(è un post un po’ ombelicale, ma devo riprendere la mano a scrivere sul blog)
Se il buongiorno si vede dal mattino, il mattino è questo: alla stazione della metropolitana di Torino Lingotto si forma davanti alla scala mobile un’incredibile e ordinata coda sabauda. È quasi il mio momento di salire quando tre signore molto milanesi, molto con le facce e gli abiti di quelle che per Berlusconi hanno un’ostilità antropologica si infilano di lato con molta naturalezza, senza che una delle tre smetta di raccontare di una qualche esperienza educativa che ha fatto con una classe di bambini. “Ci devi fare un libro,” cinguetta garrula un’altra, che immagino più tardi andrà a firmare un manifesto per la legalità e le regole.
Quest’anno ho sentimenti meno estremi nei confronti del Salone, a posteriori. Sarà che ci ho passato meno tempo, sarà che non ho fatto il disallestimento, sarà che ho girato pochissimo.
Momento migliore durante la lunghissima fila per farmi fare un disegno da Zerocalcare: c’è questo ragazzetto, minorenne, molto regolare, con il suo maglioncino e la camicia, ogni tanto passa la mamma a vedere come va. Quando è il suo momento, ZC parte con il campionario dei soggetti, che dovreste sentire recitato da lui perché dal tono e dall’automatismo capite quante dediche abbia fatto dall’uscita del primo volume, e il ragazzetto sceglie “tizio che tira la molotov”. “Volto coperto o scoperto?” (ZC è professionalissimo). “Coperto”. Più o meno alla fine del ripasso a china (parlando di professionalità: fa la bozza a matita, ripassa a china, dà il grigio con il pennarello) arriva Luca Sofri. Ed è bello questo momento in cui un disegnatore “dei centri sociali” mentre disegna uno che tira una molotov per il ragazzino borghesissimo (che si chiama Gian Giacomo, a questo punto mi piace immaginare come Feltrinelli per volontà di una famiglia molto radical-chic) parla con il direttore di un giornale che fa endorsment per il PD e che una volta conduceva un programma con Giuliano Ferrara.
Sempre allo stand Bao ho preso la ristampa cartonata e in grande formato di Mater Morbi, la storia di Dylan Dog scritta da Roberto Recchioni e disegnata da Massimo Carnevale che alla sua uscita suscitò polemiche sul tema della malattia e dell’eutanasia, con intervento a gamba tesa della sottosegretaria alla salute dell’epoca, Eugenia Roccella, che poi dovette ritrattare perché aveva commentato senza avere letto la storia (ma tanto sono solo fumetti). Ristampata e con sei tavole inedite a colori di prologo, la storia guadagna tantissimo nell’impatto visivo, grazie a una stampa precisissima su una bella carta uso mano. Ieri sera mentre leggevo ogni tanto mi imbambolavo a guardare la resa dei neri, profondissimi, che fanno pienissima giustizia ai disegni di Massimo Carnevale.
C’era lo stand del Centro per il libro e la lettura, una struttura pubblica diretta da Gian Arturo Ferrari (ex direttore generale della Divisione libri di Mondadori) che ha “il compito di divulgare il libro e la lettura in Italiae di promuovere all’esteroil libro, la cultura e gli autori nazionali”. Nello specifico promuovevano l’iniziativa Il maggio dei libri (non pervenute le lamentele della Madonna per l’usurpazione del mese; ma non pervenute nello specifico neanche le modalità esatte di questo mese del libro), di fatto c’era una povera persona costretta a bivaccare lì 12 ore e distribuire volantini e segnalibri. La decorazione dello stand era un collage di copertine di libri italiani; magari avrò guardato male io, ma non ce n’era uno posteriore ai primi anni sessanta. Una bella iniezione di fiducia.
Ogni anno mi tocca beccarmi lo sfogo di una persona che si lamenta perché non ci sono gli sconti e perché i libri costano troppo. Alle 19.44, con ancora tre ore davanti.
Grande novità dell’anno, l’area “Lounge espositori” dove si potevano mangiare cose più buone di quelle che toccano ai visitatori (per esempio l’hot dog con il pane freddo e il würstel mezzo crudo). Code lunghette, ma tutto sommato il panino con la salsiccia cruda di Bra meritava un assaggio.
Stand più affollato, senza dubbio, quello dove regalavano il Grand Soleil, al confine con l’area Cook Book. Grande novità di quest’anno, in linea con la nuova passione per i cuochi, a Cook Book si poteva trovare una libreria dedicata ai titoli sulla cucina e la gastronomia e un’area dove si sono esibiti ai fornelli nomi noti della ristorazione e della tv. Anche Benedetta Parodi, sì.
(premesso che ho molti amici abruzzesi) Ingombrante vicino di stand, la Regione Abruzzo festeggiava i 150 anni della nascita di D’Annunzio con un’esposizione di cimeli (mancavano: lastre di vetro sporche, costole) e una serie di incontri e spettacoli. Amiche e amici abruzzesi, voi non avete idea di come spende i vostri soldi la vostra regione. Tipo che a un certo punto (le otto di sera, dopo dieci ore che stai in fiera) (dieci ore di neon e cupo rombo della morte fatto dal chiacchiericcio di migliaia di persone) partono gli zampognari. E i canti in dialetto. E un altra sera un tenore che cantava CON IL MICROFONO, per giunta composizioni giovanili del Vate musicate.
L’organizzazione ha sbagliato i cartelli dello stand di una nota casa editrice romana, diventata per quest’anno minimun fax.
A sorpresa, non c’era la Panini Comics. Voci di corridoio dicevano che hanno fatto talmente tanti soldi a Lucca che non si sono presi il disturbo di muoversi per una fiera per loro non così vantaggiosa (era vantaggiosa per me, perché avendoli come vicini qualche buon affare si riusciva sempre a combinare), mannaggia)
Un sentito grazie al ristorante La via del sale, per averci dato anche quest’anno da mangiare a un’ora indecente, resa ancora più indecente dal fatto che abbiamo parcheggiato all’altra estremità della via e in centro a Torino, se non lo sapete, le vie sono luuunghe. Fanno cucina piemontese con qualche influsso ligure, nel nostro caso riscontrabile soprattutto nel rapporto con il cameriere (ma in fondo non aveva tutti i torti: siamo arrivati con mezz’ora di ritardo e al “cosa prendete?” ci sono stati lunghi momenti di uuuhm, eeehm) (inoltre: gli emiliani sembrano andare molto in panico davanti a piatti estranei alla loro tradizione, o almeno quelli che conosco io). Acciughe al verde FTW, comunque.
Breve elenco di avVIPstamenti: uno degli Zero Assoluto (credo Zero), Benedetta Parodi, un anziano che una volta era De Gregori, Sergio Romano, Gad Lerner, Khaled Fouad Allem (che ho solo registrato come volto riconosciuto ma che ho dovuto cercare sul sito del Salone) (se vi dico chi credevo che fosse, senza alcuna base logica, mi spernacchiate a vita), il ministro Cecile Kyenge, Gian Arturo Ferrari, Giulio Coniglio.
Cosa mancava al Salone? Esatto, i cosplayer, nello specifico di Star Wars, portati dallo stand delle edizioni Multiplayer. A uno di loro però sono stato costretto a stringere la mano: in uno stand di non so cosa c’era un grosso braccio meccanico in movimento che dimostrava non so cosa e al di là del vetro un tizio vestito con il tipico accappatoio Jedi usava la Forza per farlo muovere. Non sono mai stato così tanto vicino a usare l’espressione “EPIC WIN” con uno sconosciuto.
La cosa più interessante da leggere al Salone? Le magliette dei partecipanti. Sembra che ormai la popolazione tra i 15 e i 45 anni passi l’inverno ad accumulare magliette spiritose o ispirate a film, fumetti, telefilm, per poterle poi sfoggiare ai primi caldi. Ho persino visto uno che aveva la mia stessa maglietta con Klimt Eastwood (meno male che io in quel momento avevo quella di Cthulhu vs. Godzilla, altrimenti sai che imbarazzo?).
Breve guida alla sopravvivenza al Salone del Libro di Torino, sulla scorta delle esperienzepassate.
Stai a casa. Sul serio. La Fiera (o Salone) di Torino è una gigantesca libreria. Dove, per entrare, paghi. Dice: “ok, ma poi una volta dentro scontofiera come se piovesse?”. Mah, non ci contare troppo, a meno che non siano le ultime ore dell’ultimo giorno. Se stai andando a Torino per buttarti dentro allo stand di Einaudi o Mondadori o Rizzoli o Feltrinelli, stai a casa. Investi i soldi del biglietto del treno in libri. Oppure vieni pure a Torino, goditi la città e usa i soldi del biglietto per mangiare qualcosa di buono.
“Ma c’è l’incontro con quell’autore che amo tanto!!!”. Ok, legittimo, però se vivi in una città con delle librerie controlla che magari non faccia una presentazione anche nella tua città. Per esempio, quando una casa editrice invita un autore straniero cerca di massimizzare la sua presenza e non lo porta solo a Torino.
Ok, sei voluto venire lo stesso. Almeno evita di intrupparti negli stand delle giga-case editrici e date un’occhiate a quelle i cui libri non trovate in libreria. Vale anche lì la legge di Sturgeon, ma la possibilità di trovare qualcosa di interessante c’è sempre.
Se proprio devi, evita il fine settimana. Il fine settimana è l’inferno in terra. Certo, durante la settimana ci sono le scolaresche deportate a pascolare tra gli stand, però di solito ci sono solo la mattina e il pomeriggio si gira più tranquilli.
Portati del cibo. In Fiera il cibo è caro e/o fa schifo e/o devi fare delle code lunghissime. In teoria, appena lì fuori c’è un centro commerciale con un sacco di posti dove mangiare, però di solito il biglietto dei visitatori non ti permette di uscire e rientrare. Se proprio resti bloccato, la cosa più onesta che puoi trovare è la non-pizza di Spizzico. Quest’anno gli organizzatori promettono maggiore varietà, ma io non mi fiderei comunque.
La tua sopravvivenza può essere garantita dal chiosco dei gelati fuori dal padiglione 3, se c’è anche quest’anno.
Verso le 18, 18.30 alcuni stand organizzano rinfreschi. Punta gli stand delle Regioni (sì, ci sono gli stand delle regioni, don’t ask), di solito ci si trova bene.
Portati degli spiccioli. I cassieri amano gli spiccioli. Un cassiere che conosco dà gadget a chi gli dà gli spiccioli, se ha gadget da dare.
