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Il tuo sasso, le strade di Genova

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A Genova nell’estate del 2001 è successo questo: la gente è improvvisamente impazzita e per due giorni ha attaccato senza sosta, con ogni mezzo, le forze di polizia presenti in città, impegnate a distribuire caramelle ai bambini e aiutare le vecchiette ad attraversare la strada. Le stesse forze di polizia che gestivano un ostello nell’entroterra, a Bolzaneto, e che organizzavano eccitanti cacce al tesoro notturne in una scuola locale, la Pertini-Diaz.
Questo scenario è più o meno quello che emerge dalla continua offensiva del COISP, sindacato sedicente autonomo di polizia, che forse ricorderete negli ultimi tempi per la delicata manifestazione sotto l’ufficio della madre di Federico Aldrovandi a sostegno dei colleghi che hanno ammazzato di botte suo figlio.
È dall’anno scorso che il COISP ha rivolto le sue attenzioni al G8, nello specifico a piazza Alimonda. Nel luglio del 2012, infatti, ha girato per le strade di Genova un camion pubblicitario con un collage di foto a dire il vero poco leggibile e lo slogan “L’estintore quale strumento di pace. Liberi di fare questo!“. La cosa fece saltare la mosca al naso al mio amico Pablo, che ebbe con il COISP un simpatico scambio epistolare (1, 2, 3; usare “belle merde” come chiusura della prima lettera è stato un errore strategico perché ovviamente poi hanno potuto attaccarsi all’insulto per fare le vittime verginelle).
I tempi non devono sorprendere: pochi giorni prima erano uscite le sentenze definitive sulla scuola Diaz, che inchiodavano esponenti della Polizia a responsabilità piuttosto pesanti, il film Diaz era uscito nelle sale in primavera.
Quale cosa migliore da fare, per provare a imporre un reframing dei “fatti di Genova” che non attaccarsi a piazza Alimonda (tra l’altro in un improvviso attacco di ecumenismo verso i cugini dell’Arma)?
Piazza Alimonda è sempre stata una materia scottante da maneggiare, perché mentre esistono migliaia di casi di violenza ben documentati e documentabili di atti di violenza praticati a freddo dalle forze dell’ordine su gente inerme, lì c’è altrettanto ben documentata una situazione di scontro reciproco. Non è questa la sede per fare per l’ennesima volta la storia della camionetta che non è bloccata contro un muro ma in mezzo alla piazza, della posizione di Giuliani, dell’estintore, del calcinaccio, l’uomo con la trave, quello con il giubbino, il tuo sasso e tutto quanto. Anche perché è stata ricostruita già molto bene da altri. Carlo Giuliani viene ucciso negli scontri successivi alla carica (assurda) di via Tolemaide e questo è il punto su cui non si può prescindere: Giuliani viene ucciso in uno scontro. Ora, ognuno di noi ha opinioni diverse sulla legittimità di quello scontro, immagina di sentirsi più o meno d’accordo con le motivazioni che possano portare una persona a scegliere di combattere, ma il dato di fatto è che Giuliani non viene ucciso mentre passa di lì per caso.*
Su questo aspetto fanno leva quelli del COISP: sanno benissimo che, a distanza di 12 anni, tante cose sono decantate nella memoria degli italiani, ma non l’immagine di Giuliani con l’estintore che sembra proprio in bocca al retro della jeep, la pistola puntata su di lui.

