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Surviving #SalTo13: fatto.

(è un post un po’ ombelicale, ma devo riprendere la mano a scrivere sul blog)

Se il buongiorno si vede dal mattino, il mattino è questo: alla stazione della metropolitana di Torino Lingotto si forma davanti alla scala mobile un’incredibile e ordinata coda sabauda. È quasi il mio momento di salire quando tre signore molto milanesi, molto con le facce e gli abiti di quelle che per Berlusconi hanno un’ostilità antropologica si infilano di lato con molta naturalezza, senza che una delle tre smetta di raccontare di una qualche esperienza educativa che ha fatto con una classe di bambini. “Ci devi fare un libro,” cinguetta garrula un’altra, che immagino più tardi andrà a firmare un manifesto per la legalità e le regole.

Quest’anno ho sentimenti meno estremi nei confronti del Salone, a posteriori. Sarà che ci ho passato meno tempo, sarà che non ho fatto il disallestimento, sarà che ho girato pochissimo.

Momento migliore durante la lunghissima fila per farmi fare un disegno da Zerocalcare: c’è questo ragazzetto, minorenne, molto regolare, con il suo maglioncino e la camicia, ogni tanto passa la mamma a vedere come va. Quando è il suo momento, ZC parte con il campionario dei soggetti, che dovreste sentire recitato da lui perché dal tono e dall’automatismo capite quante dediche abbia fatto dall’uscita del primo volume, e il ragazzetto sceglie “tizio che tira la molotov”. “Volto coperto o scoperto?” (ZC è professionalissimo). “Coperto”. Più o meno alla fine del ripasso a china (parlando di professionalità: fa la bozza a matita, ripassa a china, dà il grigio con il pennarello) arriva Luca Sofri. Ed è bello questo momento in cui un disegnatore “dei centri sociali” mentre disegna uno che tira una molotov per il ragazzino borghesissimo (che si chiama Gian Giacomo, a questo punto mi piace immaginare come Feltrinelli per volontà di una famiglia molto radical-chic) parla con il direttore di un giornale che fa endorsment per il PD e che una volta conduceva un programma con Giuliano Ferrara.

Sempre allo stand Bao ho preso la ristampa cartonata e in grande formato di Mater Morbi, la storia di Dylan Dog scritta da Roberto Recchioni e disegnata da Massimo Carnevale che alla sua uscita suscitò polemiche sul tema della malattia e dell’eutanasia, con intervento a gamba tesa della sottosegretaria alla salute dell’epoca, Eugenia Roccella, che poi dovette ritrattare perché aveva commentato senza avere letto la storia (ma tanto sono solo fumetti). Ristampata e con sei tavole inedite a colori di prologo, la storia guadagna tantissimo nell’impatto visivo, grazie a una stampa precisissima su una bella carta uso mano. Ieri sera mentre leggevo ogni tanto mi imbambolavo a guardare la resa dei neri, profondissimi, che fanno pienissima giustizia ai disegni di Massimo Carnevale.

C’era lo stand del Centro per il libro e la lettura, una struttura pubblica diretta da Gian Arturo Ferrari (ex direttore generale della Divisione libri di Mondadori) che ha “il compito di divulgare il libro e la lettura in Italia e di promuovere all’estero il libro, la cultura e gli autori nazionali”. Nello specifico promuovevano l’iniziativa Il maggio dei libri (non pervenute le lamentele della Madonna per l’usurpazione del mese; ma non pervenute nello specifico neanche le modalità esatte di questo mese del libro), di fatto c’era una povera persona costretta a bivaccare lì 12 ore e distribuire volantini e segnalibri. La decorazione dello stand era un collage di copertine di libri italiani; magari avrò guardato male io, ma non ce n’era uno posteriore ai primi anni sessanta. Una bella iniezione di fiducia.

Ogni anno mi tocca beccarmi lo sfogo di una persona che si lamenta perché non ci sono gli sconti e perché i libri costano troppo. Alle 19.44, con ancora tre ore davanti.

Grande novità dell’anno, l’area “Lounge espositori” dove si potevano mangiare cose più buone di quelle che toccano ai visitatori (per esempio l’hot dog con il pane freddo e il würstel mezzo crudo). Code lunghette, ma tutto sommato il panino con la salsiccia cruda di Bra meritava un assaggio.

Stand più affollato, senza dubbio, quello dove regalavano il Grand Soleil, al confine con l’area Cook Book. Grande novità di quest’anno, in linea con la nuova passione per i cuochi, a Cook Book si poteva trovare una libreria dedicata ai titoli sulla cucina e la gastronomia e un’area dove si sono esibiti ai fornelli nomi noti della ristorazione e della tv. Anche Benedetta Parodi, sì.

(premesso che ho molti amici abruzzesi) Ingombrante vicino di stand, la Regione Abruzzo festeggiava i 150 anni della nascita di D’Annunzio con un’esposizione di cimeli (mancavano: lastre di vetro sporche, costole) e una serie di incontri e spettacoli. Amiche e amici abruzzesi, voi non avete idea di come spende i vostri soldi la vostra regione. Tipo che a un certo punto (le otto di sera, dopo dieci ore che stai in fiera) (dieci ore di neon e cupo rombo della morte fatto dal chiacchiericcio di migliaia di persone) partono gli zampognari. E i canti in dialetto. E un altra sera un tenore che cantava CON IL MICROFONO, per giunta composizioni giovanili del Vate musicate.

L’organizzazione ha sbagliato i cartelli dello stand di una nota casa editrice romana, diventata per quest’anno minimun fax.

A sorpresa, non c’era la Panini Comics. Voci di corridoio dicevano che hanno fatto talmente tanti soldi a Lucca che non si sono presi il disturbo di muoversi per una fiera per loro non così vantaggiosa (era vantaggiosa per me, perché avendoli come vicini qualche buon affare si riusciva sempre a combinare), mannaggia)

Un sentito grazie al ristorante La via del sale, per averci dato anche quest’anno da mangiare a un’ora indecente, resa ancora più indecente dal fatto che abbiamo parcheggiato all’altra estremità della via e in centro a Torino, se non lo sapete, le vie sono luuunghe. Fanno cucina piemontese con qualche influsso ligure, nel nostro caso riscontrabile soprattutto nel rapporto con il cameriere (ma in fondo non aveva tutti i torti: siamo arrivati con mezz’ora di ritardo e al “cosa prendete?” ci sono stati lunghi momenti di uuuhm, eeehm) (inoltre: gli emiliani sembrano andare molto in panico davanti a piatti estranei alla loro tradizione, o almeno quelli che conosco io). Acciughe al verde FTW, comunque.

Breve elenco di avVIPstamenti: uno degli Zero Assoluto (credo Zero), Benedetta Parodi, un anziano che una volta era De Gregori, Sergio Romano, Gad Lerner, Khaled Fouad Allem (che ho solo registrato come volto riconosciuto ma che ho dovuto cercare sul sito del Salone) (se vi dico chi credevo che fosse, senza alcuna base logica, mi spernacchiate a vita), il ministro Cecile Kyenge, Gian Arturo Ferrari, Giulio Coniglio.

