Archivi categoria: televisione

Tan ta taaan, ta taa ta tan… (musichina della Barilla suonata con un dito) (non è il medio)

Prologo (tipo la guerra di Troia per l’Odissea)

È iniziato tutto con Laura Boldrini, presidente della Camera, che in un convegno su “Donne e Media” al Senato, parlando di rappresentazioni della donna nella pubblicità ha criticato gli spot in cui “i bambini sono tutti seduti a tavola e la mamma serve“. Tempo trenta secondi e sui social network si diffonde il panico: LA BOLDRINI VUOLE IMPEDIRE ALLE DONNE DI SERVIRE A TAVOLA!!!!1!!!!1!!
Arrivano i mangiamerda:

1377168_10151708908402842_815215317_n

E arrivano quelli troppo simpa:

Insomma, lo spunto viene traslato dalla rappresentazione pubblicitaria alla realtà e un sacco di gente inizia a delirare, tra cui donne rivendicano fieramente il loro piacere di servire a tavola (che nessuno ha messo in discussione) per non correre il rischio di essere scambiate per femministe. Qui c’è una bella raccolta di screenshot da Facebook.
La dice bene Zerocalcare:

Finisce qui? Sì, almeno questo lato della vicenda.

Primo

Poi succede che alla Zanzara, la spregiudicata (per usare un aggettivo che non mi faccia recapitare una denuncia) trasmissione di Radio24 condotta da Cruciani e Parenzo, intervistano sull’argomento Guido Barilla. Il signor Barilla, proprio lui. Qua c’è l’audio integrale della puntata.
Ha prima parole dolci per la Boldrini (che se non altro stanno sul pezzo, cioè sulle scelte pubblicitarie):

Un presidente della Camera che si mette a parlare di pubblicità, senza peraltro averne le competenze, è abbastanza patetico

Poi, dal momento 13:20 (subito prima Barilla ha rivendicato di avere fatto a metà anni ’80 uno spot “con una cinesina”, perché le cinesi non esistono, esistono solo le “cinesine”, anche quando non sono propriamente delle silfidi come la ragazza delle selezioni di X Factor) arriva la domanda di Cruciani sullo spot con la famiglia gay. Cruciani è uno sveglio, annusa il sangue, insiste, affonda i denti e Barilla casca scarpe e piedi e boxer nella trappola.
Barilla dice tre cose, rispondendo:

  1. Barilla-azienda non farà mai spot con una famiglia omosessuale
    -> se ai gay non va bene possono mangiare la pasta di una concorrenza;
  2. il concetto di famiglia sacrale è uno dei valori dell’azienda
    -> la donna è madre e centro concettuale di vita di questo organismo;
  3. gli omosessuali hanno il diritto a fare quello che vogliono senza infastidire gli altri
    -> non devono richiedere diritti che sono più o meno leciti, tipo l’adozione.

Poi il discorso torna sulla Boldrini, si passa ai processi di Berlusconi e altre cose.

Cosa succede dopo?
Succede che la Zanzara è una trasmissione molto seguita, soprattutto dai giornalisti, e l’uscita di Barilla, trasformata in titolese, fa “il giro del web”, nasce l’hashtag #boicottabarilla su twitter, “l’ironia del web”, la notizia arriva all’estero, shit storm, scuse di Barilla.

Le cose interessanti di questa vicenda sono alcune, secondo me.

Intanto si è verificato l’opposto di quello che è successo con la dichiarazione iniziale della Boldrini: si è spostato il discorso dal piano del reale a quello della pubblicità. I difensori di Barilla dicono che i gay (e i loro fiancheggiatori etero) vogliono boicottare i suoi prodotti perché non vuole fare pubblicità con omosessuali.
Ora, a parte il fatto che di coppie gay se ne vedono pochine nelle pubblicità in generale e che non c’era certo bisogno che Barilla esplicitasse il fatto che il modello della Barilla sia la famiglia del Mulino Bianco (che non a caso è uno marchio), il punto non è quello. Anzi, Barilla lo dice pure, tra l’altro senza essere nemmeno molto aggressivo: se un target non si riconosce nella nostra comunicazione non ci compra.
Dove Barilla diventa aggressivo è quando parla degli omosessuali al di fuori della pubblicità. È quello il punto: Guido Barilla esprime, a suo nome, idee che hanno quello sgradevole fondo di omofobia dato dall’uso della formula

Ognuno ha diritto a casa sua di fare quello che vuole, senza disturbare le persone che sono intorno

Non si capisce bene che disturbo procurino i gay, ma Barilla reagisce come reagiscono in molti convinti quasi che l’unica alternativa agli omosessuali rinchiusi in circoli solo a loro accessibili sia il sesso di gruppo per strada. O la putiniana PROPAGANDA OMOSESSUALE.
È su quel punto che Barilla ha combinato un casino gigantesco per sé e per la sua azienda (nella quale statisticamente non possono che lavorare anche persone di qualunque orientamento sessuale e donne a cui il ruolo sacrale di angelo del focolare sta sulle balle).
A questo punto entrano in ballo i baldi difensori del diritto di espressione, armati di un concetto deviato di quel diritto, che definirei “chi prima arriva meglio alloggia”. Ne avrete letti in giro sul web o ne avrete incontrati per strada: sono quelli che criticano il boicottaggio annunciato ai prodotti Barilla rivendicando il diritto d’espressione di Guido Barilla.
Diritto d’espressione che nessuno ha leso in nessun modo: non c’era nessun esponente della lobby gay negli studi della radio a staccare il collegamento, nessuno lo sta perseguendo legalmente per quello che ha detto, non mi giungono voci di aggressioni ai suoi danni. Quello che è successo è semplicemente che Barilla ha espresso la sua opinione e un tot di gente ha ritenuto di esternare che considera quell’opinione una fumante pila di sterco.

one-big-pile-random-32625449-500-272

(premesso che ho molti amici che comprano pasta Barilla)


E qualcuno ha deciso che in virtù di quelle opinioni non vuole avere nulla a che fare con il loro proprietario. E visto che non può cancellare il numero di Guido Barilla dalla rubrica perché non ce l’ha mai avuto ha annunciato di non volere comprare i suoi prodotti.
È legittimo e nessuno ha impedito a Barilla di esprimersi.
L’idea che questa gente ha del diritto di espressione è che chiunque dica una cosa non possa essere contestato, in virtù di non si sa bene cosa. La fallacia logica è che basterebbe una mossa elementare di judo, l’equivalente discorsivo di una spazzata, per contestare Barilla sulla base del fatto che criticando le affermazioni della Boldrini sugli spot avrebbe leso il di lei diritto di espressione. Ma la Boldrini è una donna, per di più comunista e amica dei negri (e sicuramente dei froci), quindi ai paladini del “PRIMA IO!” non credo passi per la mente che pure lei possa avere dei diritti.

