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Lou Reed e i fatti miei

Chi c’era in copertina sul primo numero della fanzine “Punk”?

Su Lou Reed ho da raccontare un paio di cose su come le sue cose abbiano più o meno incrociato la mia vita. Intanto, la prima volta che qualcuno ha usato una canzone per dirmi delle cose, quella canzone era questa qua: Un paio di anni prima io e un mio compagno di liceo suonammo Walk on the wild side alla festa della scuola. Io ero (e per moltissimi versi sono tutt’ora) un pessimo chitarrista e lui, Riccardo, non era davvero un cantante. Le premesse per il disastro c’erano tutte. Per essere sicuri di schiantarci meglio avevamo reclutato come coriste tre compagne di classe, su basi puramente estetiche (e/o perché abbastanza incoscienti da accettare la parte), poi in un attimo di incoscienza, dopo avere recuperato un batterista che non aveva mai suonato con le spazzole in vita sua, siamo riusciti ad avvalerci della collaborazione al basso del miglior musicista della scuola. Un tizio che, per dire, oggi ha una voce su Wikipedia e ha pubblicato tre dischi di progressive. Come andò? Credo bene. Era la prima volta che suonavo in pubblico come unico chitarrista e non ricordo di avere sbagliato accordi in modo catastrofico (mi sa che per evitarmi problemi con il FA l’ho suonata con il capotasto al quinto tasto), l’assolo finale fatto con il basso fu proprio bello, le ragazze non stonarono particolarmente. Il personale docente non sembrò prendere bene il fatto che alcuni versi fossero stati cantati in italiano (“ma non ha mai perso la testa neanche quando l’ha preso in bocca”, per esempio). E stranamente non venne apprezzato il fatto che attaccammo in fondo alla canzone un frammento, a dire il vero piuttosto lungo, di un’improvvisazione nata mesi prima nelle serate della settimana bianca scolastica, intitolata Don Tonino: una carrellata (molto reediana) di personaggi bizzarri e disgustosi (e vocaboli ricercati o dialettali o desueti; l’inizio recitava “Lui è Don Tonino, luvego e un po’ tremebondo”) che poteva andare avanti anche per delle mezz’ore intere, sempre con SOL, LA, RE. Circa sei persone in tutto capirono che cosa stavamo facendo e perché, ma per noi era una cosa straordinaria che non potevamo non fare. Purtroppo, non ci fu alcuna conseguenza disciplinare per avere cantato di pompini in italiano alla festa della scuola, quindi l’episodio è molto meno punk di quello che potrebbe essere. Sipario con i Dictators  (che nel 1975 avevano un pezzo che diceva “I think Lou Reed is a creep”) che fanno i Velvet Underground:

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Well NYC really has it all (persino un ebook, ora)

Una veloce comunicazione di servizio: i post sul viaggio a New York del 2011 sono diventati, grazie al lavoro barabbista del Many (che non ringrazierò mai abbastanza), un ebook, scaricabile liberamente in epub e mobi.
Per l’occasione ho dato una rispolverata ai testi e corretto qualche erroruccio (un lavoro che prima o poi dovrei fare anche per i post sul blog). Ovviamente tutti gli errori rimasti sono responsabilità mia.
In appendice trovate anche le “cartoline” da New York di Sir Squonk, che non avevo mai letto e che in un paio di punti almeno presentano uno sguardo molto simile su alcune parti della città. C’è anche un’introduzione, che trovate qui.

In caso, buona lettura.

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Terra leggiadra. Due giorni in Liguria 1: My name is Prince

La domanda è: dopo i 15 post per 15 giorni in Polonia, quanti post scriverò per due giorni in giro per borghi e paesi in Liguria?

Si chiama, in inglese “staycation”, da stay+vacation, cioè grossomodo “casanza” o “caseggiatura” o “vacasa”: fare le ferie a casa o poco lontana da essa, con viaggi di uno o due notti fuori. È la formula che abbiamo scelto quest’anno, in attesa del Grande Viaggio di novembre (e lì altro che 15 post, temo).

Tipico residente di Spotorno in spiaggia.