Cosa mancava al Salone? Esatto, i cosplayer, nello specifico di Star Wars, portati dallo stand delle edizioni Multiplayer. A uno di loro però sono stato costretto a stringere la mano: in uno stand di non so cosa c’era un grosso braccio meccanico in movimento che dimostrava non so cosa e al di là del vetro un tizio vestito con il tipico accappatoio Jedi usava la Forza per farlo muovere. Non sono mai stato così tanto vicino a usare l’espressione “EPIC WIN” con uno sconosciuto.

La cosa più interessante da leggere al Salone? Le magliette dei partecipanti. Sembra che ormai la popolazione tra i 15 e i 45 anni passi l’inverno ad accumulare magliette spiritose o ispirate a film, fumetti, telefilm, per poterle poi sfoggiare ai primi caldi. Ho persino visto uno che aveva la mia stessa maglietta con Klimt Eastwood (meno male che io in quel momento avevo quella di Cthulhu vs. Godzilla, altrimenti sai che imbarazzo?).

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Le storie Disney che ti segnano

Non so se sia davvero il Male Assoluto, come vuole la vulgata nerd ogni volta che aggiunge nuove proprietà intellettuali al suo ricco portafogli, ma è evidente che l’Impero Disney  sia di fatto un monopolista del nostro immaginario, dall’infanzia all’eta adulta (Pulp Fiction venne prodotto dalla Miramax, da poco acquistata dalla Disney).
Io ci sono letteralmente cresciuto, con in mano i fumetti della Disney. Addirittura ho imparato a leggere già all’asilo per potere leggere le storie senza l’aiuto di nessuno. Più avanti, il mercoledì era un giorno sacro (niente abbonamento, chissà perché) e quelli in cui per i motivi più disparati mi veniva comprato un Almanacco, un Paperino Mese o qualche altra testata antologica giorni di festa.
Crescendo, non sono diventato assolutamente un esperto Disney, quella razza fantastica di gente che invidio con una conoscenza enciclopedica dei Maestri Disney italiani. Mi sono rimaste dentro, però, tra le centinaia di storie lette e rilette, alcuni episodi in particolari, di cui ricordo magari solo una vignetta o una parola.
Un elenco, parziale, di queste storie e dei loro autori, è qui sotto.

Paperino e l’anno bisestile (Guido Martina e Giovan Battista Carpi)
Non ricordo niente della storia, titolo e autori li ho recuperati grazie a internet cercando “Paperino collaudatore di materassi”. Da quando l’ho letta, piccolissimo, ho sempre pensato che quello fosse il lavoro ideale. Quello o l’installazione artistica.

Il matrimonio di Zio Paperone (Elisa Penna e Massimo De Vita)
Dico solo “usucapione”.

Topolino e il caso dei fumetti solidi (Alessandro Sisti e Sandro Dossi)
Un professore malvagio inventa un macchinario che rende solidi i fumetti e le onomatopee prodotte dai personaggi. Un gioco di metafumetto che probabilmente piacerebbe ad Alan Moore, una di quelle cose che leggi a cinque anni e poi a venticinque ti ritrovi a iscriverti a tutti gli esami di semiotica previsti dal tuo corso di laurea.

Paperinik e l’arca dimenticata (Bruno Concina e Massimo De Vita)
Era una parodia del primo film di Indiana Jones. Uscì nel 1986 e avevo da poco visto il film in televisione. Non avevo idea del fatto che si potessero fare storie che prendessero in giro altre storie. In più in una pagina c’era una didascalia che diceva una cosa del tipo “qualcuno avrà capito a che film ci siamo ispirati”. Il fatto di averlo capito mi rese così orgoglione che ancora oggi gongolo se scovo una qualsiasi citazione.

Topolino e il segreto del castello (Bruno Concina e Giorgio Cavazzano)
La prima storia a bivi mai pubblicata dalla Disney. La cosa bella delle storie a bivi era che a differenza dei libro-game, in cui dovevi trovare la strada più o meno giusta in una selva di opzioni, lì ogni scelta dava vita a una storia diversa. Parecchi anni più tardi lessi Lector in fabula di Eco e capii che Concina mi aveva già spiegato tutto.

Paperino e il segreto del vecchio castello (Carl Barks)
Ce l’avevo nel volumone mondadoriano “Io, Paperone” (seconda edizione, ahime) ed è la seconda storia in assoluto in cui compare il vecchio cilindro, nonché la prima a raccontare una caccia al tesoro della famiglia papera al completo. È la prima storia a fumetti che abbia letto con dentro un morto-morto. Ero molto affascinato da questa storia e dalla precedente (Il Natale di Paperino sul Monte Orso) perché c’era un Paperone diversissimo da quello che leggevo sui giornalini ogni settimana.

I viaggi di Papergulliver (Osvaldo Pavese e Guido Scala)
Perché tra tante parodie ricordo questa? Per i disegni di Scala, leggermente statici e barocchi, che risaltavano rispetto a quelli di altri disegnatori. In particolare, i personaggi disegnati da lui avevano, specie i paperi, un’espressione particolare, che alcuni definiscono allucinata e che a me è sempre sembrata più che altro minacciosa, perfetta per una storia in cui a Paperino succedeva di tutto, in un’ambientazione esotica e straniante.

Topolino e la Spada di Ghiaccio
Topolino e il Torneo dell’Argaar
Topolino e il ritorno del Principe delle Nebbie
(Massimo De Vita)
La prima trilogia della mia vita, prima di Guerre Stellari. Una saga fantasy in tre parti in cui il malefico sorcio riusciva quasi a sembrare davvero un eroe. La prima volta che leggevo una storia a fumetti in cui quello che era successo in una storia precedente era successo davvero.
La parte in cui accendono un fuoco usando come lente del ghiaccio mi esaltò tantissimo e aprì la strada all’apprezzamento futuro per McGyver.