Insomma, in venti secondi scarsi uno dei più potenti industriali italiani è riuscito a devastare un’identità di marchio costruita in anni sul messaggio “dove c’è Barilla c’è casa”, neutro, inclusivo e semplicissimo ma che lui ha dimostrato di non avere mai compreso. C’erano mille modi in cui avrebbe potuto rispondere elegantemente alla domanda sugli spot omosessuali (banalmente: “se ne occupa l’ufficio marketing”). E invece, da uomo di destra legato all’idea di un passato in cui andava tutto bene (la Tradizione che si incarna nella famiglia al cui centro sta la donna generatrice di vita e nutrice) (sua moglie lavora anche, ma come lo dice sembra una cosa straordinaria a cui non si è ancora bene relazionato), si è sentito in dovere di partire lancia in resta e declinare l’idea che l’azienda abbia dei VALORI.
Il fatto è che un’azienda non dovrebbe vendere valori. Dovrebbe vendere beni o servizi. E se proprio vuoi avere un’azienda che si incarna in dei valori, devi lasciare che della loro espressione se ne occupino dei professionisti, negli spazi e dei modi appositi.
Perché, come ha dimostrato questa vicenda, basta un giornalista un po’ più furbo degli altri e ti fa fare la figura del cretino. In tutto il mondo.

Contorno

Non è poi sempre vero che i professionisti facciano un buon lavoro, sui valori. Pensate alla campagna twitter di Enel, #guerrieri. Una grande agenzia pubblicitaria, Saatchi & Saatchi, l’idea di giocare sulla doppia accezione del termine “energia”, investimenti in spot tv e poi su twitter ti dirottano l’hashtag e lo usano per parlare delle lotte contro di te e le tue politiche energetiche. [Update: ho fatto un post tutto sulla vicenda Enel - Guerrieri]
Insomma, la morale?
Cari marchi, non cercate di essere i nostri migliori amici. Ci vendete della roba o dei servizi. La nostra relazione finisce qui.

1 commento

Archiviato in società, televisione

Masterchef Italia 2. La finale (una specie di liveblogging in progress)

Ognuno ha il suo guilty pleasure.
Il mio è, banalmente, Masterchef. Del resto che dovrei fare? Preoccuparmi delle elezioni? Siamo fottuti comunque.
Di solito la cronaca di Masterchef la fa, molto bene, Diego Cajelli, ma è momentaneamente impegnato a salvare il fumetto italiano e chissà se riesce a liberarsi per la finale, quindi eccomi qua (con grande umiltè). Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in televisione

I was a teenage autore a proprie spese

C’è una cosa che da sempre mi lascia perplesso nell’esistenza degli Autori a Proprie Spese e negli Editori A Pagamento.
Vale a dire: perché c’è gente, nel 2012, disposta a pagare un sacco di soldi per vedere il proprio nome scritto sulla copertina di un libro? La stessa gente che magari stigmatizza la ricerca della notorietà attraverso i reality/talent show (bisognerebbe farne uno per aspiranti scrittori, a questo punto) e che poi punta a una “gloria da stronzi” con il librino con il proprio nome scritto sopra da mettere in libreria come quelli veri. O che si lamenta che “ormai i libri li scrivono tutti”.
Non ho astio per questa gente, solo una certa curiosità antropologica e, vagamente, una specie di ammirazione perché sono forse gli estimatori più feroci e irriducibili del valore dell’oggetto-libro. E certo mi fanno un po’ pena perché ci sono fior di trafficoni che su questa passione speculano mascherandosi pure da novelli Giulio Einaudi.

Però c’è una cosa che devo confessare, che è quella del titolo.
Quindici anni e più fa ho pagato anche io per essere pubblicato.
Il libro era una raccolta di racconti lovecratiani nati da un esperimento fatto in una classe del mio liceo (da un professore di lettere vagamente di destra, tanto per incrociare un altro tema di questi tempi); non era la mia classe ma per vie traverse ci ero finito in mezzo pure io.
La quota di “spese proprie” venne pagata per metà dalla scuola e per metà da un collettone tra gli autori (50.000 lire a cranio) ed ecco fatto il libro, grazie al quale posso bullarmi di essere (con il cognome sbagliato) sul Catalogo Vegetti della Letteratura Fantastica (ci sono anche un’altra volta, ma sotto pseudonimo collettivo; però senza aver pagato per pubblicare).
Come vissi all’epoca la cosa?
Beh.
FIGATA.
ASSOLUTA.

Una roba scritta con il C1 Text sull’Amiga 500+ nella tua stanzetta che passa da essere qualche foglio stampato con la stampante ad aghi a un libro vero che in qualche libreria trovavi pure, elencato nel catalogo dei libri in commercio. Ricordo con vago imbarazzo che finii pure a fare un’intervista su una tv locale, con la mia faccetta di sbarbo, la voce tremula, i capelli lunghi e un ankh enorme portato su un felpone nero. Credo che mi abbiano fatto pure leggere qualcosa ad alta voce.
E mettere il libro sullo stesso scaffale di King? Non aveva prezzo (no, per la precisione ce l’aveva, le suddette cinquanta carte).
Però, ecco. Era il 1996.
Oggi, se volessi trasformare qualcosa che ho scritto in un libro per pura vanità avrei altri mezzi. Lulu o Miolibro fanno quello che fa un editore a pagamento (che nella maggioranza dei casi non è editore, ma è solo stampatore) e costano meno, perché non sei obbligato a riempirti la casa di copie che sei stato costretto ad acquistare.
Però no, in quel caso credo che manchi il passaggio, dal punto di vista della struttura del percorso dell’eroe fondamentale, della sanzione dall’altro: un soggetto terzo che ti reputa degno di essere pubblicato (basta che paghi).

Allora, ecco, l’editoria a spese proprie ricorda un po’ le tv locali, quegli show che scimmiottano quelli dei grandi network in povertà di mezzi, di fotografia; quegli show in cui gli ospiti hanno cognomi inesorabilmente guzzanteschi, cadenze impresentabili e si guardano attorno smarriti con addosso il vestito buono crucciandosi di quello che staranno pensando di loro i vicini del piano di sotto. E già pregustando il momento in cui tireranno fuori la VHS (è un mondo fermo al massimo agli anni novanta, nella mia testa) di quella volta che sono stati invitati dalla televisione e la loro immagine ha viaggiato sull’etere insieme a quella di pippobaudo mike bongiorno corrado brunovespa fiorello lorettagoggi paolobonolis e se qualcuno avesse premuto un pulsante del telecomando li avrebbe visti sul tv di casa. Del resto, dal punto di vista fisico il segnale di Italia Uno e quello di Rete Ruscello sono la stessa cosa.
Con i libri pubblicati a spese proprie forse è la stessa cosa: si paga per comprare la sensazione di essere entrati nello stesso piano di esistenza del loro autore preferito.
Del resto, dal punto di vista fisico, un libro Einuadi e uno Fraud Olent sono la stessa cosa.