Le case editrici stampano i cataloghi apposta perché la gente li prenda. Se vedi dei cataloghi su un bancone, prendine pure uno. Non chiedere al cassiere “posso prenderne uno?”, al massimo di’ qualcosa tipo “ti rubo un catalogo”.
Sui libri che un editore vende direttamente in fiera ha già pagato le tasse. Quindi non emette scontrino fiscale. Chi si dota di un registratore di cassa lo fa per questioni di contabilità interna, chi non lo fa perché non può permetterselo o non ne ha voglia. Quindi non guardate come evasori fiscali quelli con la cassettina, non sono degli evasori fiscali.
Lo sconto: domandare è lecito, farlo è cortesia. Il momento migliore per chiedere sconti è a fine fiera (vedi punto 1); per dire l’anno scorso Codice faceva lo sconto del 50%. Sventolare il pass espositori chiedendo “sconto espositori?” non funziona automaticamente. La tecnica migliore, se passi più giorni in fiera, è quella di fare amicizia con chi lavora in stand con libri che ti interessano e organizzare degli scambi di favori.
Attento agli stand di venditori di corsi di autostima, marketing motivazionale, editori a pagamento, fuffologi assortiti. Tendono a essere appiccicosi.
Evita di prendere ogni singolo catalogo, depliant, campioncino con le prime sedici pagine di un libro, adesivo, segnalibro, che trovi in giro. Sommati ai libri che inevitabilmente compri fanno un peso considerevole e quando arrivi a casa e svuoti i sacchetti dici “ma che cazzo ho preso?”. I veri professionisti vanno in giro con il trolley.
Non è colpa loro, ma se stai a uno stand e hai libri per bambini, una specie di piaga biblica sono le maestre, alla perenne ricerca di materiale omaggio. Sarà che la fiera coincide con il periodo in cui faccio la dichiarazione dei redditi, ma mi domando sempre (retoricamente) dove diavolo vadano a finire i soldi delle mie tasse, se non alle scuole.
È vero che chiude alle 22 (sabato alle 23), ma se eviti di iniziare a guardare tutti i libri dello stand alle 21.56 il tuo karma ne guadagnerà.
Mercoledì 19 settembre è andato online L’ennesimo libro della fantascienza, il più recente ebook collettivo organizzato da Barabba. Come lascia intuire il titolo, è una raccolta di storie di fantascienza, che si può scaricare (gratuitamente) nei canonici formati (epub, mobi e pdf), raccolti dall’ottimo Many e racchiusi dalla meravigliosa copertina di Isola Virtuale. Sono quasi 700 pagine di storie in italiano, scritte da chiunque ne avesse voglia. Da quello che sono riuscito a leggere finora, ci sono alcune cose fatte davvero bene e in generale il livello, per essere una pubblicazione di “amatori” (anche se dentro c’è quello che nel frattempo è diventato il vincitore del Premio Urania di quest’anno) non è per niente male.
Dentro, poi, ci sono anche, ehm, io. Con addirittura due racconti.
Il primo in realtà è una sciocchezza buttata giù all’epoca di non ricordo che gioco sui racconti di sei parole.
Il racconto di sei parole, pare sia nato da Hemingway, che si dice abbia scritto per scommessa con un amico un romanzo in sole sei parole:
For sale: baby shoes! Never worn.
[Vendo scarpe da bambino. Mai indossate.]
La mia versione del gioco è questa:
Te li ricordi, gli esseri umani?
Una saga cosmica in sole sei parole. Prendi questo, Ernest!
(altri esempi sono raccolti su Wired)
Accanto a questa facezia, che credo mi valga il titolo di racconto più breve del libro (ce n’è uno di tre parole, ma se non leggi il lungo titolo non ha senso), mi ero messo in testa di contribuire anche con qualcosa di un filo più strutturato, quello che è poi diventato VitaEterna™. Se volete leggerlo, lo trovate qui, a pagina 307 oppure sul blog del libro. Non è lunghissimo, nelle mie intenzioni dovrebbe leggersi anche abbastanza alla svelta. Non ci sono neanche descrizioni, quasi solo dialoghi.
Sono abbastanza soddisfatto di come è venuto fuori, ma ci sono un po’ di cose che non avevo lo spazio per dire e che qua posso dire. Niente spiegoni, mi pare che si capisca tutto abbastanza bene. Solo l’equivalente dei “contenuti speciali” di un dvd.
Questa cosa dei libri del mese mi sta decisamente sfuggendo di mano.
Della piacevolezza delle edizioni illustrate Del Rey dell’opera di Robert E. Howard ho parlato nella scorsa puntata. Questo El Borak and other desert adventures non fa eccezione; anzi, se possibile alza ancora di più il livello mettendo in campo i disegni di Tim Bradstreet, illustratore e copertinista che nello scorso decennio ha ricreato dalle fondamenta l’iconografia del Punitore, tra le altre cose. El Borak (“lo svelto”), il personaggio che dà il titolo a questa raccolta di storie, è un avventuriero texano che ha piantato le tende nell’Afghanistan degli anni Dieci, dove passa il suo tempo a sventare complotti, recuperare fanciulle in pericolo da città nascoste tra le montagne, cacciarsi fuori dai guai in cui si è cacciato. Come ogni avventuriero degno di tal nome. Anche se alcune di queste storie sono state nel corso degli anni trasformate in avventure a fumetti di Conan, cambiando quello che serviva, la magia e il sovrannaturale sono praticamente assenti (a parte lo yeti): si tratta di avventura pura e semplice, la stessa che si ritrova anche nelle storie di un paio di personaggi minori con cui si completa il volume. Una chicca è la prima versione di The Fire of Asshurbanipal, che manca del finale sovrannaturale, ritrovata nel 1972 e pubblicata solo un paio di volte.
È un volume che, nonostante una certa ripetitività di situazioni (il gruppo del protagonista assediato in una grotta sul fianco di una montagna da cui fugge perché trova un’uscita ignorata, per esempio), mostra la potenza della scrittura di Howard e la sua capacità di costruttore di storie. Non ci sono fronzoli, non c’è niente che non sia funzionale alla storia, neanche nelle psicologie dei personaggi. C’è molta ferocia e Son of the White Wolf, la storia di un disperato e rabbioso tentativo di far nascere un nuovo impero turco, ne è forse il punto più alto, pur nella sua brevità:
“We have reached the end of the Islamic Age. We abjure Allah as a superstition fostered by an epileptic Meccan camel driver. Our people have copied Arab ways too long. But we hundred men are Turks! We have burned the Koran. We bow not toward Mecca, nor swear by their false Prophet. And now follow me as we planned – to establish ourselves in a strong position in the hills and to seize Arab women for our wives.”
“Our sons will be half Arab,” someone protested.
“A man is the son of his father,” retorted Osman. “We Turks have always looted the harims of the world for our women, but our sons are always Turks.”
Finisce anche peggio di come si può immaginare, per la cronaca.
Narrativa di intratteimento da leggere magari non un racconto dietro l’altro perché alla lunga la ripetitività c’è, però comunque roba di buon livello, scritta nell’impareggiabile prosa vigorosa di Howard.
Sotto l’etichetta Young adults si sono consumati incredbili crimini contro l’umanità. L’idea è che gli adolescenti si bevano qualsiasi polpettone di amore e morte e che a volte, quando ti va bene, riesci a venderlo anche a chi adolescente non è. Hunger games di Suzanne Collins è finito sul mio kindle perché era in offerta a un prezzo ridicolo e perché ne sentivo parlare con toni positivi che non erano quelli del guilty pleasure da qualche tempo, altrimenti mai e poi mai mi sarei avvicinato al nuovo campione del genere. Doverosa premessa, che poi arriva nei commenti quell/o con il ditino alzato: non ho visto/letto Battle Royale in nessuna delle sue incarnazioni. Ma si dovrebbe parlare anche di due romanzi di Stephen King (pubblicati con lo pseudonimo Richard Bachman), La lunga marcia e L’uomo in fuga (da cui L’implacabile con il buon vecchio Arnie) da cui provengono sia l’idea della competizione mortale tra i giovani in un’America futuribile andata a scatafascio sia quella dello show televisivo a eliminazione diretta dei concorrenti.
Se dovessi definire Hunger Games con due soli aggettivi direi che è onesto e furbo, ovviamente secondo due aspetti diversi.
È onesto nelle intenzioni, nella scrittura assolutamente piana, nell’andamento della storia e nella costruzione dei personaggi. La Collins non cerca di fare lezioncine sull’animo umano, sulla violenza, la morte, i giovani bla bla bla. Racconta la storia di questo gioco televisivo in cui i sorteggiati dei dodici distretti in cui è divisa l’America del futuro si massacrano fino a che non ne rimane uno solo. È una storia di avventura, in cui a un certo punto arriva il twist. Che è la parte astuta.
Perché da qualche parte la storia d’amore ce la devi mettere, ma non è detto che tu ce la debba mettere in modo banale. Così, la Collins gioca con gli incassamenti della storia nella storia, con il fatto che il reality/talent è sempre una finzione e… non mi va di anticipare cosa succede perché per me è stata la parte più interessante del libro come idea e come sviluppo. Semmani ne parliamo nei commenti.
È con questo guizzo che il libro diventa non un capolavoro ma un oggettino interessante che se fossi ancora all’università e avessi una tesina di sociosemiotica da proporre ci farei un pensiero.
Non credo che farò un pensiero, invece, sugli altri due volumi della trilogia perché mi piace immaginare conclusa lì la storia di Katniss, almeno la parte che poteva interessare a me.
Però è stato davvero una piacevole sorpresa, un po’ perché partivo da aspettative molto basse e un po’ perché è un piacevole prodotto di intrattenimento che si merita il successo che sta avendo.