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«Un fatto umano». Intervista agli autori

Avete presente quando conoscete qualcuno, questo qualcuno sta lavorando a qualcosa che vi sembra un’ottima idea e poi alla fine riesce a pubblicarla? Ecco, questo è quello che è successo a me con Manfredi, che ho conosciuto nel 2006 a un corso di editoria, che è l’unico testimone vivente del fatto che una volta ho spiegato a David Lloyd la faccenda di Grillo e di V for Vendetta (oltre a essere implicato nel fatto che una volta Pulsatilla al DopoFestival disse ad Albano “lei è il Cirino Pomicino della canzone”, ma questa, come dicono in Conan, è un’altra storia) e che adesso è un autore Einaudi.
More about Un fatto umanoCi ho riflettuto un po’, su come avrei dovuto parlare di
Un fatto umano, scritto da Manfredi Giffone e disegnato da Fabrizio Longo e Alessandro Parodi, perché è un lavoro che ho seguito, da lontanissimo (anche se nei ringraziamenti vengo immeritatamente citato), per un sacco di tempo; e che mi era piaciuto già da quando mi era stata raccontata l’idea e mi erano state fatte vedere le prime tavole, le prove dei personaggi, della colorazione, ecc. In qualche modo mi ci ero affezionato e avevo paura di non essere molto obiettivo, o meglio di non suonare molto obiettivo agli occhi di chi avrebbe letto.
Per fortuna, Un fatto umano è piaciuto non solo a me, a giudicare dalle recensioni e dall’elezione a “Libro del mese” di Fahrenheit, quindi mi sento molto meno in imbarazzo a dire che è un lavoro davvero ben fatto, che ricostruisce quindici anni di storia italiana con precisione e passione. La scelta di raffigurare i personaggi come animali antropomorfi (ma realistici) è vincente e il tratto e la colorazione in toni di grigio restituiscono un mondo sporco e poco accomodante.
Avrei potuto cavarmela così nella rubrica dei libri del mese, ma siccome è da tempo che non ci inserisco più i fumetti mi sarebbe sembrato di fare un’eccezione ad personam; allora ho pensato di provare a fare un’altra cosa, cioè un’intervista. Interviste su questo blog non ce ne sono mai state, ma da qualche parte bisognerà pur cominciare e cominciare giocando, per così dire, in casa è più semplice.
Alessandro, Fabrizio e Manfredi sono stati pazienti e gentili abbastanza da dedicare un (bel) po’ di tempo a rispondere alle mie domande e il risultato lo potete leggere qui sotto (salvo dove diversamente indicato, le risposte sono di Manfredi).

Manfredi visto da Fabrizio Longo

Quasi tutte le interviste che ho letto su Un fatto umano iniziano con la stessa domanda: “perché un fumetto?”. Io vorrei iniziare con la domanda complementare, invece: pensi che avresti potuto raccontare la storia del pool anti-mafia non a fumetti?

Non credo davvero che avrei potuto raccontare questa storia con un altro mezzo e a dirla tutta l’intenzione non è mai stata questa. L’idea iniziale era di realizzare un fumetto con determinate caratteristiche che si diversificasse dalla situazione del fumetto italiano così come la percepivamo una decina di anni fa e cioè un po’ angusta.

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Un ebook per Sergio Bonelli

Immagine di Vittorio Tolu

Come promesso, ecco l’ebook collettivo su Sergio Bonelli, che oggi avrebbe compiuto 79 anni.
Si può comodamente scaricare in pdf, epub o mobi.
Grazie a chi ha condiviso i suoi ricordi e i suoi pensieri. E grazie anche a chi non ha partecipato ma ha diffuso l’appello.
Se per caso questi testi facessero venire voglia a chiunque di buttare giù qualcosa, si può sempre fare la seconda versione :-)

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E venne il giorno: un ebook dedicato a Sergio Bonelli (call for papers)

La mailing list Ayaaaak vuole realizzare un ebook collettivo (da diffondere gratuitamente con licenza Creative Commons) dedicato a Sergio Bonelli.
Avete un ricordo su di lui, sui suoi albi, sui suoi personaggi?

Se sì e se se volete partecipare, inviate i vostri contributi (in un qualunque formato di testo, non in pdf e non nel corpo della mail) a buonipresagi[at]gmail[punto]com, indicando “BONELLI” nell’oggetto. Per favore, cercate di stare sotto i 5000 caratteri spazi compresi e indicate un titolo e il nome con cui volete firmare il vostro contributo. Inviate il testo nella forma più compiuta possibile: ci sarà ovviamente un lavoro di controllo e correzione dei refusi, ma partire da un testo curato è meglio per tutti. Chi volesse contribuire con un’illustrazione tenga presente che il formato del libro è un A5 verticale.

Siccome sarebbe bello riuscire a pubblicare tutto il 2 dicembre, data di nascita di Sergio Bonelli, la deadline per l’invio dei testi sono le 23:59 del 13 novembre 2011 (ma non siate timdi, se avete ritardato magari un posticino lo si trova anche senza aver prenotato)

Partecipate numerosi/e e, se volete, spargete la voce.

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Sergio Bonelli, Guido Nolitta

Il mio primo albo Bonelli.
Era il luglio del 1988, avevo quasi nove anni e mi ero storto un piede in un modo così stupido che non lo rivelerò neanche sotto la minaccia di venire lasciato da solo con Tiger Jack e il suo coltello.
Mia nonna mi portò un numero di Tex per farmi passare il tempo. Chissà perché. Forse era andata in edicola e si era stupita di trovare ancora un fumetto che leggevano i suoi, di figli (narrano leggende di famiglia che mio zio avesse ricopiato con sorprendente fedeltà il frontespizio di Tex con i quattro pard sulla sua scrivania, da ragazzo). Quale che fosse il motivo, io inizio a leggere e la testa, tipo, mi esplode.
Abituato a Topolino e, al massimo, al Giornalino, per la prima volta mi trovavo tra le mani un fumetto in cui il protagonista ammazzava gente senza porsi grossi problemi. Anzi: ci scherzava pure su.
Nelle ultime 40 pagine dell’albo inizia una storia straordinaria, ambientata in una missione abbandonata della California del sud, “La maledizione di Escondida”. Imparo tutto quello che c’è sapere di spagnolo: sangre y muerte, maldido, vamos, bruja, amigos, hasta luego hombre.
Poche settimane dopo parto con la mia famiglia per gli Stati Uniti: California, Arizona e Colorado. Vorrei avere un Winchester, una camicia gialla, sparare a candelotti di dinamite protetto dalle rocce.
Leggo Tex ancora per un annetto buono, poi non so perché smetto. Un paio di anni dopo comprerò il mio primo Dylan Dog. Ma questa è un’altra storia.

Sergio Bonelli, con il giubbotto di Mister No, visto da Leo Ortolani

Casualmente, il luglio del 1988 è anche la data in cui nasce “ufficialmente” l’etichetta “Sergio Bonelli Editore”. Fino ad allora, infatti, la casa editrice, fondata da Gian Luigi Bonelli nel 1940 e portata avanti prima dall’ex moglie Tea e poi dal figlio Sergio, aveva avuto altri nomi (Audace, Cepim, Daim Press, tra gli altri). È solo nell’estate del 1988, dopo 31 anni che dirige la casa editrice, che gli albi pubblicati da Sergio Bonelli iniziano a portare il suo nome.
Come editore, Bonelli ha pubblicato più o meno di tutto. Tantissime serie hanno avuto vita breve, ma non si può dire che non abbia lasciato nulla di intentato; basta vedere la cronologia sul sito. E basta guardare la sezione fumetti di un’edicola per rendersi conto della potenza di una casa editrice che ha di fatto imposto un formato (quello “bonelliano”, che nasce dalla sovrapposizione di tre albetti a striscia) all’intero mercato. Una casa editrice che ha portato sempre avanti una politica che non si può che definire con l’abusata (ma in questo caso veritiera) formula di “innovazione nel rispetto della tradizione”.
In Bonelli i cambiamenti sono fatti a passi piccoli, quasi minimi. Ma alla lunga accadono: guardate gli anni Novanta e Duemila e pensate che è in cantiere la prima miniserie interamente a colori, una cosa che ancora qualche anno fa sembrava inconcepibile per una casa editrice che si identificava con il bianco e nero e usava il colore solo per i numeri celebrativi o per occasionali progetti speciali (gli albi di Cavazzano e Bonvi, per esempio o Leo Pulp). Senza dimenticare che in passato erano state varate collane “d’autore” come “Un uomo un’avventura” o la collana dei Texoni, che doveva ospitare grandi disegnatori esterni alla casa editrice (che adesso si alternano con artisti “di casa” per cui è un po’ come venire chiamati a giocare in nazionale). E che Bonelli rilevò una casa editrice come L’Isola Trovata, che pubblicava cose con un taglio decisamente differente dai suoi albi.