Lascia un commento

Archiviato in il cotone nell'ombelico, Libri, società, televisione

Fiera, nel senso di “bestia feroce”

Il mio secondo Salone del Libro in veste di standista è stato più lungo e faticoso del primo (da venerdì a lunedì, con l’appendice del disallestimento martedì mattina). E dopo avere trascorso ormai una settimana della mia vita sulla moquette blu del padiglione tre, dopo aver venduto non so più quanti volumi, aver battuto non so quanti scontrini ed essermi scordato di restituire almeno un paio di carte di credito, sono giunto che alla conclusione che io, se non dovessi andarci a lavorare, al Salone di Torino da visitatore non ci metterei mai piede.
Passo indietro, per chi non ci è mai stato.
Che cosa è il Salone del libro?
Una libreria. Gigantesca. A pagamento.
Anzi. Un centro commerciale, perché quest’anno, per esempio, gran parte del padiglione uno era occupato da negozi di strumenti musicali. E perché ci sono sempre un po’ di stand buffi che non c’entrano niente, come i produttori di vino o i ragazzi di un’agenzia che fa roba motivazionale (nel duemilaFOTTUTOundici, dopo anni e anni di demotivators questi avevano i poster motivazionali con leoni, albe e tramonti affissi dentro allo stand).
Un grosso centro commerciale in cui la maggior parte dei prodotti ha prezzi più alti di quelli che si possono trovare al di fuori delle sue mura, nei centri commerciali veri o nelle librerie o, pensa un po’, su Amazon o Ibs.
A giudicare dai sacchetti che vedevo in giro, il percorso tipo è questo: tu arrivi, fai una lunga coda, paghi dieci euro, entri e ti fiondi nello stand di MondadoriRizzoliGeMS (tutti uguali, tutti costruiti come fortini con mura e torri; qualcosa vorrà dire) e gli lasci venti carte per un libro che hai visto da Fazio (Fabiofazio is the new Mauriziocostanzosciou). Poi vai a sentire la conferenza di Travaglio. Poi non lo so, gironzoli un po’, porti i bimbi al gigantesco stand della Nintendo che almeno giocano un po’ o ci vai tu a giocare. Ti intruppi in coda a comprare un panino fetido all’autogrill o la pizza irreale di Spizzico (là fuori c’è Eataly, ci sono bar e ristoranti, c’è una metropolitana che in dieci minuti ti porta in centro: ma con il biglietto da visitatore una volta uscito non puoi rientrare). Fai un passo allo stand della Rai che magari stanno registrando qualche trasmissione e a casa ti vedono. Robe così.
Pessimismo o snobismo che sia, a me sembra che sempre di più il Salone del Libro sia, per il grosso dei visitatori, un estensione del mondo televisivo, un posto dove puoi andare a vedere da vicino le persone che vedi dentro allo schermo, magari recuperare un autografo.
Una rapida elencazione dei personaggi più o meno pubblici che ho avvistato in fiera (o in albergo, quindi lì per la fiera): Marina Ripa di Meana, Piero Fassino, Dario Franceschini, Anselma Dell’Olio, Enrico Ruggeri, Francesco Bianconi dei Baustelle (con i capelli puliti, potenza dell’ufficio stampa Mondadori che è riuscito a fargli fare uno shampoo), Franco Di Mare, Alessandro Bergonzoni, Vittorino Andreoli, Pavel Nedved, Massimo Carlotto, Maurizio Milani, Piero Dorfles, Giorgio Bocca, Luca Telese, Gianluca Morozzi, Vittorio Sgarbi, Tito Faraci, Andrea G. Pinketts.
Poi me ne sfugge qualcuno sicuramente: ma l’unica volta che sono finito in mezzo a una ressa per una persona che pubblica regolarmente romanzi è stato quando Licia Troisi firmava libri allo stand Mondadori (ma un tre-quattro anni fa ricordo Carlo Lucarelli seduto allo stesso tavolino lì fuori completamente ignorato).
Continua a leggere

5 commenti

Archiviato in il cotone nell'ombelico, internet, Libri, televisione

Pagina 533 la trionferà

Cose per cui amo internet: ieri sera dopo neanche mezz’ora che Guzzanti aveva finito il suo intervento a Vieni via con me, il suo pezzo era già su youtube.

Com’è?
Eh.
Guzzanti è il più grande comico italiano vivente, con buona pace di tutti gli altri. Non staremo qui a tessere il suo elogio e a lodare la sua capacità di ri-creare i personaggi e farli debordari nell’assurdo. Sono cose che sono sotto gli occhi di tutti.
Nel formato della battuta lapidaria alla Luttazzi (Tabloid-era) / Spinoza.it, invece, non mi è sembrato completamente a suo agio. Non che il materiale non fosse buono, ma in generale lui ha un altro passo, uno sviluppo più lento della battuta finale (si veda il Libro de Kipli) e per le battute brevi usa più uno stile aforistico; e il fatto che il pubblico applaudisse alla fine di ogni battuta rendeva impossibile la creazione di un qualsiasi ritmo. Però, insomma, avercene.
Ieri sera, a caldo, Paolo (quello che è andato in Inghilterra a piedi) faceva notare su FriendFeed che non molto tempo fa Guzzanti queste cose le faceva in prima serata ogni settimana, su Rai Due.
Ed è verissimo, è incredibile, se ci si pensa, alla bonifica che è stata fatta di un certo tipo di trasmissione che i suoi bei punti di Auditel se li portava a casa. Ma dopo l’Ottavo Nano (2001; lo ricordiamo per Vulvia, il Venditti di Grande Raccordo Anulare, Gabriele La Porta, l’Alberto Angela e il Gasparri di Marcorè, tra gli altri, roba che dopo 9 anni siamo ancora qui ad andare a riguardare su youtube) il nulla. Ok, il Caso Scafroglia, ma in seconda serata. E l’unica, turbolenta, puntata di Raiot. La Dandini fa una cosa, a volte anche pregevole, con Parla con me, ma è comunque una roba molto più per conversi rispetto a successi popolari come Tunnel, Avanzi, il Pippo Chennedy Show, la Posta del Cuore, L’Ottavo Nano.
E oggi, Vieni via con me viene visto come l’avanguardia della riscossa, i primi bagliori del fuoco di sbarramento che ricaccerà Berlusconi nell’inferno da cui è provenuto.
I beg to differ, direbbero gli anglosassoni.
Nel senso che: una trasmissione che in prima serata parla di attualità senza filtri, in cui c’è un tizio che sta davanti alla telecamera e può parlare di ambiente, rifiuti, criminalità e politica oggi e fa degli ascolti mostruosi (ricordiamoci che l’Auditel è un’astrazione statistica, però) è sicuramente una specie di alieno, dopo nove anni di progressiva, ma non totale, scomparsa dai palinsesti di certi temi. Ed è probabilmente segno che qualcosina in Rai sta cambiando, che qualcuno avverte che la situazione è fluida e prova a scommettere su altri cavalli (o che qualcuno non ha più così potere per bloccare del tutto certe cose).
Però, le elezioni non si vincono alla pagina 533 del Televideo.
L’idea che Berlusconi sia finito, stremato, morente, pronto a mollare la spugna, pronto a essere abbattuto e che la grande rivolta della Gente Perbene lo stroncherà mi sembra quantomeno ottimistica. Il consenso di Berlusconi presso la classe politica è in calo, vero. Ma l’errore che si fa con lui è quello di interpretarlo secondo i criteri della politica tradizionale. Fosse un Prodi qualunque, coinvolto in scandali e scandaletti personali, mollato dall’alleato, sarebbe carne per le urne. Fosse un Prodi qualunque.
Essendo invece quello che è, che sia finito è tutto da dimostrare. E, anzi, il fatto che rischi di andare a casa per le mosse del suo ex-alleato e dei suoi amichetti politici di professione potrebbe essere un’arma in più per la riscossa.
Vieni via con me, questa grande messa* che chiama a raccolta i fedeli (e probabilmente anche un sacco di gente che sta lì a pensare “vediamo che fanno ‘sti stronzi, adesso”) ha sicuramente un forte valore simbolico, basta pensare a quanto casino ha fatto Maroni per potere andare proprio lì a replicare a Saviano, dopo averlo fatto per una settimana da ogni dove (giovedì ho aperto il frigo e la mozzarella mi ha ricordato i boss arrestati). Però pensarlo come la stella cometa che ci annuncia l’arrivo del Redentore è fuorviante.
Nel 2001 avevamo una televisione diversa e più varia, ne venivamo da cinque anni di centro-sinistra (non propriamente eccellenti come biglietto da visita, ok) e Berlusconi vinse le elezioni. Perché dall’altra parte gli avevano messo contro Rutelli. Rutelli.
Non è il caso di vendere la pelle dell’orso quando non hai nemmeno imparato ancora a sparare.