La cosa era nata con “andiamo un giorno a vedere Triora” e si è trasformata in un viaggio da sei paesini, più grotte, in meno di 36 ore, tutti nel Ponente ligure.
Per me, genovese, il Ponente è una terra misteriosa che inizia da dopo Albisola, probabilmente popolata da gente con la faccia sullo stomaco, altri con un solo grande piede che probabilmente usano per farsi ombra quando si sdraiano sulla schiena, credo governata dal Prete Gianni o da Pippo Baudo assiso sul suo trono di ossa umane nei sotterranei del teatro Ariston. Dove poi a un certo punto ti trovi, di tutti i posti al mondo, in Francia. Per dire, per anni ho creduto che “Spotorno” fosse un nome buffo inventato, un po’ come Poggibonsi. Poi ho scoperto che esistevano davvero entrambi.

claude-monet-dolceacqua

Quella che vedete ritratta qui sopra da un vedutista di belle speranze, un tale Monet di cui forse avrete sentito parlare, è Dolceacqua, prima tappa del nostro viaggio dal nome tolkieniano (in una provincia con un nome mussoliniano).
Ai piedi del castello medievale si arrampica lungo il colle il centro storico, un borgo fatto di strade strette, spesso coperte dai collegamenti tra un palazzo e l’altro, su cui si aprono le porte di botteghe e bottegucce. Oggi un’architettura del genere è un piccolo paradiso per gli amanti dei bei tempi andati (e dell’ombra), all’epoca della sua realizzazione era un incubo per qualsiasi esercito assalitore, che si trovava costretto ad avanzare per stretti budelli prima di riuscire di arrivare ai portoni del castello. In pratica, un bel live action tower defense.
Il castello in cima sarebbe anche visitabile, ma la ragazza ci dice che metà delle sale sono chiuse per restauri e che, insomma, il gioco non vale la candela.
Ci consoliamo con la michetta, un dolce tipico del paese (un maritozzo, più o meno), dalla storia bizzarra. Vuole infatti la leggenda che sia stato creato per la prima volta nel 1300 dopo che al malvagio marchese Doria che dominava la città era stata estorta con un pugnale alla gola l’abolizione dello jus primae noctis. C’era di mezzo una bella popolana, Lucrezia, che di farsi vidimare dal nobile proprio non ne voleva sapere e alla fine prima tentò il suicidio lanciandosi da una finestra poi, rinchiusa si lasciò morire di fame e sete (di solito si muore di sete, per la cronaca). Il fidanzato allora si intrufolò nel castello e come detto riuscì a ottenere l’abolizione dell’odioso privilegio; per festeggiare, le donne del paese crearono un dolce che, dicono, dovrebbe avere la forma del sesso femminile.

Impastando la farina con uova, zucchero ed olio crearono varie forme , sicchè una di loro, la più smaliziata individuò in una delle sagome di pasta un’evidente allusione al sesso femminile ed esclamò: «Sachì le che che ghe va (questa è quella che ci vuole), la chiameremo “michetta”»
Preparato l’impasto e cotte si precipitarono in piazza gridando: «Omi, au, a michetta a damu a chi vuremu nui (uomini, adesso la michetta la diamo a chi vogliamo noi)»

Forse l'anatomia delle donne del ponente ligure nel XIV secolo era un po' diversa da quella delle donne attuali

Forse l’anatomia delle donne del ponente ligure nel XIV secolo era un po’ diversa da quella delle donne attuali.

Abbandonata Dolceacqua ancora dubbiosi sulla forma delle michette che abbiamo portato con noi ci dirigiamo all’estero, verso un piccolo principato ricco di legami con l’Italia.
Montecarlo, diranno i miei piccoli lettori.
No.
Seborga.

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L’esistenza di Seborga, o meglio la sua pretesa di indipendenza dall’Italia, è sempre stata per chi scrive una grande fonte di meraviglia.
Seborga, sostengono gli indipendentisti, non avrebbe mai fatto parte del regno di Sardegna e quindi la sua annessione al regno d’Italia sarebbe stata priva di valore. Dal 1963 Seborga ha anche un principe (eletto), batte moneta, emette francobolli, passaporti, targhe automobilistiche e patenti di guida, che hanno all’incirca lo stesso valore legale dei Disney Dollars con cui puoi cambiare i dollari nei parchi Disney.

