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E quella non era una supercazzola?

Vedete qual è il problema con Grillo?
Che ieri è risaltato fuori questo video dell’aprile del 2012

e alla fine sembra che l’ipotesi più diffusa (forse per amor di patria) è Grillo stesse facendo uno scherzone. Non si sa bene perché, non si sa bene a chi, ma lasciamo perdere. Vasco Rossi può fare i clippini deliranti e lui no?

E il problema dove sta?
Il problema è che non c’è molta differenza da questo video qua, in cui invece era notoriamente serio.

E niente, un pezzo del nostro futuro è in mano a questo signore qua.

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Alcune cose che ho imparato da un fake

L'ufficio di Mario Monti a Palazzo Chigi

Secondo voi la prima preoccupazione di Mario Monti il 9 novembre 2011, appena è stata annunciata la volontà di Napolitano di nominarlo senatore a vita è farsi consegnare da Berlusconi la password di un improbabile account di twitter intestato a Palazzo Chigi?

Se pensate di sì, non siete da soli.
La vicenda di @palazzochigi (ora @PChigi) l’account fake di Mario Monti su twitter è stata un bel reagente che ha suscitato reazioni interessanti sull’uso che gli italiani fanno della Rete.
Per un riassunto esauriente di quello che è successo, il punto di partenza è questo Storify di Uomoinpolvere, che contiene i link a tutto quello che dovete sapere.
Per i frettolosi, un riassunto per sommissimi capi: @palazzochigi esisteva dal 2009 e risultava “intestato”  a Silvio Berlusconi. Il 9 novembre del 2011 è passato sotto la guida di Mario Monti e ha iniziato un’intensa attività di diffusione di messaggi che inneggiavano a sobrietà, austerità e rigore:

Austerità,sacrificio,serietà. Questa la ricetta per recuperare i 20 anni di sprechi. Mi attende un incarico difficile ma sono ottimista.
#Italia è ora di dormire. Domani iniziano i sacrifici.Dormire presto significa risparmiare energia e avere una vita rigorosa e austera.
Dopo una frugale e austera colazione mi reco al colle dove incontrerò il Presidente Napolitano. La lista dei salvatori dell’#Italia è pronta
È abbastanza facile rendersi conto che sia un fake: Monti non è ancora presidente del consiglio, quindi figurarsi se riterrebbe austero e rigoroso emettere già messaggi come se lo fosse. Però d’altro canto lo stile potrebbe trarre in inganno, i messaggi sono perfettamente in character e sono i giorni in cui mezza Italia è in preda all’euforia di incontrare il nuovo capo.
E quindi succede che un sacco di gente inizia a rispondere come se stesse parlando con il vero Monti.
È un tripudio di auguri di buon lavoro, complimenti per essere su twitter, richieste, anche qualche dubbio. A un certo punto chi si occupa di tenere traccia delle risposte più esilaranti getta la spugna e affida il tutto a un servizio automatico, che tanto nel mucchio si trovano comunque perle gustose.
GRANDE @palazzochigi, decisamente al passo con i tempi il che per i ns. tempi è piuttosto raro
@palazzochigi Complimenti per l’apertura di questo. Finalmente qualcosa di nuovo dopo anni di power point auto celebrativi in prima serata..
@palazzochigi fra lo stile monastico dei primi benedettini ed il vivere quotidiano di un uomo sobrio. Piacevolmente stimolante. Buon lavoro
(ho levato gli autori per carità, ma ai link trovate tutto)
In tutto questo, già il 16 novembre era online un articolo che ricostruiva la vicenda del fake, facilmente reperibile cercando “fake palazzochigi” su google. Ma nel frattempo, il 14 novembre, Andrea Sarubbi, parlamentare PD, aveva già chiamato le guardie:
La sera del 20 novembre @palazzochigi è stato chiuso, non si sa se a seguito di questa segnalazione alla polizia postale o perché le segnalazioni di utenti che una volta scoperto il fake si erano sentiti oltraggiati hanno superato la soglia critica che fa attivare gli automatismi di cancellazione.
Segue, ovviamente, dibattito.
I sostenitori di @palazzochigi rivendicano la legittimità dell’account perché il contenuto dei messaggi, con il loro ossessivo insistere su quelle due o tre parole d’ordine, la storia dell’account e la diffusione dell’informazione della sua natura “non realistica” facevano capire di che cosa si trattava esattamente.
Da parte di chi applaude la chiusura, invece, si denuncia la “confusione” che quell’account creava negli utenti e si paventa anche un reato di furto di identità. In controluce, anche se mai esplicitata, siamo in molti a credere che chi ha agito così non vedeva di buon occhio un perculamento di Monti. Del resto, l’account ha funzionato a pieno regime tra il maggio del 2010 e il maggio del 2011 a firma “Silvio Berlusconi” senza che nessuno avesse da ridire.
Mi sono ripromesso di usare il meno possibile la parola “satira” perché in questi dieci anni l’abbiamo consumata così tanto che ormai non serve più a nulla, quindi dirò che secondo me @palazzochigi operava su due piani: quello dello scherzo, perché comunque il suo intento era quello di fare credere, almeno per un attimo, che si trattasse davvero di un account ufficiale e quello della critica al discorso politico di Monti e alla sua ricetta. Una volta che ti rendi conto che quello non può essere il vero Monti, ciò che scrive – che è simile a quello che dice il vero Monti – aiuta a far vedere di che cosa parliamo quando parliamo di governo Monti (probabilmetnte): un gruppo di compiti signori che con molto garbo e savoir faire si apprestano a operare una cura medievale sui nostri culi, se posso citare Tarantino senza venire accusato di omofobia (mi inquietano le cure medievali a prescindere, su qualunque parte del mio corpo possano venire applicate). Inoltre: chi parla di possibilità di confusione tra Monti e il suo fake implicitamente ammette che il nuovo PresDelCons (Prof. Dott. Arch. Lup. Mann. PresDelCons, scusate) è indistinguibile da una sua caricatura fissata con austerità, rigore e frugalità che raccomanda ai cari dip… ai concittadini, scusate, di andare a letto presto. E questo è un effetto implicito divertentissimo di cui questa gente non si rende conto.
Insomma, se poi volete usare quella parola là consumata per brevità va anche bene, ma sappiate che io la intendevo così.
Quindi per me l’account poteva benissimo restare dov’era. Purtroppo twitter, regolamento alla mano, poteva tranquillamente obliterarlo; ma non è detto che ciò che è legittimo per i TOS di un servizio sia pure giusto (“ho letto e accetto le condizioni” è la più diffusa menzogna del web).
Tra l’altro questa vicenda ha fatto emergere uno dei lati di twitter che meno sopporto, vale a dire tutto quel sottobosco di professionisti del web trenta-quarantenni che comunicano a cancellettate spiritose (già il #sapevatelo del post di Sarubbi è da mettere mano alla Luger), tipo quelli riuniti sotto il nome di SocialEroi (che la Lipperini ribattezza efficacemente “tecnoesaltati“). Tutti coalizzati a colpi di “come siamo corretti, come siamo social” per fare chiudere una roba che non faceva del male a nessuno.
Ma del resto non è niente che non abbia già visto da vicino.
Un paio di anni fa un mio amico, dopo non mi ricordo più che uscita papale sulle radici cristiane, aprì un gruppo su facebook chiamato “Difendiamo le radici cristiane – No alle cifre arabe nella scuola”. In pochissimi giorni si trovò 10.000 iscritti; solo che mentre fino a una soglia x gli iscritti erano praticamente tutte persone abbastanza istruite da capire il senso della cosa, a un certo punto iniziarono ad arrivare persone che, in un senso o nell’altro non avevano capito nulla. Il manifesto partiva serio ma svaccava già alla prima parentesi, per poi partire nell’assurdo e chiudersi nell’assurdo (lo riporto per intero perché è un gioiello a cui vorrei avere pensato io):
Rimediamo all’errore commesso dai nostri antenati quando, con il loro permissivismo, hanno lasciato che l’Islam venisse a minare le profonde radici CRISTIANE! dell’Europa e dell’ITALIA!, imponendoci le sue CIFRE ARABE! (Poi, poco importa se il sistema di numerazione decimale-posizionale ha avuto origine in India, non mi sembra il caso di alzare inutilmente il livello della dissertazione e fare, chessò, della cultura.)

Essì! EBBRAVI! Ieri le cifre arabe, domani il BURQA?
Meglio un uovo oggi che una GALLINA domani? Perché ogni tanto enfatizzo parole alla cazzo scrivendole in MAIUSCOLO?

Sono venuti ad instillare il veleno del numero zero nelle nostre menti, ma io dico che è ora che BASTA!!! TORNIAMO AI NUMERI ROMANI!!! Per svariate ragioni:

I – così posso scrivere “primo” con UNA LETTERA SOLA;

II – è un sistema di numerazione additivo, e “addittivo” ti fa capire che non può che diventare sempre PIU’ GRANDE!;

III – l’hanno inventato i ROMANI!, che si sa, sono i fondatori della nostra GRANDE PATRIA! (Tutti sanno che Cavour era Primo Ministro di GIULIO CESARE!);

IIII (anzi, no IV, via, ma quant’è ganza ‘sta numerazione!) – che i ROMANI! sono anche i fondatori del CRISTIANESIMO!, infatti se non fosse stato per loro Gesù non l’avrebbero crocifisso, magari l’avrebbero lapidato e adesso anziché farci il segno della croce ci tireremmo I SASSI! (E chissà poi cosa ci sarebbe appeso NELLE AULE!);

V – per Vendetta!;

VI – perchè con i numeri ROMANI! esami come Analisi Matematica non sono più fattibili e ce li togliamo DALLE PALLE!

DIFENDIAMO LE RADICI CRISTIANE! TUTELIAMO LE NOSTRE TRADIZIONI! RESPINGIAMO I MOSTRI DI VEGA! COMBATTIAMO LE DOPPIE PUNTE! Non vogliamo le cifre arabe, ISLAMICHE! E nemmeno la filosofia greca, PAGANA! E neanche la geometria di Euclide, GRECO quindi PAGANO! E neppure la chimica, che gli alchimisti sono ADEPTI DI SATANA! E nemmanco la scrittura, inventata dai Fenici ADORATORI DI BAAL!