(prevedo già l’obiezione: “Ma oggi abbiamo Internet, i blog, la democrazia dal basso, possiamo diffondere cultura di opposizione senza passare dai canali controllati dallo Psiconano” Beh, come dire? Been there, done that)

* Ed è più noioso della messa. A meno che il vostro parroco non legga gli elenchi delle genealogie bibliche.

2 commenti

23 novembre 2010 · 2:05 pm

Cartoonia

Il Paese va a rotoli, ma non ho molto da aggiungere a quello già scritto in passato (sono 15 anni che il berlusconismo è lì lì per cadere, oggi no, domani neanche ma dopodomani sicuramente, contribuire alla letteratura sul tema mi sembra inutile; anche perché credo resti valido il mio post dei tempi di Noemi Letizia).
Piuttosto, l’iniziativa (che parrebbe essere legata alla settimana dei diritti dell’infanzia, per quel che vale) di cambiare la propria icona di Facebook con l’immagine di un cartone animato a cui si era particolarmente legati mi ha fatto tornare in mente tutta una serie di cartoni animati davanti ai quali passavo i miei lunghi pomeriggi da bambino di appartamento.
Una cosa curiosa è che quasi tutti hanno usato immagini di personaggi giapponesi, come a voler rimuovere che noi nati alla fine degli anni settanta siamo stati, molto più in sordina rispetto ai nostri fratelli maggiori (vabbeh, dei vostri fratelli maggiori) che sono ancora qui che si bullano che sono stati i primi a vedere i cartoni giapponesi, la prima generazione a venire sottoposta al massiccio bombardamento dei cartoni americani realizzati, in soldoni, per vendere delle linee di giocattoli. Non che i cartoni giapponesi non nascessero con lo stesso intento; però sicuramente era più facile trovare in Italia giochi prodotti dalla Hasbro che non prodotti dalla Bandai.
Comunque, sulla scia della rubrica “la memoria del pesce rosso” dei 400 calci, vediamo che cosa mi ricordo senza usare né Wikipedia né Youtube (se non per aggiungere immagini una volta scritto il post) di alcuni cartoni di una volta.

Il Tulipano Nero

"Mai avuto carie"

È il primo cartone animato di cui abbia memoria. E ne ero completamente affascinato, credo per via della meravigliosa sigla, puro distillato dello splendore plasticoso che a Cologno Monzese la temibile A. Valeri Manera intesseva per la voce sorridente di Cristina D’Avena. Riascoltata oggi, a dire il vero, quella sigla ha un testo che sembra una chiamata alle armi, una sorta di brano di epic metal politicizzato, con quell’incipit che in cinque parole, se hai quattro anni, ti forgia un immaginario che condizionerà i tuoi anni a venire: “Spade lucenti, cavalli al galoppo”. Poi è chiaro che uno si mette a giocare a Dungeons & Dragons e ascolta i Manowar. E che dire di quella vera e propria bomba che esplodeva nei salotti di tutta Italia? “Il re tentenna ma la gente si batte”. Forse non si sentiva nulla di così radicale dai tempi della sigla della Freccia Nera o di W la pappa col pomodoro (“La storia ce l’ha insegnato che un popolo affamato fa la rivoluzione”). Certo, la sigla conteneva, nella prima versione, un marchiano errore storico (poi purtroppo corretto nella versione successiva): “il 4 di luglio c’è la rivoluzione”, con Cristina D’Avena che pronunciava “rivoluzione” con una gioia che nemmeno gli Area (ok, ho barato; la sigla la riascolto ogni tanto perché è bellissima).

