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Prima di andare a Genova – 5. Marziani a Sestri Ponente

In realtà la serie di post sul pre-G8 non è proprio chiusa. Avevo in mente di scriverne almeno un altro paio, prima della ricorrenza del decennale, ma non ce l’ho fatta. Ci sarà tempo dopo. Intanto riprendo le pubblicazioni con un pezzo scritto da mio fratello:

Il G8 l’ho visto arrivare presto, e salutato tardi.

Un pomeriggio di periferia tra amici, ciondolato sulla solita panchina della solita piazza. Una coppia di ragazzi arriva verso di noi. Lui e lei, dreadlock biondi e zaini da backpackers: marziani.

Non si vedono molti viaggiatori a Sestri Ponente, periferia ovest di Genova: un quartierone operaio schiacciato tra il cantiere navale, lo snodo ferroviario, l’acciaieria e l’aeroporto.

Sembravano proprio alieni con le antenne che spuntavano da dietro la testa, fuori dagli zaini.

Siamo arrivati dalla Germania, in autostop – così abbiamo capito nel nostro inglese approssimativo. Erano belli e solari, si tenevano per mano. Cercavano uno dei centri di accoglienza per il G8.

Li abbiamo accompagnati in centro a Genova, fino alla porta.

Scuola A. Diaz.

Hanno anche ringraziato.

Ricordo ancora quei termosifoni insanguinati, chissà’ se e’ il loro, mi chiedevo.

Chissà’ se e’ sangue alieno.

Il G8 per noi localz e’ iniziato almeno un anno prima e sembrava un piano di ristrutturazione urbana più’ che un meeting di capi di stato. Passeggiate a mare rimesse a nuovo, le facciate del centro storico stuccate a festa, strade della prima repubblica finalmente riasfaltate. Lavori ovunque.

Poi ha iniziato a prendere i contorni di qualcosa di totalmente diverso e la televisione trasmetteva proclami di persone che non avevamo mai visto prima, Genova era ovunque e l’atmosfera iniziava a farsi tesa.

Il menu prevedeva un pesto senza aglio. Solo a quel punto si capi’ che qualcosa stava per andare storto.

Poi sono arrivati gli sbirri, tanti. Sono comparsi dal nulla insieme alle barricate anti-arrampicata. Era Luglio e tutti i negozi sbarravano le vetrine. Poi anche “Carlo Calzature” a Sestri Ponente ha chiuso le sue due vetrine d’angolo con pannelli di legno duro, da cantiere. Carlo Calzature vende scarpe, a Sestri, a tot chilometri dal centro città’, anni luce da qualsiasi percorso di qualsiasi corteo, ever.

Ma noi a Sestri le vedevamo bene le batterie antiaerea sulla pista dell’aeroporto.

Poi tutti i miei amici sono scomparsi. Mandati in vacanza, mandati dai nonni in campagna, fisicamente segregati in casa. Avevamo solo 17 anni e le nostre famiglie pensavano che quella non fosse la loro guerra, tanto meno quella dei loro figli.

Forse non era nemmeno la mia ma ero li’, ed eravamo migliaia. Centinaia di. Io non ero mai stato in un corteo così .

All’inizio sembrava divertente, i tizi vestiti di rosa che correvano contro il g8, quelli che distribuivano specchi per “fare come Archimede” (e dare fuoco agli sbirri?), quelli che distribuivano le teste d’aglio da lanciare e correggere così quel pesto insipido. L’immancabile contadino con mucca… e poi videocamere macchine fotografiche, persone ovunque, musica, sole. Ridevamo dei poliziotti e facevamo gli scemi: loro impettiti sotto il casco, noi assaporando l’ubriacatura di folla.

Poi tutto e’ diventato più spigoloso, sempre più spigoloso, e nessuno sapeva più’ fermarlo.

Come un viaggio lisergico che va male.

Post Scriptum: Anni dopo in una piazza di Zurigo incontriamo una coppia di buskers, i nostri amici alieni. Avevano lasciato la Diaz il giorno prima del blitz. Un peso in meno sulla coscienza.

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Il giorno prima

A me ha salvato la vita Bob Dylan. O se non la vita, almeno il profilo.