A proposito di onestà, una cosa per cui nutro sempre sentimenti contrastanti è quando un editore riesce a vendermi dei libri facendoli passare per quello che non sono, per esempio dando a un saggio accademico l’aria di un divertente libretto divulgativo pieno di storie e aneddoti. È quello che hanno fatto le Edizioni Codice con Esploratori perduti di Stefano Mazzotti, che si propone di raccontare le storie, sconosciute ai più, delle spedizioni scientifiche italiane tra XIX e XX secolo. La copertina salgariana, in tutto lo splendore della cromolitografia ingrandita fino a diventare pop-art, e i paratesti fanno pensare a un volume scoppiettante dedicato alle vite avventurose e stravaganti di eccentrici individui alle prese con la sopravvivenza in ambienti ostili, magari raccontate con un filo di ironia (alla Bill Bryson, insomma). E invece no. Per lo più il libro di Mazzotti si concentra sulle conseguenze delle esplorazioni, sul loro apporto scientifico, sulle collezioni che hanno permesso di creare e che ancora oggi costituiscono l’ossatura di musei come quello di Storia Naturale a Genova (dove prima o poi devo fare una gita, quasi vent’anni dopo l’ultima) (mi accucciai per allacciarmi una scarpa nella sala del rinoceronte impagliato e… diciamo che il corno sul muso ha un gemello). Gli elementi avventurosi ci sono, ma sono sempre in sordina e non sembra che Mazzotti sia molto a suo agio con questo tipo di materiale. Certo, ci sono spunti eccezionali, come il viaggio che dovevano fare i campioni di animali dal cuore dell’Africa alle coste italiane, magari in vasi di vetro colmi di alcol, però purtroppo Esploratori perduti resta una specie di fonte per l’eventuale libro appassionante sulle vite di questa gente. Che spero qualcuno faccia in futuro. A proposito di pagine poco note della storia patria, c’è il fatto che l’Italia ha vissuto, negli anni successivi all’unità, la curiosa situazione di fare quelle che oggi ci sembrano a tutti gli effetti delle guerre coloniali ma sul suo stesso territorio. Le più famose sono ovviamente le operazioni contro i “briganti” nell’ex regno Borbonico, ma fino ai primi anni del Novecento l’esercito italiano ha dovuto riportare la sovranità su parti del territorio che stavano sfuggendo di mano. È successo in Toscana ed è successo anche in Sardegna, dove nel 1899 venne mandato tra gli altri un giovane ufficiale fiorentino, Giulio Bechi, che raccontò poi quegli eventi in un libro dal titolo Caccia grossa, che già dovrebbe fare capire quale fosse l’atteggiamento verso gli “indigeni”. Il libro, nonostante la lingua inevitabilmente datata, è interessante soprattutto per la curiosità antropologica che Bechi mostra verso la società sarda, le sue usanze e la sua arcaicità, come mostra questo passaggio dedicato al pranzo matrimoniale:
Parte indispensabile del menu è poi il cosidetto prattu de brulla (piatto di burla) e consiste in vivande poco lusinghiere per il palato come ossa spolpate, sassi, pezzi di legno, di sughero, erbe spinose, ecc. Ad Orosei il piatto di burla che si presenta allo sposo deve contenere un bel paio di corna… credo bene contro la iettatura! A Sarule se l’invitato non si accorge subito dello scherzo e non è lesto a scaraventare il piatto nella schiena del servo che glielo presenta, deve dargli una mancia di mezza lira. All’arrivo quindi del prattu de brulla, è un volar di piatti da ogni parte addosso ai poveri servitori, i quali, svelti come scoiattoli, cercano di presentare a quanti più possono il loro piatto per buscarsi altrettante mezze lire.
Comunque, con tanti saluti all’inno di Mameli, gli italiani dell’epoca si sentivano tutt’altro che fratelli e le differenze economiche e sociali tra le regioni più ricche e quelle meno fortunate come l’entroterra sardo erano tutt’altro che trascurabili.
La prima edizione elettronica del libro (che è quella che ho letto io) era letteralmente impestata di errori: creata con l’OCR, non era stata evidentemente riletta. Informata della cosa, la casa editrice (e/o) ha provveduto a distribuire una versione corretta. Per fortuna gli ebook permettono questo genere di correzioni al volo (l’utente deve solo riscaricare il libro dal sito dove l’ha acquistato), ma comunque lo stato del testo messo in vendita era davvero pietoso e un pessimo segnale della faciloneria con cui certe operazioni vengono svolte. Speriamo che con il tempo cresca la cura dedicata dagli editori agli ebook.
…ed è la Sardegna la bellissima regione scelta come dimora dallo scrittore Massimo Carlotto, direbbe Mentana per riuscire a collegare il passaggio al prossimo titolo, che è La verità dell’Alligatore del suddetto Carlotto (avevo degli sconti sugli ebook e/o, non si vede?). Primo romanzo di Carlotto dopo l’autobiografico memoriale sulla latitanza, La verità dell’Alligatore ha dentro i temi dei libri successivi (sia con l’Alligatore sia senza), ma senza la lucidità e la padronanza della narrazione delle prove migliori (Arrivederci amore ciao su tutte). Il protagonista è una compiaciuta proiezione dell’autore, l’inserimento delle citazioni di brani blues è meccanico, il ritratto della provincia ricca annoiata e criminale è molto manicheo e sui personaggi femminili aleggia un’aria di misoginia parecchio sgradevole. Poi sì, la storia fila abbastanza e, salvo gli intoppi di cui sopra, si legge. Ma Carlotto ha fatto di meglio e qui l’inesperienza la paga tutta. Per completisti, come si dice in questi casi.
I sing of power, magick and faith… Il fatto che il nuovo romanzo di Simone Sarasso si chiami Invictus mi permette di tirare fuori dall’armadio i Virgin Steele, anche perché nella vita dell’imperatore Costantino di potere, magia e fede ce n’è stata abbastanza. Vabbeh, forse non la magia. E forse la fede è stata più che altro uno strumento, ma il potere quello sì. Pubblicato nella nuova collana low cost con cui Rizzoli cerca di andare dietro alla fortunata serie di libri a 9,99 € della Newton Compton, Invictus è strutturalmente un romanzo classicissimo, in cui seguiamo la vita del protagonista dall’infanzia alla morte, che dalla copertina sembra indistinguibile da quel fortunato filone (a giudicare da quanti titoli vedo in libreria) dedicato all’impero romano e ai suoi protagonisti. Il classico feuiletton da ombrellone?
Non credo; credo anzi che Sarasso abbia fatto andare almeno un paio di volte la granita di traverso agli estimatori-tipo del genere.
In linea con i suoi romanzi precedenti dedicati alla storia dell’Italia del dopoguerra (Confine di Stato e Settanta), Sarasso tiene l’obiettivo ben puntato sul lato sporco del potere, sulle cose che vanno fatte, sulla soldataglia, sul sangue. Il linguaggio mantiene il vezzo sarassiano del fare parlare i personaggi come in un action movie doppiato alla meno peggio, adattando però il vocabolario al periodo storico (per esempio, non compare mai la parola “puttana”, di origine medievale, per quanto il concetto sia reso con termini più consoni all’epoca) e farà sicuramente storcere il naso a quelli convinti che nei romanzi storici chiunque debba esprimersi con aforismi ben formati ed eloquenti. Qua persino i filosofi vanno a tabularie.
Nella prima parte del romanzo giganteggia la figura di Diocleziano: soldato, padre dell’impero, carismatico. Puoi quasi sentire il dispiacere dell’autore quando è costretto a lasciarlo da parte nel suo buen ritiro sulla costa dalmata.
Il periodo storico è generalmente poco noto e gli eventi piuttosto caotici, con quell’altalenare tra frammentazione e ricomposizione dell’impero, ma la ricostruzione è sufficientemente chiara senza voler essere didattica o didascalica.
Poi, certo, il tono sempre “d’acciaio”, sempre alla ricerca della frase d’effetto, un po’ sulla lunga tende a dare fastidio e in alcuni momenti avrei preferito forse che la voce dell’autore facesse un passo indietro. Ma nel complesso è un’epopea ben raccontata, potente, che nelle parti migliori ti investe con la forza di un maglio e ha qualcosa delle storie di Re Conan o di Kull scritte da R. E. Howard. Mi aspetto un prequel su Diocleziano, prima o poi…
Tutte le volte che mi tocca di parlare di un romanzo di Christopher Moore mi sento in dovere di dire la stessa cosa: “non sarà mai bello come Il vangelo secondo Biff“. Secondo me Biff è uno dei più bei romanzi comici degli ultimi vent’anni e forse di sempre, quindi se non l’avete letto…
Però poi non è che uno può sempre stare lì a rivangare il passato. Moore ha scritto anche degli altri libri che non sono Biff e che a volte sono anche parecchio belli. E’ il caso ad esempio di Sacré Bleu, ambientato tra i pittori impressionisti francesi, alla prese con un misterioso colorista e una donna bellissima che, di fatto, il colore blu. Un po’ fantasy (in senso lato, non nel senso di “ruba l’artefatto fine-di-mondo all’oscuro negromante re del male”), un po’ romanzo storico, parecchio romanzo umoristico, questo nuovo nato in casa Moore garantisce qualche ora di spasso, qualche insegnamento sulla storia dell’arte e dei colori, una divertente caratterizzazione di Toulouse Lautrec (praticamente protagonista del libro) che ogni tanto sconfina nel Tyrion Lannister più scanzonato. L’umorismo di Moore è sempre efficace e la storia ben congegnata e di ampio respiro.
Certo, non è un capolavoro come Biff ma… Ma ricorda comunque alcune cose di Tom Robbins, il che è un pregio non da poco.
Per qualche strano motivo, continuo a incocciare in romanzi più o meno storici. Two for Texas di James Lee Burke, infatti, ha il suo culmine nella battaglia di Fort Alamo, lo storico assedio dei texani da parte dei messicani finito con la vittoria di questi ultimi e la morte di due personaggi del vecchio west come Davy Crockett e Jim Bowie (inventore dell’omonimo coltello). Sarà che la storia inizia in una colonia penale nelle paludi da cui i due protagonisti riescono a fuggire fortunosamente, sarà il tono anti-eroico e la generale crudezza della narrazione e delle vicende, ma il romanzo mi ha ricordato le atmosfere della serie a fumetti Ken Parker. Ho fatto un po’ di fatica a finirlo perché in realtà non è così avvincente come ci si potrebbe aspettare dal soggetto e perché comunque ho una visione della Frontiera più spensieratamente avventurosa (alla Tex, per intenderci) ma è comunque un lavoro solido.
Anche la rubrica dei libri letti nel mese precedente arriva sempre più tardi. Tipo: con un mese di ritardo. Ma purtroppo questo è un mondo crudele in cui il lavoro ti costringe a sottrarre tempo prezioso alle cose importanti.
In più in mezzo c’è stato quel vampiro di energie fisiche e psichiche che è il Salone del libro di Torino (dove per qualche giorno vado a fare dei lavori veri: battere scontrini, contare soldi, mettere libri dentro scatole e scatole su pallet).
La prima volta che ho sentito parlare di Solomon Kane è stato su uno di quei librini che si trovavano allegati agli Speciali degli albi Bonelli, per la precisione il quinto della serie dell’Enciclopedia della Paura di Dylan Dog, dedicato alla letteratura horror (allegato a quel capolavoro che era La casa degli uomini perduti di Sclavi e Casertano).