Una caratteristica del Tulipano Nero era che il titolare, fatte salve le prime 2-3 puntate, non si vedeva mai, perché passava le consegne alla Stella della Senna (lovvo, ma ora ci torniamo). Una raffinata citazione dumasiana degli autori, come “I tre moschettieri” quando poi il protagonista è D’Artagnan? No, un’epocale cappella dei responsabili della programmazione Fininvest, che visionarono la prima puntata e decisero che evidentemente il protagonista era quello lì (credo che all’epoca comprassero cartoni animati al chilo e non guardassero nemmeno i titoli originali – che in giapponese è appunto “La Stella della Senna”) (secondo altre fonti era perché c’era già stato uno sceneggiato chiamato “Il Tulipano Nero”, che poi è anche il titolo di un romanzo di Dumas che ho comprato senza nemmeno leggere la quarta pensando fosse la storia originale del cartone. Non lo era. Era la storia di un coltivatore di tulipani). La Stella della Senna era una ragazza bionda di fine XVIII secolo con delle gambe lunghissime che viveva di giorno in un convento di suore. Poi, la notte, tirava fuori da sotto il letto la cassa con la spada, il baschetto e la mantellina e andava in giro in mutande tutta la notte per Parigi a fare il culo a fette a dei cattivoni. Mi pare che a un certo punto c’entrasse la rivoluzione francese, ma non so bene da che parte stesse lei. Ricordo però della gran gente ghigliottinata, perché sognai per settimane che mi tagliavano la testa. Una cosa che ricordo con grande chiarezza è che prima di combattere tutti tendevano la punta della spada e poi la lasciavano andare e la spada faceva TWAAAANG. Io cercavo di farlo sempre con le spade di plastica che riuscivo a farmi comprare per Carnevale, ma con il solo risultato di piegare irrimediabilmente la plastica e trovarmi con un aggeggio tendenzialmente inutile. Un anno andai a una festa di Carnevale della parrocchia vestito da Tulipano Nero. Il mio primo e unico cosplay. Fu un’esperienza frustrante, perché ovviamente nessuno sapeva chi fosse quel tizio (sempre che solo io avessi visto le prime puntate) e tutti pensavano fossi uno Zorro malriuscito con uno stupido fiore cucito sulla maglia. Provai la stessa sensazione anni dopo quando, all’università, andai a una festa travestito da Paul Stanley e, a parte due o tre, tutti gli altri pensavano fossi un Corvo malriuscito.

GI JOE
All’inizio della sigla c’era un breve pezzo narrato in cui si spiegava chi erano i GI JOE e il loro mortale nemico, il COBRA. E veniva detto che i nostri eroi erano al servizio del presidente mondiale. Sui GI JOE è stato fatto di recente un film che, memore dell’orrore che mi ha progressivamente avvolto fino a schiacciarmi e farmi chiedere scusa agli amici che avevo convinto ad andarlo a vedere, durante la proiezione di Transformers, ho deciso di non vedere. Mi resta così il ricordo di un cartone follemente militarista in cui c’era questa sezione speciale dell’esercito americano composta da gente che si vestiva un po’ come gli pareva (c’era il ninja, quello con la maglia da football, l’indiano, il poliziotto, l’operaio, il marinaio, ecc ecc) (sì, in pratica erano i Village People con il fucile) il cui lavoro consisteva nello sventare i piani del COBRA. Come sempre, sono i cattivi la cosa migliore di tutte. A capo del COBRA c’era il comandante Cobra (che fantasia, eh? Ma aspettate che migliora), un tizio mingherlino con la voce stridula e isterica il cui volto era sempre coperto da un cappuccio o da un elmetto. Persino noi bambini sospettavamo che fosse Hitler. Il suo braccio destro era Destro. Destro aveva la testa di Silver Surfer attaccata al corpo di un tamarro vestito di nero con una camicia sempre aperta fino allo sterno e faceva il trafficante d’armi. I più sgamati tra noi sostenevano che siccome il suo capo era Hitler lui doveva essere un po’ Mussolini (personaggi le cui biografie sostanzialmente ignoravamo, ma erano cattivi, assomigliavano a quei tizi che si vedevano nei sussidiari di quelli di quinta e come loro erano cattivi, quindi tanto bastava).

"L'idea di Facebook era nostra!"

La Baronessa Cobra, praticamente una Sarah Palin più gnocca strizzata in tutine nere da levare il fiato a lei prima che agli altri, la ricordo pochissimo. In compenso, idoli delle folle erano i due gemelli TOMAX e XAMOT, figli di un rappresentante di medicinali e di un fabbricante di specchi. Con il senno di poi, erano probabilmente protagonisti di un twincest da far sbiancare il fandom dei Tokyo Hotel, avevano uno una cicatrice sulla guancia destra e uno sulla guancia sinistra; si vestivano anche speculari, per non farsi mancare niente. Ma, soprattutto, il loro utilissimo superpotere era che uno dei due provava dolore fisico lo provava anche l’altro. Purtroppo la relazione non era ciclica altrimenti al primo graffio sarebbero morti entrambi divorati dal dolore, però era sufficiente a renderli abbastanza ridicoli (ne picchi uno e soffrono in due). I due comandavano la Crimson Guard, l’élite delle forze del male, dalle eleganti divise porpora (mentre i fantaccini l’avevano blu, con elmo da Stormtrooper di Star Wars per tutti quanti). Un altro personaggio bizzarro era Zartan, puro white trash domiciliato nelle paludi della Florida con l’abilità di mimetizzarsi e assumere le fattezze di altre persone. E poi c’era lui: l’imperatore Cobra, una specie di Alessandro Magno vestito con una tuta aderente di scaglie di serpente, il più potente dei cattivi, la cui funzione era principalmente quella di fare dei cazziatoni ai suoi sottoposti e andare in giro su un apparato al cui confronto quello di Cleopatra nella storia di Asterix era una cosa sobria.
Solitamente i piani del COBRA prevedevano complicati incastri di eventi, che all’inizio sembravano andare per il verso giusto, poi i buoni si svegliavano e salvavano il mondo in tempo per l’insopportabile risata finale. Tipicamente, le armi dei buoni sparavano raggi blu, quelle dei cattivi rossi, ma non uccidevano nessuno. Esplodevano veicoli e la gente si paracadutava o fuggiva appena in tempo. In una puntata, a sorpresa, c’erano dei fantasmi, spettri di guerrieri del passato, che venivano messi a riposo ritrovando le spoglie mortali e dando loro degna sepoltura. Uno di questi era UN CENTURIONE ROMANO.
Ovviamente, la linea di giocattoli era straordinaria: al di là degli omini, c’era tutta una serie di veicoli da urlo. Io ero fiero possessore di un F-14 dall’apertura alare di mezzo metro o giù di lì, una cosa di una bellezza inenarrabile che quasi quasi vorrei avere ancora oggi. Tra l’altro all’epoca mio padre andava spesso negli Stati Uniti per lavoro e una volta mi portò in regalo un veicolo che compariva in una stagione del cartone non ancora andata in onda in Italia; così, quando lo facevo vedere agli amici questi mi infamavano sostenendo che fosse un tarocco. Era così dura essere in anticipo sui tempi.

Pandamonium

Chiaramente uno dei tre non mangiava foglie di bambù

Questo è abbastanza oscuro a chiunque, temo. Era di produzione americana e aveva come protagonisti che tre panda che cercavano di recuperare i frammenti di un cristallo con tipo il potere dell’Universo prima che ci riuscisse il Malvagio Negromante che l’aveva inavvertitamente rotto. Non ricordo molto altro, se non che mi faceva ridere tantissimo, perché in effetti la situazione doveva essere parecchio assurda.