Nel luglio del 2001 studiavo a Bologna, mi ero iscritto all’Università nel 1998 e l’idea di lasciarmi alle spalle a Genova mi sembrava la cosa più incredibile di tutte.
A Genova c’ero tornato per le vacanze il 17 luglio. “Oggi mi hanno fermato solo quattro volte” mi ha detto un mio amico alla stazione.
In tasca avevo i biglietti per il concerto di Bob Dylan a La Spezia il 20 luglio, nella testa tutto il confuso casino dei mesi prima: Seattle, la polizia che spara a un manifestante a Goteborg, Praga, il Sismi che annuncia che temono che i manifestanti lancino gavettoni pieni di sangue infetto di HIV sulla polizia, l’allora poco noto Bin Laden che starebbe pensando ad attentati con aeroplani radiocomandati, la dichiarazione di guerra ai potenti della terra delle Tute Bianche, la zona gialla e la zona rossa. Ancora prima che il G8 in sé mi infastidisce tutto il pesante baraccone sicuritario che si sta mettendo in piedi: il divieto di stendere le mutande, la città tagliata in due, le grate nei vicoli.
Ho in programma di andare solo alla prima manifestazione, quella dei migranti di giovedì 19 luglio e poi, la mattina dopo muovermi verso Spezia. Al concerto vado con mio padre, dovremmo partire la mattina insieme a un mio amico, lasciarlo in una località di mare sulla strada a prendere posto in campeggio e poi proseguire per Spezia. Io devo raggiungerlo dopo il concerto e dovremmo restare lì per un paio di settimane, come da cinque anni a quella parte.
Il 18 faccio un giro in centro. Arrivarci, dal quartiere del Ponente dove abito, non è semplicissimo, perché le stazioni sono già chiuse, si deve prendere un autobus fino ai margini della zona gialla, poi un altro che fa un giro lunghissimo. Il centro è già quasi deserto. Negozi chiusi con pesanti pannelli di legno ignifugo sulle vetrine, anche dentro la zona rossa. Nessuno sembra fidarsi troppo della tenuta delle barriere approntate dalla polizia. In via XX Settembre, piena zona rossa, a due passi da palazzo ducale, sede del vertice, conto almeno quattro camionette piene di agenti che stanno a scoglionarsi sotto il sole. Ufficialmente, le forze dell’ordine dovrebbero familiarizzare con la città, invece questi sono tenuti lì dove sanno già che nessuno metterà mai piede ad accumulare nervosismo e frustrazione. A Palazzo Ducale, che dovrebbe ancora essere aperto, non mi lasciano entrare. Varco un paio di volte le grate nei vicoli. Brutte sensazioni.
La mattina dopo Genova si sveglia e scopre che la recinzione della zona rossa è stata ancora rinforzata: oltre alle reti, un muro di container.
Vado al concentramento della manifestazione, dove ho appuntamento con Enrico, lo stesso amico con cui sarei dovuto partire il giorno dopo. C’è davvero tanta gente. Già arrivare da Piazza della Vittoria al concentramento è un pre-corteo. Sulla strada lambiamo uno dei confini della zona rossa, Piazza Dante. Reti e cemento. Poliziotti in antisommossa. Uno si mette a roteare il manganello mentre passiamo. Io ho la maglia degli Stones con la linguaccia. Mi sembrava la più adatta per l’occasione. Sono nervosissimo.
Davanti alla chiesa di Carignano c’è ancora una scritta rimasta dai funerali di De André quasi due anni prima: “per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”. Sbircio sotto i caschi dei poliziotti che fanno cordone a difesa di non so cosa, forse il distretto militare. Uno ha voglia di menare le mani, uno sembra terrorizzato, uno sembra che aspetti che qualcuno gli dica che espressione deve avere.
Sul corteo dei migranti del giovedì si è scritto pochissimo: il suo ricordo è stato fagocitato da tutto quello che è successo dopo. Per me, che di Genova 2001 ho solo quel ricordo personale, resta uno dei cortei più belli e colorati e divertenti a cui abbia mai partecipato. Abbiamo cantato, abbiamo ballato, mi sono tinto le mani di bianco e ho lasciato una manata sulla parete di una galleria che ha resistito per un paio d’anni, abbiamo applaudito quelli che ci applaudivano dalle finestre sventolando mutande. Su corso Italia, davanti al mare, quando ormai siamo tutti stremati dal caldo e dalla lunghissima camminata, due ragazze russe insegnavano a un ragazzo francese il testo russo dell’internazionale. “Grazie Genova!” ha gridato a pieni polmoni lui. Credo che in quel momento Genova fosse la città più bella di ogni mondo reale e possibile.