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In piazza Alimonda c’è un piccolo blocco di pietra bianca, che ricorda crudelmente il famoso “sasso” con cui secondo un poliziotto un manifestante avrebbe ucciso Carlo Giuliani (o quello con cui verosimilmente qualcuno ha fatto una ferita sulla fronte del cadavere per corroborare questa versione). È lì da luglio, sostituisce una lapide che veniva periodicamente danneggiata, c’è scritto sopra “Carlo Giuliani, ragazzo” e la data del 20 luglio 2001.
Si tratta dell’unico segno tangibile in città degli eventi del luglio del 2001. L’unico. Non troverete niente altro in città che ricordi quei giorni di caldo e follia, in cui i manganelli della polizia picchiavano più forte di quanto potrà mai fare qualsiasi anticiclone con un inutile nome mitologico. Non  c’è niente che ricordi le decine di migliaia di donne e uomini picchiate, terrorizzate, gassate, la maggior parte mentre stava cercando semplicemente di salvarsi il culo. Non c’è niente alle scuole Diaz-Pertini, niente alla caserma di Bolzaneto (figurarsi), niente in corso Italia, in via Tolemaide, in piazza Alimonda, in corso Gastaldi. Niente.
Solo quel sasso e quelle tre parole e una data.
Troppo, per il COISP, che ha indetto una raccolta firme perché anche quel piccolo segno venga cancellato (e state pur sicuri che vista la visibilità che l’iniziativa sta avendo qualche solerte amico delle forze dell’ordine farà di testa sua nottetempo). Schermata 2013-08-06 a 11.53.02Non c’è bisogno di dire che, vista la natura controversa della figura di Giuliani, la cosa sta raccogliendo una certa simpatia: il mood dei lettori del Corriere è “soddisfatto”, con tanto di faccina sorridente (che tra l’altro temo si immaginino proprio una statua a tutto tondo di Giuliani con l’estintore in mano, visto il titolo dell’articolo). Scorrendo i commenti si trovano lettori che condannano l’operato delle forze dell’ordine a Genova o attaccano per la morte di Federico Aldrovandi “…ma Giuliani…“.
Così, facendosi forza sull’episodio di piazza Alimonda e sulla sua indigeribilità da parte dell’opinione pubblica, cercano di cancellare dal tessuto della città qualunque segno di quei giorni. Cercano di imporre la loro narrazione dei “fatti di Genova”: non più le aggressioni a freddo ai cortei, l’irruzione a spaccare teste, le torture alla gente in cella, ma i poveri poliziotti aggrediti mentre fanno il loro lavoro.

Che cosa si può fare?
Dando per scontato che sul cippo di piazza Alimonda ora si aprirà un guerriglia a bassa intensità fatta di vernice, sfregi, martellate fino al giorno che puf, sarà scomparso nella notte.
Io credo sempre che il racconto del G8 di Genova vada parzialmente “de-Alimondizzato”. Non del tutto, ovviamente. Non si può prescindere dalla morte di una persona. Ma piazza Alimonda si è tante volte mangiata il contesto, il prima e il dopo. Il ricordo delle violenze di quei giorni va portato anche fuori da quella piazzetta e dalla sua aiuola, lontano dalla facciata della chiesa.

Prendendo il sole in corso Italia

Ci sono strade di Genova che grondano sangue e il cui asfalto è chiazzato di lividi che vanno da corso Gastaldi a piazza Manin. C’è stata gente picchiata da sei o sette divise tutte insieme appena sopra corso Italia, altra calpestata nelle aiuole di corso Italia mentre cercava di proteggere una ragazza. La gente caricata dai blindati in via Tolemaide (poi si chiedono perché ne hanno bruciato uno).

“Lo scontrino della focaccia dov’è, EH?”

A piazza Alimonda c’è scappato il morto, per usare l’orribile espressione che è corsa sulle labbra di tutti il 20 luglio, ma non si è esaurito tutto lì. Bisogna rovesciare addosso alla polizia le carrettate di inermi massacrati, invece di concentrarsi solo sull’evento in cui qualcuno aveva deciso che era anche ora di smetterla di stare lì a prendere botte.

Forse si dovrebbero recuperare foto, molte foto. Ricostruire dove sono state scattate. Creare una mappa ad hoc su google maps. O ancora meglio stamparle su dei bei pannelli e piazzarle in città nel punto esatto.
Sentiamo cosa ha da dire il COISP, quale giustificazione hanno anche per le teste rotte di gente con le mani alzate.
Se ne può parlare?

