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L’isola del Teschio

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Ho pubblicato un ebook su Amazon Kindle Store. Come tutti.
Si chiama L’isola del Teschio ed è una storia sword and sorcery ambientata nel mar dei Caraibi – con parecchie licenze storiche – alla fine del XVI secolo.
Dentro ci sono uno spadaccino senza nome, un capitano pirata che si fa chiamare Amra, mostriciattoli assortiti, un tesoro perduto, un’isola misteriosa e la figlia di un pirata.
Sono 47 pagine che vengono via per un euro e spiccioli (devo ancora capire bene come funziona il sistema di prezzi di Amazon, io avevo fissato un euro e poi sono spuntati i tre centesimi). Non ci sono DRM di sorta, quindi nel caso non abbiate un Kindle si può convertire in epub e copiare liberamente.
Siccome per qualche misteriosa ragione Amazon.it non consente di vedere l’anteprima degli ebook senza scaricarla, come fa invece Amazon.com, ecco qui sotto il primo capitolo (cliccando qui invece potete leggere anche parte del secondo): Continua a leggere

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La guerra non era finita – recensione

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“Non c’è nessun dopoguerra”.
È l’incipit di uno dei miei romanzi preferiti di Wu Ming, 54, in cui si raccontano tra le (molte) altre cose le vicissitudini dei partigiani al termine della guerra.
“Non c’è nessun dopoguerra” potrebbe essere anche il titolo del saggio di Francesco Trento, La guerra non era finita. I partigiani della Volante Rossa, uscito a febbraio per Laterza, che risponde idealmente alla retorica di Giampaolo Pansa sul “sangue dei vinti”, raccontando le gesta di un gruppo di ex partigiani con base a Lambrate che, a guerra finita, non depose le armi e continuò ad agire uccidendo fascisti.
Dice: “eh, ma allora gli dà ragione, a Pansa: i partigiani ammazzavano anche a guerra finita”.
No.
Il punto è che l’immediato dopoguerra è un periodo di cui di solito si sa abbastanza poco. Sembra che ci si immagini che dal 26 aprile 1945 di colpo ci siano stati tarallucci e vino ovunque, salvo che da parte dei perfidi partigiani che non hanno mollato le armi. In realtà il dopoguerra è stato una landa selvaggia, quasi quanto la guerra propriamente detta, e chi temeva che il fascismo non fosse stato sconfitto se non nominalmente non era necessariamente un paranoico o un esaltato. Gruppi di fascisti organizzati (ce n’era uno che si chiamava Partito Democratico Fascista*, tra gli altri)  compiono attentati e altre azioni. L’epurazione dei funzionari di Stato compromessi con il fascismo si è rivelata una farsa, visto che è affidata a una magistratura formatasi nel Ventennio e rimasta al suo posto. I partigiani vengono invece epurati dalla polizia, un’amnistia di Togliatti svuota le carceri dai fascisti ma tiene dentro chi era arrestato per azioni commesse durante la Resistenza e giudicate, dopo la guerra, sulla base dei rapporti della polizia fascista. C’è chi deve fuggire all’est per evitare la galera.
Insomma, per citare un’espressione cara al fascismo, quella nella guerra di liberazione è una vittoria mutilata.
In questo quadro, diventa facile comprendere perché in diverse parti d’Italia qualcuno possa avere pensato che non fosse ancora il momento di mettere giù le armi. Anche perché non bisogna dimenticare che non c’era solo un anno e mezzo di guerra, ma anche vent’anni di regime fascista da buttare nel conto.

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I membri della Volante Rossa, con un appoggio molto cauto del PCI (per il quale dal 1947 fanno servizio d’ordine in manifestazione), fanno questo: si procurano un camion, divise dell’esercito, armi e uccidono fascisti.
La fine arriva nel 1949, quando la maggior parte dei membri vennero arrestati. Il processo si concluse nel 1953 con una serie di condanne. Nel frattempo però Giulio Paggio, il capo della formazione, era fuggito a Praga, dove ha trascorso il resto della vita. Paggio e altri due membri della Volante sono stati graziati da Pertini nel 1978.