Non me lo ricordo proprio
Non ricordo il titolo e non sono mai riuscito a trovarlo su Google. Comunque c’è questo ragazzo che sta cercando per tutta la Galassia il padre, uno scienziato, che è scomparso dopo che le piante hanno assunto coscienza e si sono decise a fare il culo agli esseri umani. Ad accompagnarlo c’era un cavaliere in armatura da torneo che in realtà era un robottino. Dalla sigla ricordo chiaramente l’immagine dell’estremità di una pianta che si trasformava in una palla chiodata e sfasciava qualcosa. Chiunque possa fornire degli indizi è il benvenuto.

Ecco, c'era un sacco di gente buffa in più rispetto a quello che ricordavo

Marshall Bravestarr
Tra la roba assurda questo western spaziale occupa un posto di rilievo. Il protagonista faceva lo sceriffo su un pianeta desertico dove andavano tutti in giro conciati come fossero stati a Dodge City e si ammazzano per il possesso di un qualche minerale cristalloso. Il cavallo del protagonista era un robot che, se la memoria non mi inganna, poteva anche assumere posizione eretta. C’erano in giro dei giocattoli anche parecchio belli: per esempio, la prigione mi tornò in mente nell’estate del 2003, dopo che ero sveglio da più di ventiquattr’ore ed ero in Basilicata davanti a un ufficio di informazioni turistiche. Quello che è più bello però è che tutti quelli che erano con me convennero che assomigliava proprio alla prigione di Marshall Bravestarr.

Black Star
Era uno squallido rip-off, contemporaneamente, di He-Man e Flash Gordon, in cui un astronauta si schiantava su questo pianeta popolato da un sacco di razze fantastiche e si mette ad andarsene in giro con le mutande di peluche dei Manowar e prendere a spadate il Male. Tra i suoi alleati, dei nani rosa. Sul serio (che, sto barando ma devo dirlo, si chiamavano Trobbits).

L’Uomo Tigre

L'Uomo Tigre ci insegnò cosa fosse il DOLORE FISICO

Vabbeh, ma che cosa puoi dire sull’Uomo Tigre, il cartone che ci ha insegnato a picchiarci, a prenderci per il collo e saltare l’uno sulla pancia dell’altro? Beh, nel mio caso puoi dire che è stato l’unico cartone che mi sia stato esplicitamente proibito di vedere, quando ancora andavo all’asilo. I fatti andarono così. Un pomeriggio sono lì che mi inoculo la mia dose quotidiana di tivì quando mia madre per la prima volta passa davanti allo schermo. Siamo nel mezzo di un combattimento in cui non c’è più onore, lealtà, buoni, cattivi. C’è solo LA VIOLENZA. “Alessandro non stare così vicino alloOH MIO DIO MA QUELLO STA CERCANDO DI ACCECARE UNO CON UNA PENNA! SPEGNI SUBITO!” “Ma no, mamma, lui è il buono, prima il cattivo lo stava cercando di infilzare con un ombrello e allora” “COOOSA?!? SPEGNI SUBITO!”. E da lì per qualche anno l’Uomo Tigre fu assolutamente bandito da casa mia. Tagliandomi fuori da un sacco di conversazioni all’asilo.

11 commenti

Archiviato in il cotone nell'ombelico, televisione

Quando gli spettatori fanno “Awww…”

Uno dei piaceri del cinema è quello di essere nel buio a condividere con degli sconosciuti quello che passa sullo schermo. Ed è straordinario quando il potere di una narrazione o di un’immagine riesce a colpire contemporaneamente così tante persone, e l’emozione provata diventa quasi una forza fisica. La manifestazione più evidente è con i film comici, con gli scoppi di risate quando il film funziona. Ma funziona anche con altri tipi di film. Ricordo quando proiettarono “Un chen andalou” in piazza Maggiore a Bologna, l’ondata di ribrezzo che falciò come rasoiata tutta la platea al momento della scena dell’occhio.
Ecco, venerdì, con Inception, il nuovo film di Christopher Nolan, alla fine, quando lo schermo diventa nero e partono i titoli di coda in sala a Genova è successo che tutti abbiamo fatto “awww…”, perché il taglio delle scena finale era tale da lasciare brutalmente sospesa l’interpretazione di quello che era successo. Dopo oltre due ore e mezzo di film eravamo ancora tutti (o buona parte di noi) così dentro la storia che scoprire che non avremmo avuto una risposta chiara su una certa cosa ci ha strappato a tutti una specie di divertito e complice sospiro. E Nolan e i suoi se lo sono meritato tutto, quel sospiro (che, leggendo in giro, sembra essere la reazione più diffusa al finale).

Insomma, Inception è un gran film. Parte da un’idea (parecchio dickiana, tanto per cambiare, anche se potrebbe esserci qualche influsso di Jonathan Carroll) interessante e la porta avanti nel modo meno cialtrone possibile: c’è questa gente che, complici intrugli e macchinari non meglio identificati, riesce a entrare nei sogni della gente per fregare informazioni. Una squadra dei migliori in questo lavoro cerca di compiere una missione praticamente impossibile, con tutti i rischi, imprevisti e pericoli che ne conseguono.
Il rischio più grosso di un film del genere si chiama “matrix”. Cioè la tentazione di infilarsi in pipponi urticanti sul reale, sul sogno, l’illusione, a base di filosofia omogeneizzata buttata lì a casaccio. Per fortuna, Nolan non ha questo tipo di interessi: si serve del sogno, privandolo tra l’altro di tutti gli aspetti più “onirici” (non aspettatevi Gondry, insomma), più come mezzo narrativo per costruire una trama fatta di livelli a incastro che non per rivelare qualcosa.
Certo. C’è tutta la trama legata al personaggio di Di Caprio, al suo passato, ai pericoli che provengono dal suo subconscio, ma non è una Grande Metafora Universale. È solo la storia di due persone e di quello che avere un certo, chiamiamolo così, dono ha causato loro. E delle decisioni prese. O che prenderanno.
Insomma: tasso di cialtronaggine bassissimo, una strepitosa freddezza e precisione e un uso discretissimo degli effetti speciali, in special modo quelli digitali. In questo modo, ci si trova in mezzo a un mondo che sembra in parte reale, in parte costruito a tavolino, con un effetto straniante che è davvero vagamente onirico (ok, non i sogni che hai appaltato alla Industrial Light and Magic, quelli da cui fatichi a svegliarti perché sono talmente realistici che non possono che essere la realtà).
In mezzo a questo scenario, Nolan ambienta una storia con una sceneggiatura di ferro, un meccanismo perfetto fatto di ingranaggi che è un piacere vedere muoversi tutti insieme, ognuno alla sua velocità (e qui viene in mente: e se Watchmen l’avesse fatto Nolan, invece che Snyder?), dove alla fine ci trovi davvero di tutto, dall’azione di 007 alla malinconia sognante di Blade Runner (già mi vedo, tra una decina d’anni, a comprare la special director’s cut in dvd in cui ci sono quattro secondi in più di trottole che cambiano completamente il senso del film).