* Sottotitoli: Non considero Giuliani né un eroe né un teppista. Solo qualcuno che ha fatto una scelta, una scelta che non essendo io lì non posso giudicare. Dice: ma anche Placanica ha fatto una scelta. Certo, proprio per evitare che la gente nella merda faccia scelte sbagliate bisognerebbe evitare di dare pistole a chi fa ordine pubblico.

Ps: notavo cercando immagini che i fotogrammi di Diaz su google escono mischiati alle foto vere. Non credo sia una cosa positiva.

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Ricapitolando

Tar and Feathers

Uno appena condannato in via definitiva per (in soldoni) truffa allo Stato fa un comizio su un palco abusivo estirpando pure dei segnali stradali, intanto che i suoi evocano la guerra civile (Bondi, FA CALDO).
Curiosamente questa persona è l’alleato del partito cosiddetto di centro-sinistra al governo di responsabilità, quello che se ti opponi sei un pericoloso estremista.
Meno male che è quello responsabile, pensa se si alleavano con un criminale (in effetti però capisco la sorpresa, questo Berlusconi sembrava proprio una persona così per bene, non mi capacito che si sia rivelato un filibustiere del genere).

Va a finire che voto davvero Feudalesimo e Libertà, che almeno prevede la gogna.

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Fasci-coli di storia italiana (cit.)

Il Giornale

Il Giornale

Questa mattina il Giornale.it titola come si vede in alto l’idea del PDL di bloccare per tre giorni i lavori parlamentari per protestare contro il fatto che la Cassazione sta cercando di fare il suo lavoro, ovvero chiudere il processo Mediaset prima che scatti la prescrizione.
Lasciando per un attimo da parte la folle concezione dello Stato che sta sotto all’idea di Brunetta e Schifani (e lasciando da parte il fatto che purtroppo il Parlamento ora come ora non serve a una sega e almeno i parlamentari del M5S hanno il buon gusto di non costare troppo per essere inutili), mi vorrei concentrare sulla disinvolta formulazione del titolo.

L’Aventino fa riferimento alla protesta dei parlamentari anti-fascisti a seguito della scomparsa di Giacomo Matteotti, deputato socialista che il 30 maggio del 1924 tenne un durissimo discorso contro il clima di intimidazione in cui si erano svolte le elezioni (cito un passo che ho letto giusto stamattina in Point Lenana di Wu Ming 1 e Roberto Santachiara):

Giacomo Matteotti. L’inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell’onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all’oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi)

Una voce:” Non è vero, non fu impedito niente.” (Rumori)

Giacomo Matteotti. Allora rettifico! Se l’onorevole Gonzales dovette passare 8 giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato. (Rumori, interruzioni) L’onorevole Gonzales, che è uno studioso di San Francesco, si è forse autoflagellato!

Dieci giorni dopo Matteotti viene rapito mentre si reca in Parlamento e di lui non si sa più niente fino a che non viene ritrovato il 16 agosto, seppellito in un bosco fuori Roma. Era stato ucciso subito dopo il rapimento da membri della polizia politica.
La “secessione dell’Aventino” prende forma il 26 giugno, quando i parlamentari dell’opposizione si riuniscono a Montecitorio e decidono per protesta di non partecipare più ai lavori parlamentari.
Lo scandalo del delitto Matteotti e la protesta degli aventiniani non scalfirono affatto il potere di Mussolini, che anzi l’anno successivo sciolse le Camere e fece fare al regime il salto di qualità.

Nella prima parte del titolo, quindi, si tratteggia un Berlusconi vittima eroica della violenza politica.

La seconda parte del titolo si riferisce invece, ovviamente, all’esposizione del cadavere di Mussolini in piazzale Loreto, una delle pagine più controverse, grottesche e drammatiche della fine della guerra. Di nuovo, Berlusconi è vittima inerte di una violenza di segno politico.

