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Il “mio” terremoto, un anno e spiccoli dopo

Il “mio” terremoto è stato appena una briciola del gigantesco plumcake di male che si è abbattuto su molti altri. Infatti un anno fa non ne ho scritto che pochissime righe, per pudore e rispetto verso chi aveva visto aprirsi crepe nei muri delle proprie case, aveva dormito in tenda, si era dovuto arrangiare con roulotte affittate a prezzi molto più alti di quelli che si potevano trovare fino a qualche giorno prima. Ma oggi, forse, anche due righe del terremoto visto dalle retrovie possono aiutare a dare un’immagine complessiva, senza cercare di levare spazio a chi era al fronte.

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“Andiamo in Polonia” (11 di 15 – Libera città)

Arrivare a Danzica vuol dire arrivare in una delle città simbolo del Novecento europeo: qui è iniziata la seconda guerra mondiale e qui ha iniziato a morire il comunismo negli anni Ottanta. Per me è anche il punto più a nord in cui sia mai stato nel continente europeo (spodestando Amburgo) e per questo viaggio è anche la prima volta che arriviamo sul mare. Baltico, ma sempre mare.

Fedeli al motto sexpistolsiano di “cheap holidays in other people’s misery”, ci siamo concessi l’albergo bello davvero e caro per gli standard polacchi, situato in un antico mulino affacciato sul canale principale della città.
“Vabbeh, abbiamo prenotato con le offerte di Booking, ci avranno dato una stanza che dà verso l’interno di quest’isoletta dove non c’è niente,” ci diciamo in ascensore. Poi apriamo la porta della camera e sotto una delle quattro finestre della stanza sta passando il galeone dei pirati che si vede lì in alto. Continua a leggere

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Baschia (6 di 6)

E quindi, dicevamo, lasciamo Mundaka, i suoi surfisti non abbastanza surfisti, il suo albergo di legno bianco e la sua chiesetta irlandese sul promontorio e in una mattina piovosa saltiamo in macchina per andare a Bilbao.


Sulla strada facciamo un rapidissimo summit per decidere se provare a visitare o no Guernica. Una rapida lettura della Lonely Planet nel parcheggio alle porte della città, mentre fuori piove e piove e piove e decidiamo che va beh, sarà per un’altra volta.
Arriviamo in aeroporto e restituiamo la macchina al noleggio, ci mettiamo gli zaini in spalla e andiamo allo sportello delle informazioni per farci spiegare come arrivare in albergo. C’è un momento di muto terrore quando la prima ragazza allo sportello legge il nome della via e fa alla collega “dove cazzo è?”; lo spettro dello studentato di San Sebastian aleggia imperioso. Ma per fortuna l’altra prende l’evidenziatore e sulla cartina colora di giallo fluo una piccola via che corre parallela al fiume, a uno sputo dal ponte che porta al Casco Viejo. Sospiro di sollievo, autobus, scarpinata con gli zaini in spalla sotto la pioggerellina fastidiosa lungo un boulevard alla francese e poi il palazzo della pensione.
In realtà nel palazzo ci sono due pensioni. Citofoniamo a quella giusta, poi in ascensore pigio l’ultimo piano e mi accorgo dopo aver già suonato alla porta che non è la pensione in cui abbiamo prenotato, che invece è al primo piano. Scendiamo di nuovo e ho paurissima del pacco: primo piano, poca luce, magari è una topaia. E ci dobbiamo stare tre notti. E invece. Alla reception, che da su un vero e proprio salottino dove avrei passato delle ore, un signore gentilissimo (cubano, scopriremo poi) ci fa firmare quello che c’è da firmare e poi ci porta in camera. Come si apre la porta, vedo nella penombra un ambiente stretto e penso che era quello il pacco, che la stanza era un buco. Poi entriamo e ci rendiamo conto che quello è solo l’ingresso della stanza, con due armadi in cui starebbe senza problemi il mio intero guardaroba. La stanza è fottutamente grande, ha due (DUE) finestre, di cui una con un bovindo (bovindo viene da bow-window), che è il mio elemento architettonico preferito di tutto il mondo. Il bagno da solo è grande praticamente come la stanza che avevamo a San Sebastian.
Restiamo con il fiato sospeso, però il tizio non dice “ah no scusate, non è questa la vostra camera”, quindi è proprio camera nostra. È talmente una bazza che persino il frigo-bar ha prezzi umani. L’unica cosa è che c’è scritto esplicitamente che se ti beccano a mangiare in camera ti sderenano. Ma perché uno vorrebbe mangiare in camera quando là fuori i banconi dei bar sono pieni di prelibatezze a basso prezzo?
Nel quadro idilliaco della situazione, c’è un solo neo. Piove.
Ma tanto avevamo in programma di andare al Guggenheim (dopo non essere stati a quello di NYC) e quindi quello è il momento migliore.
Da dove siamo, al museo ci si arriva seguendo il fiume, una decina di minuti a piedi. La sponda su cui stiamo, quella della città moderna, è occupata da una lunga sequenza di tende e strutture dedicate ai giochi per i bambini, come parte delle celebrazioni dell’Aste Nagusia, la semana grande : nove giorni di festeggiamenti che iniziano il primo sabato dopo Ferragosto e contemplano divertimenti per grandi e per piccini (di quelli per i grandi, le strutture temporanee che vediamo dall’altra sponda del fiume, parleremo dopo).