Ma in cosa consiste, di preciso, la “tradizione” bonelliana?

Tex in azione

Uno sarebbe portato a pensare che nasca, per questioni di anzianità, dalla formula di Tex. In realtà no. Tex è stato creato da Gian Luigi Bonelli, padre di Sergio, che al fumetto ci arrivò un po’ come ripiego dalla narrativa. Tex è un personaggio che si rifà in linea diretta alla tradizione del romanzo avventuroso, da Dumas (Tex e i suoi pard sono come D’Artagnan e i moschettieri) a Salgari (per il fascino delle ambientazioni esotiche). Ha le sue suggestioni che vengono da altri generi (maghi, morti viventi, alieni, improbabili eredi dei conquistadores, dinosauri – per ben due volte) ma è nel complesso una serie che ha lasciato un’eredità nella casa editrice che si ritrova in poche serie (Dampyr, per esempio, ha un che di texiano nella composizione della squadra dei protagonisti); anche perché è talmente irripetibile la personalità del suo creatore che persino chi è riuscito dopo di lui a scrivere un buon Tex ha comunque dato sfumature diverse alle storie. Tex è una roccia, spara sempre dritto e non ha mai avuto un dubbio che sia uno (al massimo sul modello di Colt più adatto a una determinata missione) – e sono da ritenere immaginarie eventuali storie in cui viene catturato al lazo, per esempio.
Il canone bonelliano che conosciamo oggi nasce invece dal secondo personaggio più longevo della casa editrice, Zagor, creato da Guido Nolitta nel 1961. Chi sia Nolitta è presto detto: è lo stesso Sergio Bonelli, che per evitare confusioni con il padre si scelse uno pseudonimo. In Zagor, il protagonista è affiancato da un personaggio radicalmente diverso da lui (Cico, un messicano pigro, truffaldino e ghiotto che funge da spalla comica; ma la regola generale è di avere un personaggio secondario caratterizzato in modo complementare a quello principale) e ha un carattere per alcuni versi ambiguo: difende gli indiani ma li inganna facendosi credere una specie di divinità (“Lo spirito con la scure”) e ha ucciso gli indiani che avevano assassinato suo padre, prima di scoprire che in realtà il padre era stato uno sterminatore di indiani che meritava la morte.

Una storia classica di Tiziano Sclavi

Molto più che Tex, Zagor è un vero calderone di generi diversi, in cui Nolitta ha versato tutte le suggestioni del cinema, dei fumetti, della letteratura, con cui è cresciuto e con cui veniva in contatto. E questo è un tratto che è rimasto forte nell’identità delle serie successive pubblicato da Bonelli, anche se non sempre con risultati positivi: pur da grande ammiratore della casa editrice, mi rendo conto che il suo limite maggiore è quello di non essere mai riuscita a dare vita a un immaginario inedito – come ha saputo fare uno Stan Lee, per esempio – preferendo invece nutrirsi di stimoli esterni rielaborati. In questo senso, Dylan Dog è l’erede più diretto di questa tradizione zagoriana, così come Martin Mystère. E che la formula di Zagor funzioni benissimo lo dimostra il fatto che dopo 50 anni il personaggio gode ancora di buona salute e si presta, per esempio, alle poderose contaminazioni con l’immaginario howardiano e lovecraftiano a cui lo sottopone Mauro Boselli (che è incidentalmente anche uno dei migliori autori all’opera oggi su Tex).
Come autore, Nolitta ha anche realizzato il primo fumetto della Bonelli ambientato non più nel west (a dire il vero Zagor sarebbe un “eastern”, ma il concetto è quello) ma “quasi” nel presente: Mister No. Ex pilota dell’esercito americano rifugiatosi a Manaus a fare il pilota di aerei turistici nei primi anni cinquanta, Jerry Drake è il primo vero anti-eroe bonelliano: uno che non va a cercarsi l’avventura ma uno a cui capita di venire tirato in mezzo e che cerca di uscire con la pelle intatta.

Il Piper di Mister No

Il primo numero, del 1975, inizia con una lunga sequenza (una trentina di pagine almeno) in cui si aggira per Manaus con il solo scopo di trovare una bottiglia di whisky decente visto che per il ritardo di un battello in città si trova solo della cachaça. Una scena che in Zagor era forse accettabile con Cico, ma che qui è la presentazione del protagonista della serie. Drake beve, prende botte dalla polizia, ha una fidanzata in ogni bar, ha come amico un ex soldato della Wermacht (che per sfottere chiama Esse-esse), spesso si trova contro a suoi connazionali e ai loro tentativi di arricchirsi calpestando la gente del posto. È un personaggio in cui Bonelli mette il suo amore per i viaggi e per un mondo che stava scomparendo, con echi di anti-imperialismo.
In pratica è come se Bonelli aprisse delle porte ai suoi autori, allargando lo spettro delle cose che potevano far fare ai loro personaggi. Ken Parker inizierà a portare più avanti e rendere più espliciti i discorsi politici, Martin Mystère è finalmente ambientato nel presente, Dylan Dog nel quinto numero mette in scena il legittimo massacro del consiglio d’amministrazione di un’azienda da parte del protagonista… (sia in Martin Mystère sia in Dylan Dog sono stati inseriti prima o poi degli espliciti riferimenti a Mister No; in particolare in Ananga Tiziano Sclavi scrisse il seguito di una sua storia per Mister No, inserendovi anche un cammeo di Martin Mystère).

Nei prossimi giorni, o forse già mentre scrivo queste righe, qualcuno romperà il coro di lodi per Sergio Bonelli e, non necessariamente senza tatto, parlerà anche dei suoi difetti come editore, della sua difficoltà a stare al passo con i tempi, dell’immobilismo, dei fallimenti, del buonismo. Per certi versi è anche giusto: le persone non sono cristalli perfetti, hanno anche i loro difetti.
Però siamo sempre tutti bravi a dare addosso, sminuire, trovare difetti.
Per una volta prendiamoci un po’ di tempo per celebrare una persona che ha diretto per cinquant’anni una delle più importanti industrie culturali di questo paese, i cui fumetti tutti prima o poi abbiamo letto e il cui formato, quelle 96 pagine “a quaderno”, è quello che associamo ai fumetti. Uno dei rari casi di leader di mercato che tratta economicamente i suoi dipendenti meglio della concorrenza.
Uno sceneggiatore che ha scritto migliaia di pagine a fumetti senza mai sognarsi di chiamare “romanzi” le sue storie per darsi un tono e che ha creato un personaggio che sta in edicola da quarant’anni.
Un gigante, uno di quelli che dopo che se ne vanno, una volta asciugate le lacrime, non si può che stare lì in silenzio a pensare “e ora?”