Questa è la versione “lunga” della prima parte di un pezzo che ho scritto per un ebook collettivo su Genova 2001 che uscirà a settembre. In qualche modo, è la puntata finale della serie “prima di andare a Genova“.
Il finale del servizio del tg1 sulla manifestazione dei migranti, con la strada vuota, il sax malinconico e i poliziotti nervosi sembra fatto apposta. 

Sempre a proposito di ebook collettivi, oggi è stato pubblicato da BarabbaCicatrici“, che non ha nulla a che vedere con l’omonimo libro di Morozzi, ma che è una raccolta di oltre cento storie in cui un sacco di gente racconta come si è procurata delle cicatrici. In mezzo ci sono pure io.
Barabba ha anche pubblicato tre raccolti di scritti di gente che di solito scrive in Rete ispirati alla Resistenza, tra le altre cose. Date un’occhiate al loro catalogo

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Prima di andare a Genova – 4. Prendere il nero

Su Musica! di Repubblica (per i più giovani: l’antenato settimanale di XL) del 12 ottobre 2000 appare un diario, firmato da Zulu e Meg dei 99 Posse, delle manifestazioni del settembre 2000 contro la riunione del Fondo Monetario Internazionale.
Vi si legge:

L’assemblea si divide subito in tre sottoassemblee di gruppi di affinità: i rosa pacifisti non violenti stile fricchettone post-gandhiano; i gialli, le famigerate tute bianche; i blu, punk anarchici greci e inglesi misti a realtà antagoniste italiane non schierate con le tute bianche. Ognuno di questi gruppi gestirà una delle tre vie d’accesso al centro congressi con un comune obiettivo: bloccare l’assemblea dei delegati del FMI e della Banca mondiale. Ai rosa toccherà la strada alla sinistra del ponte dove suoni e colori saranno le uniche armi consentite. Ai gialli toccherà il ponte dove con l’ausilio di gommoni, caschi e protezioni corporee autocostruite si tenterà di aprire un varco nello schieramento avversario. Ai blu i sentieri alla destra del ponte, scenario ideate per la guerriglia metropolitana, disciplina questa nella quale primeggiano i punk anarchici ma sanno farsi apprezzare anche molti centri sociali italiani.

E, la settimana dopo, quando il racconto arriva al giorno della manifestazione:

Alle 5 dopo 4 ore di corpo a corpo si odono delle esplosioni dalla zona dei blu (soprattutto punk anarchici greci e inglesi ndr). Inconfondibili: molotov. II congresso e sospeso per la sicurezza dei delegati e le tute esauste si ritirano. I blu di sotto sono nel pieno degli scontri, giungono voci di ogni genere. C’è confusione, rabbia. Si decide che, il modo migliore per aiutare i blu sia creare dei diversivi per deviare un pò di polizia da loro a noi e così si va tutti in corteo all’Opera inscenando decine di blocchi stradali volanti. L’obiettivo è raggiunto, alle 18 quando la pressione della polizia sui blu si fa così esigua da permettere anche agli ultimi di loro di raggiungere l’Opera. A questo punto gli inglesi iniziano una serie di assalti mordi e fuggi a ristoranti con delegati, McDonald e hotel con delegati provocando cariche selvagge della polizia nelle quali ci imbattiamo noi italiani sulla strada del rientro al campo dove c’era da organizzarsi per la partenza del treno.

Per quanto mi ricordi (e scoprire che su internet entrambi gli articoli erano ancora disponibili è stata una bella sorpresa), questa è stata la prima volta che ho sentito parlare di quello che nel pomeriggio del 20 luglio 2001 avrei imparato a chiamare “black bloc”.
Il black bloc, nato pare in Germania negli anni ottanta, non è un associazione o un gruppo, ma un modo di “stare in piazza”. “Bloc” significa “spezzone”.
Nonostante sia una pratica diffusa in Europa e Stati Uniti per una ventina d’anni prima del 2001, in Italia il termine non ha, prima di Genova, una grande fortuna. Repubblica ne parla per la prima volta il 27 giugno 2001, dopo gli scontri a Goteborg:

Al di fuori della Rete organizzata si muovono altre sigle dell’antagonismo, i duri e puri teorici degli scontri anche se con sfumature differenti. Ci sono i cosiddetti “sfaciavetrine”, che hanno l’obiettivo di sfondare e devastare i simboli della globalizzazione come le banche e i Mc Donalds alzando quindi il livello dello scontro come successo a Napoli in occasione del Global Forum. Dentro ci sono alcune frange più dure dei centri sociali ed anche alcuni collettivi anarchici ma in gran parte vengono dall’estero. Così come da fuori confine arrivano i più pericolosi, quelli del Black Bloc visti in azione a Goteborg. Casseur francesi, anarchici insurrezionalisti, squatter, punkabestia, movimenti antimperialisti in particolare del nord Europa. E’ la parte violenta del movimento, quelli che vanno in piazza con le molotov e le spranghe a cercare lo scontro.

E poi, in un articolo del 19 luglio, scrive:

 Altri, i famigerati “Black block” faranno di più e di peggio, ma, probabilmente, non saranno insieme al Gsf.

Nell’estate del 2001, Bonini e D’Avanzo, ricostruendo i fatti del G8 genovese racconteranno di un incontro tenutosi prima delle manifestazioni tra i rappresentanti delle Tute Bianche e i rappresentanti del Black Bloc per tenere separati luoghi e tempi delle azioni violente e del corteo dei Disobbedienti. Per questo presunto incontro, Luca Casarini è finito sotto processo, dal quale è uscito poi assolto.
Nei giorni immediatamente precedenti la manifestazione del 20 luglio, l’allora presidente della Provincia Marta Vincenzi denuncia la presenza di vandali in un edificio messo a disposizione del Genoa Social Forum. Anche in questo caso la vicenda esce fuori a cose fatte:

Al centro c’è la questione di un edificio scolastico nella zona di Quarto (a levante della città) di proprietà della Provincia. La scuola era stata messa a disposizione di alcune organizzazioni non governative per ospitare partecipanti al Genoa Social Forum, ma, nei giorni precedenti alle manifestazioni e agli scontri, un gruppo di Black bloc si insedia nell’edificio, caccia gli altri ospiti e si dedica a distruzioni e vandalismi vari. La cosa viene riferita alla presidente della Provincia, Marta Vincenzi che manda un assessore a controllare. Il rapporto è agghiacciante: la scuola è nelle mani di gruppi di vandali. La Vincenzi comincia a tempestare di telefonate e lettere polizia e carabinieri. Riceve risposte del tipo: “Non si preoccupi. Stiamo indagando. Interverremo”.
Si sa che tra giovedì e venerdì un’auto della polizia si fa viva a Quarto. Dopo un rapido sopralluogo, constatato che i “Black bloc” sono tanti, i poliziotti se ne vanno assicurando che torneranno in forze. Poi, però, a Quarto non va più nessuno. Di qui l’esposto della Provincia che si salda alle denunce di tanti altri cittadini (omissione di atti d’ufficio e altri reati) che chiedono conto alle forze dell’ordine del perché non siano state impedite tante singole devastazioni di negozi e automobili.

Il 18 luglio va molto peggio a un gruppo di greci arrivati in traghetto ad Ancona.
Il governo ha ottenuto la sospensione del trattato di Schengen in vista del vertice, quindi si entra in Italia a discrezione delle forze dell’ordine:

E proprio l’arrivo di un gruppo di manifestanti greci nel porto di Ancona ha creato i problemi maggiori con scontri e feriti. Il primo traghetto è approdato alle 11 e i manifestanti vengono subito identificati. Sono questi, quelli che vengono respinti, ad impedire di fatto alla nave di muoversi perchè sosta sul pontone per lo sbarco. Del gruppo dei respinti farebbero parte anche anarchici e leader del movimento anti-globalizzazione, ma l’informazione è smentita dai manifestanti. A bordo del traghetto ci sono i turisti che stanno aspettando da ore di partire per la Grecia. La tensione è infine sfociata in una serie di scontri tra manifestanti greci e forze di polizia che stavano cercando di sgomberare il pontone. In serata il bilancio provvisorio, secondo fonti della polizia, è di dieci agenti feriti e di tre manifestanti.
E’ grave anche la situazione a bordo del Superfast 4, che sosta ancora al largo del porto, dove circa 200 persone del Blocco antimperialista in viaggio per Genova, ha dato vita a manifestazioni e cortei sulla nave coinvolgendo anche i turisti, esasperati a loro volta per l’ attesa.