La semiotica ci insegna che ogni narrazione ha una struttura profonda, formale. In questo caso la struttura formale è “l’eroe è vittima di violenze”. Però su queste strutture si installano poi degli elementi che non sono più formali, ma che “rivestono” e connotano questa narrazione.
Ed è qui che il titolo del Giornale diventa nauseante, perché sceglie di tematizzare la supposta violenza ai danni di Berlusconi mettendo sullo stesso piano due fatti antitetici. Associare prima Berlusconi a Matteotti e poi Mussolini a Matteotti è infangare due volte la memoria di Matteotti; vuol dire costruire la narrazione di una “pacificazione” in cui parlamentare socialista e il Duce sono vittime allo stesso modo.
È l’ideale di “pacificazione” e “memoria condivisa” del fascismo che hanno i fascisti, ovvero un “facciamo che alla fine avevamo ragione noi”. Che è in scala ridotta la stessa idea che porta avanti il PDL  quando parla di “pacificazione” sull’antiberlusconismo: facciamo che abbiamo vinto noi.
Idea oggi tacitamente supportata dal governo Letta di un PD ormai così allo sbando che al confronto la prima incarnazione guidata da Veltroni oggi sembra un partito di estrema sinistra.

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E quella non era una supercazzola?

Vedete qual è il problema con Grillo?
Che ieri è risaltato fuori questo video dell’aprile del 2012

e alla fine sembra che l’ipotesi più diffusa (forse per amor di patria) è Grillo stesse facendo uno scherzone. Non si sa bene perché, non si sa bene a chi, ma lasciamo perdere. Vasco Rossi può fare i clippini deliranti e lui no?

E il problema dove sta?
Il problema è che non c’è molta differenza da questo video qua, in cui invece era notoriamente serio.

E niente, un pezzo del nostro futuro è in mano a questo signore qua.

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Io capisco

Capisco parecchie cose.

Capisco perché qualcuno possa volere votare Grillo. Lo intuivo quasi sei anni fa, che sarebbe potuto succedere e in tutto questo tempo non mi sembra che la politica “ufficiale” abbia fatto molto per togliere argomenti a Grillo e ai suoi. Anzi.

Capisco perché in molti possano non essere molto entuasiasti di votare il PD, di votare il PD di Bersani, di votare SEL. Pure io, che ho votato quest’ultima, non è che abbia brandito la matita copiativa come una spada di fuoco con cui riportare la giustizia (anche perché poi chissà chi l’aveva leccata prima). E non è che sia propriamente andato in giro a convincere gli amici a votare il centrosinistra.

Capisco chi ha scelto di non votare. Se il porcellum fosse un gioco da tavolo dovrebbero drogarmi e picchiarmi fortissimo per convincermi a spenderci del tempo. Un giorno gli storici si interrogheranno su come sia stato possibile che uno Stato abbia affidato per ben tre volte la propria sorte a un meccanismo ideato da uno come Calderoli, per di più reo confesso dell’aver creato una porcata.

Quello che con tutta la buona volontà non riesco a capire è come sia possibile che nel 2013 un terzo circa della gente che è andata a votare abbia scelto di votare ancora per Berlusconi. Ormai sono stanchissimo e lo dico senza più rabbia, spocchia, superiorità, tutti quei sentimenti che i commentatori del Giornale amano attribuire (spesso senza neanche tuti i torti) all’elettorato di sinistra.
Mi arrendo. Riconosco di non saper capire, di non voler capire.
Non ho più neanche la forza di inveire, di maledire, di indignarmi.
Non penso davvero ne valga più la pena.

Mi concentro sui cialtroni vecchi e nuovi spediti a casa a calci (ciao Ingroia, sei ridicolo; ciao Di Pietro, so long and thanks for all the Scilipoti*), assaporo la certificazione numerica dell’irrilevanza di Fini (per il quale però preferirei un epilogo più eclatante, tipo il Tuscania che lo scambia per un corteo non autorizzato di immigrati clandestini). Guardo perplesso quelli che “avesse vinto le primarie Renzi…”.
Penso che Bersani ha comunque fatto peggio di Veltroni e non era semplice.
E poco più.
Per fortuna, ho un casino di altre cose a cui pensare.