ONORE E GLORIA!

STATO E FAMIGLIA!

CASA E CHIESA!

SALSA E MERENGUE!

DUNGEONS E DRAGONS!

Ecco, a un certo punto sula bacheca iniziarono a comparire messaggi di fascisti che inneggiavano alle radici cristiane convinti di essere tra loro simili e di gente che la pensava come chi amministrava la pagina ma che non aveva capito nulla del suo vero contenuto. Com’è come non è, nel giro di dieci giorni la pagina venne chiusa per segnalazioni, verosimilmente dopo una “crociata” di segnalazione da parte di quelli che teoricamente dovevano essere dalla “nostra” parte (dico nostra perché nel frattempo ero diventato amministratore). Il gruppo è poi stato ricreato, ha una dimensione più contenuta e non ha più avuto problemi.

Insomma, la divagazione per dire che internet, purtroppo o per fortuna, non è già più quello “di una volta”. L’aumento di gente che si avventura nella “parte abitata del web” fa  sì che i codici che prima credevamo diffusi non lo sono più così tanto (scusate il tono da veterano, che mi fa anche un po’ ridere; ma tutto sommato in tredici anni di uso del web e sette di blog qualcosina ho visto cambiare – e chi è in rete da ancora prima ne avrà visto ancora di più). E quando le cose che richiedono la decifrazione di codici complessi tra role playing, verità, menzogna, mascheramento e quant’altro (you can quadrato semiotico anything you want) escono dalla cerchia di persone per cui sono state pensate e arrivano a un pubblico più ampio i risultati sono spesso disastrosi per chi è “di nicchia”. Tra l’altro twitter, con la recente invasione di volti della tv (Fiorello che da della rosicona a Sabina Guzzanti! Jerry Scotti! E chissà quanti altri a breve) rischia di diventare facilmente il nuovo facebook (finché stanno lontani da tumblr possono fare quello che vogliono).

Però c’è un però.
Al netto dell’idiozia, del servilismo, dell’ingenuità, dell’analfabetismo nell’uso degli strumenti di internet, molte delle persone che hanno interagito con l’account fake di Palazzo Chigi hanno espresso il desiderio di potere avere un rapporto più diretto con chi li governa (o almeno con uno stagista). Hanno trovato tutto sommato logico che nel 2011 il governo avesse aperto un canale di comunicazione (anche unilaterale) su un social network di grande diffusione.
Non che essere sui social network sia un valore in sé, per le istituzioni. Però in questo senso i molti aspiranti interlocutori di Monti hanno dato un’indicazione delle cose che vorrebbero da chi li governa.
Sembrerà una scemata, ma @palazzochigi ha forse involontariamente fornito ai futuri consulenti di immagine del governo un buon case study da cui partire per valutare eventuali strategie future di comunicazione in rete.
Non male, per una cosa nata FOR TEH LULZ.

Se siete arrivati fino a qua meritate un premio (un fake che genera confusione e che andrebbe bannato):

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Ruled by demency

Proprio mentre Nonciclopedia e Vasco Rossi firmano il trattato di pace in un tripudio di miccette, in “sciopero” entra Wikipedia Italia.
Al momento in cui scrivo, tutte le pagine dell’enciclopedia italiana rimandano a un comunicato che spiega in che cosa consista il comma 29 del disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche, in discussione in questi giorni alla Camera:

Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.

Una cosuccia da niente che fa sì che se per esempio Massimo Carlotto dovesse capitare su questo blog, e leggere questa frase:

Non credo che Carlotto sia particolarmente misogino, ma semplicemente deve essergli scappata la mano nel voler rimarcare quanto Giorgio Pellegrini, il suo protagonista, e il mondo siano malvagi.

potrebbe, nel caso si senta offeso o mal rappresentato, costringermi a pubblicare una smentita. Automaticamente. Entro 48 ore.
Non so che cosa accadrebbe se, putacaso, lo facesse mentre sono in vacanza senza possibilità di leggere la posta elettronica. Immagino oscuramento del sito, multa, confino a Ponza dei parenti prossimi.
E tutto questo senza che ci sia possibilità di appello da parte mia o una decisione di una terza parte imparziale.
Metilparaben ha messo in piedi un divertente post didattico sulla faccenda, che mostra che buffo pasticcio rischiano di diventare le pagine web nei prossimi giorni.

