la Spada di Ghiaccio
Topolino e il Torneo dell’Argaar
Topolino e il ritorno del Principe delle Nebbie
(Massimo De Vita)
La prima trilogia della mia vita, prima di Guerre Stellari. Una saga fantasy in tre parti in cui il malefico sorcio riusciva quasi a sembrare davvero un eroe. La prima volta che leggevo una storia a fumetti in cui quello che era successo in una storia precedente era successo davvero.
La parte in cui accendono un fuoco usando come lente del ghiaccio mi esaltò tantissimo e aprì la strada all’apprezzamento futuro per McGyver.

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«Un fatto umano». Intervista agli autori

Avete presente quando conoscete qualcuno, questo qualcuno sta lavorando a qualcosa che vi sembra un’ottima idea e poi alla fine riesce a pubblicarla? Ecco, questo è quello che è successo a me con Manfredi, che ho conosciuto nel 2006 a un corso di editoria, che è l’unico testimone vivente del fatto che una volta ho spiegato a David Lloyd la faccenda di Grillo e di V for Vendetta (oltre a essere implicato nel fatto che una volta Pulsatilla al DopoFestival disse ad Albano “lei è il Cirino Pomicino della canzone”, ma questa, come dicono in Conan, è un’altra storia) e che adesso è un autore Einaudi.
More about Un fatto umanoCi ho riflettuto un po’, su come avrei dovuto parlare di
Un fatto umano, scritto da Manfredi Giffone e disegnato da Fabrizio Longo e Alessandro Parodi, perché è un lavoro che ho seguito, da lontanissimo (anche se nei ringraziamenti vengo immeritatamente citato), per un sacco di tempo; e che mi era piaciuto già da quando mi era stata raccontata l’idea e mi erano state fatte vedere le prime tavole, le prove dei personaggi, della colorazione, ecc. In qualche modo mi ci ero affezionato e avevo paura di non essere molto obiettivo, o meglio di non suonare molto obiettivo agli occhi di chi avrebbe letto.
Per fortuna, Un fatto umano è piaciuto non solo a me, a giudicare dalle recensioni e dall’elezione a “Libro del mese” di Fahrenheit, quindi mi sento molto meno in imbarazzo a dire che è un lavoro davvero ben fatto, che ricostruisce quindici anni di storia italiana con precisione e passione. La scelta di raffigurare i personaggi come animali antropomorfi (ma realistici) è vincente e il tratto e la colorazione in toni di grigio restituiscono un mondo sporco e poco accomodante.
Avrei potuto cavarmela così nella rubrica dei libri del mese, ma siccome è da tempo che non ci inserisco più i fumetti mi sarebbe sembrato di fare un’eccezione ad personam; allora ho pensato di provare a fare un’altra cosa, cioè un’intervista. Interviste su questo blog non ce ne sono mai state, ma da qualche parte bisognerà pur cominciare e cominciare giocando, per così dire, in casa è più semplice.
Alessandro, Fabrizio e Manfredi sono stati pazienti e gentili abbastanza da dedicare un (bel) po’ di tempo a rispondere alle mie domande e il risultato lo potete leggere qui sotto (salvo dove diversamente indicato, le risposte sono di Manfredi).

Manfredi visto da Fabrizio Longo

Quasi tutte le interviste che ho letto su Un fatto umano iniziano con la stessa domanda: “perché un fumetto?”. Io vorrei iniziare con la domanda complementare, invece: pensi che avresti potuto raccontare la storia del pool anti-mafia non a fumetti?

Non credo davvero che avrei potuto raccontare questa storia con un altro mezzo e a dirla tutta l’intenzione non è mai stata questa. L’idea iniziale era di realizzare un fumetto con determinate caratteristiche che si diversificasse dalla situazione del fumetto italiano così come la percepivamo una decina di anni fa e cioè un po’ angusta.

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Un ebook per Sergio Bonelli

Immagine di Vittorio Tolu

Come promesso, ecco l’ebook collettivo su Sergio Bonelli, che oggi avrebbe compiuto 79 anni.
Si può comodamente scaricare in pdf, epub o mobi.
Grazie a chi ha condiviso i suoi ricordi e i suoi pensieri. E grazie anche a chi non ha partecipato ma ha diffuso l’appello.
Se per caso questi testi facessero venire voglia a chiunque di buttare giù qualcosa, si può sempre fare la seconda versione :-)

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E venne il giorno: un ebook dedicato a Sergio Bonelli (call for papers)

La mailing list Ayaaaak vuole realizzare un ebook collettivo (da diffondere gratuitamente con licenza Creative Commons) dedicato a Sergio Bonelli.
Avete un ricordo su di lui, sui suoi albi, sui suoi personaggi?

Se sì e se se volete partecipare, inviate i vostri contributi (in un qualunque formato di testo, non in pdf e non nel corpo della mail) a buonipresagi[at]gmail[punto]com, indicando “BONELLI” nell’oggetto. Per favore, cercate di stare sotto i 5000 caratteri spazi compresi e indicate un titolo e il nome con cui volete firmare il vostro contributo. Inviate il testo nella forma più compiuta possibile: ci sarà ovviamente un lavoro di controllo e correzione dei refusi, ma partire da un testo curato è meglio per tutti. Chi volesse contribuire con un’illustrazione tenga presente che il formato del libro è un A5 verticale.

Siccome sarebbe bello riuscire a pubblicare tutto il 2 dicembre, data di nascita di Sergio Bonelli, la deadline per l’invio dei testi sono le 23:59 del 13 novembre 2011 (ma non siate timdi, se avete ritardato magari un posticino lo si trova anche senza aver prenotato)

Partecipate numerosi/e e, se volete, spargete la voce.

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