Nei negozi trovi cartelli così.

Nei negozi trovi cartelli così.

Una delle poche affermazioni di indipendenza dall’Italia citate dai seborghesi è attribuita a Mussolini, che nel 1939 scriveva:

il Principato di Seborga non appartiene all’Italia.

Considerato che all’epoca diceva lo stesso degli italiani di origini ebraica non mi sembra un argomento molto spendibile.
Comunque la questione dell’indipendenza di Seborga è un po’ più articolata, anche se abbastanza improbabile; una lista delle argomentazioni si trova qui. Ovviamente c’entrano i templari e ovviamente si citano “eminenti storici inglesi” (quali?).

Fatto sta che oggi, come la strada provinciale entra nel territorio del comune di Seborga trovate una garitta con dentro un signore in uniforme (basco, camicia azzurra, pantaloni bianchi e anfibi) che vi fa un cenno di saluto. In segno di disprezzo per le leggi dell’oppressore italiano io gli sono involontariamente passato davanti senza cintura di sicurezza (ma tanto ha meno poteri del sorvegliante di un grande magazzino). La strada, tra l’altro, finisce a Seborga e proprio davanti a un busto di Umberto I, evidente provocazione sabauda contro gli abitanti del luogo.
Folklore a parte, Seborga è un borgo piccolissimo arroccato in cima a un colle da cui si gode una vista straordinaria sul mare e sulla vallata sottostante. Si gira a piedi in credo cinque minuti, poi si possono visitare la chiesa, il negozio dei souvenir; c’è anche un palazzo del governo, che più o meno condivide le funzioni dell’ufficio informazioni turistiche.
Ci sono un paio di ristoranti, uno in una corte molto bella, tira un bel venticello e c’è almeno un gatto molto socievole.
E poco altro.
Gli indipendentisti seborghini sono stati molto bravi a creare curiosità su di un posto che senza questo bizzarro passaparola sarebbe forse rimasto al di fuori dei giri turistici; curiosamente la questione dell’indipendenza nasce (o rinasce) infatti negli anni ’50, in concomitanza con l’apertura della strada rotabile che unisce Bordighera a Seborga…

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Un ennesimo post da pendolare

La prova del fatto che i pendolari sono persone civili (fin troppo) è che stamattina non state leggendo cronache di una rivolta alla stazione di Bologna, con i maxischermi della pubblicità presi a sassate, il club FrecciaRossa trasformato in sala d’aspetto di seconda classe e la stazione Alta Velocità lasciata lì com’è perché quella fa già pena a guardarla e non sembra il caso di infierire.
Premessa: ieri il regionale veloce per Milano delle 7.52, utilizzatissimo dai pendolari perché ferma in tutte le stazioni minori, parte in ritardo di 20 minuti perché LA CACCA. Venti minuti possono fare la differenza tra entrare in orario o in ritardo per molti di noi che fanno questa vita qua, specie se dove arrivi devi anche prendere degli autobus.