Di Sergio Bonelli ho un solo ricordo diretto.
Ero a Mantova Comics nel 2009, allo stand della Tunuè, una piccola casa editrice di Roma. Stavo comprando un libro e a un certo punto io e la ragazza che me lo stava vendendo ci siamo accorti che Bonelli era lì che guardava i loro volumi. Ricordo di aver pensato che fosse molto bello che alla sua età fosse ancora lì a girare per fiere e guardare quello che facevano le case editrici nuove. Ripensandoci ora, mi viene in mente una frase di Roland Barthes: “Ho avuto la fortuna di unire mestiere e passione, che secondo Stendhal equivale alla felicità”.
Ecco, credo che Bonelli sia stato un uomo felice, che ha reso il mondo un posto un po’ più divertente e piacevole per un bel po’ di gente, almeno a botte di mezz’ora per volta.
E di questo non posso che ringraziarlo.

(Se qualcuno volesse scrivere qualcosa per un ebook in memoria di Bonelli, è il benvenuto)

Bonus: il film turco su Zagor (rigorosamente pirata, nel senso che fatto senza avere i diritti sul personaggio)

 

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Well NYC really has it all (1 di 10)

Pigia play qui sotto, che si va.

La prima volta che sono stato a New York era il 1982. Avevo quasi tre anni e i miei genitori mi avevano portato con loro per due mesi in America d’estate. Ovviamente di quel viaggio ho pochissimi ricordi, giusto dei flash: il cabinato di Pac-Man, mia madre che allarmata dice “No! Stasera non prendi la Pepsi!”, il giro sull’elefante allo Zoo del Bronx, Central Park che secondo me era uguale al parco di Genova dove mi portava sempre mia nonna.
Qualche tempo fa ho ritrovato in casa il quaderno su cui mia madre aveva annotato le sue impressioni sul viaggio, dal quale risulta che sono stato l’unico membro della famiglia a trovare eccitante il giro a Central Park, ma nel quale non si fa purtroppo alcun riferimento al mio incidente con la Pepsi (devo ricordarmi di chiedere a mio padre, ma dubito ne abbia alcun ricordo). Da quel quaderno, ho scoperto che il momento più bello fu il giro in barca attorno a Manhattan (la compagnia era la Circle Line, che esiste ancora) e che quello più teso fu quando mio padre sbagliò strada guidando e si trovarono in un quartiere di case diroccate o bruciate, con gente minacciosa seduti sui gradini delle scale (un evento di cui ho un pallido ricordo, a livello di sensazioni).

E così, quasi trent’anni dopo, rieccomi nella Grande Mela, insieme a L., che ha avuto l’idea del viaggio. In origine dovevamo andare a trovare una sua amica che lavora là, ma ovviamente avevamo ferie più o meno nell’unico periodo dell’anno in cui lei e il futuro marito sono in Europa. Però ci sono i primi due giorni e hanno promesso di venirci a prendere a Newark e di portarci in giro per due serate newyorchesi. Considerato che entrambi lavorano in banche ad alto livello avverto una lieve ansia da prestazione per più o meno tutto il volo (con scalo a Fiumicino), accompagnata da frequenti voice-over di Carrie Bradshaw.
Highlight del volo: la proiezione del film di Checco Zalone (che avevo visto al cinema) sui microschermi su cui di solito si vede la rotta, con il ronzio dei motori interrotto da occasionali scoppi di risa qua e là per l’aereo.
Un’altra cosa che mi piace tantissimo è quando tirano le tende per non farti vedere che a quelli in business class portano da bere anche appena salgono sull’aereo. Per il resto, siamo nell’orrida fila centrale, lontani dai finestrini quindi niente di eccitante da vedere.

Sestri Ponente. Togli le colline e moltiplica le gru e ottieni Newark

Dai finestroni dell’aeroporto di Newark non si direbbe di essere andati via dall’aeroporto di Sestri Ponente, da cui siamo partiti, al massimo di essere finiti in una Sestri Ponente più grande e senza colline alle spalle: ci sono le stesse gru sui moli, solo molte di più. Faccio appena in tempo a fotografare la scritta “Welcome to the United States” (e rendermi conto che sotto c’è il cartello “No Photo”) che ci troviamo invischiati nella gigantesca coda del controllo passaporti, un serpentone ripiegato su se stesso come non ne vedevo da quando avevo un cellulare Nokia e ingannavo il tempo con  Snake. Inganniamo il tempo guardando i video che ti spiegano che devi dichiarare se porti in valigia frutta o verdura (e si vede una messicana con la valigia che trabocca di peperoni) o sbirciando i passaporti altrui (quello svizzero sembra il manuale di istruzioni di un elettrodomestico). Quando alla fine arriva il nostri turno mando avanti L., che ha sul passaporto il gigantesco visto del suo viaggio in Iran. La faccia che fa il simpaticissimo omino al bancone quando lo vede è straordinaria, ma la fa passare lo stesso. Impronte destra, impronte mano sinistra, foto e siamo dentro. I bagagli arrivano entrambi al nastro trasportatore, li prendiamo e siamo dentro.
Iu-ess-ei! Iu-ess-ei!

Quando i nostri ospiti ci guidano fuori dall’aeroporto verso il parcheggio e, per la prima volta da oltre dodici ore, impatto con dell’aria non condizionata, capisco immediamente che ho maglioncini, felpa e giacchettina abilmente arrotolata nello zaino potevo anche lasciarla a casa. Fa CALDO. È il New Jersey, ma qui ci sono 7.800° F. These days è così, in più è umido e tutti sanno che Slippery when wet (ok, la smetto; è il New Jersey)

La bandiera del New Jersey secondo i Simpson, con il "ciccione pomicione" (in cui mi piace vedere Meatloaf, che però è texano)

Arriviamo a New York attraverso l’Holland Tunnel, che passa sotto all’Hudson (non so se lo sapete, ma New York nasce come colonia olandese a Lower Manhattan, con il nome di Nieuw Amsterdam, nel XVII secolo. Ma ci torneremo. Comunque Holland in questo caso era l’ingegnere progettista. Hudson invece era il navigatore che scoprì l’isola di Manhattan per conto della compagnia delle Indie olandese). Dentro è tutto piastrellato tipo una friggitoria di Sottoripa e quando usciamo all’aria aperta e non abbiamo più un sacco di acqua sulla testa sono più contento. Anche perché là fuori c’è New York City. Tribeca, per l’esattezza. Quella del festival di De Niro.
Mi guardo attorno imbambolato, mezzo rintronato dal jet lag (per il mio orologio biologico è sera, ma la luce là fuori dice il contrario).
Mi riprendo giusto al momento di arrivare in albergo.