PROBLEMS?

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Autodifesa – settembre 2011

Settembre è stato un mese in cui, non so bene perché, forse perché mi sono capitati tra le mani libri parecchio svelti, ho letto parecchio. Per questo ci ho messo un po’ a finire il post. Ma ce l’ho fatta.

More about The StandIntanto, ho finito The Stand, di Stephen King, il romanzo in Italia noto come “L’ombra dello scorpione”. Un titolo enigmatico, quello italiano, che chissà da dove è saltato fuori (il titolo inglese significa più o meno “La resistenza”; in spagnolo e portoghese si chiama “La danza della morte”, in francese “L’epidemia” e in tedesco “The stand”) e che batte persino “Una splendida festa di morte” (titolo italiano della prima edizione di “The Shining”) come traduzione più casuale di un titolo kinghiano, visto che se non altro in Shining si fa cenno alle feste dell’Overlook e di morte ce n’è quanta se ne vuole. Di scorpioni e di ombre, invece, qui non ne ricordo.
Comunque, la storia la sanno pure i sassi, oggi: i militari sviluppano un super-virus, per un errore il virus sfugge di mano e stermina praticamente tutta la popolazione mondiale. In America, si fronteggiano due gruppi di sopravvissuti: i Buoni e i Kattivi. Benché il romanzo sia famoso per la presenza di Randall Flagg, il cattivo kinghiano per antonomasia, la parte davvero imperdibile è quella iniziale, in cui King avvolge le storie dei suoi personaggi attorno al diffondersi dell’epidemia e in cui descrive il progressivo sfascio della civiltà e della società così come le conosciamo. È un King pienamente a suo agio nel fare quello che sa fare meglio: raccontare le vite di gente normale, costruire personaggi un pezzettino alla volta, creare scene apparentemente normali in cui si inseriscono piccoli elementi disturbanti. Una menzione particolare per l’heinleiniano professor Bateman. Anche il capitolo in cui entra in scena Flagg è un capolavoro di scrittura e narrazione.
Poi, però, si formano queste due benedette comunità, i Buoni e i Kattivi, e la noia inizia a scorrere sovrana. Tra l’altro il finale è (letteralmente) un terrificante deus ex machina, e non ci capisce nemmeno bene che utilità abbia la spedizione della delegazione dei buoni a Las Vegas, visto che è del tutto ininfluente su quanto succede (nonostante sia stata “ordinata” dall’alto). E purtroppo Flagg, alla fine dei conti, è un super-cattivo allo stesso livello di inettitudine di Voldemort.
Boh, davvero boh. Se fosse tutto bello come la prima parte, sarebbe un capolavoro assurdo. Lo scontro tra il Bene e il Male (nei termini in cui è raccontato, poi!) lo rende invece un mattonazzo pazzesco nella seconda metà. Tra l’altro, la versione attuale è un’espansione pubblicata alla fine degli anni 80 dell’originale pubblicato dieci anni prima (che a quanto ho capito si dilungava meno sull’espansione dell’epidemia – che è appunto la parte migliore) e la vicenda che prima si svolgeva all’inizio degli anni 80 adesso si svolge all’inizio degli anni 90. Purtroppo il lavoro di aggiornamento dei riferimenti culturali e temporali non è stato particolarmente curato e i personaggi escono da degli anni 80 che assomigliano terribilmente agli anni 70.
Mentre leggevo mi domandavo come suonasse “Baby can you dig your man?”, il successo di Larry Underwood. Ho scoperto che è stata registrata da Al Kooper per una miniserie tv tratta dal libro:

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2010 in review

(WordPress mi ha inviato un resoconto dell’andamento del blog nel corso del 2010)

The stats helper monkeys at WordPress.com mulled over how this blog did in 2010, and here’s a high level summary of its overall blog health:

Healthy blog!

