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La guerra non era finita – recensione

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“Non c’è nessun dopoguerra”.
È l’incipit di uno dei miei romanzi preferiti di Wu Ming, 54, in cui si raccontano tra le (molte) altre cose le vicissitudini dei partigiani al termine della guerra.
“Non c’è nessun dopoguerra” potrebbe essere anche il titolo del saggio di Francesco Trento, La guerra non era finita. I partigiani della Volante Rossa, uscito a febbraio per Laterza, che risponde idealmente alla retorica di Giampaolo Pansa sul “sangue dei vinti”, raccontando le gesta di un gruppo di ex partigiani con base a Lambrate che, a guerra finita, non depose le armi e continuò ad agire uccidendo fascisti.
Dice: “eh, ma allora gli dà ragione, a Pansa: i partigiani ammazzavano anche a guerra finita”.
No.
Il punto è che l’immediato dopoguerra è un periodo di cui di solito si sa abbastanza poco. Sembra che ci si immagini che dal 26 aprile 1945 di colpo ci siano stati tarallucci e vino ovunque, salvo che da parte dei perfidi partigiani che non hanno mollato le armi. In realtà il dopoguerra è stato una landa selvaggia, quasi quanto la guerra propriamente detta, e chi temeva che il fascismo non fosse stato sconfitto se non nominalmente non era necessariamente un paranoico o un esaltato. Gruppi di fascisti organizzati (ce n’era uno che si chiamava Partito Democratico Fascista*, tra gli altri)  compiono attentati e altre azioni. L’epurazione dei funzionari di Stato compromessi con il fascismo si è rivelata una farsa, visto che è affidata a una magistratura formatasi nel Ventennio e rimasta al suo posto. I partigiani vengono invece epurati dalla polizia, un’amnistia di Togliatti svuota le carceri dai fascisti ma tiene dentro chi era arrestato per azioni commesse durante la Resistenza e giudicate, dopo la guerra, sulla base dei rapporti della polizia fascista. C’è chi deve fuggire all’est per evitare la galera.
Insomma, per citare un’espressione cara al fascismo, quella nella guerra di liberazione è una vittoria mutilata.
In questo quadro, diventa facile comprendere perché in diverse parti d’Italia qualcuno possa avere pensato che non fosse ancora il momento di mettere giù le armi. Anche perché non bisogna dimenticare che non c’era solo un anno e mezzo di guerra, ma anche vent’anni di regime fascista da buttare nel conto.

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I membri della Volante Rossa, con un appoggio molto cauto del PCI (per il quale dal 1947 fanno servizio d’ordine in manifestazione), fanno questo: si procurano un camion, divise dell’esercito, armi e uccidono fascisti.
La fine arriva nel 1949, quando la maggior parte dei membri vennero arrestati. Il processo si concluse nel 1953 con una serie di condanne. Nel frattempo però Giulio Paggio, il capo della formazione, era fuggito a Praga, dove ha trascorso il resto della vita. Paggio e altri due membri della Volante sono stati graziati da Pertini nel 1978.

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Una delle cose più trite e banali che si possono dire di un saggio è che “si legge come un romanzo”. La guerra non era finita non si legge come un romanzo, si legge come un grumo di potenziali romanzi: in appena 160 pagine, Trento ha stipato decine e decine di storie che meriterebbero di avere un racconto più esteso. Una è proprio all’inizio: Giuseppe Bonfatti (“Remo”), ex partigiano, nel 1990, tornato in Italia dal Brasile dove aveva trascorso molti anni dopo la guerra, riconosce in un bar uno dei responsabili dell’incendio per rappresaglia della casa della sua famiglia. Lo aspetta fuori e lo uccide a picconate. Poi si consegna ai carabinieri. Al processo dichiarerà che è stata la cosa più bella che abbia mai fatto. Una vicenda tremenda e a suo modo straordinaria (onestamente mi stupisco, nel bene e nel male, che non sia successo più spesso).
Ma ci sono anche vicende che mai avrei immaginato possibili, come “la guerra di Troilo”. Ettore Troilo era il prefetto di Milano, ex partigiano in Abruzzo. A fine novembre del 1947 De Gasperi lo vuole sostituire con il prefetto di Torino, più vicino al governo. Gian Carlo Pajetta (già capo di stato maggiore partigiano) organizza una manifestazione sotto la prefettura che si conclude con l’occupazione della suddetta. Pare che a un certo punto Scelba (ministro dell’interno) abbia telefono a Troilo e gli abbia risposto Pajetta.
La situazione si fa vagamente tesa, perché il controllo delle operazioni di polizia passa all’esercito e per una notte c’è davvero il rischio che a Milano scoppi la guerra civile. Intanto Pajetta scopre che a Roma la sua mossa non è stata ben accolta: telefona a Togliatti e annuncia “abbiamo una prefettura” (ricorda qualcosa?), al che l’altro gli risponde: “Bravo, e ora che te ne fai?”.
Durante una discussione in un bar, scoppia una rissa. Un operaio comunista colpisce un uomo con un pugno, quello va giù svenuto. Preoccupati, altri due operai lo portano al pronto soccorso. Ma quando gli tirano fuori i documenti scoprono che era uno della Muti (la polizia della RSI a Milano) e se lo riportano via. Verrà ritrovato con un foro nella nuca nei pressi di Monza, due giorni dopo.
Comunque alla fine nessuno vuole una guerra, né il PCI né il governo, che manda a trattare un democristiano ex partigiano. Finisce che Pajetta e i suoi perdono su tutta la linea, perché riescono solo a ritardare di un paio di giorni la sostituzione di Troilo, a cui succederà prima il prefetto di Pavia e poi quello già designato dal governo, che rispolvera un anticomunismo da Ventennio nelle attività della prefettura. Sembra che, per questa faccenda, Pajetta sia stato prima cazziato brutalmente da Togliatti e poi, per anni, pubblicamente sfottuto a ogni occasione.
È anche a suo modo divertente il racconto della reazione all’attentato a Togliatti del 1948, quando con il Capo fuori dai giochi i militanti più impazienti del PCI sembrano agire con un automatismo che lascia pensare alla maggioranza silenziosa che la minaccia di una rivoluzione comunista non sia un’invenzione della propaganda governativa. Ma di nuovo, è la stessa dirigenza del PCI a frenare e rimandare a casa i rivoltosi pronti a combattere per vendicare Togliatti (no, Bartali che vince il Tour De France non c’entra nulla).
Questo è anche l’episodio che chiude in un certo senso il racconto, perché convincerà molti nella Volante che non c’è speranza di cambiare le cose (in generale, sembra che dopo il luglio del 1948 molti ex partigiani, demoralizzati, fecero ritrovare le armi nascoste o le consegnarono). Ci sono ancora omicidi ascrivibili alla Volante Rossa dopo questo episodio, ma sono azioni pensate male e condotte ancora peggio, che porteranno agli arresti e al processo.