Stamattina lo stesso treno ripete l’exploit: non parte, ferrovieri che attraversano a folate i corridoi, il ritardo sul tabellone che cresce, che cresce e che mai viene giù.
Attorno alle 8.15 chiedo a un ferroviere che passa così veloce che sembra uno shinkansen se mai partiremo: “Non sappiamo quando” risponde, la voce trasfigurata dall’effetto doppler. Impreco, tiro un calcio al sedile davanti (che risulterà l’unico atto di violenza contro cose o persone registrato nella mattinata), scendo a guardare il tabellone degli orari.
Fuori ci sono tipo cinque ferrovieri che cercano di capire quale porta non funziona. Ora, io non ne so di niente di treni e non posso che credere alla buona fede di gente che sta lavorando, per di più a contatto con un pubblico con a disposizione una riserva più o meno illimitata di sassi. Fatto sta che i regionali sono fatti in modo che se c’è una porta che non va ci vogliono cinque persone che lavorano per mezz’ora per capire dove sia il guasto. Italia, 2013. Alla fine si prende male parole un ferroviere non in servizio che era su quel treno come passeggero ed era l’unico che cercava di dare delle spiegazioni ai passeggeri.
Inizia il gioco d’azzardo: aspettare che parta questo? Prendere quello dopo che comunque è in ritardo pure lui?
A un certo punto, la svolta: treno soppresso. I più punk si imbarcano su un FrecciaBianca. Io resto lì che se becchi il controllore con il belino girato ha pure ragione lui.
Poi la contro-svolta: hanno fatto arrivare sul binario di fianco un altro treno, si usa quello che non è rotto.
Mi siedo. È fatta? No.
A un certo punto vedo gente che scende, gente che so che di solito scende dove scendo io.
“Parte prima quello per Piacenza in ritardo,” dicono. Ulteriori imprecazioni. Sono le 8.30.
Alla fine, a fatica arriva il treno dalla Romagna, vomita i suoi provatissimi passeggeri (secondo voi funzionava l’aria condizionata) e ci saliamo pure noi.
Lasciamo Bologna all’alba delle 8.40.

Uno spettatore esterno avrebbe notato che in tutto questo, a parte alcuni sfoghi magari accesi, tutto si è svolto con una bovina e rassegnata passività da parte dei passeggeri. Scendiamo, risaliamo, aspettiamo, imploriamo informazioni.
Giornate così capitano circa una volta al mese. Va peggio quando nevica, ma anche d’estate con le “variazioni di turno del personale” (trad. “non sappiamo gestire un piano ferie”) non si scherza mica. E non su linee per gente che va a divertirsi (e che comunque ha tutto il diritto di avere un servizio decente), ma su linee frequentate da persone che il treno lo usano per andare a lavorare e pagano anticipatamente per il servizio.
Ma, appunto, siamo gente che vuole solo andare a lavorare, fino a che il lavoro c’è. Non abbiamo voglia di metterci ad assaltare in massa i FrecciaBianca (una volta potevi fare l’abbonamento agli intercity con cui potevi prendere sia IC sia i regionali, poi hanno tolto prima gli IC e poi la possibilità di prendere i treni regionali con i biglietti per treni di fascia superiore), non abbiamo voglia di occupare binari, tirare sassate o sfasciare distributori automatici (benché la tentazione sia molto, molto, molto forte).
Vogliamo solo andare decentemente da A a B in tempi ragionevoli. Vogliamo che ci dicano come stanno le cose, non perché cambi molto dal punto di vista pratico ma per una questione di educazione e rispetto, per non sentirci dei capi di bestiame trasportati lungo la linea.
Non è che vogliamo poi molto.
Ma non ce lo danno lo stesso.

E a questo punto viene voglia di sognare un mondo dove le stazioni debbano essere presidiate ogni mattina e ogni tardo pomeriggio da reparti anti-sommossa, che almeno si passa il tempo intanto che si aspetta il treno.

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Surviving #SalTo13: fatto.

(è un post un po’ ombelicale, ma devo riprendere la mano a scrivere sul blog)

Se il buongiorno si vede dal mattino, il mattino è questo: alla stazione della metropolitana di Torino Lingotto si forma davanti alla scala mobile un’incredibile e ordinata coda sabauda. È quasi il mio momento di salire quando tre signore molto milanesi, molto con le facce e gli abiti di quelle che per Berlusconi hanno un’ostilità antropologica si infilano di lato con molta naturalezza, senza che una delle tre smetta di raccontare di una qualche esperienza educativa che ha fatto con una classe di bambini. “Ci devi fare un libro,” cinguetta garrula un’altra, che immagino più tardi andrà a firmare un manifesto per la legalità e le regole.

Quest’anno ho sentimenti meno estremi nei confronti del Salone, a posteriori. Sarà che ci ho passato meno tempo, sarà che non ho fatto il disallestimento, sarà che ho girato pochissimo.