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Là, nella voce dedicata a Robert E. Howard si citava questo spadaccino del XVI secolo che muovendosi tra Europa e Africa affrontava mostri e demoni mosso da un’incrollabile fede in Dio. Non c’era nemmeno un’immagine e veramente la descrizione era poco più lunga di queste parole, ma lo stesso ricordo che pensai “wow, devono essere i racconti più belli del mondo”. Un paio di anni dopo, quando finalmente sono riuscito a mettere le mani su uno dei volumetti 100 pagine 1000 lire della benemerita Newton Compton, ho scoperto che Solomon Kane era davvero un personaggio straordinario come me l’ero immaginato e, anzi, forse di più. Continua a leggere→
Pigeons from hell è una storia horror uscita nel 1938 su “Weird Tales”, due anni dopo che Robert Ervin Howard si era ucciso sparandosi alla testa dopo aver saputo che la madre non sarebbe mai uscita dal coma. Aveva appena trent’anni e una dozzina d’anni di carriera letteraria alle spalle.
Oggi, in Italia, il nome di Howard è noto soprattutto per il suo personaggio più famoso, Conan di Cimmeria, ma two-gun Bob fu un autore spaventosamente prolifico, che toccò tutti i generi possibili del pulp letterario della sua epoca. La galleria dei suoi protagonisti comprende barbari, cowboy, pugili, marinai, crociati, avventurieri, spadaccini e spadaccine.
Come molti scrittori dell’epoca, Howard era in contatto epistolare con Howard Phillips Lovecraft. Ora, non è che posso stare qua a spiegarvi chi fosse Lovecraft, quindi in sintesi diciamo che HPL è stata una delle cose più eccitanti accadute al nostro immaginario e che anche se non conoscete i suoi lavori vivete in un mondo che ne è stato influenzato. Tra le altre cose, Lovecraft intratteneva una fitta corrispondenza con più o meno chiunque e Howard era uno dei suoi interlocutori più assidui, sulla base di una stima reciproca fortissima e di interessi simili.
In una lettera del 1930, REH scrisse a HPL delle storie che gli raccontava da bambino la vecchia cuoca di famiglia, che era stata schiava prima della guerra di Secessione, benché quasi completamente bianca (“about one sixteenth negro, I should say”). Nella lettera ci sono dei particolari straordinari, come gli schiavi che sono nei campi, sentono una ventata di aria calda e capiscono che la loro padrona è morta perché quando muore una persona malvagia le porte dell’inferno si spalancano per accoglierla ed esce l’aria rovente. E la vecchia padrona era una persona malvagia perché torturava e maltrattava le schiave dalla cui bellezza si sentiva minacciata. E poi c’è una storia tipica del folklore dei neri che parla di uomini che decidono di trascorrere la notte in una casa abbandonata e vengono svegliati da dei rumori provenienti dal piano di sopra, dove dimora qualcosa di orripilante che cambia a seconda delle versioni e che causa la fuga dei terrorizzati malcapitati.
Ecco, è da queste suggestioni che nasce Pigeons from hell, che Stephen King ha definito “una delle più riuscite storie dell’orrore del nostro secolo” e che è generalmente acclamata come una delle migliori storie di Howard. A ragione, perché nella prima parte ci sono un paio di momenti genuinamente spaventosi e la storia che Howard racconta tra le righe è davvero inquietante.
Mentre la leggevo mi domandavo “ma in italiano non è stata tradotta?”.
Sì. L’ultima edizione è in un libro del 1995 della Netwon Compton. Diciassette anni fa.
Un fotogramma della versione televisiva del 1961
Allora ho pensato che visto che di solito i lettori di fantastico in Italia si lamentano sempre perché questo e quello non viene tradotto e visto che avevo tempo e l’idea di affrontare da vicino la scrittura di Howard mi intrigava potevo provare a tradurlo io.
E l’ho fatto. Non sono un traduttore professionista, però mi sembra che il risultato sia accettabile.
Sia per quanto riguarda la traduzione sia per quanto riguarda gli aspetti tecnici dei file sono più che felice di ricevere critiche, suggerimenti, insulti ecc.
Ogni altra introduzione da parte mia è superflua, quando possiamo lasciare la parola a Boris Karloff:
As usual, i libri letti nel mese di marzo; in cui si scopre che il 1912 è stato un anno interessante per la narrativa fantastica.
John Carter, il film della Disney, è stato un naufragio clamoroso ai botteghini. Tanto che non ho fatto neanche in tempo a vederlo. In compenso, la sua uscita ha riportato nelle librerie e in edicola i romanzi di Edgar Rice Burroughs del “ciclo marziano”, che sono a tutti gli effetti i progenitori della commistione avventurosa tra “fantasy” e “fantascienza” da cui discendono cose come il ciclo di Tschai di Jack Vance, Star Wars e, perché no, He-Man. John Carter, pubblicato da Urania Collezione, è non solo il primo romanzo della serie ma il primo romanzo di Burroughs (la cui creazione più famosa è sicuramente Tarzan, che rispetto a John Carter ebbe la fortuna di venire trasposto in pellicola già agli albori del cinema), la cui prima puntata apparve su una rivista pulp giusto un secolo fa. La storia è quella di un soldato dell’esercito confederato che si ritrova trasportato sul pianeta Marte (Barsoom per i nativi) e lì, dopo un inizio come schiavo, si fa notare per la sua abilità di guerriero (aiutata dal fatto che la gravità marziana e meno forte di quella terrestre, il che gli conferisce grande forza e la possibilità di fare balzi prodigiosi) prende parte allo scontro tra due delle razze di alieni (i verdi e i rossi), si innamora di una principessa locale, probabilmente salva i suoi alleati dalla distruzione (il romanzo si interrompe qui). Tanto per non farsi mancare niente, i primi capitoli, ambientati sulla Terra, sono western puro e semplice.
Purtroppo, al di là dell’indubbio valore storico di questo romanzo nel campo del fantastico, ho trovato che il tutto sia invecchiato non benissimo e che le ingenuità e le scorciatoie (Burroughs sembra ricordarsi dei super-poteri di Carter solo quando gli fa comodo) oggi appaiono poco digeribili; o forse la situazione di lettura ideale di questo libro è quella in cui a suo tempo lessi Tarzan, vale a dire sotto l’ombrellone, tra un bagno e un morso di focaccia.
Sospetto però che si sia anche un problema editoriale dietro.
La collana “Urania Collezione” era nata per fornire edizioni dignitose e complete di titoli storici usciti nella collana in epoche in cui i romanzi di Urania potevano venire tagliati a discrezione dei curatori per farli rientrare nella foliazione (succede ancora oggi, per la cronaca) (ma se lo andate a dire sul blog di Urania siete dei provocatori e vi bannano), in traduzioni se non completamente rifatte quantomeno “rinfrescate”, come si dice in gergo. Poi deve essere successo qualcosa (un taglio di budget, visto che nel frattempo sono scomparse le alette, la battuta in rilievo e il cartiglio lucido in copertina) perché questo è già il secondo libro che mi trovo tra le mani in poco tempo presentato al pubblico nella “storica traduzione”, come riportato nell’introduzione. Dovrei confrontarlo con l’inglese, ma ho l’impressione che la traduzione italiana abbia manomesso uno stile che dovrebbe essere molto più spiccio e senza fronzoli.
Anche se oggi è ricordato per il suo personaggio più famoso, Sherlock Holmes, Arthur Conan Doyle fu uno scrittore poliedrico che sperimentò, oltre al “giallo”, con il romanzo storico (a un certo punto “uccise” Holmes perché a suo dire toglieva attenzione ai suoi romanzi storici) e con il fantastico (per poi prendere una sbandata per lo spiritualismo dopo la morte del figlio e avvallare alcune panzane particolarmente clamorose come le foto delle fate di Cottingley, ma questo è un altro discorso). The lost world, uscito pure lui nel 1912, come John Carter, riprende un’idea già usata da Jules Verne, quella della sopravvivenza fino ai giorni nostri dei dinosauri, ma la sposta dal sottosuolo alla giungla amazzonica. Doyle, nel 1912, è uno scrittore con il controllo completo delle tecniche narrative, della costruzione dei personaggi e della suspence, e mette in piedi uno spettacolo senza precedenti, in cui non manca niente: dinosauri, tribù selvagge e feroci uomini scimmia, infidi traditori e fedelissimi portatori negri (bisognerebbe riscrivere la storia dal punto di vista di Zambo, che resta giorni e giorni appostato sul ciglio di un burrone aspettando che quelli dall’altra parte gli facciano un fischio), un pizzico di sana misoginia molto british. Ma soprattutto azzecca due personaggi fenomenali: il professor George Challanger, un irascibile e imponente scienziato tuttofare che è il vero motore della spedizione nel mondo perduto, e Lord John Roxton, il perfetto prototipo dell’avventuriero inglese di buone maniere, spavaldo e capace di centrare uno schiavista in fuga a cento passi senza quasi nemmeno mirare. Gli altri due, il narratore-giornalista e l’inizialmente scettico professor Summerlee servono più che altro a fare risaltare i due dalla personalità più forte. Come detto, in questo caso i cent’anni di distanza tra me e il romanzo quasi non li ho sentiti e anche se nella storia c’è più o meno qualsiasi cliché possa venire in mente in una vicenda del genere, il ritmo sempre alto non lascia quasi tempo per farci caso.
Volendo, la prima versione cinematografica è scaricabile liberamente da Archive.org.
Many devout people simply couldn’t accept that the Earth was as ancient and randomly enlivened as all the new ideas indicated. One leading naturalist, Philip Henry Gosse, produced a somewhat desperate alternative theory called ‘prochronism’ in which he suggested that God had merely made the Earth look old, to give people of inquisitive minds more interesting things to wonder over. Even fossils, Gosse insisted, had been planted in the rocks by God during his busy week of Creation.
Lo scrive Bill Bryson in At home. A short history of private life e mi sembrava il passaggio giusto per chiudere la fase pulp di questa rubrica. At home è una specie di sequel di A short history of nearly everything, che si occupa però non più delle scienze naturali ma del concetto di “casa” e di “vita domestica” e del suo sviluppo, prevalentemente in ambito anglosassone. Attraversando i diversi locali della sua dimora, una casa di campagna inglese del XVIII secolo, Bryson ricrea una sorta di versione bignami di quella che in sociologia si chiama “processo di civilizzazione” in rapporto alla casa. Allo stesso tempo, però, esamina anche le basi materiali dietro a certi sviluppi, come per esempio le migliorie nella lavorazione del vetro che hanno reso possibile avere le finestre come le conosciamo oggi a un prezzo a poco a poco sempre più accessibile a tutti.