Per il G8 genovese viene sospeso il trattato di Schengen, come già successo in precedenza in occasione di vertici dell’Unione Europea a Nizza (2000) e Goteborg (giugno 2001).
Chi sarebbero i “no global”, quindi?

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Prima di andare a Genova – 3. Da Napoli a Napoli, via Seattle

[Dieci anni dopo, diamo un'occhiata a che facce avevano gli italiani prima di andare a Genova per spaccarne o per farsele spaccare]

L’idea di ospitare un G8 a Genova prende corpo nel 1999.
Prima di Seattle.
Il modello in mente allora era quello del G7 a Napoli del luglio 1994, all’alba dell’era Berlusconi. Napoli venne tirata a lustro per l’occasione (almeno le zone di rappresentanza) e la giornata in libertà di Bill Clinton, con annesso bagno di folla, diede l’impressione che i “grandi della terra” fossero sotto sotto dei compagnoni.
Così, quando nel dicembre 1999 l’allora sindaco di Genova Giuseppe Pericu propone la candidatura di Genova per l’edizione 2001 al governo D’Alema, pensa che sta semplicemente facendo un buon affare per la città: un sacco di soldi per lavori pubblici di riqualificazione urbana ed esposizione mediatica con conseguente ritorno di immagine.
Però.
Il 30 novembre del 1999, in un’altra città portuale, Seattle, è successo qualcosa.
In occasione del meeting della World Trade Organization, è scoppiata una delle più colossali manifestazioni di protesta che la storia USA recente ricordi. Decine di migliaia di manifestanti, appartenenti a diverse organizzazioni che rifiutano quella che definiscono “globalizzazione dall’alto”, hanno occupato le strade circostanti la sede del vertice, impedendo a numerosi delegati di raggiungerla. Ci sono stati scontri, vetrine di negozi di grandi gruppi distrutte, 600 arresti, cariche a cavallo, lacrimogeni.
Le immagini hanno fatto il giro del mondo e di colpo l’idea di sfruttare i grandi vertici internazionali, quelli in cui “il potere” assume volti e corpi, per contestare le politiche neoliberiste è diventata un’idea davvero globale. I giornali italiani hanno iniziato a parlare di “popolo di Seattle”.

A febbraio del 2000 Genova viene scelta come sede del G8 del 2001. Arrivano 200 miliardi di lire per lavori pubblici.

In un certo senso Pisanu è stato lungimirante. Genova sarà un’altra Napoli. Ma non quella del 1994.

Amato diventa presidente del consiglio ad aprile del 2000.
A giugno del 2000 a Bologna si tiene il vertice dell’OCSE. La città è invasa da forze dell’ordine. Una sera dall’ospedale maggiore al centro conto almeno una trentina di mezzi di polizia e carabinieri parcheggiati davanti agli alberghi che ospitano i delegati.
Quando uno dei cortei cerca di passare oltre al cordone della polizia (senza armi, semplicemente spingendo) i poliziotti picchiano tenendo i manganelli al contrario, c0sì che sia l’impugnatura a fare il lavoro sporco. Il tg3 regionale dell’ora di pranzo va vedere le immagini, si vedono chiaramente i manganelli al contrario. Tempo di cena e quel video è sparito.

A marzo del 2001 il corteo del “no global forum” viene chiuso in piazza Municipio e caricato pesantemente. Nonostante il governo “amico”  in carica, l’inviato di Repubblica descrive così la giornata:

La piazza diventa un inferno e ci vorranno almeno tre quarti d’ora di battaglia per sgomberare e allontanare i giovani. Poi le forze dell’ordine prendono il sopravvento e se la prendono anche con quei manifestanti che con gli scontri non c’entravano nulla, manganellando a ripetizione chiunque trovassero sulla loro strada, anche quelli a braccia alzate. Alla fine tornano alle loro postazioni portandosi dietro come trofei gli striscioni sequestrati ed esultando verso i colleghi delle seconde linee che rispondono a colpi di manganello sulle transenne in un clamore innaturale e sorprendente ma esplicativo dello stato d’animo di poliziotti e carabinieri.

Successive indagini riveleranno pestaggi nei confronti degli arrestati (alcuni dei quali rastrellati negli ospedali) in caserma, ma sono tutte notizie di cui si sentirà parlare solo dopo il G8 genovese.