Autori di fanfiction di tutto il mondo, io vi suggerisco il signore sopra.

Mi domando se il fatto che a un certo punto del film c’è qualcuno che vola da Sydney a Los Angeles con la bara di un padre che non lo stima non sia una qualche forma di riferimento a Lost. In effetti, il film e l’ultima stagione del serial che abbiamo amato odiare per il suo finale raffazzonato, hanno in comune un dubbio che lasciano allo spettatore su cosa sia reale e cosa non lo sia. Solo che gli autori di Lost (e la loro produzione) hanno scelto di spiegarlo nel modo peggiore di tutti, Nolan invece lascia aperta la questione.
E fa fare “awww…” agli spettatori.

Bonus:
- Lost e Inception (SPOILER)
- La voce di Inception su Tv Tropes

7 commenti

Archiviato in Film, televisione

Tradurre è un po’ tradire (lettera aperta a Daniele Luttazzi)

Un amico (grazie Alberto) mi ha girato questa lettera aperta di Matteo Molinari (già collaboratore di Gino e Michele per le Formiche) (il primo volume è uno dei dieci libri più importanti della mia vita) (chissà se sa che Luttazzi ha fatto una raccolta di battute che si chiamava Locuste) sempre sul “caso Luttazzi”, decisamente meno tenera del post qui sotto. È interessante perché è parecchio argomentata e risponde a Luttazzi punto su punto. Non sono d’accordo solo su una cosa, nello specifico: “otto per mille”, con la sua gretta specificità è un sacco più efficace del generico “money” di Carlin. Per il resto, buona lettura. Continua a leggere

33 commenti

Archiviato in Libri, società, televisione

Fare è facile. È copiare bene che è difficile. Senza farsi sgamare, poi…

Disgustorama

Daniele Luttazzi si sta infilando in un terrificante ginepraio.
Nel campo della comicità, rubare battute ai colleghi è una pratica vecchia come il mondo; e non solo lì. C’è gente nella musica che campa fregando riff ai Led Zeppelin, che a loro volta li avevano fregati da vecchi 78 giri blues.
Però alla base di tutto ci deve essere l’onestà.
Luttazzi non è mai stato un fiero asseritore della libertà di circolazione della proprietà intellettuale, come invece il suo disinvolto riutilizzo di lunghi spezzoni di monologhi altrui farebbe credere. Al di là dei piagnistei per Bonolis che gli frega una battuta (che però è di George Carlin), il suo primo cd, Money for dope [nb: voce di wikipedia che suppongo abbia scritto lo stesso Luttazzi], è uscito con quel sistema di protezione dalla copia per cui se lo metti in un computer lo puoi ascoltare solo attraverso l’apposito player incorporato. Il secondo era venduto in mp3 su un sito che ti chiedeva il numero di carta di credito già solo per sentire le anteprime. Ha piantato una pezza a quelli di wikiquote per il numero di battute massime da inserire nella sua pagina (ma direi che adesso se ne siano ampiamente sbattuti).
Insomma, già questo basterebbe a far capire come la situazione in cui si sta infilando sia brutta.
Ma c’è di peggio: la confusione delle linee difensive adottate.
La teoria della caccia al tesoro pare essere post-datata. Io ricordo di avergli chiesto per email una volta se una sua battuta fosse una citazione di Bill Hicks (adoro scovare citazioni nascoste e avevo sentito a Dispenser un servizio su Hicks in cui c’era quella battuta sui cristiani), per sentirmi rispondere che, no, era una coincidenza e che era felice di sapere di essere arrivato alla stessa conclusione di Hicks. In teoria, scopro ora, doveva già essere attiva la caccia al tesoro, quindi, ehi!, voglio il mio premio. E a Matteo Bordone, nello stesso periodo, ha detto una cosa diversa.
Poi a un certo punto aveva iniziato pure a sostenere che lui fosse un autore per i network americani e che quindi non ci fosse nulla di strano: quelle battute erano sue. Ora, sul blog, una confusa roba su satira e volgarità, totalmente fallace sul piano logico (un autore satirico americano non può essere volgare?).

Ma quello che mette tristezza di questa faccenda è che Luttazzi è molto più della figura ridicola che sta emergendo.
A teatro, è una macchina sparabattute con dei tempi comici mostruosi e non rimpiango assolutamente i soldi spesi per averli visto. Il suo monologo a Rai per una notte è stato dirompente (e ha fatto arrabbiare abbastanza gente da meritare ancora più applausi) (che in così pochi anni la scuola semiotica di Bologna sia passata dalla difesa di Patrizia Violi per Va’ dove ti porta il clito al post di Giovanna Cosenza su quel monologo è un bruttissimo segno, ma questo è un altro discorso). Le sue traduzioni dei libri di Woody Allen e la relativa introduzione sono quasi necessarie. E in generale le sue spiegazioni dei meccanismi di comicità e satira sono precise e stimolanti.
Per non dire del fatto che quasi dieci anni dopo siamo ancora qui a parlare di quello che è successo quando ha invitato a Satyricon l’allora sconosciuto Marco Travaglio. Spinoza.it forse non esisterebbe senza i suoi sketch nei panni di Panfilo Maria Lippi con la Gialappa’s. Pure io avrei probabilmente un modo diverso di dire cazzate.
E che comunque queste sua appropriazioni del repertorio altrui (insieme alle sue battute in quello stile) sono state sangue nuovo pompato a forza nel corpo della comicità italiana.

Da un personaggio così, ti aspetteresti una capacità maggiore di gestire una situazione idiota in cui si è cacciato da solo.
Il gioco poteva reggere fino a che i grandi comedians americani restavano un patrimonio noto solo a pochi.
Ma oggi, tra YouTube, divx, lettori dvd multiregione, fansubbers, era solo questione di tempo prima che il bubbone scoppiasse e scoppiasse in grande.
Poi, certo, possiamo discutere – e sarebbe interessante farlo – su quanto sia forte il riadattamento, quanto sia centrata la traduzione, in che modo funzioni rapportate al personaggio che Luttazzi mette in scena nei suoi spettacoli.
Ma resta, sotto la cattiva fede, la speranza di farla franca, l’arrampicata sugli specchi.
Bastava così poco. Bastava dire “c’è un inglese, Eddie Izzard, che ha una gran bella teoria su come sono andate le cose con la creazione del mondo”, e giù a fare il pezzo con Gesù tra i dinosauri. Non mi importa come funzionerebbe con i diritti economici; ma almeno quelli morali d’autore devi riconoscerli. È una questione elementare. Una battuta, due, sono una strizzata d’occhio a chi sa riconscerla. Se inizi a prendere interi pezzi, è un altro paio di maniche.