Trento, anche se è facile capire da che parte sta nella storia, si tiene sempre un passo indietro rispetto a ciò di cui racconta. Non cerca di fare della letteratura: il suo è un saggio dalla forma rigorosa, che lascia che sia l’esplosività delle cose narrate a fare effetto sul lettore, a rendere l’idea di un periodo storico confuso, in cui alcuni cercavano di afferrare la coda di un sogno che sembrava così vicino e che invece stava sfuggendo via.

* La voce ha tra i suoi principali autori quel tizio che pensa che “Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale” come citazione in esergo alla pagina wiki su Porco Rosso potrebbe offendere qualcuno (in effetti sì: i fascisti. Ma anche i maiali). Lo stesso utente infesta un po’ tutte le voci legate ai personaggi di queste vicende. 

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3 giorni dopo

L'(N+1)ennesimo libro della fantascienza è uscito ormai da un bel pezzo, ma mi sa che mi sono scordato di parlarne.
Come per l’edizione precedente, ho fatto a tempo a mandare un mio racconto, giusto un paio d’ore prima della deadline (come i professionisti!).
3 giorni dopo, questo il titolo della storia, è una roba scritta qualche anno fa e tirata a lucido per l’occasione (come i professionisti!). Il suo principale pregio è che è molto breve (anche perché si tratta di una barzelletta tirata un po’ per le lunghe, in fondo).
Il titolo è ovviamente un richiamo a quel film là. Poi ci sono i vangeli, quelli canonici e quelli apocrifi, e c’è un accenno a Paperinik. Potremmo chiamarlo un racconto di materialismo fantastorico.
Certo è curioso che in entrambe le mie storie uscite su questi elettrolibri pubblicati da Barabba ci siano riferimenti a Gesù (in quello precedente si parlava di Steve Jesus).

(la copertina è del sempre ottimo Isola Virtuale)

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Tradurre (e redazionare) è un po’ trasformare tutto nel cortile di casa

Inizio a leggere “Lui è tornato” di Timur Vermes.
Nel romanzo, Adolf Hitler si sveglia fresco come una rosa (e olezzante di benzina) nella Berlino del 2011. Complicazioni.
In una delle primissime scene, chiede indicazioni per il bunker della cancelleria a una donna, che, nel testo italiano gli risponde:
“È Scherzi a parte?”
Immagino che il testo originale avesse un qualche programma di candid camera tedesco. E mi domando perché allora non lasciare semplicemente “È una candid camera?”, visto che il format di Scherzi a parte, tra l’altro, prevede di avere dei personaggi conosciuti come vittime.
Poco più avanti, Hitler trova un volantino di Media World. Che in Germania però si chiama Media Markt. Lasciando il nome originale il meccanismo comico funzionerebbe uguale, perché lui si domanda come mai la carta, che ricordava scarseggiare, venga usata per stampare cose incomprensibili.
Proprio quando ti stai iniziando a convincere che Hitler si è risvegliato davanti alla sede della Rcs a Milano, in edicola trova Der Spiegel e non lo Specchio della Stampa (che se fosse stato un supplemento di un giornale Rcs, chissà…)