* nella mia mente la frase andrebbe tradotta: “grazie di averci lasciato in omaggio Scilipoti”, il che non necessariamente coincide con la traduzione reale

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BAU – Business as usual, ma anche “siamo i suoi cagnolini”

Quando mi laureai, a 24 anni, sentii di colpo un gran senso di vuoto. Per tre quarti della mia vita, praticamente da che avevo memoria, non avevo fatto altro che studiare.
“E ora?”
Passai un anno e qualcosa barcamenandomi tra stage e lavoretti fino a che non mi iscrissi a un master e mi garantii un altro paio d’anni di vita più o meno come la conoscevo, prima di trovarmi nel fantastico mondo del lavoro.

Quando un anno fa Berlusconi si dimise la sensazione per molti di noi deve essere stata simile: avevamo trascorso gran parte della nostra vita dotata di coscienza politica a odiare Berlusconi, a fare battute su Berlusconi, a leggere articoli su Berlusconi, ad analizzare le bugie di Berlusconi, a guardare le foto di Berlusconi e poi tutto d’un tratto niente, era diventato solo un signore vecchio che dopo una settimana manco quasi ti ricordavi che faccia aveva. Ovviamente, come Sauron dopo la perdita dell’Anello, stava solo rimettendosi, ma non potevamo saperlo.

Ora che nel giro di 24 ore è tornato a essere il Nemico per eccellenza, senza quasi darci il tempo di accorgerci del suo ritorno, la sensazione è quella che si devono solo riprendere degli automatismi, e si sta pronti con il dito sul reblog delle dichiarazioni, delle foto, delle bugie, delle gaffe.
È un gioco a cui abbiamo giocato a lungo, quando eravamo più giovani, non abbiamo disimparato certo in un anno.

Brace ourselves, winter is coming.

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Diaz.

disaster film is a film genre that has an impending or ongoing disaster (such as a damaged airlinerfireshipwreckdisease, an asteroid collision or natural calamities) as its subject. Along with showing the spectacular disaster, these films concentrate on the chaotic events surrounding the disaster, including efforts for survival, the effects upon individuals and families, and ‘what-if’ scenarios.