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Una delle cose più trite e banali che si possono dire di un saggio è che “si legge come un romanzo”. La guerra non era finita non si legge come un romanzo, si legge come un grumo di potenziali romanzi: in appena 160 pagine, Trento ha stipato decine e decine di storie che meriterebbero di avere un racconto più esteso. Una è proprio all’inizio: Giuseppe Bonfatti (“Remo”), ex partigiano, nel 1990, tornato in Italia dal Brasile dove aveva trascorso molti anni dopo la guerra, riconosce in un bar uno dei responsabili dell’incendio per rappresaglia della casa della sua famiglia. Lo aspetta fuori e lo uccide a picconate. Poi si consegna ai carabinieri. Al processo dichiarerà che è stata la cosa più bella che abbia mai fatto. Una vicenda tremenda e a suo modo straordinaria (onestamente mi stupisco, nel bene e nel male, che non sia successo più spesso).
Ma ci sono anche vicende che mai avrei immaginato possibili, come “la guerra di Troilo”. Ettore Troilo era il prefetto di Milano, ex partigiano in Abruzzo. A fine novembre del 1947 De Gasperi lo vuole sostituire con il prefetto di Torino, più vicino al governo. Gian Carlo Pajetta (già capo di stato maggiore partigiano) organizza una manifestazione sotto la prefettura che si conclude con l’occupazione della suddetta. Pare che a un certo punto Scelba (ministro dell’interno) abbia telefono a Troilo e gli abbia risposto Pajetta.
La situazione si fa vagamente tesa, perché il controllo delle operazioni di polizia passa all’esercito e per una notte c’è davvero il rischio che a Milano scoppi la guerra civile. Intanto Pajetta scopre che a Roma la sua mossa non è stata ben accolta: telefona a Togliatti e annuncia “abbiamo una prefettura” (ricorda qualcosa?), al che l’altro gli risponde: “Bravo, e ora che te ne fai?”.
Durante una discussione in un bar, scoppia una rissa. Un operaio comunista colpisce un uomo con un pugno, quello va giù svenuto. Preoccupati, altri due operai lo portano al pronto soccorso. Ma quando gli tirano fuori i documenti scoprono che era uno della Muti (la polizia della RSI a Milano) e se lo riportano via. Verrà ritrovato con un foro nella nuca nei pressi di Monza, due giorni dopo.
Comunque alla fine nessuno vuole una guerra, né il PCI né il governo, che manda a trattare un democristiano ex partigiano. Finisce che Pajetta e i suoi perdono su tutta la linea, perché riescono solo a ritardare di un paio di giorni la sostituzione di Troilo, a cui succederà prima il prefetto di Pavia e poi quello già designato dal governo, che rispolvera un anticomunismo da Ventennio nelle attività della prefettura. Sembra che, per questa faccenda, Pajetta sia stato prima cazziato brutalmente da Togliatti e poi, per anni, pubblicamente sfottuto a ogni occasione.
È anche a suo modo divertente il racconto della reazione all’attentato a Togliatti del 1948, quando con il Capo fuori dai giochi i militanti più impazienti del PCI sembrano agire con un automatismo che lascia pensare alla maggioranza silenziosa che la minaccia di una rivoluzione comunista non sia un’invenzione della propaganda governativa. Ma di nuovo, è la stessa dirigenza del PCI a frenare e rimandare a casa i rivoltosi pronti a combattere per vendicare Togliatti (no, Bartali che vince il Tour De France non c’entra nulla).
Questo è anche l’episodio che chiude in un certo senso il racconto, perché convincerà molti nella Volante che non c’è speranza di cambiare le cose (in generale, sembra che dopo il luglio del 1948 molti ex partigiani, demoralizzati, fecero ritrovare le armi nascoste o le consegnarono). Ci sono ancora omicidi ascrivibili alla Volante Rossa dopo questo episodio, ma sono azioni pensate male e condotte ancora peggio, che porteranno agli arresti e al processo.