Momento migliore durante la lunghissima fila per farmi fare un disegno da Zerocalcare: c’è questo ragazzetto, minorenne, molto regolare, con il suo maglioncino e la camicia, ogni tanto passa la mamma a vedere come va. Quando è il suo momento, ZC parte con il campionario dei soggetti, che dovreste sentire recitato da lui perché dal tono e dall’automatismo capite quante dediche abbia fatto dall’uscita del primo volume, e il ragazzetto sceglie “tizio che tira la molotov”. “Volto coperto o scoperto?” (ZC è professionalissimo). “Coperto”. Più o meno alla fine del ripasso a china (parlando di professionalità: fa la bozza a matita, ripassa a china, dà il grigio con il pennarello) arriva Luca Sofri. Ed è bello questo momento in cui un disegnatore “dei centri sociali” mentre disegna uno che tira una molotov per il ragazzino borghesissimo (che si chiama Gian Giacomo, a questo punto mi piace immaginare come Feltrinelli per volontà di una famiglia molto radical-chic) parla con il direttore di un giornale che fa endorsment per il PD e che una volta conduceva un programma con Giuliano Ferrara.

Sempre allo stand Bao ho preso la ristampa cartonata e in grande formato di Mater Morbi, la storia di Dylan Dog scritta da Roberto Recchioni e disegnata da Massimo Carnevale che alla sua uscita suscitò polemiche sul tema della malattia e dell’eutanasia, con intervento a gamba tesa della sottosegretaria alla salute dell’epoca, Eugenia Roccella, che poi dovette ritrattare perché aveva commentato senza avere letto la storia (ma tanto sono solo fumetti). Ristampata e con sei tavole inedite a colori di prologo, la storia guadagna tantissimo nell’impatto visivo, grazie a una stampa precisissima su una bella carta uso mano. Ieri sera mentre leggevo ogni tanto mi imbambolavo a guardare la resa dei neri, profondissimi, che fanno pienissima giustizia ai disegni di Massimo Carnevale.

C’era lo stand del Centro per il libro e la lettura, una struttura pubblica diretta da Gian Arturo Ferrari (ex direttore generale della Divisione libri di Mondadori) che ha “il compito di divulgare il libro e la lettura in Italia e di promuovere all’estero il libro, la cultura e gli autori nazionali”. Nello specifico promuovevano l’iniziativa Il maggio dei libri (non pervenute le lamentele della Madonna per l’usurpazione del mese; ma non pervenute nello specifico neanche le modalità esatte di questo mese del libro), di fatto c’era una povera persona costretta a bivaccare lì 12 ore e distribuire volantini e segnalibri. La decorazione dello stand era un collage di copertine di libri italiani; magari avrò guardato male io, ma non ce n’era uno posteriore ai primi anni sessanta. Una bella iniezione di fiducia.

Ogni anno mi tocca beccarmi lo sfogo di una persona che si lamenta perché non ci sono gli sconti e perché i libri costano troppo. Alle 19.44, con ancora tre ore davanti.

Grande novità dell’anno, l’area “Lounge espositori” dove si potevano mangiare cose più buone di quelle che toccano ai visitatori (per esempio l’hot dog con il pane freddo e il würstel mezzo crudo). Code lunghette, ma tutto sommato il panino con la salsiccia cruda di Bra meritava un assaggio.

Stand più affollato, senza dubbio, quello dove regalavano il Grand Soleil, al confine con l’area Cook Book. Grande novità di quest’anno, in linea con la nuova passione per i cuochi, a Cook Book si poteva trovare una libreria dedicata ai titoli sulla cucina e la gastronomia e un’area dove si sono esibiti ai fornelli nomi noti della ristorazione e della tv. Anche Benedetta Parodi, sì.

(premesso che ho molti amici abruzzesi) Ingombrante vicino di stand, la Regione Abruzzo festeggiava i 150 anni della nascita di D’Annunzio con un’esposizione di cimeli (mancavano: lastre di vetro sporche, costole) e una serie di incontri e spettacoli. Amiche e amici abruzzesi, voi non avete idea di come spende i vostri soldi la vostra regione. Tipo che a un certo punto (le otto di sera, dopo dieci ore che stai in fiera) (dieci ore di neon e cupo rombo della morte fatto dal chiacchiericcio di migliaia di persone) partono gli zampognari. E i canti in dialetto. E un altra sera un tenore che cantava CON IL MICROFONO, per giunta composizioni giovanili del Vate musicate.