Lo fa, ovviamente, con il suo solito stile e con la solita messe di aneddoti più o meno strani.
Per esempio (occhio, fa schifissimo):
The new sewage outfalls did, however, have an unfortunate role in the greatest tragedy ever experienced on the Thames. In September 1878, a pleasure boat named the Princess Alice, packed to overflowing with day-trippers, was returning to London after a day at the seaside, when it collided with another ship at Barking at the very place and moment when the two giant outfall pipes surged into action. The Princess Alice sank in less than five minutes. Nearly eight hundred people drowned in a choking sludge of raw sewage. Even those who could swim found it nearly impossible to make headway through the glutinous filth. For days afterwards bodies bobbed to the surface. Many, The Times reported, were so bloated with gaseous bacteria that they wouldn’t fit into normal coffins.
O anche:
Also, you need to remember that often these colours were seen by candlelight, so they needed to be more forceful to have any kind of impact in muted light.’ The effect is now repeated at Monticello, where several of the rooms are of the most vivid yellows and greens. Suddenly George Washington and Thomas Jefferson come across as having the decorative instincts of hippies. In fact, however, compared with what followed they were exceedingly restrained.
Le meraviglie della servitù:
Casual humiliation was a regular feature of life in service. Servants were sometimes required, for instance, to adopt a new name, so that the second footman in a household would always be called ‘Johnson’, say, thus sparing the family the tedium of having to learn a new name each time a footman retired or fell under the wheels of a carriage.
O l’importanza delle tradizioni:
Clergymen sometimes preached against the potato on the grounds that it nowhere appears in the Bible.
Un capitolo inizia con il ritrovamento di Oetzi, l’uomo dell’età del bronzo riemerso mummificato dai ghiacci del Similaun, che è una delle fonti più importanti sugli oggetti usati quotidianamente dai suoi contemporanei. Cosa che non sapevo è che il tizio aveva addosso il sangue di quattro altre persone; e comunque pare che le scarpe che indossava siano parecchio comode e adatte all’alta montagna, almeno stando a quello che dice un tizio che se ne è costruito delle repliche.
Insomma, è un libro pieno di informazioni utili, divertenti e che vi possono far fare bella figura in una conversazione. In Italia si chiama Breve storia della vita privata e faccio tanti auguri a chi ha dovuto tradurre una cosa così intimamente inglese.
Di una casa e della sua storia parla anche Verderame di Michele Mari, ma la casa è nella campagna piacentina e la storia è piena di morti, di sangue e di misteri. Michele Mari è uno che sembra essere stato creato apposta per smentire il luogo comune che vuole gli scrittori italiani con aspirazioni di letterarietà impegnati a combattere una battaglia feroce contro il fantastico, perché in questo romanzo è al tempo stesso terribilmente letterario nelle sue scelte lessicali ed espressive e intimamente legato al fantastico, al gotico, all’onirico. La storia è quella di Michelino, un ragazzino di tredici anni che passa l’estate in campagna presso i nonni, che cerca di aiutare Felice, l’anziano fattore della tenuta, a recuperare la memoria che sembra stare perdendo. Iniziando dall’ossessione di Felice per le lumache rosse che infestano i campi, Michele scopre a poco a poco che il passato della casa e dell’uomo è un susseguirsi di misteri incastrati uno dentro l’altro.
Mari, l’ho già detto, scrive bene. Forse esagera addirittura nel dare alla voce di Michelino una proprietà espressiva superiore a quella che si aspetterebbe da un ragazzino della sua età (per quanto di ottime letture), ma è bravo abbastanza da non rendere mai ingombrante neanche le parole più inconsuete, che anzi vai a cercare sul vocabolario (san Kindle aiuta tantissimo, in questi casi) incuriosito e non infastidito. All’altro estremo c’è Felice, che si esprime solo in un dialetto padano a volte abbastanza stretto; ma Mari riesce a rendere comunque comprensibili i dialoghi dalle risposte di Michele. Mi sono anche domandato anche se i miei quattordici anni di permanenza in Emilia non mi abbiano permesso di fare un po’ l’orecchio ai dialetti nordici e se in realtà il libro è incomprensibile al di sotto della linea gotica. Però come io (che non so parlare nessun dialetto, pur essendo cresciuto a Genova) riesco a leggere Camilleri, credo che non ci siano grossi problemi a capire cosa dice Felice.
La scrittura esemplare di Mari non è fine a se stessa e Verderame è un omaggio tutt’altro che ironico, distaccato o alla lontana ai temi della narrativa di mistero e dell’orrore. Anzi, più si va avanti e più l’omaggio sfuma e il romanzo si rivela per la storia gotica di fantasmi e misteri che è. In altre parole: fa paura come dovrebbe fare paura una storia del genere. E il finale sospeso e misterioso (niente spiegoni, quando si chiude si chiude e tanti saluti) aggiunge un tocco in più all’atmosfera sospesa tra la materia e lo spirito.
Quando si parla di fantastico italiano si dovrebbero tenere in considerazioni anche romanzi come questo, anche se in copertina non ci sono spadoni, catene, morti secche e via discorrendo.
È invece un romanzo fantastico con tutti i crismi già dalla copertina (ingannevolmente alla Terry Pratchett) The end specialist di Drew Magary, che parte dal sempre fruttuoso spunto dell’immortalità. Cosa accadrebbe se, tra non molti anni, la scienza scoprisse prima una cura per l’invecchiamento e poi riuscisse a renderci immune da qualsiasi malattia, così che l’unico modo di morire diventerebbe la morte violenta (volontaria o meno)? Magary, giornalista al suo primo romanzo, racconta questo mondo futuro attraverso i resoconti in tempo reale di un uomo che attraversa cent’anni di questo mondo futuro, da quando la cura è illegale fino alla sua piena diffusione. Purtroppo la parte migliore è la prima, quella che descrive l’impatto del cambiamento sul nostro mondo; infatti, più si allontana dal qui e ora, più deve immaginare un mondo completamente nuovo, più Magary perde il controllo della materia, tende a tirare via e l’ambientazione diventa sempre più evanescente e impalpabile. Anche il protagonista non sembra mai avere uno sviluppo reale, come se il blocco dell’invecchiamento gli avesse anche bloccato la capacità di crescere (ma credo sia più un limite dell’autore che non un tratto voluto).
Così, la portata ambiziosa del romanzo si risolve in una distopia un po’ di maniera, di quelle che non lasciano il segno.
Il complotto per uccidere Berlusconi è stato, qualche anno fa, un sottogenere relativamente frequentato dall’industria culturale italiana (il prodotto più famoso è probabilmente il romanzo 2005 dopo Cristo del collettivo di scrittori che univa Nicola Lagioia, Christian Raimo, Francesco Pacifico e Francesco Longo, uscito per Einaudi, ma mi pare di ricordare dagli strali dei media berlusconiani dell’epoca che tra film e libri ci fossero altri esempi). Oggi lo resuscita Gabriele Ferraresi in L’uomo che riuscì a fottere un’intera nazione, in cui la CIA decide che è giunta l’ora di levare di mezzo l’inaffidabile Berlusconi, perso tra le cosce delle varie sgallettate che frequentano le sue feste e troppo vicino alla Russia di Putin, e manda in Italia un agente sotto copertura che ha il compito di frequentarlo e trovare il momento giusto per avvelenarlo. Ovviamente, il momento giusto è difficile da trovare e nel frattempo il nostro frustratissimo agente deve sorbirsi un giro turistico per tutti gli articoli scritti su Berlusconi da Repubblica dalla scoperta di Noemi Letizia a oggi. E poi? E poi basta. Il romanzo è praticamente tutto qui (la struttura è praticamente identica a quella dell’unico romanzo di De Carlo che non sembra un romanzo di De Carlo, Macno, in cui una giornalista cerca di intervistare il dittatore populista di un’Italia del futuro prossimo senza mai riuscirci e venendo di volta in volta a osservarlo in diversi aspetti del suo rapporto con il potere) e lo stile ellroyano non fa molto per rendere davvero interessante questo ripasso degli ultimi due anni di cronaca (anche perché nel 2012 lo stile ellroyano ha un po’ fatto il suo tempo).
È un libro che è probabilmente invecchiato in modo terribile già durante la sua stesura, perché in fondo allafine non è che ci volesse la CIA per toglier di mezzo la corte berlusconiana (almeno per un po’), e che non riesce mai a staccarsi dal resoconto dei fatti, neanche quando prova ad alzare il tiro parlando del progetto criogenico che si nasconderebbe nel mausoleo di Berlusconi. Manca quella che è la dote migliore dell’editor del romanzo, Giuseppe Genna, vale a dire la capacità di trascendere il reale, di proiettare altrove le conseguenze di ciò di cui sta parlando.
Quindi resta un romanzo che se non avete letto un giornale negli ultimi tre anni potrebbe anche essere interessante; idem se vi interessa un ripasso. Ma altrimenti io l’ho trovato molto deludente e l’unica cosa buona che mi viene da dire al proposito è che se non altro lo stile è molto scorrevole e si legge abbastanza in fretta.
Cent’anni fa moriva Giovanni Pascoli.
Mi sembra il momento giusto per risfoderare dagli archivi del blog questo trattamento per un video didattico sulla vita del poeta romagnolo, reperto dei tempi in cui sul blog ci scrivevo davvero.
0.
Sigla
1.
Siamo nella campagna toscana. È primavera, il cielo è azzurro, gli uccellini cantano.
La camera si avvicina lentamente a una tavolata di persone che pranzano all’aperto, sotto un pergolato. Si riconosce a capotavola Giovanni Pascoli.
In piedi, sua sorella Maria.
Seduti, altri cinque uomini.
2.
Primo piano di Maria
MARIA: … e allora, vi piacciono le mie pappardelle con il cinghiale?
VOCI: sì… buone… brava.
MARIA: beh, è un sugo pronto.
3.
Rapida sequenza di primi piani di gente che sputa il boccone, tossicchia, si versa del vino, ecc.
VOCI: ma che cazz… puah, che schifo… ma come si fa?
4.
Pascoli si alza in piedi e mena un pugno fortissimo nello stomaco alla sorella. Poi, mentre è piegata, la colpisce al viso con una ginocchiata. Gli amici applaudono.
PASCOLI: brutta stronza… un sugo già pronto, eh? Ma io ti…
5.
