Archivi categoria: politica

E quella non era una supercazzola?

Vedete qual è il problema con Grillo?
Che ieri è risaltato fuori questo video dell’aprile del 2012

e alla fine sembra che l’ipotesi più diffusa (forse per amor di patria) è Grillo stesse facendo uno scherzone. Non si sa bene perché, non si sa bene a chi, ma lasciamo perdere. Vasco Rossi può fare i clippini deliranti e lui no?

E il problema dove sta?
Il problema è che non c’è molta differenza da questo video qua, in cui invece era notoriamente serio.

E niente, un pezzo del nostro futuro è in mano a questo signore qua.

1 commento

Archiviato in internet, politica

Io capisco

Capisco parecchie cose.

Capisco perché qualcuno possa volere votare Grillo. Lo intuivo quasi sei anni fa, che sarebbe potuto succedere e in tutto questo tempo non mi sembra che la politica “ufficiale” abbia fatto molto per togliere argomenti a Grillo e ai suoi. Anzi.

Capisco perché in molti possano non essere molto entuasiasti di votare il PD, di votare il PD di Bersani, di votare SEL. Pure io, che ho votato quest’ultima, non è che abbia brandito la matita copiativa come una spada di fuoco con cui riportare la giustizia (anche perché poi chissà chi l’aveva leccata prima). E non è che sia propriamente andato in giro a convincere gli amici a votare il centrosinistra.

Capisco chi ha scelto di non votare. Se il porcellum fosse un gioco da tavolo dovrebbero drogarmi e picchiarmi fortissimo per convincermi a spenderci del tempo. Un giorno gli storici si interrogheranno su come sia stato possibile che uno Stato abbia affidato per ben tre volte la propria sorte a un meccanismo ideato da uno come Calderoli, per di più reo confesso dell’aver creato una porcata.

Quello che con tutta la buona volontà non riesco a capire è come sia possibile che nel 2013 un terzo circa della gente che è andata a votare abbia scelto di votare ancora per Berlusconi. Ormai sono stanchissimo e lo dico senza più rabbia, spocchia, superiorità, tutti quei sentimenti che i commentatori del Giornale amano attribuire (spesso senza neanche tuti i torti) all’elettorato di sinistra.
Mi arrendo. Riconosco di non saper capire, di non voler capire.
Non ho più neanche la forza di inveire, di maledire, di indignarmi.
Non penso davvero ne valga più la pena.

Mi concentro sui cialtroni vecchi e nuovi spediti a casa a calci (ciao Ingroia, sei ridicolo; ciao Di Pietro, so long and thanks for all the Scilipoti*), assaporo la certificazione numerica dell’irrilevanza di Fini (per il quale però preferirei un epilogo più eclatante, tipo il Tuscania che lo scambia per un corteo non autorizzato di immigrati clandestini). Guardo perplesso quelli che “avesse vinto le primarie Renzi…”.
Penso che Bersani ha comunque fatto peggio di Veltroni e non era semplice.
E poco più.
Per fortuna, ho un casino di altre cose a cui pensare.

* nella mia mente la frase andrebbe tradotta: “grazie di averci lasciato in omaggio Scilipoti”, il che non necessariamente coincide con la traduzione reale

4 commenti

Archiviato in politica

BAU – Business as usual, ma anche “siamo i suoi cagnolini”

Quando mi laureai, a 24 anni, sentii di colpo un gran senso di vuoto. Per tre quarti della mia vita, praticamente da che avevo memoria, non avevo fatto altro che studiare.
“E ora?”
Passai un anno e qualcosa barcamenandomi tra stage e lavoretti fino a che non mi iscrissi a un master e mi garantii un altro paio d’anni di vita più o meno come la conoscevo, prima di trovarmi nel fantastico mondo del lavoro.

Quando un anno fa Berlusconi si dimise la sensazione per molti di noi deve essere stata simile: avevamo trascorso gran parte della nostra vita dotata di coscienza politica a odiare Berlusconi, a fare battute su Berlusconi, a leggere articoli su Berlusconi, ad analizzare le bugie di Berlusconi, a guardare le foto di Berlusconi e poi tutto d’un tratto niente, era diventato solo un signore vecchio che dopo una settimana manco quasi ti ricordavi che faccia aveva. Ovviamente, come Sauron dopo la perdita dell’Anello, stava solo rimettendosi, ma non potevamo saperlo.

Ora che nel giro di 24 ore è tornato a essere il Nemico per eccellenza, senza quasi darci il tempo di accorgerci del suo ritorno, la sensazione è quella che si devono solo riprendere degli automatismi, e si sta pronti con il dito sul reblog delle dichiarazioni, delle foto, delle bugie, delle gaffe.
È un gioco a cui abbiamo giocato a lungo, quando eravamo più giovani, non abbiamo disimparato certo in un anno.

Brace ourselves, winter is coming.

2 commenti

Archiviato in il cotone nell'ombelico, politica, società

Diaz.

disaster film is a film genre that has an impending or ongoing disaster (such as a damaged airlinerfireshipwreckdisease, an asteroid collision or natural calamities) as its subject. Along with showing the spectacular disaster, these films concentrate on the chaotic events surrounding the disaster, including efforts for survival, the effects upon individuals and families, and ‘what-if’ scenarios.