La prima reazione, ovviamente, è quella di pensare “ma chi diavolo ha tradotto ‘sta roba?”.
Poi, però, ripensandoci un pochino meglio, credo (ma potrei sbagliarmi) che Francesca Gabelli, la traduttrice, sia relativamente innocente, perché quelle sono le tipiche correzioni di un/a redattore/redattrice con la preoccupazione che chi legge poi si spaventi scoprendo che il resto del mondo non è come il cortile il casa. Quindi si adatta: si italianizza un po’ la Germania per evitare al lettore di dover faticare troppo. Il risultato per un lettore che un paio di aerei nella vita li ha presi, però, è che la traduzione, che dovrebbe essere invisibile, “salta” all’occhio; ti viene da immaginare che cosa c’era scritto in originale e non è mai un bel momento. Di solito i traduttori si pongono questi problemi; è chi revisiona il loro lavoro che spesso non se li pone e si preoccupa. Creando dei mostri.
Insomma, quando trovate qualcosa che vi fa pensare “maccheccazzo” in una traduzione, ricordate che la colpa potrebbe andare condivisa tra chi ci ha messo il nome e qualcuno il cui lavoro è molto più oscuro…

(È un po’ il motivo per cui bisognerebbe smetterla di dare addosso a Sergio Altieri per la traduzione errata di “antler” con “rostro di unicorno” invece che “corno di cervo” nel primo volume delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin. È vero, lui ha sbagliato; ma se Mondadori dopo almeno tre nuove edizioni di quel libro non ha ancora corretto l’errore – o se l’ha fatto l’ha fatto solo in tempi recentissimi – non è più colpa sua, o almeno non è più solo colpa sua)

(A ogni modo il romanzo di Vermes, per ora, sembra abbastanza divertente e non soffre di altri momenti in cui la traduzione salta all’occhio come descritto sopra)

(Mi scuso per il verbo redazionare, ma noialtri che facciamo i libri parliamo davvero così, in italiano probabilmente si dice “revisionare”)

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Il grande Belzoni

Pub.Bonelli

È uscito il 30 ottobre e non sono quanto resterà in edicola

Avevo già citato a proposito di Felice Benuzzi la teoria del mio amico Flavio secondo la quale in un dato campo dell’agire umano c’è almeno un italiano che ha fatto delle cose notevoli per lo più sconosciute dai suoi connazionali.
Giovanni Battista Belzoni, padovano di nascita, inglese d’azione, avventuriero ed esploratore in Egitto, è un altro di quei personaggi. Nato a Padova nel 1778, è stato uno dei pionieri dell’egittologia all’inizio del XIX secolo. Ha scoperto tombe (la più famosa quella di Seti I) e ha localizzato l’ingresso alla piramide di Chefren, fino a quel momento – tombaroli a parte – considerata priva di camera sepolcrale. Per sicurezza firmò anche la sua scoperta. Tornato in Inghilterra, organizzò tra le altre cose la prima esposizione sull’antico Egitto, con tanto di ricostruzione della tomba di Seti I da lui scoperta.
Morì in Africa, mentre cercava di raggiungere Timbuctu, in cui all’epoca da secoli nessun occidentale aveva mai messo piede.

Ma prima di dedicarsi all’esplorazione di antichità era stato un fenomeno da baraccone in Inghilterra: la sua statura (due metri) e la stazza imponente gli permettevano di interpretare il personaggio del “Sansone Patagonico”. In questa veste, si caricava addosso una decina di persone e le portava in giro per il palco.
Un personaggio, come dicono gli inglesi, “larger than life”, a cui sembra si sia ispirato anche George Lucas per il personaggio di Indiana Jones.
Dice: e a un tizio così nessuno ha pensato di dedicare un romanzo, qualcosa?
No, almeno in Italia (su amazon si trova un ebook di un autore che fa vivere al padovano avventure pulp-avventurose), almeno fino a che Walter Venturi, fumettista già visto all’opera sulle pagine di John Doe e Zagor, non è riuscito a convincere la Bonelli a pubblicare la sua ricostruzione della vita di Belzoni.
Un balenottero di 272 pagine che mescola con grande disinvoltura il racconto biografico e la storia avventurosa, miscelando con cura i due ingredienti a seconda delle necessità, ma senza mai diventare un pastiche fantastico (niente steampunk, niente zombi, niente mummie redivive, per intenderci).

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Fin dalle prime pagine, Belzoni è una figura tratteggiata con molti chiaroscuri: è violento, minaccioso e spinto da ossessioni che gli fanno calpestare tutto quello che sta sulla sua strada. Ma allo stesso è un puro, incapace di rendersi conto, per entusiasmo, quando sta venendo ingannato. Non è un bonario Bud Spencer in costume, è più una specie di Conan di inizio Ottocento (tanto che a un certo punto tira un pugno a un cammello).
La storia si alterna tra due piani temporali ed esplode in una straordinaria sequenza che è quanto di più coerentemente epico abbia visto disegnato da qualche tempo a questa parte, roba che il Conan di Roy Thomas al confronto è la Pimpa.
Venturi racconta la sua storia rispettando con molta diligenza la gabbia bonelliana (3 strisce di due vignette e permutazioni), in tavole di grande potenza e precisione grafica, che in alcuni dettagli possono richiamare alla mente qualcosa di Magnus.