The Blog-Health-o-Meter™ reads Wow.

Crunchy numbers

Featured image

About 3 million people visit the Taj Mahal every year. This blog was viewed about 35,000 times in 2010. If it were the Taj Mahal, it would take about 4 days for that many people to see it.

 

In 2010, there were 65 new posts, growing the total archive of this blog to 116 posts. There were 116 pictures uploaded, taking up a total of 24mb. That’s about 2 pictures per week.

The busiest day of the year was June 15th with 1500 views. The most popular post that day was Tradurre è un po’ tradire (lettera aperta a Daniele Luttazzi).

Where did they come from?

The top referring sites in 2010 were nipresa.tumblr.com, tumblr.com, prontoallaresa.blogspot.com, ilpeggio.wordpress.com, and buonipresagi.splinder.com.

Some visitors came searching, mostly for olà..mi nombre es inigo montoya..tu hai ucciso mio padre..preparate a morir…, buoni presagi, green day, tintoretto, and crocifissione tintoretto.

Attractions in 2010

These are the posts and pages that got the most views in 2010.

1

Tradurre è un po’ tradire (lettera aperta a Daniele Luttazzi) June 2010
30 comments and 3 Likes on WordPress.com

2

Sono un collega minorenne December 2010
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3

analisi di mercato March 2010
15 comments

4

Chi? May 2009
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5

Fare è facile. È copiare bene che è difficile. Senza farsi sgamare, poi… June 2010
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E una mano sul culo no?

"TITS OR GTFO"

Gli idioti di solito li riconosci perché fanno una cosa che è, appunto, idiota: fanno notare l’ovvio. E nel farlo si eccitano.
Accade così qualche giorno fa che durante la premiazione di un premio letterario salga sul palco una giovane scrittrice, con un vestito che mette in mostra quelle che, con un tecnicismo, definiremo “tette”. Un fatto parecchio evidente.
Ma l’evento lo presenta un idiota, di una certa età, che non perde un istante solo, fa subito notare al pubblico che è salita una bella ragazza e chiede alla regia di inquadrarne “il bel decoltè”. Tolta l’espressione un po’ démodé da Rai anni sessanta, in pratica possiamo tradurlo più o meno con “faccela vede’, faccela tocca’”.

Ora.
La Avallone aveva un abbigliamento scollato? Sì, è un suo diritto vestirsi come le pare e piace.
È lecito fare complimenti a una donna per il suo aspetto fisico, senza questo implichi automaticamente che la si sta considerando solo una gnocca senza cervello? Altrettanto sì.
Però, porca miseria, c’è modo e modo. E se come la vedi la tua reazione è “va’ che roba! Inquadra quei meloni! Santiddio” e poi ti metti pure a tocchignarla, beh, per me non sei altro che uno squallido cafone, convinto che una situazione di “spettacolo” ti consenta di fare il cazzo che vuoi.
E onestamente poco mi importa se la diretta interessata non abbia avuto reazioni, vuoi per l’emozione del momento vuoi perché l’ha ritenuto normale. Sono fatti suoi e non ho la minima idea di come dovrebbe comportarsi o non comportarsi una persona davanti a un comportamento maleducato. Ma, per quello che mi riguarda, lo squallore di quella scenetta, e della difesa di Vespa, è parecchio evidente.
E il fatto che è da due giorni che c’è in giro gente che dice che no, che c’è di strano, lei aveva le tette di fuori o, peggio, è stato un complimento galante mi lascia parecchio basito. F4.

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Cartoline dal salone del libro, 2010

Dopo che gli hai dato il nome dell’albergo, il tassista si sente legittimato a fare un giro più lungo del dovuto.

Il potere del pass “espositore” che ti fa entrare da posti dove i comuni mortali non possono passare.

“Il salone è come una puntata molto lunga di Che tempo che fa”
“Oppure la pagina della cultura di Repubblica spalmata su un sacco di migliaia di metri quadri”

Lo stand della Marina Militare sponsorizza un energy drink. Forza+. Lo danno da assaggiare anche ai bambini.

Zio Bonino accoglie i fan e firma copie di Spinoza allo stand della Stampa, in un impeto di piemontesità.

Il discorso di Stark alla presentazione di Spinoza può essere ricostruito in bullet-time, mettendo insieme tutte le foto scattate in quel minuto scarso da ovunque.