Ma qual è lo scopo di un provvedimento simile? Al di là del rendere un sacco incasinati gli scazzi tra utenti “comuni”, intendo.
Se già parlare di gente con tempo e soldi per farti scrivere lettere dagli avvocati può comportare dei rischi ora, con questa norma non c’è nemmeno più bisogno che uno ti mandi delle diffide, per infilarti nei pasticci. Quindi di conseguenza scrivere di più o meno chiunque rischia di diventare fonte di scocciature.
Il potere della scocciatura non è una cosa da poco; i suoi effetti a lungo termine li potete vedere nelle statistiche sulla lettura in Italia, per esempio.
Infatti, dopo la Riforma luterana, la Chiesa cattolica si trovò per vari motivi a poter esercitare un controllo molto forte dal punto di vista temporale solo sulla penisola italiana; e decise di schermarla il più possibile dagli influssi provenienti da oltr’alpe, lande temibili che pullulavano di gente che scriveva e leggeva un sacco. I libri diventarono così uno dei principali interessi dell’inquisizione e nel 1558 venne pubblicato il temutissimo “Indice dei libri proibiti”. Aggiornato spesso per adeguarsi alla pubblicazione di nuovi titoli, l’Indice portò all’idea che il possesso e la lettura di libri fossero attività che rischiavano di attirare le attenzioni dell’autorità e provocare problemi. Quindi la cultura italiana si atrofizzò e si provincializzò perché, per esempio, erano proibiti tutti i libri prodotti da determinati stampatori europei.
E il risultato a lungo termine è che tutt’ora il libro e la lettura in Italia sono cose un po’ da gente stramba che ha voglia di perdere del tempo (e questo da prima della televisione, complici anche tassi di alfabetizzazione agghiaccianti, simpatica conseguenza del fatto che nel mondo cattolico manco hai bisogno di saper leggere perché la Bibbia te la legge il parrocco). (Dovremmo chiedere i danni di guerra alla Santa Sede, altro che l’Ici).

Ecco, secondo me l’idea che c’è sotto a una legge stupida stupida stupida come questa (ho già detto “stupida”?) è qualcosa di simile: mettere le persone davanti a un timore immediato.
La rettifica così formulata (48h, automatica) è la stessa che si applica ai quotidiani (anche se avete mai visto una smentita pubblicata nella stessa posizione della notizia?).
Ma un conto è una testata giornalistica, che ha una struttura ed eventualmente può permettersi spese legali, e un conto è l’intera galassia di blog, siti e affini, situazioni diversissime tra loro per dimensioni, scopi, utenza.
A me va benissimo che se uno scrive delle cose che oltrepassano il diritto di espressione e violano il diritto all’immagine di qualcuno ci siano delle conseguenze; ma deve deciderlo un soggetto esterno.
Dare a qualsiasi imbecille la possibilità di ottenere smentite da chiunque solo perché sì è stupido.
(Comunque se passerà questa legge ci saranno un sacco di opportunità comiche, vedrete) (ma anche un sacco di tristezza infinita)

PS: la legge 223 del 1990, sul sistema radiotelevisivo (la famosa Mammì), dà facoltà ai soli telegiornali di chiedere un parere terzo al Garante sulle richieste di rettifica (art. 10):

Fatta salva la competenza dell’autorità giudiziaria ordinaria a tutela dei diritti soggettivi, nel caso in cui il concessionario privato o la concessionaria pubblica ritengano che non ricorrono le condizioni per la trasmissione della rettifica, sottopongono entro il giorno successivo alla richiesta la questione al Garante che si pronuncia nel termine di cinque giorni. Se il Garante ritiene fondata la richiesta di rettifica, quest’ultima, preceduta dall’indicazione della pronuncia del Garante stesso, deve essere trasmessa entro le ventiquattro ore successive alla pronuncia medesima.

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Ci divertiamo, facciamo i scemi e qualche volta pensiamo

Si possono usurare le parole, con l’uso? A furia di venire usate, non possono fare come il tessuto quando lo sfreghi, che perde di colore prima e di spessore dopo, fino a lacerarsi e diventare un buco?
Beh, sì. È ovvio che sì.
Prendete la parola “satira”. Da quanti anni è che è diventata quello che i linguisti definirebbero un “termine-ombrello” sotto cui viene infilato di tutto?
È vero che di per sé la definizione di satira è abbastanza lasca:

sà|ti|ra s.f.
TS lett. 1a composizione poetica che elabora con intenti moraleggianti e critici, aspetti, figure e ambienti culturali e sociali, con toni che variano dall’ironia, all’invettiva, alla denuncia: le satire di Orazio, di Ariosto | l’insieme dei componimenti satirici di un poeta, di una letteratura, di un’epoca: la s. latina, la s. moderna | il tono, il carattere che informa tali componimenti: la s. pungente di Giovenale 1b genere letterario cui appartengono tali componimenti
2 CO estens., scritto, spettacolo o anche comportamento, discorso e sim., che mette in ridicolo comportamenti o concezioni altrui: s. di costume, s. politica; fare oggetto di s., fare la s. di qcs., mettere in s.