La sistemazione che abbiamo scelto è un po’, come dire, pittoresca. Non so se avete mai cercato un albergo a Manhattan su internet: di solito vi escono fuori dei posti con camere gigantesche, letto kingsize a seimila piazza, televisore con tutti i canali del mondo, telefono, frigo e microonde, bagno tipo SPA. Oppure escono fuori posti nel Queens. A noi hanno segnalato questo “Ye olde Carlton Arms“, sottotitolo “Artbreak Hotel”, che ha la peculiarità di avere ogni stanza decorata e progettata da un artista diverso. Costa poco per gli standard del posto (820 dollari una doppia con bagno per 7 notti), è centrale ed è un posto unico.
All’arrivo promette più o meno quello che mantiene: è un posto con tanta personalità, piccolo e strambo. Ogni minimo spazio dell’albergo è decorato, anche i corridoi, le scale, la minuscola lounge. Si paga in contanti e tutto in una botta per avere la tariffa ridotta (gli 820 dollari di cui sopra) e a noi tocca questa stanza, all’ultimo piano, affacciata sulla 25th street:

stanza

La stanza (dopo qualche giorno di permanenza)

Un esempio delle scale dell'albergo

C’è il grande mistero della luce del bagno, che troviamo accesa e non capiamo come spegnere, e quello meno misterioso della finestra che non riesco ad aprire fino a che non capisco che è come quelle dei treni: non devo spingere verso l’alto ma tirare in basso la parte sopra… Però si sta bene (l’ultima notte troveremo uno scarafaggio che ha deciso che il mio sacchetto del MoMA era un buon posto per passare la notte, ma vabbeh). Io tra l’altro crollerei svenuto sul letto, ma dobbiamo uscire a cena.
Quando arriviamo al luogo dell’appuntamento, capisco che quando uno è nerd non deve cercare le cose: sono le cose che vengono a cercarlo.
Passo indietro: l’unica serie a fumetti americana che seguo è The Boys, di Garth Ennis, i cui protagonisti hanno sede nel Flatiron Building, il famoso palazzo a cuneo. E spesso nelle storie li si vede seduti in un parchetto a mangiare hot dog fuori da un chiosco. Immaginate la mia faccia quando ho scoperto che l’albergo era a due passi dal Flatiron e dal parchetto (il Madison Square Park) e che il chiosco era lì esattamente come era disegnato.
Il Madison Square Park, dal quale saremmo poi passati ogni giorno per andare a prendere la metropolitana o per tornare in albergo, si è rivelato il nostro parchetto preferito di tutta Nuova Yorche. O almeno della Nuova Yorche che abbiamo visto. Perché? Perché è una piccola isola verde in mezzo a un gruppo di palazzi alti abbastanza da farti sentire nel cuore di una città ma non così affollati da soffocarti, silenzioso e sempre pieno di persone. E l’erba aveva un bel colore. E c’erano degli scoiattoli parecchio socievoli che non disdegnavano i semi di girasole staccati dal bagel (mica come quegli snob di Battery park che volevano solo le noccioline). In mezzo al prato principale c’era questa statua, che da qualunque parte la guardassi faceva lo strano effetto di essere un effetto speciale in computer-graphic:

La statua si chiama "Echo"

Scoiattolo socievole

Il Flatiron, in biancoenero che fa più New York di una volta

Un’altra caratteristica del parco (comune a tanti spazi pubblici newyorchesi) è che è pieno di sedie e tavolini a disposizione di tutti. Ma non arnesi di ghisa incatenati al suolo: cose leggere che, volendo, chiunque potrebbe portarsi via. E che invece pare che restino davvero lì. Gente strana.
La sera, poi, in uno slargo dove c’è una specie di vasca dei pesci  ma senza pesci, qualcuno accende dei lumini, li mette in delle vaschette di plastica e li lascia lì a galleggiare.
Il chiosco che vende hamburger si chiama The Shake Shack e nel 2005 il New York Times l’ha decretato miglior posto per hamburger della città. Avrei voluto provare l’affermazione, ma c’era sempre una coda inumana, anche a tarda sera. Per vedere com’è la situazione, c’è anche una webcam.
Di fianco c’è la sede newyorchese di Eataly e poco più in là un po’ che offre il “Mango Mateccino”: matè al mango. Mi domando se ci sia pure del latte in mezzo, ma non credo di volerlo sapere. Di sicuro non sono andato ad assaggiare.

(fine della prima parte. Nella prossime puntate meno fredda cronaca, più indicazioni)

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Bruno Concina

Marlin (sulla sinistra)

Appena iniziato l’anno nuovo è morto Bruno Concina, per quasi trent’anni sceneggiatore per Topolino.
Tra le sue creature c’era il professor Marlin (comprimario delle storie sulla macchina del tempo insieme al professor Zapotec, ideato anni prima da De Vita), anche se il suo nome è legato principalmente alle storie a bivi, di cui è stato l’inventore.
La prima storia a bivi è del 1985, lo stesso anno della pubblicazione in Italia dei libri-game di Lupo Solitario di Joe Dever, ma la coincidenza temporale è, appunto, solo una coincidenza.
I libri-game di Dever sono, in sintesi, il tentativo di rendere giocabili in solitario le tipiche avventure del gioco di ruolo: il lettore-giocatore si muove all’interno di un’impalcatura narrativa ben definita, esplora un mondo di cui vede solo quello che le sue scelte gli permettono di vedere. Ci sono diversi finali che sono però solo differenti gradi di successo.
Concina invece non era giocatore e le storie a bivi sono qualcosa di più radicale, dal punto di vista testuale: le scelte del lettore non esplorano un mondo prefissato bensì danno vita a storie differenti. Credi che i rumori al piano di sopra siano opera di u fantasma? Ecco, c’è il fantasma (oppure non c’è). Ti è piaciuto questo finale? No? Ok, torna indietro e fai un’altra scelta. Visto? Il fantasma non c’è (oppure c’è).
Le storie a bivi erano un modo per fare esplodere una storia con la collaborazione del lettore, un’applicazione pratica e ludica delle teorie testuali che avrei trovato un giorno spiegate nel Lector in Fabula di Eco.
Concina ha scritto anche un bel librino sulla sceneggiatura di fumetti intitolato Pensare il fumetto (uscito nel 1999), in cui spiega in modo molto efficace come si scrive una sceneggiatura dal punto di vista tecnico e spiega la sua visione del fumetto.
Nel 2008 hanno fatto notizia le sue lettere alla Disney in cui chiedeva, dopo che a 66 anni era stato praticamente messo a riposo , il pagamento dei diritti arretrati sulle edizioni estere e ristampe delle sue storie. Diritti che non erano contemplati in nessun contratto, certo: ma è mostruoso che una casa editrice continui a lavorare con contratti così irrispettosi dei diritti dei propri autori. A quanto ne so, la cosa non ha avuto alcuna soluzione, o così sembra dall’ultima intervista di Concina.