Diaz di Daniele Vicari ha l’impostazione e lo sviluppo di un disaster film; anche la predisposizione che ha lo spettatore verso il film è simile a quella che si può avere verso pellicole come Titanic o Alive “tratte da una storia vera”. Sappiamo che cosa vedremo, l’evento centrale attorno a cui ruotano le storie dei personaggi, il disastro; e siamo curiosi di vedere come è stato messo in scena, con quale sguardo, con quale giudizio. Chi di noi in questi dieci anni si è interessato alle inchieste, alle indagini, alle ricostruzioni sa anche che personaggi vedrà sullo schermo o li saprà riconoscere dai dettagli, anche se i loro nomi sono stati cambiati rispetto al reale (poi ci torniamo).
Insomma, il primo impulso con cui si va a vedere Diaz è quello non di conoscere ma di riconoscere, tanto più se si è tra chi ci è andato appena uscito o quasi. È per questo che in giro in questi giorni leggo tante analisi e discussioni sull’efficacia e completezza del film come documento, discussioni che trovo sterili e fuori fuoco, perché Diaz è un film che non costituisce l’unico racconto disponibile del G8 genovese, ma fa parte, dialoga e si nutre, di una mole di materiale, scritto, fotografato e filmato che ha dell’incredibile.  Già dal titolo, Vicari e i suoi autori dichiarano di raccontare non tutto il G8 ma un evento in particolare, il massacro degli occupanti della scuola Diaz (e, ancora più impressionante, il trattamento ricevuto dai fermati alla caserma di Bolzaneto).
Quindi, Diaz è un film che parla della Diaz. Ed è un film, questo è un punto che è bene tenere presente.
Al liceo, prima che venissimo trascinati in un cinema di mattina a vedere Schindler’s List, il professore di filosofia ci fece un discorso che all’epoca mi sembrò una stronzata ma che oggi credo di avere capito. “Non credete di potere sapere che cosa è stata la Shoa” disse “solo vedendo un film, perché un’opera narrativa può darvi delle nozioni e delle emozioni ma non può rendere la pienezza delle dinamiche di un fatto storico” (il prof in questione si chiamava Santino Mele; lo scrivo perché magari un giorno si googla e scopre che per quanto avesse ragione a dire che farci lezione era divertente come succhiare chiodi arrugginiti, qualcosa alla fine è rimasto). Con Diaz secondo me si può fare un discorso simile, quello che Vittorio Agnoletto non ha capito. Dalle critiche che fa al film (e le sue successive dichiarazioni lo confermano), l’ex portavoce del GSF voleva un film sulle indagini, meticoloso fino alle virgole, che raccontasse sostanzialmente non la Diaz ma i dieci anni successivi. Un film che, certo, si potrebbe fare, perché fino dalle prime dichiarazioni la notte stessa del blitz la polizia ha fatto di tutto per mistificare e nascondere le proprie colpe.
Ma vi viene in mente niente?
A me sì: Romanzo di una strage, il film di Marco Tullio Giordana sulla strage di piazza Fontana, la morte di Pinelli e quella di Calabresi. Romanzo di una strage è un film fatto così, con tutti-tutti i nomi, tutte le facce truccate e pettinate per assomigliare il più possibile ai personaggi reali e che ti lascia alla fine della visione con l’impressione di avere visto una grande messa in scena che alla fine non riesce a dire niente e che ha addosso il sapore forzato e annoiato delle proiezioni mattutine per le scuole.
Diaz è un’altra cosa, è la ricostruzione realistica di un fatto realmente accaduto costruito però in modo da rispondere a delle necessità di tipo narrativo. In questo senso si possono comprendere meglio due delle critiche sollevate da Agnoletto (ma dimmi tu se nel 2012 dobbiamo stare ancora qua a discutere con uno che si era ridotto a intervenire telefonicamente al tg4). La prima è la questione dei nomi, che non corrispondono né nel caso delle vittime né nel caso di poliziotti e funzionari a quelli reali (anche se le iniziali sono generalmente le stesse del personaggio vero). Una scelta che, credo, risponde a due ordini di necessità: la prima sta nella possibilità di far agire un personaggio in modo verosimile e coerente alla sua controparte nel caso serva alla narrazione, o condensare in un personaggio più figure. Non che questo sia fatto necessariamente bene: nell’economia del film il momento di solidarietà con i feriti dello pseudo-Fournier dentro la scuola l’ho trovato un po’ forzato (mentre corrisponde alle testimonianze il suo comportamento dentro, ma sono le emozioni che gli vengono attribuite che non mi convincono).
La seconda motivazione credo sia molto più pragmatica ed è legata alle vicende processuali, che si risolveranno probabilmente in una bella prescrizione ma che al momento sono ancora aperte con il ricorso in Cassazione. Dare i nomi reali ai funzionari imputati, se poi la Cassazione ribalta la sentenza o subentra la prescrizione (grazie governi Berlusconi, grazie tutti quelli che non hanno ratificato il reato di tortura) può essere rischioso perché poi magari ti trovi il dvd del film bloccato da denunce e ricorsi. (I film li fa della gente che poi vorrebbe anche guadagnare dei soldi, di solito).
E poi, come dicevo, di documentazione, a partire dalle voci di Wikipedia, ce n’è (io consiglio sempre il rigore della ricostruzione spazio-temporale di Le strade di Genova di Davide Ferrario, ma non dimentichiamoci che Carlo Lucarelli ha dedicato al G8 una puntata di Blu Notte in prima serata). Per quanto la diffusione di Diaz (240 copie distribuite nei cinema, mi pare) ne farà un mezzo privilegiato  per la divulgazione delle dinamiche dell’irruzione, trovo irrealistico pensare che tutti si fermeranno a quel livello e non andranno a cercare altre informazioni. Anche perché, appunto, il film è parziale nel racconto del G8 di Genova e di fatto la storia vera e propria inizia nel pomeriggio di sabato 21 luglio, alla fine del terzo giorno di manifestazioni (giovedì corteo dei migranti, quello dimenticato in cui non successe nulla, venerdì via Tolemaide e morte di Carlo Giuliani, sabato cariche in corso Italia).
Qui nasce l’altra critica, quella secondo cui restano fuori dal film le ragioni del movimento, la grande mobilitazione, i successi dei dibattiti nei giorni precedenti le manifestazioni. Critica che è corretta nel senso che è vero che tutte queste cose nel film non ci sono, ma il fatto che non ci siano lo rende paradossalmente molto più forte ed efficace.
Questa relativa decontestualizzazione, infatti, strappa di dosso alla vicenda quell’aura da “racconto di reduci”: Diaz non è un film che  parla di cosa hanno fatto a noi in quanto “no global” ma di cosa hanno fatto a noi in quanto cittadini, in quanto esseri umani. Togliere il “prima” rende più forte la drammatica casualità di 93 persone che si sono trovate nel posto sbagliato nel momento in cui la polizia ha deciso che bisognava dare in pasto ai media e all’opinione pubblica un’operazione in grande stile per recuperare un po’ di faccia dopo aver lasciato libero di sfogarsi il “blocco nero” (qualunque cosa sia stato il black bloc a Genova – e probabilmente è stato tutto quello che abbiamo ipotizzato negli anni tutto insieme: black bloc “storico“, infiltrati, fascisti, gente improvvisata).
Togliere un pochino (non tanto) della loro identità politica alle vittime le rende più universali, mette a nudo ancora di più la dinamica basilare dell’accaduto: lo Stato, per mano dei poliziotti esercitato una violenza inaudita su delle persone inermi, violando consapevolmente (con pretesti ridicoli) le sue stesse leggi.
È questo il nucleo di Diaz: raccontare e mostrare il momento e i luoghi in cui è saltata ogni regola, in cui alla legge si è sostituito l’arbitrio. Dice: ma è successo anche in via Tolemaide, per tutto il centro, in corso Italia. Vero, ma nella Diaz (e a Bolzaneto) è successo a freddo, scientificamente, senza nessuna situazione di scontro tra le parti; è stato un massacro unilaterale, puro e semplice, più semplice da mettere in scena, più comprensibile.