(ho recuperato la definizione del buon vecchio De Mauro online da un mio vecchio post)
Però io mi sto stufando che qualunque cosa venga criticata, la prima difesa dietro cui si trincera l’accusato è “stavo facendo satira”; mi sto stufando perché magari per una volta in cui è vero, ce ne sono altre dieci in cui non lo è. Beninteso: lo scudo “satira” si usa allegramente a destra e a sinistra. Sono dieci che parliamo di satira per via della famosa intervista di Luttazzi a Travaglio (il caso Vermicino degli anni zero), ma ogni tanto anche il Giornale o Libero si giocano la carta “era satira! era satira!”.
Insomma, sarebbe un bell’esercizio se d’ora in poi, prima di dire “stavo facendo della satira” uno pensasse cinque minuti a un’espressione più articolata per spiegare che cosa ha intenzione di dire.

Avrete capito che il cappello era per arrivare alla notizia del giorno (una delle tante notizie del giorno, ma nello specifico quella su cui ho qualcosa da dire): Nonciclopedia che cerca di autosospendersi (pare che Wikia non glielo lasci fare) per le denunce dell’avvocato di Vasco Rossi, che ritiene diffamatoria la pagina a lui dedicata.
Ora, per caso all’argomento Nonciclopedia, querele e Vasco Rossi avevo dedicato un post a giugno (in cui Vasco Rossi era citato per una faccenda secondaria) e oggi mi è sembrato come se la realtà avesse preso quel post e l’avesse condensato in un’unica vicenda.
Una vicenda che oscilla tra il ridicolo e il triste, perché le pagine di Nonciclopedia mi fanno mediamente cagare (per dirlo nel dialetto di Aix-en-Provence) e mi sembrano per lo più scritte da ragazzini che hanno da poco scoperto le parolacce e vogliono vedere quante riescono a infilarne in una frase sola. Il livello medio lo si può osservare dai commenti lasciati dagli utenti dopo la notizia: un mare di insulti a bocca aperta e cervello chiuso in cui si fa fatica, tanta tanta tanta fatica, a trovare qualcuno che sappia strappare un sorriso (a me, almeno; magari adesso voi state leggendo e siete lì che rotolate annaspando sotto il tavolo per il gran ridere). Se questo è “il popolo del web”, fa schifo quanto “il popolo di Spazio Azzurro”.
Ciò detto, Nonciclopedia è sostanzialmente innocua. Una delle prime regole che si imparano a girare in Rete è “don’t feed the troll”: ci sono e ci saranno sempre quelli che insultano, che urlano, sbavano, ringhiano, cercano di disturbare le discussioni. È un fatto naturale. Sono come le scritte “Ginastella lo succhia gratis tel. 394 696969″ sui muri dei cessi della scuola. Nonciclopedia è un muro del cesso più grande e più visibile.
E pensare che “il più grande rocker italiano”, quello che se cantava in inglese altro che Springsteen, leghi il suo nome a una causa contro dei ragazzini (anagraficamente o mentalmente) che non hanno altro da fare che scrivere minchiate su un sito, è uno di quei colpi di immagine che un qualunque responsabile della comunicazione con un briciolo di sale in zucca cercherebbe di evitare come la peste, tanto che oggi #vascomerda è stato trending topic mondiale su twitter.
Cito Niccolò:

Attaccare un sito dichiaratamente demenziale e di contenuto aperto a tutti è un atto ancora più demenziale del sito stesso – nessuno prenderebbe mai lontanamente sul serio un pezzo di Nonciclopedia per informarsi su qualsiasi argomento, anche uno dei più insulsi, tipo Vasco Rossi.

Gli admin di Nonciclopedia forse non sono stati attentissimi nella gestione della loro community, ma in questo caso sono stati parecchio in gamba dal punto di vista comunicativo.
Anzi. Vasco, senti qua: scarica la Sachs e assumi i tizi di Nonciclopedia.
Fai una cosa rock, per la prima volta da decenni.
Non ci sputtanare, dai.

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Il giorno prima

A me ha salvato la vita Bob Dylan. O se non la vita, almeno il profilo.