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Belzoni-3Un lavorone, insomma.
Un fumetto epico che ha il pregio di cercare di fare conoscere un personaggio affascinante quasi più sepolto dalle sabbie del tempo delle rovine che ha scavato. E che rischia pure lui di scomparire dal mercato troppo in fretta (a questo punto potrei inserire tutta una tirata sui fighetti che chiamano “GRAPHIC NOVEL” narrazioni ombelicali di una manciata di pagine e davanti a queste cose invece storcono il naso e dicono “ah, ma è un fumetto”, ma lasciamo perdere).
Per cui una segnalazione ci sta tutta, prima che sparisca dalle edicole.
Sono nove euro e cinquanta per 272 pagine.

(se poi uno volesse approfondire su Belzoni, io mi sono preso Il gigante del Nilo, un saggione “serio” che ricostruisce nel dettaglio la vita del personaggio e i suoi tempi. In alternativa, i resoconti dello stesso Belzoni si trovano su Google Books, anche in italiano)

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Well NYC really has it all (persino un ebook, ora)

Una veloce comunicazione di servizio: i post sul viaggio a New York del 2011 sono diventati, grazie al lavoro barabbista del Many (che non ringrazierò mai abbastanza), un ebook, scaricabile liberamente in epub e mobi.
Per l’occasione ho dato una rispolverata ai testi e corretto qualche erroruccio (un lavoro che prima o poi dovrei fare anche per i post sul blog). Ovviamente tutti gli errori rimasti sono responsabilità mia.
In appendice trovate anche le “cartoline” da New York di Sir Squonk, che non avevo mai letto e che in un paio di punti almeno presentano uno sguardo molto simile su alcune parti della città. C’è anche un’introduzione, che trovate qui.

In caso, buona lettura.

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Point Lenana

La punta Lenana vista attraverso il reticolato del campo. Acquarello di Felice Benuzzi

Una teoria formulata anni fa da un mio amico sostiene che dato un campo dell’agire umano c’è probabilmente un italiano che ha fatto qualcosa di straordinario di cui i suoi compatrioti sono per lo più all’oscuro. Era nata mi pare la prima volta che aveva sentito parlare di Perlasca, ma si adatta benissimo alla storia di Felice Benuzzi, Giovanni Balletto, Vincenzo Barsotti, che nel 1942, prigionieri di guerra in un campo inglese in Kenya, evasero per scalare (i primi due erano alpinisti, il terzo era solo incuriosito dall’impresa) il monte omonimo, che si vedeva attraverso i reticolati e di cui non sapevano quasi niente. Ci riuscirono un po’ per il rotto della cuffia, piantarono un tricolore su una cima secondaria invece che su quella principale resa inaffrontabile dal maltempo e poi tornarono al campo a consegnarsi, che l’idea di raggiungere territori non controllati dagli inglesi era impraticabile. Continua a leggere

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Due figlie e altri animali feroci

Se mi avessero mai detto che un giorno avrei letto un libro autobiografico (UNA STORIA VERA) che raccontava la storia di un’adozione internazionale è probabile che mi sarei fatto una grassa risata. E invece è successo che un libro così non solo l’ho letto, ma mi ha anche fatto fare ben più di una grassa risata.

“Due figlie e altri animali feroci”, il primo libro di Leo Ortolani, è esattamente questo: il diario, in forma di lettere spediti agli amici, del viaggio in Colombia dell’autore e di sua moglie per adottare due bambine. C’è un prologo che racconta come sono arrivati a dover andare fino in Colombia, ma il libro è questo. Ovviamente non l’avrei mai letto se l’autore fosse stato un’altra persona: Leo Ortolani, come qualcuno forse non sa, è un autore di fumetti, famoso per aver creato Rat-Man, un personaggio che nato come parodia dei super-eroi si è nel tempo evoluto fino a dare forma a una saga a fumetti in cui la comicità è solo uno degli ingredienti. Compro ininterrottamente Rat-Man da 15 anni (è il fumetto che ho comprato regolarmente per più tempo) e ho sempre ammirato come Ortolani sia riuscito a migliorarsi sia come disegnatore sia come scrittore. I testi di Rat-Man sono diventati un piccolo campionario di scrittura breve, con dialoghi di “scuola emiliana” (quel colloquialismo un po’ alla Nori, per intenderci) e soluzioni comiche spesso inedite, come quel numero che si apre con una lunga e articolata bestemmia in didascalia evocata attraverso lo stile lapidario di Frank Miller:

Ed è un nome di donna quello che viene evocato.
Eva. La madre di tutti noi.
Un’Eva sofferente. Un’Eva che vende il suo corpo.
Le mani cercano un appiglio. Lo trovano. Lo perdono.
Un bovino da latte.
Una città conquistata da Ulisse con l’inganno.
Eva.