Diaz di Daniele Vicari ha l’impostazione e lo sviluppo di un disaster film; anche la predisposizione che ha lo spettatore verso il film è simile a quella che si può avere verso pellicole come Titanic o Alive “tratte da una storia vera”. Sappiamo che cosa vedremo, l’evento centrale attorno a cui ruotano le storie dei personaggi, il disastro; e siamo curiosi di vedere come è stato messo in scena, con quale sguardo, con quale giudizio. Chi di noi in questi dieci anni si è interessato alle inchieste, alle indagini, alle ricostruzioni sa anche che personaggi vedrà sullo schermo o li saprà riconoscere dai dettagli, anche se i loro nomi sono stati cambiati rispetto al reale (poi ci torniamo).
Insomma, il primo impulso con cui si va a vedere Diaz è quello non di conoscere ma di riconoscere, tanto più se si è tra chi ci è andato appena uscito o quasi. È per questo che in giro in questi giorni leggo tante analisi e discussioni sull’efficacia e completezza del film come documento, discussioni che trovo sterili e fuori fuoco, perché Diaz è un film che non costituisce l’unico racconto disponibile del G8 genovese, ma fa parte, dialoga e si nutre, di una mole di materiale, scritto, fotografato e filmato che ha dell’incredibile.  Già dal titolo, Vicari e i suoi autori dichiarano di raccontare non tutto il G8 ma un evento in particolare, il massacro degli occupanti della scuola Diaz (e, ancora più impressionante, il trattamento ricevuto dai fermati alla caserma di Bolzaneto).
Quindi, Diaz è un film che parla della Diaz. Ed è un film, questo è un punto che è bene tenere presente.
Al liceo, prima che venissimo trascinati in un cinema di mattina a vedere Schindler’s List, il professore di filosofia ci fece un discorso che all’epoca mi sembrò una stronzata ma che oggi credo di avere capito. “Non credete di potere sapere che cosa è stata la Shoa” disse “solo vedendo un film, perché un’opera narrativa può darvi delle nozioni e delle emozioni ma non può rendere la pienezza delle dinamiche di un fatto storico” (il prof in questione si chiamava Santino Mele; lo scrivo perché magari un giorno si googla e scopre che per quanto avesse ragione a dire che farci lezione era divertente come succhiare chiodi arrugginiti, qualcosa alla fine è rimasto). Con Diaz secondo me si può fare un discorso simile, quello che Vittorio Agnoletto non ha capito. Dalle critiche che fa al film (e le sue successive dichiarazioni lo confermano), l’ex portavoce del GSF voleva un film sulle indagini, meticoloso fino alle virgole, che raccontasse sostanzialmente non la Diaz ma i dieci anni successivi. Un film che, certo, si potrebbe fare, perché fino dalle prime dichiarazioni la notte stessa del blitz la polizia ha fatto di tutto per mistificare e nascondere le proprie colpe.
Ma vi viene in mente niente?
A me sì: Romanzo di una strage, il film di Marco Tullio Giordana sulla strage di piazza Fontana, la morte di Pinelli e quella di Calabresi. Romanzo di una strage è un film fatto così, con tutti-tutti i nomi, tutte le facce truccate e pettinate per assomigliare il più possibile ai personaggi reali e che ti lascia alla fine della visione con l’impressione di avere visto una grande messa in scena che alla fine non riesce a dire niente e che ha addosso il sapore forzato e annoiato delle proiezioni mattutine per le scuole.
Diaz è un’altra cosa, è la ricostruzione realistica di un fatto realmente accaduto costruito però in modo da rispondere a delle necessità di tipo narrativo. In questo senso si possono comprendere meglio due delle critiche sollevate da Agnoletto (ma dimmi tu se nel 2012 dobbiamo stare ancora qua a discutere con uno che si era ridotto a intervenire telefonicamente al tg4). La prima è la questione dei nomi, che non corrispondono né nel caso delle vittime né nel caso di poliziotti e funzionari a quelli reali (anche se le iniziali sono generalmente le stesse del personaggio vero). Una scelta che, credo, risponde a due ordini di necessità: la prima sta nella possibilità di far agire un personaggio in modo verosimile e coerente alla sua controparte nel caso serva alla narrazione, o condensare in un personaggio più figure. Non che questo sia fatto necessariamente bene: nell’economia del film il momento di solidarietà con i feriti dello pseudo-Fournier dentro la scuola l’ho trovato un po’ forzato (mentre corrisponde alle testimonianze il suo comportamento dentro, ma sono le emozioni che gli vengono attribuite che non mi convincono).
La seconda motivazione credo sia molto più pragmatica ed è legata alle vicende processuali, che si risolveranno probabilmente in una bella prescrizione ma che al momento sono ancora aperte con il ricorso in Cassazione. Dare i nomi reali ai funzionari imputati, se poi la Cassazione ribalta la sentenza o subentra la prescrizione (grazie governi Berlusconi, grazie tutti quelli che non hanno ratificato il reato di tortura) può essere rischioso perché poi magari ti trovi il dvd del film bloccato da denunce e ricorsi. (I film li fa della gente che poi vorrebbe anche guadagnare dei soldi, di solito).
E poi, come dicevo, di documentazione, a partire dalle voci di Wikipedia, ce n’è (io consiglio sempre il rigore della ricostruzione spazio-temporale di Le strade di Genova di Davide Ferrario, ma non dimentichiamoci che Carlo Lucarelli ha dedicato al G8 una puntata di Blu Notte in prima serata). Per quanto la diffusione di Diaz (240 copie distribuite nei cinema, mi pare) ne farà un mezzo privilegiato  per la divulgazione delle dinamiche dell’irruzione, trovo irrealistico pensare che tutti si fermeranno a quel livello e non andranno a cercare altre informazioni. Anche perché, appunto, il film è parziale nel racconto del G8 di Genova e di fatto la storia vera e propria inizia nel pomeriggio di sabato 21 luglio, alla fine del terzo giorno di manifestazioni (giovedì corteo dei migranti, quello dimenticato in cui non successe nulla, venerdì via Tolemaide e morte di Carlo Giuliani, sabato cariche in corso Italia).
Qui nasce l’altra critica, quella secondo cui restano fuori dal film le ragioni del movimento, la grande mobilitazione, i successi dei dibattiti nei giorni precedenti le manifestazioni. Critica che è corretta nel senso che è vero che tutte queste cose nel film non ci sono, ma il fatto che non ci siano lo rende paradossalmente molto più forte ed efficace.
Questa relativa decontestualizzazione, infatti, strappa di dosso alla vicenda quell’aura da “racconto di reduci”: Diaz non è un film che  parla di cosa hanno fatto a noi in quanto “no global” ma di cosa hanno fatto a noi in quanto cittadini, in quanto esseri umani. Togliere il “prima” rende più forte la drammatica casualità di 93 persone che si sono trovate nel posto sbagliato nel momento in cui la polizia ha deciso che bisognava dare in pasto ai media e all’opinione pubblica un’operazione in grande stile per recuperare un po’ di faccia dopo aver lasciato libero di sfogarsi il “blocco nero” (qualunque cosa sia stato il black bloc a Genova – e probabilmente è stato tutto quello che abbiamo ipotizzato negli anni tutto insieme: black bloc “storico“, infiltrati, fascisti, gente improvvisata).
Togliere un pochino (non tanto) della loro identità politica alle vittime le rende più universali, mette a nudo ancora di più la dinamica basilare dell’accaduto: lo Stato, per mano dei poliziotti esercitato una violenza inaudita su delle persone inermi, violando consapevolmente (con pretesti ridicoli) le sue stesse leggi.
È questo il nucleo di Diaz: raccontare e mostrare il momento e i luoghi in cui è saltata ogni regola, in cui alla legge si è sostituito l’arbitrio. Dice: ma è successo anche in via Tolemaide, per tutto il centro, in corso Italia. Vero, ma nella Diaz (e a Bolzaneto) è successo a freddo, scientificamente, senza nessuna situazione di scontro tra le parti; è stato un massacro unilaterale, puro e semplice, più semplice da mettere in scena, più comprensibile.