Pascoli afferra una bottiglia di vino e la spacca contro il tavolo. Fa per voltarsi verso la sorella, quando si rende conto della nostra presenza. Si volta, butta a terra il coccio, si passa le mani sugli abiti, cerca di sorridere (ma si vede che è chiaramente ubriaco come una scimmia), ridacchia.
PASCOLI: oh, non vi aspettavo così presto. Si stava, ehm, scherzando. Cose che si fanno, nel nido… Si ritorna tutti un po’ bambini, si ride e si scherza, nevvero? Su Maria, alzati, non stare sempre a giocare, da brava…
Scusatela, è giovane…
Ma torniamo a noi.
6.
L’inquadratura si allarga. Alle spalle di Pascoli, che cammina allontanandosi dalla tavola, vediamo Maria strisciare via. Perde sangue dalla faccia e lascia una scia rossa dietro di sé. Pascoli parla guardando in camera, con la voce impostata.
PASCOLI: salve, sono Giovanni Pascoli. Forse vi ricorderete di me per eventi luttuosi come…
7.
(Flashback) Un uomo sta tornando a casa su un carretto trainato da un cavallo. Fischietta. A un certo punto, da una siepe spunta un tizio vestito come un arabo. Ha in mano un AK 47. Spara all’uomo sul carretto, che muore spruzzando sangue come un idrante.
OMINO: i libici! Mi hanno trovato!
PASCOLI (voice over): …l’assassinio di mio padre…
8.
(Flashback) Una bambina in un letto. Pallida e malata. Ha un attacco di tosse, che va in crescendo, fino a che non tossisce così forte che sputa fuori tutti gli organi interni.
Un istante dopo si apre la porta, entra una donna più anziana che come vede il corpicino svuotato sul letto urla fino a che la testa non scoppia in un fuoco d’artificio di sangue.
PASCOLI (voice over): …le morti per malattia di mia sorella Margherita e di mia madre…
9.
(Flashback) Un ragazzino cammina per i campi, fischiettando. All’improvviso si blocca, si tiene la testa, fa un saltino all’indietro e scompare tra le spighe di grano.
PASCOLI (voice over): … la morte di mio fratello Luigi…
10.
(Flashback) Pascoli, ventenne, sta pranzando con un signore più anziano. D’un tratto, alle spalle del signore più anziano (lo zio Alessandro) appare l’Angelo della Morte, con in mano una falce. Con un colpo, mozza la testa allo zio.
GIOVANE PASCOLI: ma… perché?
ANGELO: era giunta l’ora di Pierantonio Coretti. Mi spiace.
GIOVANE PASCOLI: ma… lui abita nel palazzo di fianco.
ANGELO: non è il 12, questo?
GIOVANE PASCOLI: no! Questo è il 14.
ANGELO (consultando un taccuino): Ah. Beh, errore mio. Ma tanto ci sei abituato, no?
PASCOLI (voice over): …la morte di mio zio Alessandro…
11.
(Flashback) il giovane Pascoli e il fratello camminano per piazza Maggiore a Bologna. Una carrozza sfugge al controllo e travolge il fratello, risparmiando Pascoli. Quando il mezzo si ferma, dal posto del conduce spunta l’angelo della morte.
ANGELO: aspetta, non dirmi niente. Non era Jacopo Basculi, vero?
PASCOLI (voice over): … e infine la morte di mio fratello…
12.
Pascoli continua a camminare, questa volta tornando verso la tavola, dove gli amici ridono e scherzano.
PASCOLI: ma tutte queste avversità non mi hanno mai fermato. Mi sono laureato all’università di Bologna e sono diventato un poeta. La mia poetica è diventata nota grazie alla metafora del…
13.
Primo piano. Pascoli fa una faccia strana, come se gli venisse da vomitare.
PASCOLI: ghhh… ahhh…
14.
Pascoli si getta sul tavolo, si contorce tenendosi lo stomaco con le mani.
PASCOLI: AHHH… ARGHHH…
AMICI: oh no! Non di nuovo!
15.
Primo piano del busto di Pascoli. Qualcosa sta spingendo da dentro. La pelle e i vestiti si tendono innaturalmente. Poi è come se ci fosse un esplosione. Dal petto di Pascoli sbuca fuori una creatura alta poco più di mezzo metro, con la faccia e i vestiti di una bambola e un coltellaccio in mano. Sghignazza guardando in camera.
AMICI: il fanciullino! Scappiamo!
16.
Il fanciullino corre verso di noi. Poi salta. Il punto di vista cade al suolo e si inclina di 90 gradi. Tutto quello che vediamo sono i piedi del fanciullino, mentre pugnala più e più volte il corpo a terra.
Urla a sfumare, dissolvenza in rosso.
Ormai la cadenza di aggiornamento di questo blog è degna di Trenitalia.
Ma l’appuntamento con i libri del mese va rispettato.
Ciò che chiamiamo “musica rock” non è un fenomeno che ha a che fare solo con la musica in senso stretto, le note, gli accordi, le melodie, le capacità tecniche, le estensioni vocali, tutte quelle cose di cui si occupa la musicologia propriamente detta.
Il mondo della musica rock è in realtà un affare molto più ampio, di cui i fenomeni acustici sono solo un aspetto, uno tra i molti. In oltre mezzo secolo di vita, i musicisti, le loro vite e le loro morti hanno finito per creare un universo immaginifico che ha la portata e l’estensione di un pantheon sterminato. La storia del rock è un racconto mitico, religioso, popolato da dei, eroi, mostri (ciao Yoko), oggetti magici, imprese eccezionali, tradimenti. E follia. Rosso Floyd, di Michele Mari, è un libro che può essere definito in molti modi, ma credo che la descrizione più appropriata sia quella del racconto mitico della permanenza dell’eredità di Syd Barrett nella musica dei Pink Floyd, affidata a un rincorrersi di voci sul modello della storia orale (come ad esempio Please Kill Me, sul punk newyorchese) ma con la differenza che Mari non ha mai intervistato nessuna (o quasi, credo) delle persone a cui dà voce nel libro. Non ho idea di preciso come abbia lavorato e quali delle coincidenze di cui dà conto siano reali e quali no, ma siccome il suo scopo non è quello di raccontare la verità su Syd Barrett (tipo quei libri che periodicamente annunciano nuove sconvolgenti rivelazioni sulla morte di Brian Jones o Stu Sutcliffe) non è che dobbiamo stare qui a fare il debunking di ogni riga; il suo approccio è infatti quello del narratore che parte da degli elementi dati per costruire una storia che in qualche modo li tenga insieme. E per farlo si serve del più antico strumento di amplificazione dei meccanismi del reale che esista: il fantastico. Così, la vita e la follia di Barrett rientrano in un quadro di orrore cosmico lovecraftiano gestito come raramente ho visto fare, con piccoli squarci dell’Altrove che irrompono come note discordanti in una melodia.
Mari è uno di quello che scrivono bene. E per bene intendo che sa variare toni e registri, che sa quando usare parole desuete e ricercate senza farti venire voglia di urlare ma, al contrario, facendoti venire voglia di andare a cercare che cosa vogliano dire (grazie, dizionario incorporato del Kindle). Le diverse testimonianze, lamentazioni, comunicazioni di cui si compone il libro sono un campionario stilistico di tutto rispetto e nella loro forma breve danno al racconto un passo spedito che spinge a divorare i capitoli uno dopo l’altro. A me, che onestamente dei Pink Floyd conosco sia musicalmente sia biograficamente meno del minimo sindacale (ma per quello che conosco mi schiero tra quelli che pensano che dopo Barrett siano diventati dei produttori di dischi sempre più buoni giusto per collaudare gli impianti hi-fi; ah, e The Wall nel suo insieme è una palla colossale e Roger Waters non pagherà mai abbastanza per questo), è piaciuto tanto perché è servito anche come bignami sulla storia del gruppo, ma non so onestamente quanto la versione di Mari dica cose nuove e/o interessanti per chi conosce a menadito vita morte e miracoli di Barrett e soci.
Però è scritto così bene che chiunque dovrebbe leggerlo.
Uno dei compiti (o forse più correttamente dei piaceri) di un editore dovrebbe essere quello di recuperare e riproporre testi dimenticati che hanno ancora qualcosa da raccontare sul tempo a cui appartengono e su quello in cui vengono riproposti. Prendete come un omaggio all’editore Enzo Sellerio, scomparso pochi giorni fa, questa note su un libretto trovato tra i remainders, intitolato Guida del cercatore d’oro della California, traduzione di un instant book pubblicato a New York al tempo della corsa all’oro in California del 1848. Il libretto, scritto sotto forma di lettere scritte da un cercatore che in California ha trovato la sua fortuna per convincere un amico a partire anche lui, è uno splendido esempio di pura e semplice propaganda volta a spingere la colonizzazione della costa ovest, ai tempi ancora scarsamente popolata. San Francisco, per dire, aveva 200 abitanti nel 1846, arrivò a 36.000 nel 1852. La descrizione della California è idilliaca, non solo dal punto di vista naturale e paesaggistico, ma anche da quello umano: i cercatori formano una grande famiglia e sono pronti ad aiutarsi l’uno con l’altro in caso di necessità, c’è spazio per tutti e l’unico limite alla possibilità di arricchirsi è solo la propria intraprendenza e voglia di faticare. C’è anche un archetipico incontro con un nativo, pronto a scambiare una grossa pepita per una fascia decorata. Ovviamente l’autore dichiarato, tale Henry J. Simpson, se è esistito non si è mai spostato da New York e ha composto il libro rifacendosi a resoconti di cercatori e articoli di giornale, il che spiega perché comunque le tecniche di estrazione siano descritte con una certa precisione, così come precise sono le informazioni sui modi di arrivare in California. Se l’epopea western ci ha abituati a immaginare epiche traversate coast to coast, in realtà la via più praticabile era quella via mare fino a Panama, per poi attraversare via terra l’istmo e imbarcarsi per la California sul Pacifico (un viaggetto da niente in tutti i casi). Attraversare il continente via terra era abbastanza una follia, specie perché le Montagne Rocciose non sono esattamente uno scherzo da attraversare.
La copertina del volumetto originale, nel sobrio stile minimalista tipico dell'epoca (ci sono forse due font in meno che in un numero del Fatto Quotidiano)
Il valore letterario del libretto è quello che è, ovviamente, ma è un documento interessante su una pagina di storia americana, quelle curiosità che fa bello avere in libreria. Sempre Sellerio, a suo tempo, pubblicò anche una collana di fantascienza di breve durata. Adesso qui ci starebbe un pippone sulle case editrici con un’identità visiva molto marcata e sul fatto che questa identità faccia sì che un libro tradotto una volta inserito in una sua collana non è più “quel libro lì” bensì “un libro [CASA EDITRICE]” e quindi rischia di venire non preso in considerazione dal suo pubblico naturale. Per dire del caso di un libro a cui se non altro è andata bene, confrontate la copertina di Barney’s Version con quella di La versione di Barney.