La sensazione che a Ortolani dopo tanti anni inizi a stare stretto non solo il ratto ma anche il balloon ce l’avevo da un po’ e volevo vedere come se la poteva cavare sul formato lungo.
La curiosità, per fortuna, è stata più che premiata.
“Due figlie” è un libro che si regge in un equilibrio quasi perfetto tra raccontare un momento difficile e impegnativo, con le sue insicurezze, i suoi imprevisti e le sue gioie e non farne della pornografia dei sentimenti. Leggendo un po’ di recensioni su Anobii ho trovato commenti un po’ infastiditi di lettori interessati al tema dell’adozione che lamentavano di non aver trovato nel libro dei sentimenti espressi chiaramente. Sono critiche interessanti perché mi fanno pensare che siamo talmente abituati a una pornografia dei sentimenti che se questi non vengono urlati secondo formule standard non siamo più in grado di riconoscerli.
Perché è vero: Ortolani non ti sbatte in faccia i sentimenti suoi e della moglie, non dice niente sul passato delle figlie (che si intuisce non deve essere stato rose e fiori). Come un bravo narratore, quando può mostrare, mostra e non racconta. Se poi il lettore non è in grado di capire quando la battuta, l’iperbole e il paradosso sono degli scudi per rielaborare quello che prova, sono problemi del lettore. Se invece il lettore lo capisce si guadagna un biglietto per un sacco di risate e, allo stesso tempo, per una descrizione palpitante di un’esperienza tutt’altro che semplice.

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Basta solo il prologo iniziale, con il suo viaggio dai tentativi di avere un figlio al percorso burocratico-psicologico che intraprende quando si sceglie di cercare di adottare dei bambini a fare capire che Ortolani è un osservatore e un narratore della realtà come ce ne sono pochi. Fa ridere per l’autoironia, fa indignare per il bizantinismo dell’istituto dell’adozione, commuove per gli alti-bassi emozionale a cui costringe la coppia, ma nessuno di questi elementi prevale mai sugli altri: non diventa mai una farsa, un pamphlet o una narrazione patetica. Tutto resta mescolato insieme.
E il libro è tutto così; c’è un calo fisiologico a un certo punto, quando si sente che la stanchezza ha iniziato a reclamare quello che le spetta. E forse a un certo punto l’interesse per i movimenti intestinali di una delle due bambine diventano un po’ pesanti, ma sono difetti minori in un librino che è altrimenti perfetto.
Le lettere sono corredate da vignette che espandono o deformano gli episodi raccontate, nello stile classico di Ortolani, con i personaggi dal caratteristico “muso di scimmia”; all’inizio magari si fa un po’ di fatica ad abituarsi, dopo un po’ sembra la cosa più naturale del mondo.

Il blog di Ortolani, Come non detto, è in alcuni suoi post la naturale prosecuzione del libro.

ps: ho attivato il Programma di affiliazione di Amazon.it. Chi compra il libro da questo link (cartaceo) o da questo (ebook) mi fa guadagnare tipo mezzo centesimo di buono regalo.

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Il Centodelitti

(È parecchio che non scrivo più di libri. Provo a vedere se riesco a riprendere)

Giorgio Scerbanenco è stato un grande. Uno scrittore capace di sfornare una quantità impressionante di opere in una carriera decisamente lunga (morì neanche sessantenne, nel 1969 e pubblicò il suo primo romanzo nel 1935), tra cui si trovano alcune delle più spaventose storie criminali mai scritte in lingua italiana.
Già la vita di Scerbanenco è un mezzo romanzo: di padre ucraino e madre italiana, nasce a Kiev nel 1911, perde il padre nella Rivoluzione d’Ottobre, si trasferisce in Italia, poi perde la madre. Non finisce le elementari, fa una serie di lavori che al confronto Stephen King è un rampollo dell’Ivy League, poi finisce in editoria e addirittura cura una “posta del cuore”. Nel frattempo scrive, scrive, scrive, scrive di tutto: rosa, gialli, spionaggio, western, avventura. Tra il 1966 e il 1969 pubblica la quadrilogia di Duca Lamberti, un medico radiato dall’Ordine che si reinventa investigatore. Tre romanzi e una raccolta di racconti che raccontano la faccia feroce dell’Italia uscita dagli anni del boom. Storie nerissime, una Milano opprimente, violenza fisica e psicologica sbattuta dritta in faccia al lettore.

Molti dei cento racconti di “Il Centodelitti” sono figli di quella stessa ispirazione: sono racconti noir duri, asciutti, spesso fulminanti nella loro brevità, nelle chiuse a effetto. È emblematica “L’uomo che non voleva morire”, una storiaccia che piacerebbe a Tarantino (ne ha tratto un film per la tv Lamberto Bava nel 1989, che venne bloccato dalla censura ed è passato in tv una volta nel 2007).
Ma accanto a questo c’è un altro filone di storie in cui il “delitto” non è necessariamente un omicidio (o un omicidio) ma è qualcosa che fa naufragare la vita di qualcuno. Sono piccoli spaccati di vita, ritratti a volte appena abbozzati di solitudini, delusioni, raggiri, che non è difficile immaginare ispirati dalla lettura delle lettere che Scerbanenco riceveva come redattore di Bella o Annabella.
Sono storie scritte da uno scrittore che doveva essere un uomo molto buono che raccontava storie di cose terribili che succedono a povera gente. Senti l’ammirazione per la dignità, la partecipazione al dolore dei suoi personaggi, la compassione per chi sbatte contro un fato più grande di lui o di lei. Tragedie di una pagina, raccontate in punta di penna ma non per questo meno impressionanti. Anzi.
Poi ogni tanto è come se gli scappasse un attimo di tenerezza e all’ultimo gli mancasse il cuore di far succedere qualcosa di brutto ai personaggi, volesse provare a dare loro una piccola chance di essere felici. O di provarci. Sono racconti che sporadicamente fanno capolino, luci di stelle che sbucano in una notte nuvolosa (ma sono pochi).