Dicevo del disaster film. A un certo punto, lo sai, il disaster arriva. È quello per cui hai pagato il biglietto ma quando arriva, anche se sulla Diaz hai letto di tutto in questi dieci anni, ti rendi conto che non sei pronto a vederlo messo in scena.
La dico come va detta: quando la polizia è entrata nella palestra ho chiuso gli occhi. Li ho riaperti. Li ho richiusi. Era lo stesso cinema in cui avevo visto, a 13 anni, Nightmare 6. Era la prima volta che vedevo un horror al cinema e mentre aspettavo gli amici fuori avevo paura. In quel momento mi sono sentito di nuovo tredicenne a pensare che forse avevo fatto il passo più lungo della gamba. Poi la paura e l’angoscia passano, mentre sullo schermo l’onda con i caschi blu spacca, manganella, insulta, sputa, sfonda, sbatte, colpisce, umilia, devasta. Passano e arriva la rabbia. Non pensi più ai nomi, alla ricostruzione delle manifestazioni, alla recitazione degli attori secondari.
Pensi alle persone, agli esseri umani che erano là dentro, alla loro paura (e la tua è solo un surrogato, di cui quasi ti vergogni), al loro dolore. A come può andare avanti una vita dopo un’esperienza del genere.
Tutta la lunga sequenza della polizia dentro la Diaz è spaventosa. Vicari, che ha tenuto fuori dalla sceneggiatura episodi presenti nelle sentenze ma che su schermo sarebbero sembrati esagerati (!), è riuscito a ricreare un’atmosfera claustrofobica, di impotenza, di terrore, di violenza selvaggia. Non c’è scampo, lo sai, ma speri lo stesso che qualcuno sia riuscito a nascondersi in un cazzo di sgabuzzino e invece no, arrivano, sfondano porte a calci, picchiano, quasi più forte chi ha le mani alzate. Ma se l’irruzione fa così paura e così rabbia è anche perché il film ha costruito le scene in cui tutto viene deciso dando una rappresentazione dei vertici della polizia che è altrettanto spaventosa e, credo, abbastanza inedita nelle produzioni italiane: i responsabili, quelli in giacca e cravatta, ragionano in termini di immagine, preparano azioni provocatorie per giustificare quello che verrà, scavalcano i magistrati, ignorano chi consiglia soluzioni alternative. Non è un incidente: sanno cosa stanno facendo, sanno come si comporteranno gli agenti lasciati liberi di agire su “nemici” inermi. È tutto calcolato e le vittime non sono vittime di errori di valutazione, ma di un piano ben preciso.

E poi c’è Bolzaneto. Bolzaneto è il buco nero del G8 del 2001, l’evento di cui non esiste nessun tipo di immagine. Quello che è successo tra le pareti della caserma adibita all’identificazione e allo smistamento dei fermati lo dobbiamo solo immaginare leggendo le carte dei processi e le testimonianze di chi c’era.
Vicari mette in scena Bolzaneto, dopo la Diaz, dopo i feriti portati via dagli ospedali. Per farlo prende la strada narrativamente più potente e fa vivere Bolzaneto attraverso l’esperienza di una ragazza straniera. Sperduta perché non parla e capisce l’italiano, ferita, umiliata (l’infame episodio della carta di giornale da usare al posto dell’assorbente c’è, nel film).
È Bolzaneto il momento del film in cui ti rendi conto che Vicari ti sta dicendo, per immagini, che Genova non è stata una serie di errori di percorso, di decisioni azzardate di singoli, quanto piuttosto un “liberi tutti” per le forze dell’ordine di cui era impossibile che i vertici non conoscessero i dettagli (senza neanche far vedere il ministro Castelli che va a Bolzaneto e non vede niente di strano) (voi che ce l’avete con la Lega da quando avete scoperto che ruba, mi fate schifo). I pestaggi in strada succedono, beh, in strada, non si può controllare la truppa; la Diaz è in un luogo chiuso, difficile controllare la truppa; Bolzaneto è una caserma della polizia, un luogo che ha precise catene di comando e in cui tutti, anche il medico, hanno voluto fare la loro parte.

Come si esce, da Diaz?
Parlo per me: ne sono uscito con addosso l’angoscia e la rabbia dei giorni in cui ho scoperto della Diaz prima e di Bolzaneto dopo. Non credo di essere andato al cinema “a fare una buona azione” come ho letto su twitter, ma a vedere un film efficace, non perfetto ma potente e che ha il coraggio di schierarsi con decisione (cosa che ACAB non fa, per esempio, perdendosi in un confuso paciugo di condanna-ma-con-comprensione-e-speranza-nei-giovani).
Attorno a me ho visto occhi lucidi e facce scure, di rabbia o di dolore.
Usciti, ci siamo messi a parlare e saremmo potuti andare avanti per giorni a ricordare cosa ricordavamo, cosa abbiamo vissuto, cosa ha vissuto chi conoscevamo.
Diaz non chiude il discorso su Genova, aiuta ad aprirne, a ricordare, a completare i vuoti (Berlusconi, Fini, Scajola, ma pure Amato e Bianco, che furono i primi a gettare le basi della gestione dell’ordine pubblico a Genova).
Si merita due ore del vostro tempo.

8 commenti

Archiviato in Film, politica, società

«Un fatto umano». Intervista agli autori

Avete presente quando conoscete qualcuno, questo qualcuno sta lavorando a qualcosa che vi sembra un’ottima idea e poi alla fine riesce a pubblicarla? Ecco, questo è quello che è successo a me con Manfredi, che ho conosciuto nel 2006 a un corso di editoria, che è l’unico testimone vivente del fatto che una volta ho spiegato a David Lloyd la faccenda di Grillo e di V for Vendetta (oltre a essere implicato nel fatto che una volta Pulsatilla al DopoFestival disse ad Albano “lei è il Cirino Pomicino della canzone”, ma questa, come dicono in Conan, è un’altra storia) e che adesso è un autore Einaudi.
More about Un fatto umanoCi ho riflettuto un po’, su come avrei dovuto parlare di
Un fatto umano, scritto da Manfredi Giffone e disegnato da Fabrizio Longo e Alessandro Parodi, perché è un lavoro che ho seguito, da lontanissimo (anche se nei ringraziamenti vengo immeritatamente citato), per un sacco di tempo; e che mi era piaciuto già da quando mi era stata raccontata l’idea e mi erano state fatte vedere le prime tavole, le prove dei personaggi, della colorazione, ecc. In qualche modo mi ci ero affezionato e avevo paura di non essere molto obiettivo, o meglio di non suonare molto obiettivo agli occhi di chi avrebbe letto.
Per fortuna, Un fatto umano è piaciuto non solo a me, a giudicare dalle recensioni e dall’elezione a “Libro del mese” di Fahrenheit, quindi mi sento molto meno in imbarazzo a dire che è un lavoro davvero ben fatto, che ricostruisce quindici anni di storia italiana con precisione e passione. La scelta di raffigurare i personaggi come animali antropomorfi (ma realistici) è vincente e il tratto e la colorazione in toni di grigio restituiscono un mondo sporco e poco accomodante.
Avrei potuto cavarmela così nella rubrica dei libri del mese, ma siccome è da tempo che non ci inserisco più i fumetti mi sarebbe sembrato di fare un’eccezione ad personam; allora ho pensato di provare a fare un’altra cosa, cioè un’intervista. Interviste su questo blog non ce ne sono mai state, ma da qualche parte bisognerà pur cominciare e cominciare giocando, per così dire, in casa è più semplice.
Alessandro, Fabrizio e Manfredi sono stati pazienti e gentili abbastanza da dedicare un (bel) po’ di tempo a rispondere alle mie domande e il risultato lo potete leggere qui sotto (salvo dove diversamente indicato, le risposte sono di Manfredi).