L’organizzazione ha sbagliato i cartelli dello stand di una nota casa editrice romana, diventata per quest’anno minimun fax.

A sorpresa, non c’era la Panini Comics. Voci di corridoio dicevano che hanno fatto talmente tanti soldi a Lucca che non si sono presi il disturbo di muoversi per una fiera per loro non così vantaggiosa (era vantaggiosa per me, perché avendoli come vicini qualche buon affare si riusciva sempre a combinare), mannaggia)

Un sentito grazie al ristorante La via del sale, per averci dato anche quest’anno da mangiare a un’ora indecente, resa ancora più indecente dal fatto che abbiamo parcheggiato all’altra estremità della via e in centro a Torino, se non lo sapete, le vie sono luuunghe. Fanno cucina piemontese con qualche influsso ligure, nel nostro caso riscontrabile soprattutto nel rapporto con il cameriere (ma in fondo non aveva tutti i torti: siamo arrivati con mezz’ora di ritardo e al “cosa prendete?” ci sono stati lunghi momenti di uuuhm, eeehm) (inoltre: gli emiliani sembrano andare molto in panico davanti a piatti estranei alla loro tradizione, o almeno quelli che conosco io). Acciughe al verde FTW, comunque.

Breve elenco di avVIPstamenti: uno degli Zero Assoluto (credo Zero), Benedetta Parodi, un anziano che una volta era De Gregori, Sergio Romano, Gad Lerner, Khaled Fouad Allem (che ho solo registrato come volto riconosciuto ma che ho dovuto cercare sul sito del Salone) (se vi dico chi credevo che fosse, senza alcuna base logica, mi spernacchiate a vita), il ministro Cecile Kyenge, Gian Arturo Ferrari, Giulio Coniglio.

Cosa mancava al Salone? Esatto, i cosplayer, nello specifico di Star Wars, portati dallo stand delle edizioni Multiplayer. A uno di loro però sono stato costretto a stringere la mano: in uno stand di non so cosa c’era un grosso braccio meccanico in movimento che dimostrava non so cosa e al di là del vetro un tizio vestito con il tipico accappatoio Jedi usava la Forza per farlo muovere. Non sono mai stato così tanto vicino a usare l’espressione “EPIC WIN” con uno sconosciuto.

La cosa più interessante da leggere al Salone? Le magliette dei partecipanti. Sembra che ormai la popolazione tra i 15 e i 45 anni passi l’inverno ad accumulare magliette spiritose o ispirate a film, fumetti, telefilm, per poterle poi sfoggiare ai primi caldi. Ho persino visto uno che aveva la mia stessa maglietta con Klimt Eastwood (meno male che io in quel momento avevo quella di Cthulhu vs. Godzilla, altrimenti sai che imbarazzo?).

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Le storie Disney che ti segnano

Non so se sia davvero il Male Assoluto, come vuole la vulgata nerd ogni volta che aggiunge nuove proprietà intellettuali al suo ricco portafogli, ma è evidente che l’Impero Disney  sia di fatto un monopolista del nostro immaginario, dall’infanzia all’eta adulta (Pulp Fiction venne prodotto dalla Miramax, da poco acquistata dalla Disney).
Io ci sono letteralmente cresciuto, con in mano i fumetti della Disney. Addirittura ho imparato a leggere già all’asilo per potere leggere le storie senza l’aiuto di nessuno. Più avanti, il mercoledì era un giorno sacro (niente abbonamento, chissà perché) e quelli in cui per i motivi più disparati mi veniva comprato un Almanacco, un Paperino Mese o qualche altra testata antologica giorni di festa.
Crescendo, non sono diventato assolutamente un esperto Disney, quella razza fantastica di gente che invidio con una conoscenza enciclopedica dei Maestri Disney italiani. Mi sono rimaste dentro, però, tra le centinaia di storie lette e rilette, alcuni episodi in particolari, di cui ricordo magari solo una vignetta o una parola.
Un elenco, parziale, di queste storie e dei loro autori, è qui sotto.