Letti oggi, i cento racconti di Scerbanenco restituiscono sulla pagina le atmosfere di un’Italia che vedi a volte nelle foto in bianco e nero dei nonni: un mondo di impiegati, segretarie, commesse, laureati, ricchi, ognuno correttamente inserito nel posto che gli compete nella società. Una società a cui un perbenismo ostentato fa solo da facciata al tradimento, alla caccia ai soldi facili, alla violenza.
Non è troppo diversa dall’Italia di oggi, nei lati negativi. Forse adesso suonano strani tutti i racconti dedicati all’infedeltà coniugale come stigma incancellabile se praticata dalla donna, ma curiosamente Scerbanenco non ha sentito di dover raccontare casi di quello che oggi chiamiamo “femminicidio”, forse perché allora era impensabile che la donna avesse la libertà di provare ad andarsene da una relazione o da un matrimonio opprimente. O forse semplicemente non era nelle sue corde di narratore il “delitto passionale”.

Sono più di 400 pagine di racconti, una media di quattro pagine a racconto. Si legge “come un romanzo”, un racconto di fila all’altro. Probabilmente Scerbanenco è considerato dai più uno scrittore minore, una nota a pie’ pagina nella storia della letteratura; del resto era uno scrittore “di genere”.
Eppure, c’è qualcosa nelle sue storie, nei suoi personaggi, nel suo uso della lingua, che trascende il genere e che fa di lui uno scrittore degno di ben altra considerazione. Questa raccolta, con la sua varietà, ne mostra la versatilità, la capacità di raccontare la società e i suoi traumi (dalla fine dalla guerra alla povertà di quelli che il boom non l’hanno visto manco da lontano) quasi senza volere, mentre sta semplicemente mettendo insieme delle storie che tengano il lettore incollato alla pagina, lo distraggano, lo spaventino o lo sorprendano. E questa, secondo me, è una cosa che sanno fare i grandi scrittori.

Piccolo spazio accattonaggio: se lo compri da Amazon con i link di seguito a me arriva qualche centesimo di buono acquisto)
Edizione Kindle
Edizione cartacea

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Surviving #SalTo13: fatto.

(è un post un po’ ombelicale, ma devo riprendere la mano a scrivere sul blog)

Se il buongiorno si vede dal mattino, il mattino è questo: alla stazione della metropolitana di Torino Lingotto si forma davanti alla scala mobile un’incredibile e ordinata coda sabauda. È quasi il mio momento di salire quando tre signore molto milanesi, molto con le facce e gli abiti di quelle che per Berlusconi hanno un’ostilità antropologica si infilano di lato con molta naturalezza, senza che una delle tre smetta di raccontare di una qualche esperienza educativa che ha fatto con una classe di bambini. “Ci devi fare un libro,” cinguetta garrula un’altra, che immagino più tardi andrà a firmare un manifesto per la legalità e le regole.

Quest’anno ho sentimenti meno estremi nei confronti del Salone, a posteriori. Sarà che ci ho passato meno tempo, sarà che non ho fatto il disallestimento, sarà che ho girato pochissimo.

Momento migliore durante la lunghissima fila per farmi fare un disegno da Zerocalcare: c’è questo ragazzetto, minorenne, molto regolare, con il suo maglioncino e la camicia, ogni tanto passa la mamma a vedere come va. Quando è il suo momento, ZC parte con il campionario dei soggetti, che dovreste sentire recitato da lui perché dal tono e dall’automatismo capite quante dediche abbia fatto dall’uscita del primo volume, e il ragazzetto sceglie “tizio che tira la molotov”. “Volto coperto o scoperto?” (ZC è professionalissimo). “Coperto”. Più o meno alla fine del ripasso a china (parlando di professionalità: fa la bozza a matita, ripassa a china, dà il grigio con il pennarello) arriva Luca Sofri. Ed è bello questo momento in cui un disegnatore “dei centri sociali” mentre disegna uno che tira una molotov per il ragazzino borghesissimo (che si chiama Gian Giacomo, a questo punto mi piace immaginare come Feltrinelli per volontà di una famiglia molto radical-chic) parla con il direttore di un giornale che fa endorsment per il PD e che una volta conduceva un programma con Giuliano Ferrara.

Sempre allo stand Bao ho preso la ristampa cartonata e in grande formato di Mater Morbi, la storia di Dylan Dog scritta da Roberto Recchioni e disegnata da Massimo Carnevale che alla sua uscita suscitò polemiche sul tema della malattia e dell’eutanasia, con intervento a gamba tesa della sottosegretaria alla salute dell’epoca, Eugenia Roccella, che poi dovette ritrattare perché aveva commentato senza avere letto la storia (ma tanto sono solo fumetti). Ristampata e con sei tavole inedite a colori di prologo, la storia guadagna tantissimo nell’impatto visivo, grazie a una stampa precisissima su una bella carta uso mano. Ieri sera mentre leggevo ogni tanto mi imbambolavo a guardare la resa dei neri, profondissimi, che fanno pienissima giustizia ai disegni di Massimo Carnevale.