Manfredi visto da Fabrizio Longo

Quasi tutte le interviste che ho letto su Un fatto umano iniziano con la stessa domanda: “perché un fumetto?”. Io vorrei iniziare con la domanda complementare, invece: pensi che avresti potuto raccontare la storia del pool anti-mafia non a fumetti?

Non credo davvero che avrei potuto raccontare questa storia con un altro mezzo e a dirla tutta l’intenzione non è mai stata questa. L’idea iniziale era di realizzare un fumetto con determinate caratteristiche che si diversificasse dalla situazione del fumetto italiano così come la percepivamo una decina di anni fa e cioè un po’ angusta.

Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in fumetti, politica

Alcune cose che ho imparato da un fake

L'ufficio di Mario Monti a Palazzo Chigi

Secondo voi la prima preoccupazione di Mario Monti il 9 novembre 2011, appena è stata annunciata la volontà di Napolitano di nominarlo senatore a vita è farsi consegnare da Berlusconi la password di un improbabile account di twitter intestato a Palazzo Chigi?

Se pensate di sì, non siete da soli.
La vicenda di @palazzochigi (ora @PChigi) l’account fake di Mario Monti su twitter è stata un bel reagente che ha suscitato reazioni interessanti sull’uso che gli italiani fanno della Rete.
Per un riassunto esauriente di quello che è successo, il punto di partenza è questo Storify di Uomoinpolvere, che contiene i link a tutto quello che dovete sapere.
Per i frettolosi, un riassunto per sommissimi capi: @palazzochigi esisteva dal 2009 e risultava “intestato”  a Silvio Berlusconi. Il 9 novembre del 2011 è passato sotto la guida di Mario Monti e ha iniziato un’intensa attività di diffusione di messaggi che inneggiavano a sobrietà, austerità e rigore:

Austerità,sacrificio,serietà. Questa la ricetta per recuperare i 20 anni di sprechi. Mi attende un incarico difficile ma sono ottimista.
#Italia è ora di dormire. Domani iniziano i sacrifici.Dormire presto significa risparmiare energia e avere una vita rigorosa e austera.
Dopo una frugale e austera colazione mi reco al colle dove incontrerò il Presidente Napolitano. La lista dei salvatori dell’#Italia è pronta
È abbastanza facile rendersi conto che sia un fake: Monti non è ancora presidente del consiglio, quindi figurarsi se riterrebbe austero e rigoroso emettere già messaggi come se lo fosse. Però d’altro canto lo stile potrebbe trarre in inganno, i messaggi sono perfettamente in character e sono i giorni in cui mezza Italia è in preda all’euforia di incontrare il nuovo capo.
E quindi succede che un sacco di gente inizia a rispondere come se stesse parlando con il vero Monti.
È un tripudio di auguri di buon lavoro, complimenti per essere su twitter, richieste, anche qualche dubbio. A un certo punto chi si occupa di tenere traccia delle risposte più esilaranti getta la spugna e affida il tutto a un servizio automatico, che tanto nel mucchio si trovano comunque perle gustose.
GRANDE @palazzochigi, decisamente al passo con i tempi il che per i ns. tempi è piuttosto raro
@palazzochigi Complimenti per l’apertura di questo. Finalmente qualcosa di nuovo dopo anni di power point auto celebrativi in prima serata..
@palazzochigi fra lo stile monastico dei primi benedettini ed il vivere quotidiano di un uomo sobrio. Piacevolmente stimolante. Buon lavoro
(ho levato gli autori per carità, ma ai link trovate tutto)
In tutto questo, già il 16 novembre era online un articolo che ricostruiva la vicenda del fake, facilmente reperibile cercando “fake palazzochigi” su google. Ma nel frattempo, il 14 novembre, Andrea Sarubbi, parlamentare PD, aveva già chiamato le guardie:
La sera del 20 novembre @palazzochigi è stato chiuso, non si sa se a seguito di questa segnalazione alla polizia postale o perché le segnalazioni di utenti che una volta scoperto il fake si erano sentiti oltraggiati hanno superato la soglia critica che fa attivare gli automatismi di cancellazione.
Segue, ovviamente, dibattito.
I sostenitori di @palazzochigi rivendicano la legittimità dell’account perché il contenuto dei messaggi, con il loro ossessivo insistere su quelle due o tre parole d’ordine, la storia dell’account e la diffusione dell’informazione della sua natura “non realistica” facevano capire di che cosa si trattava esattamente.
Da parte di chi applaude la chiusura, invece, si denuncia la “confusione” che quell’account creava negli utenti e si paventa anche un reato di furto di identità. In controluce, anche se mai esplicitata, siamo in molti a credere che chi ha agito così non vedeva di buon occhio un perculamento di Monti. Del resto, l’account ha funzionato a pieno regime tra il maggio del 2010 e il maggio del 2011 a firma “Silvio Berlusconi” senza che nessuno avesse da ridire.
Mi sono ripromesso di usare il meno possibile la parola “satira” perché in questi dieci anni l’abbiamo consumata così tanto che ormai non serve più a nulla, quindi dirò che secondo me @palazzochigi operava su due piani: quello dello scherzo, perché comunque il suo intento era quello di fare credere, almeno per un attimo, che si trattasse davvero di un account ufficiale e quello della critica al discorso politico di Monti e alla sua ricetta. Una volta che ti rendi conto che quello non può essere il vero Monti, ciò che scrive – che è simile a quello che dice il vero Monti – aiuta a far vedere di che cosa parliamo quando parliamo di governo Monti (probabilmetnte): un gruppo di compiti signori che con molto garbo e savoir faire si apprestano a operare una cura medievale sui nostri culi, se posso citare Tarantino senza venire accusato di omofobia (mi inquietano le cure medievali a prescindere, su qualunque parte del mio corpo possano venire applicate). Inoltre: chi parla di possibilità di confusione tra Monti e il suo fake implicitamente ammette che il nuovo PresDelCons (Prof. Dott. Arch. Lup. Mann. PresDelCons, scusate) è indistinguibile da una sua caricatura fissata con austerità, rigore e frugalità che raccomanda ai cari dip… ai concittadini, scusate, di andare a letto presto. E questo è un effetto implicito divertentissimo di cui questa gente non si rende conto.
Insomma, se poi volete usare quella parola là consumata per brevità va anche bene, ma sappiate che io la intendevo così.
Quindi per me l’account poteva benissimo restare dov’era. Purtroppo twitter, regolamento alla mano, poteva tranquillamente obliterarlo; ma non è detto che ciò che è legittimo per i TOS di un servizio sia pure giusto (“ho letto e accetto le condizioni” è la più diffusa menzogna del web).
Tra l’altro questa vicenda ha fatto emergere uno dei lati di twitter che meno sopporto, vale a dire tutto quel sottobosco di professionisti del web trenta-quarantenni che comunicano a cancellettate spiritose (già il #sapevatelo del post di Sarubbi è da mettere mano alla Luger), tipo quelli riuniti sotto il nome di SocialEroi (che la Lipperini ribattezza efficacemente “tecnoesaltati“). Tutti coalizzati a colpi di “come siamo corretti, come siamo social” per fare chiudere una roba che non faceva del male a nessuno.
Ma del resto non è niente che non abbia già visto da vicino.
Un paio di anni fa un mio amico, dopo non mi ricordo più che uscita papale sulle radici cristiane, aprì un gruppo su facebook chiamato “Difendiamo le radici cristiane – No alle cifre arabe nella scuola”. In pochissimi giorni si trovò 10.000 iscritti; solo che mentre fino a una soglia x gli iscritti erano praticamente tutte persone abbastanza istruite da capire il senso della cosa, a un certo punto iniziarono ad arrivare persone che, in un senso o nell’altro non avevano capito nulla. Il manifesto partiva serio ma svaccava già alla prima parentesi, per poi partire nell’assurdo e chiudersi nell’assurdo (lo riporto per intero perché è un gioiello a cui vorrei avere pensato io):
Rimediamo all’errore commesso dai nostri antenati quando, con il loro permissivismo, hanno lasciato che l’Islam venisse a minare le profonde radici CRISTIANE! dell’Europa e dell’ITALIA!, imponendoci le sue CIFRE ARABE! (Poi, poco importa se il sistema di numerazione decimale-posizionale ha avuto origine in India, non mi sembra il caso di alzare inutilmente il livello della dissertazione e fare, chessò, della cultura.)