Dicevo del disaster film. A un certo punto, lo sai, il disaster arriva. È quello per cui hai pagato il biglietto ma quando arriva, anche se sulla Diaz hai letto di tutto in questi dieci anni, ti rendi conto che non sei pronto a vederlo messo in scena.
La dico come va detta: quando la polizia è entrata nella palestra ho chiuso gli occhi. Li ho riaperti. Li ho richiusi. Era lo stesso cinema in cui avevo visto, a 13 anni, Nightmare 6. Era la prima volta che vedevo un horror al cinema e mentre aspettavo gli amici fuori avevo paura. In quel momento mi sono sentito di nuovo tredicenne a pensare che forse avevo fatto il passo più lungo della gamba. Poi la paura e l’angoscia passano, mentre sullo schermo l’onda con i caschi blu spacca, manganella, insulta, sputa, sfonda, sbatte, colpisce, umilia, devasta. Passano e arriva la rabbia. Non pensi più ai nomi, alla ricostruzione delle manifestazioni, alla recitazione degli attori secondari.
Pensi alle persone, agli esseri umani che erano là dentro, alla loro paura (e la tua è solo un surrogato, di cui quasi ti vergogni), al loro dolore. A come può andare avanti una vita dopo un’esperienza del genere.
Tutta la lunga sequenza della polizia dentro la Diaz è spaventosa. Vicari, che ha tenuto fuori dalla sceneggiatura episodi presenti nelle sentenze ma che su schermo sarebbero sembrati esagerati (!), è riuscito a ricreare un’atmosfera claustrofobica, di impotenza, di terrore, di violenza selvaggia. Non c’è scampo, lo sai, ma speri lo stesso che qualcuno sia riuscito a nascondersi in un cazzo di sgabuzzino e invece no, arrivano, sfondano porte a calci, picchiano, quasi più forte chi ha le mani alzate. Ma se l’irruzione fa così paura e così rabbia è anche perché il film ha costruito le scene in cui tutto viene deciso dando una rappresentazione dei vertici della polizia che è altrettanto spaventosa e, credo, abbastanza inedita nelle produzioni italiane: i responsabili, quelli in giacca e cravatta, ragionano in termini di immagine, preparano azioni provocatorie per giustificare quello che verrà, scavalcano i magistrati, ignorano chi consiglia soluzioni alternative. Non è un incidente: sanno cosa stanno facendo, sanno come si comporteranno gli agenti lasciati liberi di agire su “nemici” inermi. È tutto calcolato e le vittime non sono vittime di errori di valutazione, ma di un piano ben preciso.