Con la collana di fantasciena di Sellerio, credo sia successo un po’ questo: i libri di fantascienza vestiti da libri Sellerio devono essere passati più o meno inosservati ai lettori di fantascienza (se trovo un Sellerio sullo scaffale fantascienza di una libreria d’istinto penso che qualcuno l’ha lasciato fuori posto) e allo stesso tempo non devono avere incontrato il favore del lettore-tipo della casa editrice.
Certo però che un romanzo come Desolate città del cuore di Lewis Shiner non è che fosse così imperdibile. Shiner, a quanto leggo, ha iniziato con il cyberpunk, ma poi ha preso altre strade, come in questo romanzo ambientato nel Messico degli anni ottanta, tra guerriglieri, commandos della CIA, viaggi (mentali?) nel tempo e… i famigerati Maya. È un romanzo parecchio politico, forse più debitore del realismo magico che del fantastico in senso stretto, scritto in modo molto pulito e ordinato, ma che in fin dei conti non riesce a essere niente di più che una lettura scorrevole. C’è solo un punto in cui mi stavo davvero appassionando ed è stato durante il flashback alla fine degli anni sessanta, con special guest Jimi Hendrix; e infatti credo che leggero Glimpses, che è tutto ambientato tra i musicisti dell’epoca (disponibile in download come pdf o su Amazon. C’era un’edizione italiana, chiamata Visioni Rock ma è fuori commercio).
Poi se c’è una cosa che non mi piace fare è parlare di libri che non mi sono piaciuti. Di solito se un libro non mi piace lo abbandono senza troppi problemi e senza neanche chiedere il permesso a Pennac. Ma ci sono delle volte in cui invece mi chiedo (o meglio chiederei all’autore) “no, sul serio?” e allora arrivo fino in fondo per capire esattamente quanto non mi sia piaciuto. Ecco, con L’apprendista libraio di Stefano Amato è successo esattamente questo.
Facciamo un passo indietro: Stefano Amato è un ragazzo di Messina che lavora in una libreria e ha un blog chiamato “l’apprendista libraio” in cui trascrive le conversazioni più surreali che gli capita di avere con la clientela. È un blog che mi piace, così quando ha annunciato di avere autopubblicato un romanzo di ebook l’ho comprato senza preoccupazioni perché mi immaginavo di ritrovarci dentro l’orecchio per i dialoghi, il senso dell’assurdo che emergeva dal blog.
Purtroppo non è andata così e l’Apprendista libraio (romanzo) è una storia di (non)formazione che racconta cinque anni di vita di una persona come se fossero cinque mesi, in cui la libreria è un pretesto per riempire di contenuto la casellina “il protagonista è incastrato in un lavoro che non gli piace”, popolato da figure femminile che periodicamente entrano nella vita del protagonista per concedergli le loro grazie, rivelarsi delle persone instabili/insicuri/stronze/folli e lasciare il posto alla successiva. Ma quello che è peggio è, come ho accennato, sembra quasi più il bozzettone per un romanzo che un vero e proprio romanzo; non sono un talebano dello “show don’t tell”, però qua si corre con l’acceleratore a tavoletta e gli eventi si susseguono così, via uno avanti l’altro. Certo, l’immobilismo del protagonista è voluto dall’autore, ma alla fine mi sa che gli sia scappata la mano e ne è venuto fuori un personaggio piatto e insopportabile, insofferente a tutto e tutti un po’ per partito preso, come un bambino capriccioso.
E quindi niente, alla fine mi sono letto questo libro che non mi piaceva per capire se poi migliorava e perché se non altro, proprio per il difetto detto prima, scorre via senza problemi. Ho iniziato pensando “vabbeh, ma adesso migliora” e senza accorgermene ho varcato il punto di non ritorno in cui non poteva più migliorare. Ma ormai era troppo tardi per smettere.
Che dire? Ho sbagliato a fidarmi e non scaricare l’anteprima da Amazon.
Mi fa piacere pensare di avere dato un obolo a Stefano per quello che leggo sul suo blog e per la capacità che ha avuto di “capitalizzarlo”.
Avrei preferito scaricare un file senza spazi bianchi tra un’andata a capo e l’altra, ma mi è successo anche con ebook non autoprodotti. E già che parliamo di autopubblicazione, bisogna sempre tenere presente che comunque fare libri, di carta o digitali che siano, è un’attività che non è semplice. Ho detto “fare” perché qui sto parlando non dell’atto creativo in senso stretto, ma del cosiddetto “lavoro editoriale”, tutta quella serie di operazioni e scelte che trasforma il testo prodotto da un autore in un prodotto, fisico o intangibile, attraverso il quale il pubblico frusice di quel testo. Fare i libri (minimum fax) è curato da Riccardo Falcinelli, che della casa editrice romana è art director da anni, e spiega in che cosa consista il lavoro di una casa editrice, soprattutto dal punto di vista della veste grafica e tipografica dei volumi. Falcinelli ha avuto la fortuna di lavorare per una casa che ha da sempre puntato molto sulla riconoscibilità dei propri prodotti e ha avuto un gusto a mio parere eccezionale nell’interpretare le richieste del suo editore. Questo volume, con la sua impaginazione efficace e vivace, con i suoi giochi meta-grafici, con la passione che traspare dagli interventi delle varie anime della casa editrice, è molto convincente nel sostenere che l’impegno per fare dei libri ben fatti è tutt’altro che una fissazione per nerd tipografici. Un libro ben fatto, cioè uno che ha una grafica di copertina coerente con il progetto della casa editrice, con il contenuto, con il lettore a cui si rivolge, che usa un font leggibile, ben spaziato e distribuito nella pagina è un libro bello, più piacevole da leggere e forse con più possibilità di essere preso in mano in libreria (e magari addirittura comprato!) di altri.
Non è semplice perché spesso la scure del conto economico si abbatte su immagini che vorresti tanto usare per la copertina, ti costringe a impaginare in corpo microscopico perché altrimenti devi aggiungere un sedicesimo e tante altre cose; però è sempre bello ricordarsi che ci si dovrebbe provare. E che una cura simile un autore autopubblicato digitale dovrebbe cercare di rivolgerla anche ai propri ebook, o in prima persona o affidandosi a professionisti che lo facciano per lui. Perché puoi fare a meno della casa editrice ma non del lavoro editoriale.
Un genere transmediale per cui ho sempre avuto massima stima e ammirazione è quello della divulgazione. Da bambino ero così fan di Piero Angela che una volta non so bene come mia madre riuscì a convincere le suore dell’asilo a lasciare vedere a me e agli altri nani delle puntate pomeridiane di Quark (visione che ebbe luogo nell’altrimenti inaccessibile piano superiore dell’asilo, dove vivevano le suore, e che ricordo che mi colpì perché era parecchio più lussuoso e ben tenuto del resto dell’asilo) (mi piace immaginare fosse una puntata su Darwin). Più in generale, mi piace l’idea che ci sia della gente che funga da interfaccia tra il mondo “alto” della scienza e chi non ha tempo, mezzi, voglia, di imparare “the real thing” ma voglia lo stesso quantomeno capire “a che punto siamo”. A short history of nearly everything di Bill Bryson è una specie di gigantesco bignami di storia della scienza, che racconta la lunga storia di come siamo arrivati allo stato di conoscenze attuali sulla Terra, l’universo, la comparsa della vita e i suoi meccanismi, la comparsa dell’uomo. E soprattutto è la storia dei pittoreschi personaggi che hanno popolato (e che hanno fatto) la storia della scienza, con le loro bizzarre teorie che qualche volta si rivelavano azzeccate o che portavano a risultati imprevisti:
Brand became convinced that gold could somehow be distilled from human urine. (The similarity of colour seems to have been a factor in his conclusion.) He assembled fifty buckets of human urine, which he kept for months in his cellar. By various recondite processes, he converted the urine first into a noxious paste and then into a translucent waxy substance. None of it yielded gold, of course, but a strange and interesting thing did happen. After a time, the substance began to glow. Moreover, when exposed to air, it often spontaneously burst into flame.
(e viene in mente Meridiano di sangue di McCarthy).
Bryson è un narratore eccezionale, uno che si prepara come si deve e poi sa scegliere le parole migliori per riportare alla tua esperienza quotidiana cose apparentemente fuori scala, spesso con quel tocco di “umanesimo scientifico” (non saprei come definirlo altrimenti) che ricorda tanto Douglas Adams:
Incidentally, disturbance from cosmic background radiation is something we have all experienced. Tune your television to any channel it doesn’t receive and about 1 per cent of the dancing static you see is accounted for by this ancient remnant of the Big Bang. The next time you complain that there is nothing on, remember that you can always watch the birth of the universe.
Sembra quasi il Doctor Who.
Ci sono anche fatti divertenti (si fa per dire) come questo:
For a long time it was assumed that anything so miraculously energetic as radioactivity must be beneficial. For years, manufacturers of toothpaste and laxatives put radioactive thorium in their products, and at least until the late 1920s the Glen Springs Hotel in the Finger Lakes region of New York (and doubtless others as well) featured with pride the therapeutic effects of its ‘Radio-active mineral springs’. It wasn’t banned in consumer products until 1938. By this time it was much too late for Mme Curie, who died of leukaemia in 1934. Radiation, in fact, is so pernicious and long-lasting that even now her papers from the 1890s – even her cookbooks – are too dangerous to handle. Her lab books are kept in lead-lined boxes and those who wish to see them must don protective clothing.
È parecchio lungo e forse qualche volta un po’ ripetitivo, però c’è dentro una mole di informazioni invidiabile e suscita (o risveglia) una fascinazione per l’universo e tutto ciò che contiene che ti fa venire voglia di tornare indietro e ricominciare un percorso di studi differente per sapere TUTTO sull’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Inoltre, cosa che non guasta mai, Bryson ha un eccellente senso dell’umorismo, anche se qui è meno accentuato che in altri libri:
The indigestible parts of giant squid, in particular their beaks, accumulate in sperm whales’ stomachs into the substance known as ambergris, which is used as a fixative in perfumes. The next time you spray on Chanel Number 5 (assuming you do), you may wish to reflect that you are dousing yourself in distillate of unseen sea monster.