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Ramona, come closer

Oh, Ramona

Dal fumetto…
La prima volta che ho sentito parlare di Scott Pilgrim è stato sul Chris’s Invincible Super Blog (che è uno dei blog sui fumetti più belli e divertenti che ci siano in giro). A dire il vero vedevo nei titoli questo nome, ma pensavo fosse solo un qualche webcomic. Poi, un giorno, mi trovo a leggere “7 evil exes”. E mi sembra un’idea divertente. Allora dico, ok, mi ordino il primo volumetto e vediamo com’è.
Il volumetto arriva e si parcheggia un paio di settimane in coda di lettura. Poi un giorno lo prendo per un viaggio in treno. Lunghetto. Tre quarti d’ora dopo che l’ho iniziato l’ho finito, ho gli occhi che sbrilluccicano di gioia e soffro tantissimo a pensare che, tra l’ordine e la spedizione, dovrò aspettare almeno una settimana prima di avere tra le mani il secondo volumetto.


Cosa ho trovato di così bello, in Scott Pilgrim? Semplicemente, un tipo di narrazione che amo tantissimo, in cui una storia “quotidiana” (Scott, dopo essere stato lasciato dalla precedente ragazza, inizia una storiella con una ragazza più piccola di lui fino a che non incontra, letteralmente, la ragazza dei suoi sogni, Ramona) si fonde con uno spunto che fa la fa deragliare (per potere continuare a uscire con Ramona, Scott dovrà sconfiggere sette persone malvagie che hanno avuto una relazione con lei). E le due cose si uniscono con una grazia e una naturalezza che non ha pari, per cui da un’istante all’altro, come se fosse la cosa più naturale del mondo, una storia d’amore tra twentysomething indie e un po’ nerd si trasforma in un manga di combattimenti. Anzi, nel videogioco tratto da un manga di combattimenti. E poi torna una storia d’amore.
Il tutto raccontato con uno stile semplice e con una serie di trovate (ispirate al mondo dei videogiochi), che fanno della serie (in sei volumi, edita in Italia da Rizzoli) qualcosa di unico e che dimostra come il linguaggio del fumetto sia un mezzo potentissimo nel quale puoi portare dentro tante cose diverse e con cui puoi fare cosa che il cinema e gli altri media si possono solo sognare.
O no?

… al film.

La Lega. O Gilda. O quello che è.

I film live action (quelli animati mi pare si facciano molti meno problemi) tratti dai fumetti si dividono in due categorie: quelli in cui si prende solo la storia e si fa un film senza starci a pensare troppo su (la maggior parte di quelli che vi vengono in mente, dal Batman di Burton giù fino a Iron Man 2, per dire) e quelli in cui si cerca di fare qualcosa che richiami il linguaggio del fumetto. In questa seconda categoria il campione è Sin City, di Rodriguez e dello stesso Miller, che è quasi un film sperimentale che risponde alla domanda “possiamo fare un film usando il fumetto come storyboard e rifacendo paro paro le inquadrature, il bianco e nero, le facce dei personaggi, tutto?”. E risponde affermativamente. Purtroppo, alla domanda “ok, ma che senso ha trasformare in film un fumetto che cercava di usare i mezzi del fumetto per replicare soluzioni del linguaggio cinematografico” Rodriguez e Miller fanno i vaghi, dicono “jessica alba” e se la squagliano mentre i nerd sbavano. Invece, con 300, sempre tratto da una storia di Miller, Zack Snyder è riuscito a usare uno strumento cinematografico (il bullet time) per ricreare su schermo la gestione del tempo che Miller ottiene modulando la dimensione e la quantità delle vignette. E anche se possiamo stare a scannarci per giorni sul significato politico di 300, dal punto di vista della creazione di un linguaggio filmico-fumettistico è certamente una pietra miliare.
Scott Pilgrim si piazza decisamente di fianco a 300, da questo punto di vista. La sfida per il regista Edward Wright (Shaun of the dead, Hot Fuzz) era quella di ricreare un’atmosfera e un linguaggio che già sulla carta mettevano insieme media diversi come il fumetto e il videogioco. Raccontare la storia di Scott e Ramona ignorando questi elementi che fanno parte integrante della storia sarebbe stato semplicemente impossibile; o meglio, avrebbe dato vita a un’altra cosa, più banale e inutile.

Per fortuna, Wright e soci si sono messi d’impegno per dare vita a un’ibrido visivo che ha dello straordinario: vediamo i telefoni fare RRRING quando suonano, vediamo le parole dei personaggi comparire sullo schermo quando il volume della musica della stanza in cui si trovano è troppo alto perché si possano sentire bene, l’icona della vita extra comparire di fianco a Scott, così come la “pee bar” che si svuota quando è in bagno, e tutta una serie di altri dettagli che fanno capolino qua e là e regalano una sequenza quasi infinita di gag visive che non solo accompagnano la storia ma aiutano anche a entrare nel mood della vicenda. È un po’ come guardare una grande tavola animata (e azzardo che forse per un film del genere potrebbe quasi, quasi, avere senso anche il 3D).
La fedeltà iconografica dell’adattamento è impressionante. Alcuni personaggi, come Stephen Stills, sono identici alla controparte disegnata. E quando nel prologo Kim urla “we are sex bob-omb” e batte il 4 nel salotto di Young Neil e i Sex Bob-omb iniziano a suonare approssimativi e slabbrati esattamente come li immaginavo leggendo il fumetto, beh, un po’ mi sono commosso (nel film le canzoni dei Sex Bob-omb sono suonate da Beck).

Ovviamente, dovendo portare la durata del tutto da 1200 pagine a poco meno di due ore, la storia ha subito una certa compressione e, soprattutto, un’accelerazione degli eventi che ha tolto qualcosa alla caratterizzazione di Scott e Ramona. Però tutto il cuore della storia non è stato toccato.
Michael Cera è bravo, anche se il suo Scott Pilgrim ha dei toni leggermente diversi da quelli del fumetto, sembra un po’ più antipatico e  (soprattutto) sembra Mark Zuckerberg in The Social Network (che, per inciso, è un gran film; magari poi ne riparlo). Ramona è un po’ più decisa rispetto alla sua versione su carta, ma è assolutamente incantevole. Chi ruba la scena ogni volta che appare è Kieran Culkin (sì, il fratello di) nei panni di Wallace, il coinquilno gay di Scott, mentre nei panni di uno malvagi sette ex di Ramona compare Brandon Routh, già Superman e futuro Dylan Dog (che per prepararsi interpreta un personaggio vegano; e qui dico solo (il link è SPOILER) “vegan police“).