Nel luglio del 2001 studiavo a Bologna, mi ero iscritto all’Università nel 1998 e l’idea di lasciarmi alle spalle a Genova mi sembrava la cosa più incredibile di tutte.
A Genova c’ero tornato per le vacanze il 17 luglio. “Oggi mi hanno fermato solo quattro volte” mi ha detto un mio amico alla stazione.
In tasca avevo i biglietti per il concerto di Bob Dylan a La Spezia il 20 luglio, nella testa tutto il confuso casino dei mesi prima: Seattle, la polizia che spara a un manifestante a Goteborg, Praga, il Sismi che annuncia che temono che i manifestanti lancino gavettoni pieni di sangue infetto di HIV sulla polizia, l’allora poco noto Bin Laden che starebbe pensando ad attentati con aeroplani radiocomandati, la dichiarazione di guerra ai potenti della terra delle Tute Bianche, la zona gialla e la zona rossa. Ancora prima che il G8 in sé mi infastidisce tutto il pesante baraccone sicuritario che si sta mettendo in piedi: il divieto di stendere le mutande, la città tagliata in due, le grate nei vicoli.
Ho in programma di andare solo alla prima manifestazione, quella dei migranti di giovedì 19 luglio e poi, la mattina dopo muovermi verso Spezia. Al concerto vado con mio padre, dovremmo partire la mattina insieme a un mio amico, lasciarlo in una località di mare sulla strada a prendere posto in campeggio e poi proseguire per Spezia. Io devo raggiungerlo dopo il concerto e dovremmo restare lì per un paio di settimane, come da cinque anni a quella parte.
Il 18 faccio un giro in centro. Arrivarci, dal quartiere del Ponente dove abito, non è semplicissimo, perché le stazioni sono già chiuse, si deve prendere un autobus fino ai margini della zona gialla, poi un altro che fa un giro lunghissimo. Il centro è già quasi deserto. Negozi chiusi con pesanti pannelli di legno ignifugo sulle vetrine, anche dentro la zona rossa. Nessuno sembra fidarsi troppo della tenuta delle barriere approntate dalla polizia. In via XX Settembre, piena zona rossa, a due passi da palazzo ducale, sede del vertice, conto almeno quattro camionette piene di agenti che stanno a scoglionarsi sotto il sole. Ufficialmente, le forze dell’ordine dovrebbero familiarizzare con la città, invece questi sono tenuti lì dove sanno già che nessuno metterà mai piede ad accumulare nervosismo e frustrazione. A Palazzo Ducale, che dovrebbe ancora essere aperto, non mi lasciano entrare. Varco un paio di volte le grate nei vicoli. Brutte sensazioni.
La mattina dopo Genova si sveglia e scopre che la recinzione della zona rossa è stata ancora rinforzata: oltre alle reti, un muro di container.
Vado al concentramento della manifestazione, dove ho appuntamento con Enrico, lo stesso amico con cui sarei dovuto partire il giorno dopo. C’è davvero tanta gente. Già arrivare da Piazza della Vittoria al concentramento è un pre-corteo. Sulla strada lambiamo uno dei confini della zona rossa, Piazza Dante. Reti e cemento. Poliziotti in antisommossa. Uno si mette a roteare il manganello mentre passiamo. Io ho la maglia degli Stones con la linguaccia. Mi sembrava la più adatta per l’occasione. Sono nervosissimo.
Davanti alla chiesa di Carignano c’è ancora una scritta rimasta dai funerali di De André quasi due anni prima: “per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”. Sbircio sotto i caschi dei poliziotti che fanno cordone a difesa di non so cosa, forse il distretto militare. Uno ha voglia di menare le mani, uno sembra terrorizzato, uno sembra che aspetti che qualcuno gli dica che espressione deve avere.
Sul corteo dei migranti del giovedì si è scritto pochissimo: il suo ricordo è stato fagocitato da tutto quello che è successo dopo. Per me, che di Genova 2001 ho solo quel ricordo personale, resta uno dei cortei più belli e colorati e divertenti a cui abbia mai partecipato. Abbiamo cantato, abbiamo ballato, mi sono tinto le mani di bianco e ho lasciato una manata sulla parete di una galleria che ha resistito per un paio d’anni, abbiamo applaudito quelli che ci applaudivano dalle finestre sventolando mutande. Su corso Italia, davanti al mare, quando ormai siamo tutti stremati dal caldo e dalla lunghissima camminata, due ragazze russe insegnavano a un ragazzo francese il testo russo dell’internazionale. “Grazie Genova!” ha gridato a pieni polmoni lui. Credo che in quel momento Genova fosse la città più bella di ogni mondo reale e possibile.

Questa è la versione “lunga” della prima parte di un pezzo che ho scritto per un ebook collettivo su Genova 2001 che uscirà a settembre. In qualche modo, è la puntata finale della serie “prima di andare a Genova“.
Il finale del servizio del tg1 sulla manifestazione dei migranti, con la strada vuota, il sax malinconico e i poliziotti nervosi sembra fatto apposta. 

Sempre a proposito di ebook collettivi, oggi è stato pubblicato da BarabbaCicatrici“, che non ha nulla a che vedere con l’omonimo libro di Morozzi, ma che è una raccolta di oltre cento storie in cui un sacco di gente racconta come si è procurata delle cicatrici. In mezzo ci sono pure io.
Barabba ha anche pubblicato tre raccolti di scritti di gente che di solito scrive in Rete ispirati alla Resistenza, tra le altre cose. Date un’occhiate al loro catalogo

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Di ebook, copyleft e formati

È online da ieri un libro scritto da Wu Ming 2, “Il sentiero degli dei”, che parla del cammino tra Bologna e Firenze, la via degli dei, appunto.
Come da tradizione, il libro è disponibile gratuitamente per  il download, con questa avvertenza:

Download gratuito, come sempre. Se pensi che questo sforzo di apertura, questa politica di copyleft che portiamo avanti da tanti anni, meriti una ricompensa, un incoraggiamento, un feedback, un… “controdono” da parte tua, puoi usare PayPal per mandarci qualche scellino. Così, per la nostra bella faccia.