C’era lo stand del Centro per il libro e la lettura, una struttura pubblica diretta da Gian Arturo Ferrari (ex direttore generale della Divisione libri di Mondadori) che ha “il compito di divulgare il libro e la lettura in Italia e di promuovere all’estero il libro, la cultura e gli autori nazionali”. Nello specifico promuovevano l’iniziativa Il maggio dei libri (non pervenute le lamentele della Madonna per l’usurpazione del mese; ma non pervenute nello specifico neanche le modalità esatte di questo mese del libro), di fatto c’era una povera persona costretta a bivaccare lì 12 ore e distribuire volantini e segnalibri. La decorazione dello stand era un collage di copertine di libri italiani; magari avrò guardato male io, ma non ce n’era uno posteriore ai primi anni sessanta. Una bella iniezione di fiducia.

Ogni anno mi tocca beccarmi lo sfogo di una persona che si lamenta perché non ci sono gli sconti e perché i libri costano troppo. Alle 19.44, con ancora tre ore davanti.

Grande novità dell’anno, l’area “Lounge espositori” dove si potevano mangiare cose più buone di quelle che toccano ai visitatori (per esempio l’hot dog con il pane freddo e il würstel mezzo crudo). Code lunghette, ma tutto sommato il panino con la salsiccia cruda di Bra meritava un assaggio.

Stand più affollato, senza dubbio, quello dove regalavano il Grand Soleil, al confine con l’area Cook Book. Grande novità di quest’anno, in linea con la nuova passione per i cuochi, a Cook Book si poteva trovare una libreria dedicata ai titoli sulla cucina e la gastronomia e un’area dove si sono esibiti ai fornelli nomi noti della ristorazione e della tv. Anche Benedetta Parodi, sì.

(premesso che ho molti amici abruzzesi) Ingombrante vicino di stand, la Regione Abruzzo festeggiava i 150 anni della nascita di D’Annunzio con un’esposizione di cimeli (mancavano: lastre di vetro sporche, costole) e una serie di incontri e spettacoli. Amiche e amici abruzzesi, voi non avete idea di come spende i vostri soldi la vostra regione. Tipo che a un certo punto (le otto di sera, dopo dieci ore che stai in fiera) (dieci ore di neon e cupo rombo della morte fatto dal chiacchiericcio di migliaia di persone) partono gli zampognari. E i canti in dialetto. E un altra sera un tenore che cantava CON IL MICROFONO, per giunta composizioni giovanili del Vate musicate.

L’organizzazione ha sbagliato i cartelli dello stand di una nota casa editrice romana, diventata per quest’anno minimun fax.

A sorpresa, non c’era la Panini Comics. Voci di corridoio dicevano che hanno fatto talmente tanti soldi a Lucca che non si sono presi il disturbo di muoversi per una fiera per loro non così vantaggiosa (era vantaggiosa per me, perché avendoli come vicini qualche buon affare si riusciva sempre a combinare), mannaggia)

Un sentito grazie al ristorante La via del sale, per averci dato anche quest’anno da mangiare a un’ora indecente, resa ancora più indecente dal fatto che abbiamo parcheggiato all’altra estremità della via e in centro a Torino, se non lo sapete, le vie sono luuunghe. Fanno cucina piemontese con qualche influsso ligure, nel nostro caso riscontrabile soprattutto nel rapporto con il cameriere (ma in fondo non aveva tutti i torti: siamo arrivati con mezz’ora di ritardo e al “cosa prendete?” ci sono stati lunghi momenti di uuuhm, eeehm) (inoltre: gli emiliani sembrano andare molto in panico davanti a piatti estranei alla loro tradizione, o almeno quelli che conosco io). Acciughe al verde FTW, comunque.

Breve elenco di avVIPstamenti: uno degli Zero Assoluto (credo Zero), Benedetta Parodi, un anziano che una volta era De Gregori, Sergio Romano, Gad Lerner, Khaled Fouad Allem (che ho solo registrato come volto riconosciuto ma che ho dovuto cercare sul sito del Salone) (se vi dico chi credevo che fosse, senza alcuna base logica, mi spernacchiate a vita), il ministro Cecile Kyenge, Gian Arturo Ferrari, Giulio Coniglio.

Cosa mancava al Salone? Esatto, i cosplayer, nello specifico di Star Wars, portati dallo stand delle edizioni Multiplayer. A uno di loro però sono stato costretto a stringere la mano: in uno stand di non so cosa c’era un grosso braccio meccanico in movimento che dimostrava non so cosa e al di là del vetro un tizio vestito con il tipico accappatoio Jedi usava la Forza per farlo muovere. Non sono mai stato così tanto vicino a usare l’espressione “EPIC WIN” con uno sconosciuto.