Insomma, alla fine è venuto fuori un film bello, divertente, colorato e rumoroso, che è una festa per gli occhi e che cerca di battere strade nuove, riuscendo a ricreare sullo schermo l’atmosfera che si respirava tra le pagine del fumetto. E sono già qui che aspetto di avere il dvd con tutta la sua ricca dotazione di contenuti speciali tra le mani.
Peccato che in Italia non vedrà praticamente nessuno.
La  lungimirante distribuzione ha deciso di farlo uscire in meno di un centinaio di copie nello stesso weekend di Harry Potter. Risultato? Dove lo danno, ci sono solo proiezione pomeridiane. Tipo che io l’ho visto domenica alle 14. Che non è un orario per vedere film (a meno che non siano quelli in costume di La7 o le commedie italiane in bianco e nero d’estate). In sala eravamo neanche una ventina di persone (su 500 posti) e appena sono partiti i titoli di coda hanno fermato la pellicola e acceso le luci per farci uscire. Poi dice che uno li scarica i film: ma questo è un film da vedere in sala per godere appieno dell’apparato spettacolare messo in piedi (come lo guardi in casa il duello tra i bassi a un volume decente senza farti dichiarare guerra dai vicini?).
Se potete, prendetevi un pomeriggio per andarlo a vedere, fino a che potete.

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Il cantante, il pittore, il professore

Ci sono due storie sull’origine delle corna metal.
In realtà la prima la racconta praticamente solo il suo protagonista, Gene Simmons, il bassista dei Kiss. Secondo Gene, tutto nasce da una foto del gruppo in cui lui fa il gesto dell’Uomo Ragno quando spara le ragnatele. E dal fatto che tenendo il plettro con pollice, medio e anulare (qualcuno rianimi i bassisti svenuti, per favore), ogni volta che dal vivo alzava la mano per salutare, faceva le corna.
Mah.
La versione più accreditata, però, è sempre quella secondo cui è stato Ronnie James Dio, a rendere popolare il gesto tra gli ascoltatori di metallo. Un gesto che, racconta, aveva preso dal repertorio della nonna, italiana, che lo usava come gesto scaramantico (ma guarda un po’). E così nei concerti, con i Rainbow prima e con i Black Sabbath poi, ha iniziato a diffondersi l’usanza di fare le corna.
Ci sarebbe da dire che le corna corrette (quelle DOP) sono senza pollice; con il pollice otteniamo un gesto che significa “ti amo” nel linguaggio dei sordomuti americani.
Ma il punto è che Ronnie James Dio, all’anagrafe Ronald James Padavona, è morto domenica. È il primo del club dei fondatori del metal in senso stretto che muore non giovane e di malattia. Dio era nato nel 1942. Ha esordito a 15 anni. E ha cantato fino alla morte. Ha attraversato la storia del rock un po’ come gli Spinal Tap, ha fondato le basi del metal epico con i Rainbow, la sua voce ha dato nuova linfa ai Black Sabbath (l’ultimo disco con Iommi e Butler, sotto il nome di Heaven & Hell, ha una freschezza invidiabile, per un gruppo di sessantenni), ha tenuto in piedi una dignitosa carriera solista, non si è mai reso ridicolo ed è arrivato alla morte circondato da quell’aura di rispetto che spetta ai padri fondatori.
RJ Dio aveva una voce potente ed evocativa, che dava vita a testi ispirati a un immaginario fantasy cupo e immaginifico. “Canta tutto come fosse il Dies Irae” diceva un mio amico. Aveva ragione: era in grado di evocare immagini di potenza, mistero, fascino, grandezza. E lo è stato praticamente fino alla morte.
Un grandissimo protagonista di quasi cinquant’anni di storia del rock.
Un gigante, a dispetto dell’altezza.

C’è qualcosa, oltre alle corna, che accomuna Gene Simmons e RJ Dio.
Entrambi hanno avuto come copertina di almeno un disco un disegno di Ken Kelley. Per i Kiss, per esempio, c’è Love Gun, in cui ci Gene fa le corna, tra l’altro.
Per Dio, Rising, il suo secondo disco con i Rainbow (ascolto obbligato, che lo dico a fare?).
Ken Kelly è un artista che i più conoscono per il suo lavoro sulle copertine dei Manowar, ma che si è formato alla bottega di Frank Frazetta.
Frazetta è l’altro grande lutto del mondo del fantastico di questi giorni.
Fumettista ma soprattutto illustratore, con i suoi colori, le sue meravigliose masse, i suoi sfondi sfumati, le sue creature misteriose, i suoi uomini possenti e le donne sensuali e intriganti ha contribuito più di tutti a foggiare l’immaginario fantasy nella seconda metà del ventesimo secolo. Oggi il suo stile è stato scalzato da mondi più puliti, asettici, di tizi con armature lucenti, donne con tette a pressione, mostri che se li guardi appena un attimo puoi calcolare classe armatura e dadi vita. La stessa differenza che passa tra i R.E. Howard e Margaret Weiss e Tracy Hickman.
Di Frazetta hanno scritto tra gli altri Daniele Barbieri e Diego Cajelli, e lo hanno fatto bene. Leggete loro, poi cercate delle immagini di Frazetta e stupitevi di quante ne conoscevate senza sapere che fossero loro.

Del terzo morto non è che fossi un fan. Non frequento abbastanza la Cultura per esserlo stato.
Però di lui ho un ricordo di prima mano.
Era la primavera del 1998 e stavo preparando la maturità. Facevo lo scientifico, ma avevo deciso di avere visto abbastanza derivate e integrali e formule brute per il resto della mia vita, quindi portavo italiano e inglese. Era anche l’anno della grande mostra sul Futurismo a Genova. Io adoro i futuristi.
Un pomeriggio passo dalle parti di Palazzo Ducale che c’è una conferenza di Sanguineti sui futuristi; è quasi finita, ma mi fermo lo stesso. Sta parlando della fascinazione per la macchina. Poi, quando finisce, finisco imbottigliato davanti all’uscita e ho di fianco Sanguineti.
“Ma questa fascinazione per la macchina” gli chiedo in un attimo che incrociamo lo sguardo “non è simile a quella che si ritrova nel cyberpunk?”
“No” dice lui, come se niente fosse. E mi dà una risposta sintetica ma tutt’altro che buttata lì sulle differenze di approccio al tema tra il futurismo e l’estetica cyberpunk che mi lascia terribilmente spiazzato, perché io, con la spocchia del diciannovenne che fa la domanda al matusa convinto di metterlo in difficoltà, che Sanguineti – di cui avevo alcuni testi sul libro di italiani, anzi sui libri, perché oltre a “Il materiale e l’immaginario” mi ero procurato pure un vecchio Guglielmino per avere un quadro più ampio – potesse discettare così di arti bionici proprio non me l’aspettavo.
E da allora il ricordo che ho di lui è quello di una persona di cultura, attenta e vivace, che in almeno un’occasione non si è fatta problemi a trattare il primo stronzetto neanche ventenne con il massimo rispetto, per amore della condivisione del sapere. Che per un intellettuale credo sia una grandissima dote. E il modo migliore per ricordarlo.

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