Quando Berlusconi vince di nuovo le elezioni a maggio del 2001, l’organizzazione della sicurezza al vertice del G8 è stata praticamente già conclusa dal governo Amato: la zona gialla, la zona rossa, i cecchini sui tetti, le batterie di missili terra-aria all’aeroporto.
Il nuovo governo non ritiene di dover cambiare il capo della polizia nominato da Amato, Gianni De Gennaro.

(prima puntata; seconda puntata)

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Prima di andare a Genova – 2. Missili, sacchi e sangue

[Dieci anni dopo, diamo un'occhiata a che facce avevano gli italiani prima di andare a Genova per spaccarne o per farsele spaccare]

Quell'espressione un po' così

Il 20 giugno 2001 sul Corriere della Sera usciva un articolo che iniziava così:

Dall’ ufficio del generale Ievgheni Murov, capo degli 007 russi incaricati di vegliare sulla personalità del potere, è partito un messaggio con precedenza assoluta. «Osama Bin Laden ha lanciato minacce contro la vita del presidente George Bush jr». L’attacco terroristico potrebbe avvenire a Genova, in occasione del vertice G8. E l’ allarme russo si è intrecciato con i segnali raccolti dai servizi di sicurezza occidentali. In particolare una serie di lettere inviate da Osama, nascosto nel suo rifugio afghano, agli uomini infiltrati in Europa. Uno scambio epistolare, ha confermato una fonte mediorientale al Corriere, svoltosi subito dopo il mistero del progettato attentato contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma. «Ringrazio i fratelli in Italia…», scrive il principe saudita, considerato l’ispiratore di mille trame. Altre lettere – in realtà ordini – hanno portato, in queste ore, alla scoperta di almeno due complotti, in aree geografiche diverse, riconducibili alla nebulosa del terrore che si nasconde sotto l’ampio – e sempre comodo, per tutti – mantello di Osama.

All’epoca, Osama bin Laden era ancora un personaggio noto solo a chi leggeva le pagine degli esteri dei giornali. La Stampa (che ha un archivio fantastico) ne parla per la prima volta il 28 novembre del 1996 e poi di nuovo solo due anni dopo. Certo, a febbraio del 2001 compaiono anche articoli come questo, che letti oggi sembrano più che profetici: “Le vie parallele di Bin Laden e di Saddam“.
Ma diciamo che all’epoca l’idea di un attentato clamoroso nel mezzo di una città occidentale sembrava davvero un’ipotesi fantasiosa e poco più che un ulteriore tassello aggiunto al puzzle delle grande paranoia che si stava preparando sotto la Lanterna. Intanto, però, all’aeroporto venne installata una batteria di missili terra-aria. Misura già prevista dal governo Amato, sotto cui venne presa la decisione di tenere di G8 a Genova.

Il giorno dopo, le autorità italiane si premurano di far sapere di avere ordinato 200 body bag, i sacchi per i cadaveri, e di avere predisposto un obitorio d’emergenza in uno degli ospedali cittadini.

Un mese prima, sempre il Corriere aveva titolato così in prima pagina:

Allarme dei servizi: «Guerriglia anti G8 con sangue infetto»
I servizi segreti lanciano l’ allarme sul G8 di Genova: si temono azioni con «armi non convenzionali». Frange estremistiche anarchiche potrebbero usare palloncini con sangue infetto e aerei telecomandati. Ma il «popolo di Seattle» chiede spazi per la protesta non violenta

Di tutte le stronzate dette nei giorni precedenti al G8, questa è forse la più ridicola. Perché la fai facile a dire “gavettoni di sangue infetto”. Il sangue deve essere fresco, perché fuori dall’organismo umano l’HIV muore abbastanza alla svelta. Quindi i gavettoni li devi preparare al volo e nella concitazione può non essere esattamente semplice.
Ma tant’è la notizia, confezionata chissà da chi, finisce sui giornali e capita che ci sia gente che debba anche rispondere a domande al proposito, nelle interviste.
Se queste erano le voci che si mettevano in giro pubblicamente, possiamo solo immaginare che cosa girasse confidenzialmente nelle caserme di polizia, carabinieri, guardia di finanza.