Paperino e l’anno bisestile (Guido Martina e Giovan Battista Carpi)
Non ricordo niente della storia, titolo e autori li ho recuperati grazie a internet cercando “Paperino collaudatore di materassi”. Da quando l’ho letta, piccolissimo, ho sempre pensato che quello fosse il lavoro ideale. Quello o l’installazione artistica.

Il matrimonio di Zio Paperone (Elisa Penna e Massimo De Vita)
Dico solo “usucapione”.

Topolino e il caso dei fumetti solidi (Alessandro Sisti e Sandro Dossi)
Un professore malvagio inventa un macchinario che rende solidi i fumetti e le onomatopee prodotte dai personaggi. Un gioco di metafumetto che probabilmente piacerebbe ad Alan Moore, una di quelle cose che leggi a cinque anni e poi a venticinque ti ritrovi a iscriverti a tutti gli esami di semiotica previsti dal tuo corso di laurea.

Paperinik e l’arca dimenticata (Bruno Concina e Massimo De Vita)
Era una parodia del primo film di Indiana Jones. Uscì nel 1986 e avevo da poco visto il film in televisione. Non avevo idea del fatto che si potessero fare storie che prendessero in giro altre storie. In più in una pagina c’era una didascalia che diceva una cosa del tipo “qualcuno avrà capito a che film ci siamo ispirati”. Il fatto di averlo capito mi rese così orgoglione che ancora oggi gongolo se scovo una qualsiasi citazione.

Topolino e il segreto del castello (Bruno Concina e Giorgio Cavazzano)
La prima storia a bivi mai pubblicata dalla Disney. La cosa bella delle storie a bivi era che a differenza dei libro-game, in cui dovevi trovare la strada più o meno giusta in una selva di opzioni, lì ogni scelta dava vita a una storia diversa. Parecchi anni più tardi lessi Lector in fabula di Eco e capii che Concina mi aveva già spiegato tutto.

Paperino e il segreto del vecchio castello (Carl Barks)
Ce l’avevo nel volumone mondadoriano “Io, Paperone” (seconda edizione, ahime) ed è la seconda storia in assoluto in cui compare il vecchio cilindro, nonché la prima a raccontare una caccia al tesoro della famiglia papera al completo. È la prima storia a fumetti che abbia letto con dentro un morto-morto. Ero molto affascinato da questa storia e dalla precedente (Il Natale di Paperino sul Monte Orso) perché c’era un Paperone diversissimo da quello che leggevo sui giornalini ogni settimana.

I viaggi di Papergulliver (Osvaldo Pavese e Guido Scala)
Perché tra tante parodie ricordo questa? Per i disegni di Scala, leggermente statici e barocchi, che risaltavano rispetto a quelli di altri disegnatori. In particolare, i personaggi disegnati da lui avevano, specie i paperi, un’espressione particolare, che alcuni definiscono allucinata e che a me è sempre sembrata più che altro minacciosa, perfetta per una storia in cui a Paperino succedeva di tutto, in un’ambientazione esotica e straniante.

Topolino e la Spada di Ghiaccio
Topolino e il Torneo dell’Argaar
Topolino e il ritorno del Principe delle Nebbie
(Massimo De Vita)
La prima trilogia della mia vita, prima di Guerre Stellari. Una saga fantasy in tre parti in cui il malefico sorcio riusciva quasi a sembrare davvero un eroe. La prima volta che leggevo una storia a fumetti in cui quello che era successo in una storia precedente era successo davvero.
La parte in cui accendono un fuoco usando come lente del ghiaccio mi esaltò tantissimo e aprì la strada all’apprezzamento futuro per McGyver.

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Una canzone di Natale per la fine del mondo

Mayan Style

La tradizionale canzone di Natale dei KEAP di quest’anno ha un video realizzato grazie all’aiuto di un po’ di amiche e amici sparsi qua e là per il mondo e grazie a una certa quantità di pupazzetti e ciappini che infestano le nostre case.
Ora posso dire che in un video del mio gruppo compare Handsome Dick Manitoba, anche se in pupazzetto.