Essì! EBBRAVI! Ieri le cifre arabe, domani il BURQA?
Meglio un uovo oggi che una GALLINA domani? Perché ogni tanto enfatizzo parole alla cazzo scrivendole in MAIUSCOLO?

Sono venuti ad instillare il veleno del numero zero nelle nostre menti, ma io dico che è ora che BASTA!!! TORNIAMO AI NUMERI ROMANI!!! Per svariate ragioni:

I – così posso scrivere “primo” con UNA LETTERA SOLA;

II – è un sistema di numerazione additivo, e “addittivo” ti fa capire che non può che diventare sempre PIU’ GRANDE!;

III – l’hanno inventato i ROMANI!, che si sa, sono i fondatori della nostra GRANDE PATRIA! (Tutti sanno che Cavour era Primo Ministro di GIULIO CESARE!);

IIII (anzi, no IV, via, ma quant’è ganza ‘sta numerazione!) – che i ROMANI! sono anche i fondatori del CRISTIANESIMO!, infatti se non fosse stato per loro Gesù non l’avrebbero crocifisso, magari l’avrebbero lapidato e adesso anziché farci il segno della croce ci tireremmo I SASSI! (E chissà poi cosa ci sarebbe appeso NELLE AULE!);

V – per Vendetta!;

VI – perchè con i numeri ROMANI! esami come Analisi Matematica non sono più fattibili e ce li togliamo DALLE PALLE!

DIFENDIAMO LE RADICI CRISTIANE! TUTELIAMO LE NOSTRE TRADIZIONI! RESPINGIAMO I MOSTRI DI VEGA! COMBATTIAMO LE DOPPIE PUNTE! Non vogliamo le cifre arabe, ISLAMICHE! E nemmeno la filosofia greca, PAGANA! E neanche la geometria di Euclide, GRECO quindi PAGANO! E neppure la chimica, che gli alchimisti sono ADEPTI DI SATANA! E nemmanco la scrittura, inventata dai Fenici ADORATORI DI BAAL!

ONORE E GLORIA!

STATO E FAMIGLIA!

CASA E CHIESA!

SALSA E MERENGUE!

DUNGEONS E DRAGONS!

Ecco, a un certo punto sula bacheca iniziarono a comparire messaggi di fascisti che inneggiavano alle radici cristiane convinti di essere tra loro simili e di gente che la pensava come chi amministrava la pagina ma che non aveva capito nulla del suo vero contenuto. Com’è come non è, nel giro di dieci giorni la pagina venne chiusa per segnalazioni, verosimilmente dopo una “crociata” di segnalazione da parte di quelli che teoricamente dovevano essere dalla “nostra” parte (dico nostra perché nel frattempo ero diventato amministratore). Il gruppo è poi stato ricreato, ha una dimensione più contenuta e non ha più avuto problemi.

Insomma, la divagazione per dire che internet, purtroppo o per fortuna, non è già più quello “di una volta”. L’aumento di gente che si avventura nella “parte abitata del web” fa  sì che i codici che prima credevamo diffusi non lo sono più così tanto (scusate il tono da veterano, che mi fa anche un po’ ridere; ma tutto sommato in tredici anni di uso del web e sette di blog qualcosina ho visto cambiare – e chi è in rete da ancora prima ne avrà visto ancora di più). E quando le cose che richiedono la decifrazione di codici complessi tra role playing, verità, menzogna, mascheramento e quant’altro (you can quadrato semiotico anything you want) escono dalla cerchia di persone per cui sono state pensate e arrivano a un pubblico più ampio i risultati sono spesso disastrosi per chi è “di nicchia”. Tra l’altro twitter, con la recente invasione di volti della tv (Fiorello che da della rosicona a Sabina Guzzanti! Jerry Scotti! E chissà quanti altri a breve) rischia di diventare facilmente il nuovo facebook (finché stanno lontani da tumblr possono fare quello che vogliono).

Però c’è un però.
Al netto dell’idiozia, del servilismo, dell’ingenuità, dell’analfabetismo nell’uso degli strumenti di internet, molte delle persone che hanno interagito con l’account fake di Palazzo Chigi hanno espresso il desiderio di potere avere un rapporto più diretto con chi li governa (o almeno con uno stagista). Hanno trovato tutto sommato logico che nel 2011 il governo avesse aperto un canale di comunicazione (anche unilaterale) su un social network di grande diffusione.
Non che essere sui social network sia un valore in sé, per le istituzioni. Però in questo senso i molti aspiranti interlocutori di Monti hanno dato un’indicazione delle cose che vorrebbero da chi li governa.
Sembrerà una scemata, ma @palazzochigi ha forse involontariamente fornito ai futuri consulenti di immagine del governo un buon case study da cui partire per valutare eventuali strategie future di comunicazione in rete.
Non male, per una cosa nata FOR TEH LULZ.