(la prima puntata è qui)

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Prima di andare a Genova – 1. Dichiarazioni di guerra

[Dieci anni dopo, diamo un'occhiata a che facce avevano gli italiani prima di andare a Genova per spaccarne o per farsele spaccare]

Il 26 maggio 2001, una delegazione di Tute Bianche guidata da Luca Casarini lesse a Palazzo Ducale, futura sede dell’incontro del G8 di Genova, il seguente comunicato:

Alla Società Civile Globale;

al Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza – Italia
al Ministero della Difesa italiano – Capo di stato maggiore;
al Governo italiano – Presidenza del Consiglio – Presidente della Repubblica;
al Capo di Stato Maggiore FF.AA. Stati Uniti d’America – Ambasciata americana Roma;
Direzione C.I.A. – sede S.I.S.D.E. Roma;

DICHIARAZIONE DI GUERRA AI POTENTI DELL’INGIUSTIZIA E DELLA MISERIA

Apprendiamo da fonti giornalistiche italiane che i governi italiano e americano hanno deciso in una riunione svoltasi al Viminale, Roma, il 24 maggio 2001, di dichiarare formalmente guerra alle moltitudini di fratelli e sorelle che confluiranno a Genova durante il vertice del G8 previsto per luglio. La scelta di usare le vostre forze armate e i corpi speciali contro l’umanità, vi rende più vicini ai vostri alleati che nel sud del mondo quotidianamente uccidono, affamano, perseguitano chi non accetta lo sfruttamento del neoliberismo. In ogni parte di questo pianeta i vostri militari intervengono con i fucili contro le idee e i sogni di un mondo diverso, un mondo che contenga molti mondi. Il mondo che voi volete imporre anche nella vostra riunione di Genova, è un mondo unico, dove esista un pensiero unico, dove l’unica ideologia sia quella del denaro, dei profitti, del mercato delle merci e dei corpi. Il vostro mondo è un impero, voi gli imperatori, miliardi di esseri viventi semplici sudditi.

Dalle periferie di questo impero, dai molti mondi che resistono e crescono con il sogno di una esistenza migliore per tutti, oggi, noi, piccoli sudditi ribelli, vi dichiariamo formalmente guerra. È una scelta che voi avete provocato, perché noi preferiamo la pace, è una decisione che per noi significa sfidare la vostra arroganza e la vostra forza, ma siamo obbligati a farlo.

È un obbligo tentare di fermarvi perché finisca l’ingiustizia
È un obbligo dare voce ai fratelli e sorelle che in tutto il pianeta soffrono a causa vostra
È un obbligo non cedere alla paura dei vostri eserciti e alzare la testa

È un obbligo perché solo per obbligo noi dichiariamo le guerre. Ma se dobbiamo scegliere tra lo scontro con le vostre truppe d’occupazione e la rassegnazione, non abbiamo dubbi. Ci scontreremo.

Vi annunciamo formalmente che anche noi siamo scesi sul piede di guerra. Saremo a Genova e il nostro esercito di sognatori, di poveri e bambini, di indios del mondo, di donne e uomini, di gay, lesbiche, artisti e operai, di giovani e anziani, di bianchi, neri, gialli e rossi, disobbedirà alle vostre imposizioni. Noi siamo un esercito nato per sciogliersi, ma solo dopo avervi sconfitto. Oggi noi diciamo “Ya Basta!”.

Dalle periferie dell’Impero
Tute Bianche per l’umanità contro il neoliberismo
26 maggio 2001 – Genova, Italia, Pianeta Terra

Ovviamente, l’evento venne raccontato dai telegiornali filtrando qualsiasi simbolismo e presentando dei tizi con il passamontagna che promettevano guerra. Tanto per preparare il terreno.

All’inizio del mese, a Bologna, avevo sentito recitato il proclama di Wu Ming “Dalle moltitudini d’europa in marcia contro l’Impero e verso Genova“, che fa questo effetto qui:


Ricordo distintamente che mentre un tizio davanti a me si coprì la faccia con una maglietta a mo’ di passamontagna e alzò la mano destra nel gesto a tre dita della P38 io guardai il mio amico Flavio e gli chiesi “ma non ci si potrebbe identificare con qualcuno che non è stato orribilmente massacrato, una volta ogni tanto?” (un’intuizione che anticipava la conclusione a cui sono giunti nel 2009 gli stessi Wu Ming)

(continua)

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