Stamattina, sul twitter di Wu Ming sono comparsi, inframezzati da altri, questi messaggi:

Secondo me il problema è leggermente mal posto e non tiene in considerazione il primo commento, dello stesso WM2, apparso nel blog che annunciava la messa online del libro:

Mi dicono i tecnici della materia che fare un ePub a partire dal PDF è cosa complicata e che sarebbe meglio avere un formato odt o rtf. La risposta è: lo avrete, ma dopo l’estate.
Centinaia di correzioni e modifiche sul testo noi le facciamo ancora a penna, sulle bozze cartacee, e poi le comunichiamo per e-mail o telefono alla casa editrice, che le mette direttamente nel file pronto per la stampa. Generare il file odt o rtf da questo file pronto per la stampa a quanto pare non è semplice e siccome in una casa editrice piccola come Ediciclo c’è sempre un sacco di lavoro per poche persone, bisogna aspettare che qualcuno trovi il tempo per farlo.
Ecco perché abbiamo messo on-line il PDF originale del libro (tagliando solo le illustrazioni e le foto, per motivi di peso) e non il file in solo testo, come sarebbe stato preferibile.

Il libro infatti è stato messo a disposizione  come PDF a fogli stesi (due pagine sulla stessa facciata orizzontale, come quando si fotocopiano i libri), file prodotto evidentemente dallo stesso impaginato usato per stampare il libro cartaceo, con numeri di pagina, titoletti e quand’altro.
Chi sono oggi le persone che possono essere disposte a pagare per un libro elettronico?
I possessori di e-reader. Non tutti, beninteso, ma se c’è qualcuno che è pronto a scucire degli scellini, con ogni probabilità è qualcuno che è già abituato a pagare per avere in cambio dei file.
Ma cosa se ne fa un possessore di e-reader di un PDF del genere?
Praticamente niente. A convertirlo in ePub viene una cosa particolarmente brutta, con formattazioni più o meno casuali. Leggerlo direttamente come PDF, a meno che non abbia uno schermo particolarmente grande, è un’operazione menosissima.
Io sarei ben contento di scucire anche qualche ghinea, ma, se non per un file ben formattato, quanto meno per uno che posso convertire senza grossi traumi.
Insomma, il punto è questo: nel 2011 un autore copyleft deve essere tecnologicamente alla pari dell’offerta dell’editoria digitale. Cory Doctorow (per citare il titano di queste cose) è Cory Doctorow anche perché i suoi libri, come per esempio Makers, sono a disposizione (in larga parte grazie ai lettori stessi, che però partono da formati gestibili) in più o meno qualsiasi formato esistente al mondo.
Non ho idea di come stia andando “senzablackjack“, l’area download dei libri dei Kai Zen, con offerta libera, però i loro due libri sono a disposizione in pdf, mobi ed ePub.
Potenzialmente una strada c’è, anche se siamo il paese in cui la gente scarica film registrati con la telecamerina al cinema tutta contenta di non aver pagato il biglietto, per gli autori copyleft; però passa attraverso gli early adopters di lettori di libri elettronici. E se non gli si va incontro, può diventare parecchio in salita.
(niente, volevo commentare la cosa su Twitter ma non ce l’avrei mai fatta)
Edit: come segnalato da WM1 nei commenti, qui tutta la discussione nata su twitter è riassunta in modo molto più articolato.

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Un post di cui mi pentirò, lo sento

Inizio a sospettare che ci sia in corso un’offensiva della potentissima lobby degli avvocati, su internet.
Non riesco a spiegarmi altrimenti perché da giorni la parte della blogosfera italica che si interessa di fantasy sia impegnata in una sfibrante discussione a base di minacce di denunce e querele, partita da un casus belli abbastanza ridicolo e che ha preso toni mostruosamenti grotteschi (in sintesi, da questa pagina – la cui colpa maggiore è quella di non far ridere manco per un cazzo, a parte il punto su Chanyidi – alla notte dei cristalli il passo sarebbe brevissimo; altri frammenti della questione si trovano nel forum dei supposti “mandanti morali” (sic) e sul blog di Lara Manni, dove in mezzo alla rissa c’è qualche sprazzo di discussione costruttiva.
Leggete quello che riuscite, non è un bello spettacolo ed è uno spettacolo che poteva essere evitato attenendosi alla semplice norma “don’t feed the troll”.
(voglio dire: a suo tempo “Il domenicale”, foglio semi-clandestino pubblicato da Dell’Utri, se ne uscì con un “mea culpa” a nome Wu Ming. In proporzione, loro che cosa avrebbero dovuto minacciare di fare? Dichiarare guerra?)

Poi oggi ho visto che una ragazza con cui avevo abitato a Bologna il primo anno di università, che ricordavo enorme fan di Vasco, ha pubblicato un articolo sull’ultimo concerto a San Siro del tizio di Zocca, articolo in cui esprime tutto il rammarico e l’imbarazzo per l’attuale stato di salute artistico del Komandante.
Apriti cielo.
Truppe cammellate all’assalto. E tra i vari insulti, spunta qua e là l’augurio che Vasco legga l’articolo e la denunci per diffamazione.

Non so se sia una conseguenza del fatto che sono anni che siamo tutti qua a parlare di processi, avvocati, giudici.
Ma quest’idea che per vivere insieme siano necessarie le guardie, il messo che ti notifica l’atto giudiziario, le udienze, gli avvocati e tutto quanto mi lascia sinceramente disarmato.