Trento, anche se è facile capire da che parte sta nella storia, si tiene sempre un passo indietro rispetto a ciò di cui racconta. Non cerca di fare della letteratura: il suo è un saggio dalla forma rigorosa, che lascia che sia l’esplosività delle cose narrate a fare effetto sul lettore, a rendere l’idea di un periodo storico confuso, in cui alcuni cercavano di afferrare la coda di un sogno che sembrava così vicino e che invece stava sfuggendo via.

* La voce ha tra i suoi principali autori quel tizio che pensa che “Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale” come citazione in esergo alla pagina wiki su Porco Rosso potrebbe offendere qualcuno (in effetti sì: i fascisti. Ma anche i maiali). Lo stesso utente infesta un po’ tutte le voci legate ai personaggi di queste vicende. 

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3 giorni dopo

L'(N+1)ennesimo libro della fantascienza è uscito ormai da un bel pezzo, ma mi sa che mi sono scordato di parlarne.
Come per l’edizione precedente, ho fatto a tempo a mandare un mio racconto, giusto un paio d’ore prima della deadline (come i professionisti!).
3 giorni dopo, questo il titolo della storia, è una roba scritta qualche anno fa e tirata a lucido per l’occasione (come i professionisti!). Il suo principale pregio è che è molto breve (anche perché si tratta di una barzelletta tirata un po’ per le lunghe, in fondo).
Il titolo è ovviamente un richiamo a quel film là. Poi ci sono i vangeli, quelli canonici e quelli apocrifi, e c’è un accenno a Paperinik. Potremmo chiamarlo un racconto di materialismo fantastorico.
Certo è curioso che in entrambe le mie storie uscite su questi elettrolibri pubblicati da Barabba ci siano riferimenti a Gesù (in quello precedente si parlava di Steve Jesus).

(la copertina è del sempre ottimo Isola Virtuale)

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Tradurre (e redazionare) è un po’ trasformare tutto nel cortile di casa

Inizio a leggere “Lui è tornato” di Timur Vermes.
Nel romanzo, Adolf Hitler si sveglia fresco come una rosa (e olezzante di benzina) nella Berlino del 2011. Complicazioni.
In una delle primissime scene, chiede indicazioni per il bunker della cancelleria a una donna, che, nel testo italiano gli risponde:
“È Scherzi a parte?”
Immagino che il testo originale avesse un qualche programma di candid camera tedesco. E mi domando perché allora non lasciare semplicemente “È una candid camera?”, visto che il format di Scherzi a parte, tra l’altro, prevede di avere dei personaggi conosciuti come vittime.
Poco più avanti, Hitler trova un volantino di Media World. Che in Germania però si chiama Media Markt. Lasciando il nome originale il meccanismo comico funzionerebbe uguale, perché lui si domanda come mai la carta, che ricordava scarseggiare, venga usata per stampare cose incomprensibili.
Proprio quando ti stai iniziando a convincere che Hitler si è risvegliato davanti alla sede della Rcs a Milano, in edicola trova Der Spiegel e non lo Specchio della Stampa (che se fosse stato un supplemento di un giornale Rcs, chissà…)