Se siete arrivati fino a qua meritate un premio (un fake che genera confusione e che andrebbe bannato):

24 commenti

Archiviato in internet, politica, società

La ricreazione è finita


Che l’esperienza politica di Berlusconi e, in generale, il “berlusconismo” siano finiti con il suo terzo (tecnicamente quarto) governo è ancora tutto da dimostrare: ha ancora tre televisioni, uomini di fiducia in Rai, eletti in Parlamento e al Senato e dubito che abbia intenzione di starsene zitto e buono (per approfondire, Leonardo).

Certo è che dopo soli cinque giorni di sua scomparsa (temporanea, ovviamente) dalla ribalta politica sembra già di essere piombati in un’altra era; una sensazione rafforzata oggi dalla lista dei ministri del governo presieduto da Monti.
Allontanato a forza dalle stanze del potere un circo variegato di varia umanità, che in appena tre anni e mezzo è stato capace di prodursi in performance politiche e comunicative di portata tale da farti pensare che fossero improvvisamente andati al potere degli anarchici situazionisti, stamattina il dott. lup. mann. cav. di gran croc. Monti ha sciorinato una lista di personalità per lo più lontane dal mondo della politica ma i cui percorsi professionali significano una sola cosa: la ricreazione è finita.
Monti e Napolitano devono essersi guardati in faccia e si devono essere chiesti: “che parlamento abbiamo? Chi ha vinto le elezioni?”. La risposta è semplice: le elezioni sono state vinte da un blocco politico formato da Pd e Pdl, che copre una gamma di posizioni politiche grossomodo di centro-centrodestra, con poco apprezzabili componenti di forme di sinistra. La Lega fa storia a parte e credo che fosse intenzione un po’ di tutti tenerla lontana il più possibile (cosa che le regalerà tanti di quei voti alla prossima volta che ora neanche ce li immaginiamo). Quindi, da questo sono partiti per costruire un governo che sembra un governo dc redivivo: cattolici-cattolici, militari, baroni universitari, un ambasciatore.
Un governo di gente “per bene”, un bel governo di destra come dovrebbe essere una destra europea, come se Berlusconi non ci fosse mai stato, quasi come se il fascismo non ci fosse mai stato (non ricordo più chi disse una volta che il danno maggiore il fascismo l’ha fatto alla destra italiana, che non è mai più riuscita a scollarsi dall’abbraccio del Ventennio). Un governo che personalmente mi ricorda che io non sono rappresentato nel parlamento e nel senato perché la gente che ho votato non ha superato lo sbarramento.
Un governo che è da un lato una boccata d’aria dopo la marmaglia che l’ha preceduto ma che dall’altro non potrà che fare (immagino; ovviamente bisognerà aspettare i fatti ma l’impressione è questa) una politica ferocissima e ricattare i contestatori con “allora preferivate abberlusconi”.

Sarà interessante il cozzo tra questi signori e signore austeri e una rappresentanza parlamentare fatta di sciamannati, per la maggior parte assolutamente privi di competenze politiche nel senso più lato (oh, poi un giorno qualche elettore dell’IdV pensa di chiedere conto a Di Pietro di come sceglie la gente? Perché per uno Scilipoti che si fa notare chissà quanti ce ne sono che galleggiano silenziosi). Le uniche immagini che mi vengono in mente sono quelle di certi professori universitari parecchio impostati che si trovano ad avere a che fare con aule di matricole rumorose e distratte. O la nomina di Cobram.

giarda

A lui è ovvio che Scilipoti tirerà il cancellino appena possibile

Però, essendo un governo di Rettiliani è ovvio che potrebbero succedere delle cose molto più divertenti; tipo che Giarda afferra al volo il cancellino con la lingua. Voltato di spalle.
Battuta a parte, questa cosa del proliferare di teorie complottiste pluto-giudaico-massonico-rettiliane su Monti e il nuovo primo ministro greco mi dà parecchio fastidio, perché mentre postulano complotti mondiali globbali universali questi paranoici finiscono per fare assimilare a sé anche chi, più terra-terra, fa semplicemente notare che stiamo parlando di gente di provenienza bancaria che viene messa alla guida di stati che hanno qualche problemino con le banche. E senza scomodare gli Occulti Superiori forse basta questo per rendersi conto che la politica sta perdendo il suo potere decisionale a fronte del potere economico.

6 commenti

Archiviato in politica, società

Identifichiamo e denunciamo i violenti alle manifestazioni

Foto delle cariche sugli studenti il 3 novembre a Roma. Guardate bene il manganello alzato (cliccando si va sul sito del Post, che ha la foto più in grande)

Dal manuale della polizia sull’uso del manganello, citato in Acab di Carlo Bonini:

Le indicazioni secondo le modalità di impugnatura corrette sono le seguenti: impugnare lo strumento con la mano forte, esclusivamente dall’impugnatura a nervature orizzontali.

[…]

Giova ribadire e ricordare che lo sfollagente deve assolutamente essere maneggiato nel pieno rispetto delle leggi e dei regolamenti vigenti in materia e che qualsiasi altro uso, oltre a compromettere l’efficace controllo dell’arma, determina modalità di impiego censurabili e perseguibili ai sensi di legge.

[…]

L’uso ottimale dello sfollagente deve avvenire centrando l’avversario con colpi portati esclusivamente in modo diretto, con movimenti a X.

[…]

Non appare superfluo ribadire che l’impiego dello sfollagente deve essere immediatamente interrotto quando si raggiunge lo scopo dissuasivo e/o difensivo, evitando assolutamente inutili accanimenti non giustificati da azioni violente.

[…]

Lo sfollagente non va mai considerato come un mezzo punitivo; deve essere eventualmente impiegato contro gli elementi piú violenti come strumento di difesa-offesa-interdizione; deve essere utilizzato con decisione, mai con brutalità.
Lo sfollagente non deve mai essere usato contro il capo, il viso e la spina dorsale.

Sarà troppo chiedere che il signore sulla sinistra a volto scoperto, probabilmente un funzionario digos, renda conto del comportamento del suo irriconoscibile sottoposto, porca di quella troia?
Vogliamo mettere dei codici identificativi sui caschi di chi fa “ordine” pubblico, come nei paesi civili?

16 commenti

Archiviato in politica, società

Ruled by demency

Proprio mentre Nonciclopedia e Vasco Rossi firmano il trattato di pace in un tripudio di miccette, in “sciopero” entra Wikipedia Italia.
Al momento in cui scrivo, tutte le pagine dell’enciclopedia italiana rimandano a un comunicato che spiega in che cosa consista il comma 29 del disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche, in discussione in questi giorni alla Camera:

Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.