E poi c’è Bolzaneto. Bolzaneto è il buco nero del G8 del 2001, l’evento di cui non esiste nessun tipo di immagine. Quello che è successo tra le pareti della caserma adibita all’identificazione e allo smistamento dei fermati lo dobbiamo solo immaginare leggendo le carte dei processi e le testimonianze di chi c’era.
Vicari mette in scena Bolzaneto, dopo la Diaz, dopo i feriti portati via dagli ospedali. Per farlo prende la strada narrativamente più potente e fa vivere Bolzaneto attraverso l’esperienza di una ragazza straniera. Sperduta perché non parla e capisce l’italiano, ferita, umiliata (l’infame episodio della carta di giornale da usare al posto dell’assorbente c’è, nel film).
È Bolzaneto il momento del film in cui ti rendi conto che Vicari ti sta dicendo, per immagini, che Genova non è stata una serie di errori di percorso, di decisioni azzardate di singoli, quanto piuttosto un “liberi tutti” per le forze dell’ordine di cui era impossibile che i vertici non conoscessero i dettagli (senza neanche far vedere il ministro Castelli che va a Bolzaneto e non vede niente di strano) (voi che ce l’avete con la Lega da quando avete scoperto che ruba, mi fate schifo). I pestaggi in strada succedono, beh, in strada, non si può controllare la truppa; la Diaz è in un luogo chiuso, difficile controllare la truppa; Bolzaneto è una caserma della polizia, un luogo che ha precise catene di comando e in cui tutti, anche il medico, hanno voluto fare la loro parte.

Come si esce, da Diaz?
Parlo per me: ne sono uscito con addosso l’angoscia e la rabbia dei giorni in cui ho scoperto della Diaz prima e di Bolzaneto dopo. Non credo di essere andato al cinema “a fare una buona azione” come ho letto su twitter, ma a vedere un film efficace, non perfetto ma potente e che ha il coraggio di schierarsi con decisione (cosa che ACAB non fa, per esempio, perdendosi in un confuso paciugo di condanna-ma-con-comprensione-e-speranza-nei-giovani).
Attorno a me ho visto occhi lucidi e facce scure, di rabbia o di dolore.
Usciti, ci siamo messi a parlare e saremmo potuti andare avanti per giorni a ricordare cosa ricordavamo, cosa abbiamo vissuto, cosa ha vissuto chi conoscevamo.
Diaz non chiude il discorso su Genova, aiuta ad aprirne, a ricordare, a completare i vuoti (Berlusconi, Fini, Scajola, ma pure Amato e Bianco, che furono i primi a gettare le basi della gestione dell’ordine pubblico a Genova).
Si merita due ore del vostro tempo.

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