Parlando di eventi di cui sappiamo molto poco, la storia delle colonie italiane in Africa è uno di questi. Curioso, no? Nella nostra storia nazionale, in quei 150 anni da poco celebrati, c’è un curioso buco relativo al fatto che per sessantacinque anni abbiamo giocato a fare la potenza coloniale, che per sessantacinque anni italiani hanno vissuto, sono nati e morti, hanno combattuto in Eritrea, e poi in Somalia, Libia (che di fatto venne creata da noi dando un nome romano a un paio di province dell’impero ottomano che avevamo conquistato), Abissinia. Ci restano canzoni e quel curioso rapporto con Gheddafi, che qui ancora ricordiamo con sentimenti indecifrabili quando si presentò in visita ufficiale con la foto di uno dei leader della resistenza libica appuntata sulla giacca.
In generale, però, l’avventura coloniale italiana è materia da specialisti e storici e poco nota a livello di grande pubblico. Squadrone bianco di Domenico Quirico (Mondadori) è un saggio di taglio divulgativo che cerca di fare luce sulle truppe indigene che combatterono con gli italiani nelle guerre coloniali, dall’Eritrea fino alle campagne fasciste. Non è una storia del colonialismo italiano nel suo complesso, perché la sua prospettiva è quella della storia militare: l’Africa è un territorio da conquistare e il modo migliore per farlo è quello di farsi aiutare da chi lo conosce, gli abitanti del posto arruolati in appositi reparti. Da questo punto di vista, la parte migliore del libro è il racconto di come si sia arrivati a capire quale fosse il modo giusto per addestrare, gestire, fare combattere, questi uomini provenienti da una cultura diversa, con una cultura guerriera che era più o meno agli antipodi della logica militare di un esercito ottocentesco. Ugualmente, è molto bello scoprire dell’esistenza di personaggi dalle vite quasi romanzesche, tra i generali e ufficiali inviati in Africa e tra i loro avversari locali. Alla lunga, però, il libro sembra essere parecchio limitato al suo racconto di battaglie e tutto sommato indulgente (quando non reticente) nei confronti della condotta degli italiani in Africa. In parte come ho detto è dovuto alla prospettiva del testo, ben diversa da quella di un Del Boca, per dire; in parte però credo che sia per una scelta precisa dell’autore (che devo capire perché ama così tanto l’aggettivo “sardanapalesco”).
Non è un cattivo libro ed è un ottimo punto di partenza per la storia delle truppe indigene dell’Africa italiana, però non mantiene quello che promette con l’eccellente primo capitolo.
Benvenuti a Legittima difesa, la rubrica dei libri già nota come Autodifesa, che da quest’anno assume il titolo corretto.
Rispetto all’anno scorso, titolo a parte, non cambia nulla. Pareri non richiesti sui libri letti nel mese precedente.
Partirei con quello divertente, che è Hard Day’s Knight di John G. Hartness, un romanzo che appartiene all’affollatissima categoria dello urban fantasy e ha per protagonisti due vampiri detective alle prese con ferocissimi demoni che hanno intenzione di scatenare l’Armageddon.
Se vi suona come la fiera del trito e ritrito è perché è esattamente quello: la fiera del trito e ritrito. Ed è pure il primo volume (comunque autoconclusivo) di una serie più lunga, lo vedete quel “vol.1″ sulla copertina?
Però, Hartness ha dalla sua parte alcuni pregi non da poco: intanto ha un buon senso del ritmo e anche se abusa di frasi a effetto alla fine dei capitoli la storia è quella che in inglese si definisce un “page turner”, in cui sei continuamente incuriosito dagli sviluppi ad andare avanti. Poi ha avuto la divertente intuizione di rifarsi ai romani della serie di Hap e Leonard di Joe R. Lansdale per caratterizzare i due investigatori, che sono due cazzoni che si prendono molto poco sul serio. In ultimo, l’ebook viene venduto su amazon a 89 centesimi.
Quindi alla fine questo Hard Day’s Knight è un po’ come quelle schifezze che compri al discount perché costano poco e comunque sai che sono schifezze per cui è inutile spenderci troppo: un libretto divertente di cui puoi scordarti dieci minuti dopo averlo letto ma che non ti dà l’impressione di essere stato fregato.
Narrativa di intrattenimento, pura, semplice e onesta.
Avevo invece una certa dose di aspettative per La casa per bambini speciali di Miss Peregrine (Rizzoli) di Ransom Riggs, perché l’idea di partenza,raccontare la storia dietro a foto d’epoca che grazie ai primordiali interventi di fotoritocco davano a personaggi dalla capacità sorprendenti – come la bimba che levita della copertina–, mi sembrava parecchio interessante. E le fotografie (che purtroppo sul Kindle non si vedono benissimo) sono senza dubbio tutte affascinanti e inquietanti come solo le vecchie fotografie sanno essere. Poi però c’è da costruirci attorno una storia, e qui Riggs sembra iniziare bene per poi a poco a poco scivolare sempre di più nel già visto e nel già letto: a un certo punto sembra di trovarsi in una versione per ragazzi di Cabal di Clive Barker, ibridato con un po’ di Big Fish di Tim Burton.
Ma forse non è neanche tutta colpa di Riggs ma della Rizzoli che ha preso un romanzo pensato per young adults e l’ha “vestito” come un romanzo destinato a un pubblico generico, nella speranza di imbroccare il successo crossover (alla Harry Potter, per intenderci). Purtroppo la storia non ha le spalle abbastanza larghe da reggere un simile peso e alla fine, se si ha un po’ di frequentazione del genere, risulta parecchio prevedibile, come prevedibile è il non-finale che in realtà fa del libro semplicemente il prequel di un’avventura più ampia che non credo seguirò.
Che cosa sia la cultura di destra è un tema che è tornato per qualche tempo in voga nelle discussioni immediatamente successive al doppio omicidio di Firenze dello scorso dicembre (scusate se non uso il termine “strage”, ma vorrei mantenere un minimo di proporzioni per salvaguardare la potenza che la parla dovrebbe avere; due morti sono una cosa orribile, ma non sono una strage), quando si scopri che Gianluca Casseri, il militante di Casapound che un bel giorno è uscito di casa per andare a sparare agli “allogeni”, era un appassionato di Lovecraft e Tolkien piuttosto conosciuto nel giro dei tolkieniani di destra.
Alla fine ho pensato che fosse il momento giusto per affrontare un libro che avevo in coda da un po’ di tempo, Cultura di destra (Nottetempo) di Furio Jesi. Una nota a margine: oggi sembra incredibile che Jesi, morto appena 39enne nel 1980, abbia avuto una carriera accademica e un’attività di pubblicazione così intensa in così poco tempo. Fosse nato più tardi probabilmente sarebbe ancora a verbalizzare esami per conto del suo relatore di tesi, chissà.
Comunque. Che cosa è la cultura di destra, per Jesi? Lo dice espressamente in un’intervista del 1979, riportata nel libro:
la cultura entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare e mantenere in forma nel modo più utile. La cultura in cui prevale una religione della morte o anche una religione dei morti esemplari. La cultura in cui si dichiara che esistono valori non discutibili, indicati da parole con l’iniziale maiuscola, innanzitutto Tradizione e Cultura ma anche Giustizia, Libertà, Rivoluzione. Una cultura insomma fatta di autorità e sicurezza mitologica circa le norme del sapere, dell’insegnare, del comandare e dell’obbedire. La maggior parte del patrimonio culturale, anche di chi oggi non vuole essere affatto di destra, è residuo culturale di destra.
Per sostenere questa tesi, Jesi porta numerosi esempi, per lo più letterari, ma c’è anche un profetico spazio per “Luca, il marchesino dei motori”, vale a dire l’allora giovane e già rampante Montezemolo, la cui vita viene presa a esempio di “un’autorità carismatica fatta di ricchezza, distinzione, eleganza, internazionalità, saper vivere, buon gusto, la forma più nuova e subdola della cultura di destra” (dall’articolo-recensione su Doppio Zero a cui vi rimando per leggere un commento fatto da qualcuno con basi teoriche molto più solide delle mie).
E a tal proposito, fate l’esercizio di vedere in quante delle caselle indicate da Jesi riuscite a collocare Mario Monti e l’ammirazione per la sua figura (o, più facile ancora, quella per De Falco).
È un libro interessante e che ha il pregio di trattare di cose “alte” con un linguaggio che è preciso e tecnico ma mai più di quanto serva; Jesi sembra avere un ottimo gusto per la narrazione, il che rende la lettura molto piacevole. È un libro ancora attuale, non tanto perché l’autore avesse il dono della profezia ma perché le cose, in trent’anni, si sono mosse molto poco, in Italia.
Chiusura di gennaio per John Fante e Chiedi alla polvere (Einaudi), che è uno di quei libri per cui vorrei usare l’abusata espressione “scritto con il cuore”. Ho trovato solo un po’ lenta la partenza, ma poi una volta che la storia di Arturo Bandini, aspirante scrittore nella Los Anglese degli annni Trenta ha preso il largo non ce n’è stato più per nessuno.
Fante ti sbatte in faccia tutto, la disperazione, la speranza, l’eccitazione, la povertà, il trionfo, il crollo, la follia. Come se scrivesse spinto da un bisogno insopprimibile di mettere su carta una storia, di immortalare la California e i suoi abitanti.
Tra l’altro a un certo punto, dal passato, tira un potentissimo “cialtroni” ad ampie fette dell’attuale blogosfera (aspirante)letteraria:
Più Sammy parlava, più diventava cordiale. La cosa che lo interessava maggiormente era il lato finanziario della professione di scrittore. Si informò su quanto pagava questa rivista e quanto quella, e affermò di essere convinto che, in campo letterario, riusciva solo chi aveva le conoscenze giuste. Solo chi aveva un fratello, un cugino o un amico in una casa editrice poteva sperare di veder pubblicato un proprio racconto. Inutile cercare di dissuaderlo e io non mi ci provai nemmeno, tanto più che questo suo modo di ragionare era tipico di chi non sapeva scrivere.
E poi ci sono in mezzo delle micro-storie straordinarie, come la vicenda del vitello, e una storia d’amore sghemba, sbagliata, impossibile e destinata alla distruzione. E il titolo che, alla fine, non è più solo una frase bellissima e misteriosa ma qualcosa di più (non dico che cosa, che poi è spoiler).
L’edizione Einaudi è completata da un bel po’ di testi di corredo, compresa un’introduzione di Baricco che magari è meglio leggere dopo il libro, visto che racconta più di quello che dovrebbe.
Ecco. Per gennaio avrei finito qua. Curiosità: solo il libro di Jesi l’ho letto cartaceo, gli altri tre come ebook.
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