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Al Zawaheco

Il Peggio (per l’esattezza, Di Male in Peggio, che c’è un altro blog con lo stesso nome) è un blog di satira tenuto da un paio di miei amici (in passato ci ho scritto un paio di pezzi anche io).
Nel novembre del 2008, per un post che parlava di un videomessaggio “ecologista” di Al Zawahiri uno dei due autori realizzò questo fotomontaggio:

Come segnalato sul Foglio (via Luca Sofri), la foto è finita in un articolo della Padania:


Come abbia fatto una foto comparsa tre anni fa in un blog dagli accessi non irresistibili a ricomparire ieri sul giornale di partito leghista è un mistero che ci affascina e ci lascia attoniti (dopo che abbiamo smesso di ridere come scemi). La foto si trova nella prima pagina di Google immagini cercando “Al Zawahiri” ed è stata usata il 5 maggio in un blog italiano e, questa è ancora più bella, in un blog di repubblicani USA.
Tutto questo, comunque, ci insegna a fare attenzione alle immagini che si scaricano da internet; come nel famoso caso del cazzo alla griglia di Repubblica.it.

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Fiera, nel senso di “bestia feroce”

Il mio secondo Salone del Libro in veste di standista è stato più lungo e faticoso del primo (da venerdì a lunedì, con l’appendice del disallestimento martedì mattina). E dopo avere trascorso ormai una settimana della mia vita sulla moquette blu del padiglione tre, dopo aver venduto non so più quanti volumi, aver battuto non so quanti scontrini ed essermi scordato di restituire almeno un paio di carte di credito, sono giunto che alla conclusione che io, se non dovessi andarci a lavorare, al Salone di Torino da visitatore non ci metterei mai piede.
Passo indietro, per chi non ci è mai stato.
Che cosa è il Salone del libro?
Una libreria. Gigantesca. A pagamento.
Anzi. Un centro commerciale, perché quest’anno, per esempio, gran parte del padiglione uno era occupato da negozi di strumenti musicali. E perché ci sono sempre un po’ di stand buffi che non c’entrano niente, come i produttori di vino o i ragazzi di un’agenzia che fa roba motivazionale (nel duemilaFOTTUTOundici, dopo anni e anni di demotivators questi avevano i poster motivazionali con leoni, albe e tramonti affissi dentro allo stand).
Un grosso centro commerciale in cui la maggior parte dei prodotti ha prezzi più alti di quelli che si possono trovare al di fuori delle sue mura, nei centri commerciali veri o nelle librerie o, pensa un po’, su Amazon o Ibs.
A giudicare dai sacchetti che vedevo in giro, il percorso tipo è questo: tu arrivi, fai una lunga coda, paghi dieci euro, entri e ti fiondi nello stand di MondadoriRizzoliGeMS (tutti uguali, tutti costruiti come fortini con mura e torri; qualcosa vorrà dire) e gli lasci venti carte per un libro che hai visto da Fazio (Fabiofazio is the new Mauriziocostanzosciou). Poi vai a sentire la conferenza di Travaglio. Poi non lo so, gironzoli un po’, porti i bimbi al gigantesco stand della Nintendo che almeno giocano un po’ o ci vai tu a giocare. Ti intruppi in coda a comprare un panino fetido all’autogrill o la pizza irreale di Spizzico (là fuori c’è Eataly, ci sono bar e ristoranti, c’è una metropolitana che in dieci minuti ti porta in centro: ma con il biglietto da visitatore una volta uscito non puoi rientrare). Fai un passo allo stand della Rai che magari stanno registrando qualche trasmissione e a casa ti vedono. Robe così.
Pessimismo o snobismo che sia, a me sembra che sempre di più il Salone del Libro sia, per il grosso dei visitatori, un estensione del mondo televisivo, un posto dove puoi andare a vedere da vicino le persone che vedi dentro allo schermo, magari recuperare un autografo.
Una rapida elencazione dei personaggi più o meno pubblici che ho avvistato in fiera (o in albergo, quindi lì per la fiera): Marina Ripa di Meana, Piero Fassino, Dario Franceschini, Anselma Dell’Olio, Enrico Ruggeri, Francesco Bianconi dei Baustelle (con i capelli puliti, potenza dell’ufficio stampa Mondadori che è riuscito a fargli fare uno shampoo), Franco Di Mare, Alessandro Bergonzoni, Vittorino Andreoli, Pavel Nedved, Massimo Carlotto, Maurizio Milani, Piero Dorfles, Giorgio Bocca, Luca Telese, Gianluca Morozzi, Vittorio Sgarbi, Tito Faraci, Andrea G. Pinketts.
Poi me ne sfugge qualcuno sicuramente: ma l’unica volta che sono finito in mezzo a una ressa per una persona che pubblica regolarmente romanzi è stato quando Licia Troisi firmava libri allo stand Mondadori (ma un tre-quattro anni fa ricordo Carlo Lucarelli seduto allo stesso tavolino lì fuori completamente ignorato).
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