La cosa più interessante da leggere al Salone? Le magliette dei partecipanti. Sembra che ormai la popolazione tra i 15 e i 45 anni passi l’inverno ad accumulare magliette spiritose o ispirate a film, fumetti, telefilm, per poterle poi sfoggiare ai primi caldi. Ho persino visto uno che aveva la mia stessa maglietta con Klimt Eastwood (meno male che io in quel momento avevo quella di Cthulhu vs. Godzilla, altrimenti sai che imbarazzo?).

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Surviving #SalTo13

Breve guida alla sopravvivenza al Salone del Libro di Torino, sulla scorta delle esperienze passate.

  1. Stai a casa. Sul serio. La Fiera (o Salone) di Torino è una gigantesca libreria. Dove, per entrare, paghi. Dice: “ok, ma poi una volta dentro scontofiera come se piovesse?”. Mah, non ci contare troppo, a meno che non siano le ultime ore dell’ultimo giorno. Se stai andando a Torino per buttarti dentro allo stand di Einaudi o Mondadori o Rizzoli o Feltrinelli, stai  a casa. Investi i soldi del biglietto del treno in libri. Oppure vieni pure a Torino, goditi la città e usa i soldi del biglietto per mangiare qualcosa di buono.
    “Ma c’è l’incontro con quell’autore che amo tanto!!!”. Ok, legittimo, però se vivi in una città con delle librerie controlla che magari non faccia una presentazione anche nella tua città. Per esempio, quando una casa editrice invita un autore straniero cerca di massimizzare la sua presenza e non lo porta solo a Torino.
  2. Ok, sei voluto venire lo stesso. Almeno evita di intrupparti negli stand delle giga-case editrici e date un’occhiate a quelle i cui libri non trovate in libreria. Vale anche lì la legge di Sturgeon, ma la possibilità di trovare qualcosa di interessante c’è sempre.
  3. Se proprio devi, evita il fine settimana. Il fine settimana è l’inferno in terra. Certo, durante la settimana ci sono le scolaresche deportate a pascolare tra gli stand, però di solito ci sono solo la mattina e il pomeriggio si gira più tranquilli.
  4. Portati del cibo. In Fiera il cibo è caro e/o fa schifo e/o devi fare delle code lunghissime. In teoria, appena lì fuori c’è un centro commerciale con un sacco di posti dove mangiare, però di solito il biglietto dei visitatori non ti permette di uscire e rientrare. Se proprio resti bloccato, la cosa più onesta che puoi trovare è la non-pizza di Spizzico. Quest’anno gli organizzatori promettono maggiore varietà, ma io non mi fiderei comunque.
  5. La tua sopravvivenza può essere garantita dal chiosco dei gelati fuori dal padiglione 3, se c’è anche quest’anno.
  6. Verso le 18, 18.30 alcuni stand organizzano rinfreschi. Punta gli stand delle Regioni (sì, ci sono gli stand delle regioni, don’t ask), di solito ci si trova bene.
  7. Portati degli spiccioli. I cassieri amano gli spiccioli. Un cassiere che conosco dà gadget a chi gli dà gli spiccioli, se ha gadget da dare.
  8. Le case editrici stampano i cataloghi apposta perché la gente li prenda. Se vedi dei cataloghi su un bancone, prendine pure uno. Non chiedere al cassiere “posso prenderne uno?”, al massimo di’ qualcosa tipo “ti rubo un catalogo”.
  9. Sui libri che un editore vende direttamente in fiera ha già pagato le tasse. Quindi non emette scontrino fiscale. Chi si dota di un registratore di cassa lo fa per questioni di contabilità interna, chi non lo fa perché non può permetterselo o non ne ha voglia. Quindi non guardate come evasori fiscali quelli con la cassettina, non sono degli evasori fiscali.
  10. Lo sconto: domandare è lecito, farlo è cortesia. Il momento migliore per chiedere sconti è a fine fiera (vedi punto 1); per dire l’anno scorso Codice faceva lo sconto del 50%. Sventolare il pass espositori chiedendo “sconto espositori?” non funziona automaticamente. La tecnica migliore, se passi più giorni in fiera, è quella di fare amicizia con chi lavora in stand con libri che ti interessano e organizzare degli scambi di favori.
  11. Attento agli stand di venditori di corsi di autostima, marketing motivazionale, editori a pagamento, fuffologi assortiti. Tendono a essere appiccicosi.
  12. Evita di prendere ogni singolo catalogo, depliant, campioncino con le prime sedici pagine di un libro, adesivo, segnalibro, che trovi in giro. Sommati ai libri che inevitabilmente compri fanno un peso considerevole e quando arrivi a casa e svuoti i sacchetti dici “ma che cazzo ho preso?”. I veri professionisti vanno in giro con il trolley.
  13. Non è colpa loro, ma se stai a uno stand e hai libri per bambini, una specie di piaga biblica sono le maestre, alla perenne ricerca di materiale omaggio. Sarà che la fiera coincide con il periodo in cui faccio la dichiarazione dei redditi, ma mi domando sempre (retoricamente) dove diavolo vadano a finire i soldi delle mie tasse, se non alle scuole.
  14. È vero che chiude alle 22 (sabato alle 23), ma se eviti di iniziare a guardare tutti i libri dello stand alle 21.56 il tuo karma ne guadagnerà.
  15. Gli spiccioli. Mi raccomando.

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