La prima reazione, ovviamente, è quella di pensare “ma chi diavolo ha tradotto ‘sta roba?”.
Poi, però, ripensandoci un pochino meglio, credo (ma potrei sbagliarmi) che Francesca Gabelli, la traduttrice, sia relativamente innocente, perché quelle sono le tipiche correzioni di un/a redattore/redattrice con la preoccupazione che chi legge poi si spaventi scoprendo che il resto del mondo non è come il cortile il casa. Quindi si adatta: si italianizza un po’ la Germania per evitare al lettore di dover faticare troppo. Il risultato per un lettore che un paio di aerei nella vita li ha presi, però, è che la traduzione, che dovrebbe essere invisibile, “salta” all’occhio; ti viene da immaginare che cosa c’era scritto in originale e non è mai un bel momento. Di solito i traduttori si pongono questi problemi; è chi revisiona il loro lavoro che spesso non se li pone e si preoccupa. Creando dei mostri.
Insomma, quando trovate qualcosa che vi fa pensare “maccheccazzo” in una traduzione, ricordate che la colpa potrebbe andare condivisa tra chi ci ha messo il nome e qualcuno il cui lavoro è molto più oscuro…

(È un po’ il motivo per cui bisognerebbe smetterla di dare addosso a Sergio Altieri per la traduzione errata di “antler” con “rostro di unicorno” invece che “corno di cervo” nel primo volume delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin. È vero, lui ha sbagliato; ma se Mondadori dopo almeno tre nuove edizioni di quel libro non ha ancora corretto l’errore – o se l’ha fatto l’ha fatto solo in tempi recentissimi – non è più colpa sua, o almeno non è più solo colpa sua)

(A ogni modo il romanzo di Vermes, per ora, sembra abbastanza divertente e non soffre di altri momenti in cui la traduzione salta all’occhio come descritto sopra)

(Mi scuso per il verbo redazionare, ma noialtri che facciamo i libri parliamo davvero così, in italiano probabilmente si dice “revisionare”)

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Il grande Belzoni

Pub.Bonelli

È uscito il 30 ottobre e non sono quanto resterà in edicola

Avevo già citato a proposito di Felice Benuzzi la teoria del mio amico Flavio secondo la quale in un dato campo dell’agire umano c’è almeno un italiano che ha fatto delle cose notevoli per lo più sconosciute dai suoi connazionali.
Giovanni Battista Belzoni, padovano di nascita, inglese d’azione, avventuriero ed esploratore in Egitto, è un altro di quei personaggi. Nato a Padova nel 1778, è stato uno dei pionieri dell’egittologia all’inizio del XIX secolo. Ha scoperto tombe (la più famosa quella di Seti I) e ha localizzato l’ingresso alla piramide di Chefren, fino a quel momento – tombaroli a parte – considerata priva di camera sepolcrale. Per sicurezza firmò anche la sua scoperta. Tornato in Inghilterra, organizzò tra le altre cose la prima esposizione sull’antico Egitto, con tanto di ricostruzione della tomba di Seti I da lui scoperta.
Morì in Africa, mentre cercava di raggiungere Timbuctu, in cui all’epoca da secoli nessun occidentale aveva mai messo piede.

Ma prima di dedicarsi all’esplorazione di antichità era stato un fenomeno da baraccone in Inghilterra: la sua statura (due metri) e la stazza imponente gli permettevano di interpretare il personaggio del “Sansone Patagonico”. In questa veste, si caricava addosso una decina di persone e le portava in giro per il palco.
Un personaggio, come dicono gli inglesi, “larger than life”, a cui sembra si sia ispirato anche George Lucas per il personaggio di Indiana Jones.
Dice: e a un tizio così nessuno ha pensato di dedicare un romanzo, qualcosa?
No, almeno in Italia (su amazon si trova un ebook di un autore che fa vivere al padovano avventure pulp-avventurose), almeno fino a che Walter Venturi, fumettista già visto all’opera sulle pagine di John Doe e Zagor, non è riuscito a convincere la Bonelli a pubblicare la sua ricostruzione della vita di Belzoni.
Un balenottero di 272 pagine che mescola con grande disinvoltura il racconto biografico e la storia avventurosa, miscelando con cura i due ingredienti a seconda delle necessità, ma senza mai diventare un pastiche fantastico (niente steampunk, niente zombi, niente mummie redivive, per intenderci).