Una cosuccia da niente che fa sì che se per esempio Massimo Carlotto dovesse capitare su questo blog, e leggere questa frase:

Non credo che Carlotto sia particolarmente misogino, ma semplicemente deve essergli scappata la mano nel voler rimarcare quanto Giorgio Pellegrini, il suo protagonista, e il mondo siano malvagi.

potrebbe, nel caso si senta offeso o mal rappresentato, costringermi a pubblicare una smentita. Automaticamente. Entro 48 ore.
Non so che cosa accadrebbe se, putacaso, lo facesse mentre sono in vacanza senza possibilità di leggere la posta elettronica. Immagino oscuramento del sito, multa, confino a Ponza dei parenti prossimi.
E tutto questo senza che ci sia possibilità di appello da parte mia o una decisione di una terza parte imparziale.
Metilparaben ha messo in piedi un divertente post didattico sulla faccenda, che mostra che buffo pasticcio rischiano di diventare le pagine web nei prossimi giorni.

Ma qual è lo scopo di un provvedimento simile? Al di là del rendere un sacco incasinati gli scazzi tra utenti “comuni”, intendo.
Se già parlare di gente con tempo e soldi per farti scrivere lettere dagli avvocati può comportare dei rischi ora, con questa norma non c’è nemmeno più bisogno che uno ti mandi delle diffide, per infilarti nei pasticci. Quindi di conseguenza scrivere di più o meno chiunque rischia di diventare fonte di scocciature.
Il potere della scocciatura non è una cosa da poco; i suoi effetti a lungo termine li potete vedere nelle statistiche sulla lettura in Italia, per esempio.
Infatti, dopo la Riforma luterana, la Chiesa cattolica si trovò per vari motivi a poter esercitare un controllo molto forte dal punto di vista temporale solo sulla penisola italiana; e decise di schermarla il più possibile dagli influssi provenienti da oltr’alpe, lande temibili che pullulavano di gente che scriveva e leggeva un sacco. I libri diventarono così uno dei principali interessi dell’inquisizione e nel 1558 venne pubblicato il temutissimo “Indice dei libri proibiti”. Aggiornato spesso per adeguarsi alla pubblicazione di nuovi titoli, l’Indice portò all’idea che il possesso e la lettura di libri fossero attività che rischiavano di attirare le attenzioni dell’autorità e provocare problemi. Quindi la cultura italiana si atrofizzò e si provincializzò perché, per esempio, erano proibiti tutti i libri prodotti da determinati stampatori europei.
E il risultato a lungo termine è che tutt’ora il libro e la lettura in Italia sono cose un po’ da gente stramba che ha voglia di perdere del tempo (e questo da prima della televisione, complici anche tassi di alfabetizzazione agghiaccianti, simpatica conseguenza del fatto che nel mondo cattolico manco hai bisogno di saper leggere perché la Bibbia te la legge il parrocco). (Dovremmo chiedere i danni di guerra alla Santa Sede, altro che l’Ici).

Ecco, secondo me l’idea che c’è sotto a una legge stupida stupida stupida come questa (ho già detto “stupida”?) è qualcosa di simile: mettere le persone davanti a un timore immediato.
La rettifica così formulata (48h, automatica) è la stessa che si applica ai quotidiani (anche se avete mai visto una smentita pubblicata nella stessa posizione della notizia?).
Ma un conto è una testata giornalistica, che ha una struttura ed eventualmente può permettersi spese legali, e un conto è l’intera galassia di blog, siti e affini, situazioni diversissime tra loro per dimensioni, scopi, utenza.
A me va benissimo che se uno scrive delle cose che oltrepassano il diritto di espressione e violano il diritto all’immagine di qualcuno ci siano delle conseguenze; ma deve deciderlo un soggetto esterno.
Dare a qualsiasi imbecille la possibilità di ottenere smentite da chiunque solo perché sì è stupido.
(Comunque se passerà questa legge ci saranno un sacco di opportunità comiche, vedrete) (ma anche un sacco di tristezza infinita)

PS: la legge 223 del 1990, sul sistema radiotelevisivo (la famosa Mammì), dà facoltà ai soli telegiornali di chiedere un parere terzo al Garante sulle richieste di rettifica (art. 10):

Fatta salva la competenza dell’autorità giudiziaria ordinaria a tutela dei diritti soggettivi, nel caso in cui il concessionario privato o la concessionaria pubblica ritengano che non ricorrono le condizioni per la trasmissione della rettifica, sottopongono entro il giorno successivo alla richiesta la questione al Garante che si pronuncia nel termine di cinque giorni. Se il Garante ritiene fondata la richiesta di rettifica, quest’ultima, preceduta dall’indicazione della pronuncia del Garante stesso, deve essere trasmessa entro le ventiquattro ore successive alla pronuncia medesima.

8 commenti

Archiviato in internet, politica, società

Levi’s

E niente. Finita la pacchia. Per legge, gli sconti sui libri nuovi effettuati dalle librerie possono essere al massimo del 15%. Per un mese all’anno gli editori possono fare promozioni con il 25% di sconto sul proprio catalogo e in fiera possono venderli con il 20% di sconto (il che forse vuol dire anche la fine del rituale di sventolare pass davanti al naso di colleghi di altri stand a Torino dicendo “Ma lo sconto espositori lo fate?”).
Confessate, che tra le materie su cui speravate che il Parlamento legiferasse al più presto c’erano gli sconti sui libri.
Facciamola breve: la legge è una porcata, che nasconde dietro intenti apparentemente nobili – la difesa delle piccole librerie e delle piccole case editrici – uno sbarramento messo a un soggetto forte appena entrato sul mercato italiano, Amazon. Non è che qui si voglia difendere Amazon in generale, che ha le spalle larghe abbastanza per farlo da sola; quello che mi lascia basito è la quantità di fregnacce usate per difendere una legge che protegge uno status quo senza portare benefici a nessuna delle parti che dice di voler difendere.
La soglia di sconto del 15%, infatti, resta comunque molto alta e mi domando quante delle mitologiche piccole librerie possano permettersi sconti simili, con i chiari di luna che passano.
Però magari bisogna fare un passo indietro.
Come funziona la vendita di libri?
Grossomodo, una casa editrice acquista i libri stampati dal suo stampatore. Dal costo fisico di una copia l’editore stabilisce il prezzo di copertina applicando un moltiplicatore. Poi vende i libri a un distributore; il distributore acquista i libri con un tot di sconto dall’editore e rivende i libri con un tot di sconto al libraio. La differenza tra il costo di una copia e lo sconto praticato al distributore è il guadagno dell’editore; la differenza tra lo sconto di acquisto e lo sconto di rivendita al libraio è quello del distributore ; il guadagno del libraio su una copia è la differenza tra quanto paga il libro e a quanto lo rivende.
Diciamo che come editore stampo un libro con prezzo di copertina 10 euro.
Vendo i miei libri a un distributore con uno sconto del 70%, quindi per ogni copia che vendo prendo 3 euro.
Il distributore vende i libri a un libraio con uno sconto del 30%, quindi guadagna 70%-40% di 10 euro, 3 euro.
Se il libraio vende il libro a prezzo pieno, guadagna 3 euro a copia, se lo vende con lo sconto del 10% 2 euro, del 20% un euro.
Ovviamente ho detto “guadagno”, ma in tutti i casi è il guadagno della vendita; nel bilancio vanno poi considerate tutte le spese di esercizio (personale, affitti, utenze), per tutti gli attori coinvolti.
Perché ho fatto tutto questo esempio lungo (e con dati più o meno casuali, giusto per fare i conti tondi)? Perché vorrei che si capisse come quale che sia il prezzo di vendita finale, all’editore finisce in tasca la stessa cifra.
Quindi, se vi è venuto in mente che la storia fosse “i cattivi librai grossi vendono i libri dei piccoli editori a prezzo bassissimo e a questi vanno pochi soldi”… beh, non funziona così. Tutti i conti si fanno sul prezzo di copertina.
Inoltre, sempre sui “piccoli editori”: secondo voi è più facile trovarli in una Feltrinelli, tra muraglie di SavianoFalettiGrishamCuløghiacciässonMeyer, o vederli comparire tra i suggerimenti di una libreria online? O se avete un titolo e un ISBN, è più pratico ordinarli online o fare l’ordine in libreria?
Poi. Lo sconto della distribuzione non è fisso. Lo sconto della distribuzione è negoziato con il libraio a seconda dei casi. Ovvio che una Feltrinelli che fa ordini centralizzati (vale a dire che non è che Feltrinelli Genova ordina 100 copie di Lucarelli, Milano 200, Bologna 180 e via dicendo, ma Feltrinelli ordina 2000 copie che invia poi dove meglio crede) può negoziare sconti migliori della cartolibreria che ne ordina due copie. Secondo i dati pubblicati qui, al distributore va circa il 60% del prezzo di copertina di un libro; vale a dire che nel mio esempio di sopra, per dire, lo compra dall’editore a 4 euro (60% di sconto) e poi lo rivende al librario con il 30% di sconto:

Prendiamo una libreria in cui lavorino tre persone. Il costo del lavoro delle tre persone è, mettiamo, di duemila euro al mese per personea: seimila euro in tutto al mese. Il costo dell’affitto dei locali è, mettiamo, altri duemila euro al mese: ottomila. Lasciamo perdere tutte le altre spese generali (questo è solo un esempio per dare un’idea). Le spese di personale e affitto sono, dunque, calcolando 26 giorni di apertura al mese, 308 euro al giorno, che corrispondo a un venduto (se lo sconto è del 30%) di libri per un prezzo di copertina di 1.026 euro. Se consideriamo che il prezzo medio di un libro di varia è di 14 euro, per incassare 1.026 euro la libreria dovrà vendere 74 libri, ossia, date le 8 ore d’apertura, un libro ogni 6 minuti. Provate ad andare in una libreria di queste dimensioni (che sono più o meno le dimensioni classiche delle cosiddette «librerie indipendenti) e cronometrate le vendite; tenendo poi conto che restano da pagare ancora tutte le spese generali.

Certo: nelle grandi Feltrinelli è tutta un’altra storia. Ma per il libraio indipendente la vita è assai difficile. Se la libreria dell’esempio di cui sopra fosse costretta, dalla concorrenza di una libreria Feltrinelli, a praticare al cliente uno sconto del 10% sui prezzi copertina, per pagare solo personale e affitto si dovranno vendere ogni giorno 110 libri (cioè uno ogni quattro minuti e mezzo), per un totale di 1.540 euro di prezzo di copertina.

I librai guadagnano poco. Ed è per questo che le grandi catene avanzano e i librai indipendenti chiudono.

Insomma, dove voglio ad andare a parare?
Se veramente il criterio della legge era la salvaguardia delle piccole librerie, doveva puntare a soglie di sconto molto, ma molto più basse: la legge francese prevede il 5% (ma in Francia c’è un’abitudine alla lettura che da noi non esiste, oltre che redditi migliori), quella tedesca li vieta e basta. Così, si lascia invece la situazione ben poco variata.
Per tutta una serie di questioni legate al delirante mercato dei libri in Italia (160 libri pubblicati al giorno. AL GIORNO), una libreria indipendente di varia è un’impresa commercialmente suicida, oggi. Possono sopravvivere punti vendita che in qualche modo cercano di specializzarsi, di offrire qualcosa di più; e in fondo non è che una grande libreria di catena debba essere necessariamente un luogo orribile. Purtroppo nella realtà dei fatti è così, perché si è privilegiato un modello da GDO in cui il libraio è poco più che un commesso che ordina gli scaffali e fa ricerche al computer, ma pensate una grande libreria di catena gestita puntando sull’ampiezza dell’assortimento e non sulla profondità (i.e. poche copie di molti titoli invece che molte di pochi titoli), con librai anche solo un minimo competenti e coinvolti nell’organizzazione degli scaffali, dei banchi, ecc.
Insomma, i mali che desertificano il panorama dell’editoria e lo riducono a scaffalate e scaffalate di libri cloni di libri di successo (libri di successo che quando sono usciti non erano cloni di nulla; non è un paradosso affascinante?) vengono da molto più lontano e non saranno affatto risolti da questa legge cialtrona (che vieta gli sconti a dicembre, unico mese dell’anno in cui nessuna libreria ha mai fatto sconti perché a Natale i libri vanno come il pane).
Legge cialtrona che più la guardo e più mi sembra scritta per proteggere gli store online già esistenti (Ibs, Bol, Feltrinelli i principali) dall’attacco di un concorrente con le spalle più grandi delle loro.
Sul Fatto, Stefano Mauri è entusiasta della legge.
E lo sarei anche io, se fossi il presidente di GeMS:

L’editoria italica funziona grosso modo così: cinque grandi editori si spartiscono più del 60% del mercato editoriale: Mondadori, Rcs, GeMS (Gruppo editoriale Mauri Spagnol, che fa capo a Messaggerie), Giunti e Effe 2005, la holding del gruppo Feltrinelli. Il resto va suddiviso tra gli altri 2500 editori attivi in Italia. Cinque Golia e 2500 Davide che non hanno nemmeno uno straccio di fionda. Ma non finisce qui. Prendiamo il gruppo Messaggerie per esempio: oltre a possedere il 73,77% del gruppo GeMS (e cioè Garzanti, Bollati Boringhieri, Longanesi, Tea, Guanda e tanti altri) è anche il primo distributore italiano (25% del mercato) e controlla le catene librarie Giunti al punto, Ubik, Melbookstore, nonché Ibs.it, il quale a sua volta ha in mano più del 50% delle vendite di libri on-line. E non è che Mondadori o Feltrinelli stiano a guardare: quest’ultima ha comprato tre anni fa Pde, il secondo distributore italiano, e ha aperto 104 librerie in tutta Italia (che ora vendono pure ceramica, bleah!). [dall'articolo di Finzioni]

 

6 commenti

Archiviato in Libri, politica, società