Anche perché, poi, se sei così esposto, come si espone Luttazzi, devi essere più che irreprensibile. Perché sai che useranno qualsiasi macchiolina per dirti che sei coperto di merda.
E visto che non sei abbastanza in alto da farti una legge per impedire che gli altri parlino delle tue malefatte, beh, andarci con le mutande di ghisa dovrebbe essere il tuo primo comandamento.
Dai, Daniele.
Guarisci dalla sindrome di Fonzie.
Ripeti con me “ho sbagliato, scusate”.
Forza. Puoi farcela.

39 commenti

Archiviato in Libri, televisione

Bbboni, tanto non ve se sente

A luglio, in procinto di abbandonare la guida dei libri Mondadori, Gian Arturo Ferrari rilasciava questa dichiarazione alla Stampa:

“Vede, nella storia recente dell’editoria italiana, io sento di appartenere alla seconda generazione. La prima, nel secolo scorso, è stata quella dei fondatori, che hanno costruito l’identità dei marchi: Mondadori, Rizzoli, Feltrinelli, Bompiani, Boringhieri, che è stato il mio maestro. Poi siamo venuti noi monaci dell’editoria, nati e cresciuti sui libri e diventati manager quando gli editori hanno cominciato davvero a misurarsi con le regole del mercato. Dopo di noi, tocca a manager puri, formati in mestieri diversi e poi venuti a imprimere un’accelerazione a queste imprese particolari che sono le case editrici. Come i miei attuali collaboratori e futuri successori, Antonio Baravalle, che viene da Fiat e Alfa, e Riccardo Cavallero, arrivato da Merger and Acquisitions e amministratore delegato Random House Mondadori in Spagna”

Ecco, a neanche tre mesi dall’inizio del “regno” della terza generazione alla guida di Mondadori, qualcosa si muove.
È di ieri la notizia che Maurizio Costanzo è ufficialmente il nuovo direttore responsabile dei Gialli Mondadori. Esatto. Maurizio Costanzo. Gialli Mondadori.
Costanzo si presenta ai lettori sul blog della collana con una lettera la cui lettura fa sollevare più di un sopracciglio.
Qualche passaggio selezionato:

non sono un appassionato di letteratura gialla comunque, ma ho da sempre coltivato la passione per Georges Simenon e per Rex Stout ovvero per gli autori di Maigret e di Nero Wolfe. Ho letto moltissimi altri gialli nella mia vita e mi sono anche appassionato a storie di azione rispetto a quelle psicologiche, però l’idea che il grande commissario Maigret o lo stanziale Nero Wolfe riuscissero, facendo lavorare l’intelligenza e l’esperienza, a risolvere storie assai intricate mi ha sempre appassionato.
[…]
ho accettato per più motivi. Innanzitutto, per fare una attenta escursione nella letteratura gialla attuale, conoscere gli autori italiani di libri gialli nel convincimento che fra loro c’è sicuramente qualche “campione” e poi per misurarmi con una scommessa importante: portare alla lettura dei gialli Mondadori quel pubblico più giovane, diciamo dai 40 anni in giù, che forse ha sempre avuto per anagrafe scarso rapporto con questo tipo di libri e che non ha trovato in televisione o nel cinema uno stimolo a questa particolare letteratura.
[…]
L’interattività è la scommessa degli anni a venire e personalmente sono convinto che il telespettatore piuttosto che il lettore (di libro o di giornale) gradirebbe intervenire, esprimere una propria opinione, suggerire un passaggio della trama e non solo banalmente il nome dell’assassino. Penso anche che avendo occasione di conoscere gli autori italiani di  gialli, potrei capire se la loro fantasia si alimenta dalla realtà o se è solo fantasia.

Ricapitolando: Costanzo conosce la lettura gialla più o meno come un qualunque signore di 72 anni a cui ogni tanto capita di dover prendere un treno. Sì, ok, ha co-scritto “La casa dalle finestre che ridono”. Ma era il 1976. Ed evidentemente non ha la benché minima idea di che cosa si discuta nei commenti del blog dei Gialli Mondadori (probabilmente pensa a robe del genere: “sono a pagina 12. Secondo me è la vecchia zia” “no, aspetta di arrivare a pagina 34, c’è un indizio che fa chiaramente capire che è il fidanzato della cameriera” “Non dite corbellerie, due righe più sotto si dice che ci sono tracce di olio, non può che essere il meccanico”). Sinceramente, sono due giorni che leggo quel paragrafo e non capisco che cosa voglia dire. Vuol mettere il televoto? Vuole fare un esperimento di Romanzo Totale sul blog dei Gialli? Sta vagheggiando strangolato dalla cravatta?
Io trovo vagamente minaccioso quell’accenno al pubblico televisivo, presentato come più vivace e attivo del lettore. In primo luogo perché presentarsi a della gente dicendo “siete degli ignavi” non è esattamente la mossa migliore per accattivarsi delle simpatie, in secondo luogo perché poi penso alla tremenda vitalità di una comunità come aNobii e, non ultimo, alla pungente cazzosità di molta blogosfera letteraria (da Gamberetta in giù, per intenderci).
Ma soprattutto lo trovo minaccioso se penso che la nomina di Costanzo è un po’ il primo atto eclatante della “nuova” Mondadori di cui mi accorgo. E che quest’atto consista nell’affidare un caposaldo dell’editoria “popolare”  (come diffusione) a un personaggio icona di un altro tipo di intrattenimento di massa unicamente, o quasi, in virtù di questa sua provenienza lo trovo svilente. È probabile che Costanzo, vista la sua dichiarata estraneità alla materia, dovrà fare affidamento su consulenti che già collaborano con la collana; di fatto, insomma, la sua sarà per molto tempo solo una firma. E lui poco più che un testimonial, che dovrebbe dare alla testata, immagino, una qualche parvenza di novità e, temo, intraprendenza. Questa è l’Italia del 2010. Un signore di 72 anni che fa tv e l’estate scorsa ha scritto 15 racconti gialli per Signorini viene presentato come il salvatore delle sorti di una testata storica.
Non sforzatevi a cercare voci critiche nei commenti alla lettera di presentazione.
Non ne troverete, se non un paio molto, molto, molto blandi. Vedrete tutto un levarsi di cappelli e un fiorire di in bocca al lupo a un “mostro sacro del giornalismo italiano”. Tessera P2 1819. L’aveva fatto presente Simone Sarasso, ma il suo commento è durato mezz’ora. Il commento del moderatore è un capolavoro di “gente, seri, che qua mi fanno il culo”:

Ho eliminato il commento di Simone Sarasso. Preciso che il mio non vuole essere un atteggiamento censorio ma vorrei rircordare a tutti che questo è un sito ufficiale Mondadori.

(sull’argomento, anche Maia)

5 commenti

Archiviato in Libri, società, televisione