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Fin dalle prime pagine, Belzoni è una figura tratteggiata con molti chiaroscuri: è violento, minaccioso e spinto da ossessioni che gli fanno calpestare tutto quello che sta sulla sua strada. Ma allo stesso è un puro, incapace di rendersi conto, per entusiasmo, quando sta venendo ingannato. Non è un bonario Bud Spencer in costume, è più una specie di Conan di inizio Ottocento (tanto che a un certo punto tira un pugno a un cammello).
La storia si alterna tra due piani temporali ed esplode in una straordinaria sequenza che è quanto di più coerentemente epico abbia visto disegnato da qualche tempo a questa parte, roba che il Conan di Roy Thomas al confronto è la Pimpa.
Venturi racconta la sua storia rispettando con molta diligenza la gabbia bonelliana (3 strisce di due vignette e permutazioni), in tavole di grande potenza e precisione grafica, che in alcuni dettagli possono richiamare alla mente qualcosa di Magnus.

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Belzoni-3Un lavorone, insomma.
Un fumetto epico che ha il pregio di cercare di fare conoscere un personaggio affascinante quasi più sepolto dalle sabbie del tempo delle rovine che ha scavato. E che rischia pure lui di scomparire dal mercato troppo in fretta (a questo punto potrei inserire tutta una tirata sui fighetti che chiamano “GRAPHIC NOVEL” narrazioni ombelicali di una manciata di pagine e davanti a queste cose invece storcono il naso e dicono “ah, ma è un fumetto”, ma lasciamo perdere).
Per cui una segnalazione ci sta tutta, prima che sparisca dalle edicole.
Sono nove euro e cinquanta per 272 pagine.

(se poi uno volesse approfondire su Belzoni, io mi sono preso Il gigante del Nilo, un saggione “serio” che ricostruisce nel dettaglio la vita del personaggio e i suoi tempi. In alternativa, i resoconti dello stesso Belzoni si trovano su Google Books, anche in italiano)

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Well NYC really has it all (persino un ebook, ora)

Una veloce comunicazione di servizio: i post sul viaggio a New York del 2011 sono diventati, grazie al lavoro barabbista del Many (che non ringrazierò mai abbastanza), un ebook, scaricabile liberamente in epub e mobi.
Per l’occasione ho dato una rispolverata ai testi e corretto qualche erroruccio (un lavoro che prima o poi dovrei fare anche per i post sul blog). Ovviamente tutti gli errori rimasti sono responsabilità mia.
In appendice trovate anche le “cartoline” da New York di Sir Squonk, che non avevo mai letto e che in un paio di punti almeno presentano uno sguardo molto simile su alcune parti della città. C’è anche un’introduzione, che trovate qui.

In caso, buona lettura.

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Point Lenana

La punta Lenana vista attraverso il reticolato del campo. Acquarello di Felice Benuzzi

Una teoria formulata anni fa da un mio amico sostiene che dato un campo dell’agire umano c’è probabilmente un italiano che ha fatto qualcosa di straordinario di cui i suoi compatrioti sono per lo più all’oscuro. Era nata mi pare la prima volta che aveva sentito parlare di Perlasca, ma si adatta benissimo alla storia di Felice Benuzzi, Giovanni Balletto, Vincenzo Barsotti, che nel 1942, prigionieri di guerra in un campo inglese in Kenya, evasero per scalare (i primi due erano alpinisti, il terzo era solo incuriosito dall’impresa) il monte omonimo, che si vedeva attraverso i reticolati e di cui non sapevano quasi niente. Ci riuscirono un po’ per il rotto della cuffia, piantarono un tricolore su una cima secondaria invece che su quella principale resa inaffrontabile dal maltempo e poi tornarono al campo a consegnarsi, che l’idea di raggiungere territori non controllati dagli inglesi era impraticabile. Continua a leggere

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