Io ho scritto la musica e suonato le chitarre, Dario ha scritto il testo (oltre che la battuta “Brian Mayan”) e ha fatto i cori, Enrico ha cantato e ideato il controcanto del ritornello.
Enjoy.

Chi volesse solo l’audio lo trova qui:

Per i completisti, l’intera saga di Natale è questa, nel corretto ordine di ascolto:

 

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BAU – Business as usual, ma anche “siamo i suoi cagnolini”

Quando mi laureai, a 24 anni, sentii di colpo un gran senso di vuoto. Per tre quarti della mia vita, praticamente da che avevo memoria, non avevo fatto altro che studiare.
“E ora?”
Passai un anno e qualcosa barcamenandomi tra stage e lavoretti fino a che non mi iscrissi a un master e mi garantii un altro paio d’anni di vita più o meno come la conoscevo, prima di trovarmi nel fantastico mondo del lavoro.

Quando un anno fa Berlusconi si dimise la sensazione per molti di noi deve essere stata simile: avevamo trascorso gran parte della nostra vita dotata di coscienza politica a odiare Berlusconi, a fare battute su Berlusconi, a leggere articoli su Berlusconi, ad analizzare le bugie di Berlusconi, a guardare le foto di Berlusconi e poi tutto d’un tratto niente, era diventato solo un signore vecchio che dopo una settimana manco quasi ti ricordavi che faccia aveva. Ovviamente, come Sauron dopo la perdita dell’Anello, stava solo rimettendosi, ma non potevamo saperlo.

Ora che nel giro di 24 ore è tornato a essere il Nemico per eccellenza, senza quasi darci il tempo di accorgerci del suo ritorno, la sensazione è quella che si devono solo riprendere degli automatismi, e si sta pronti con il dito sul reblog delle dichiarazioni, delle foto, delle bugie, delle gaffe.
È un gioco a cui abbiamo giocato a lungo, quando eravamo più giovani, non abbiamo disimparato certo in un anno.

Brace ourselves, winter is coming.

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Il calcio è un grande rito, che devi rispettar

Due campionati fa sono stato allo stadio ben due volte, per vedere la squadra della mia ragazza, l’Vrbe, che giocava contro le due squadre della mia città, la Grifonia e la Ciclistia. Preferirei non fare nomi perché davanti al calcio la gente tende a sbroccare e perché l’unica volta che mi sono arrivati insulti in privato per una roba pubblicata su tumblr è stato per una divertente scritta sul muro contro la squadra della mia città di cui non sono mai stato tifoso. Il fatto che questo post sia in bozze da quasi due anni la dice lunghissima su quanto sia sicuro che sia una cosa salutare scrivere di calcio. Continua a leggere

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“Mi chì”, o di quella volta che sono andato a vedere i Radiohead

Nella più antica e deprecata tradizione di splinder, un post a punti.

* La cosa che più mi ha stupito del concerto del Radiohead è la stessa che stupì il doge di Genova in visita a Versailles nel 1685, a trattare la resa il re di Francia che gli ha quasi raso al suolo la città. “Mi chì“, ovvero “La mia presenza qui”. Non sono un grande fan dei Radiohead, non al punto di spendere quello che costava il biglietto per andarli a vedere. Poi però è saltato fuori che due amici avevano un biglietto in più e così… Mi chì.

* Gruppo spalla: Caribou. Che in origine si chiamava Manitoba, poi Handsome Dick Manitoba (dei Dictators) ha minacciato di fargli causa e allora ha cambiato nome. Dance, due batterie, un sacco di energia ma non la cosa migliore da ascoltare se non sei sotto MDMA.

* Il palco dei Radiohead, l’avrete letto dappertutto, è pazzesco. I 12 schermi LED che incombono sul palco frammentano le immagini dei musicisti e ogni tanto ti fanno pensare che qualcuno stia per venire spedito nella Zona Fantasma

This is what you get when you mess with us

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