Conoscere un tizio con cui prendi il treno tutte le mattine da due anni perché è nello stand di fronte al tuo (e lavora per un’azienda quasi quasi omonima della tua: “ma sai quante volte ci chiamano credendo che siamo voi?” “tante quante chiamano noi credendo che siamo voi, suppongo”).

Pagare 8 euro di ingresso per affollare gli stand di MondadoriRizzoliGEMS e comprare a prezzo pieno quello che in libreria se pazienti un po’ trovi scontato.

Imparare a usare un registratore di cassa, almeno un po’. E il POS Bancomat. Ricordarsi di ridare la carta insieme allo scontrino. Un quinto dell’incasso è bancomat.

Maneggiare i soldi richiede un certo allenamento. Se non ci sei abituato, si vede.

Andare a cena nel ristorante preferito della Juventus.

“Signora, se ne prende 5 ne paga 4 a 3 euro l’uno”. La creatività di un commerciale è qualcosa di inquietante.

L’importanza degli spiccioli. Regalo spillette alle ragazzine che mi pagano con delle monetine.

Bere Coca Cola calda e sgasata come una medicina appiccicosa e zuccherina contro il sonno.

Troppa gente, troppi libri, troppa carta, troppe copertine, troppe parole. L’editoria è spostare bancali di carta su e giù per la penisola.

Le uniche due case editrici un minimo grandi a sud di Roma sono Sellerio e, per metà, Laterza.

Gli sconti a sentimento dell’ultimo giorno. Specie a chi ha magliette di gruppi metal.

Vittorio Sgarbi passa con tre fighe d’ordinanza (ISO 696969) al seguito, cammina piano e fa lunghe soste per essere sicuro che tutti lo vedano. Roberto Saviano passa di lì un quarto d’ora dopo, vedo di sfuggita la sua testa da dietro; attorno, scorta e carabinieri in divisa. Mentre passa, la gente fa sciame dietro di lui.

C’è una violenta contestazione a Caselli e un blitz di attivisti di Greenpeace allo stand di Feltrinelli. Lo so perché guardo su twitter.

La sera, in giro dietro la stazione di porta nuova. Un paio di mutande rosse di pizzo per terra. “È un’occupazione tipica del quartiere” “Cosa, lanciare mutande dalla finestra?”

Bere una birra da un boccale di vetro la sera fuori dal locale, sul marciapiede. Da quanto non si può fare, a Bologna?

“Sconto espositori?”

I bancali di libri sciolti.

La fine della fiera è triste, sa di colla, di sudore e fa rumore di oggetti che sbattono e di trapani che svitano viti. Di camion, di muletti, di plastica che fascia i bancali. Si chiude e si va via, si lasciano giù le ultime gocce di sudore, si fatica con il corpo dopo giorni di chiacchiere e ciondolamento. Si ritorna alla realtà.

(poi vabbeh, prima ci si va a rifocillare da Eataly, ma questo è un altro paio di maniche)

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I libri di Aprile

Quasi puntuale come al solito, il resoconto dei libri letti nel mese precedente. Evidenziato, il più consigliato.

Dexter l’oscuro – Jeffrey Lindsay (Giallo Mondadori)
Riassunto delle puntate precedenti: per oscure ragioni non vedo la serie tv – pigrizia, più che altro – ma leggo i romanzi. Questo, che se non sbaglio dovrebbe essere il terzo è a differenza dei primi due, parecchio noioso. Lindsay gira a vuoto per un bel po’ e introduce nell’universo dexteriano una vena sovrannaturale che non c’entra niente con il personaggio. Evitabile.

Baltimore – Mike Mignola e Christopher Golden (Mondadori)
Mike Mignola è uno straordinario autore di fumetti, che con Hellboy ha creato un personaggio e un mondo in cui convivono felicemente, tra gli altri, H.P Lovecraft e Jack Kirby. Qui, alla prova del romanzo, mette a cuocere gli stessi ingredienti di quell’horror fatto di oscuri segreti, paesaggi gotici e sprazzi di fiaba nera. Purtroppo il risultato non è all’altezza delle aspettative e si annaspa in una generale montonia risollevata da alcuni episodi interessati (come quello ambientato in una cittadina ligure). Qua e là spuntano disegnini, al minimo sindacale, dello stesso Mignola. Meglio investire in una raccolta di storie di Hellboy (o nel dvd del secondo film).

Privo di titolo – Andrea Camilleri (Sellerio)
Il fascismo come cialtroneria e (ri)costruzione della realtà. A metà tra il romanzo e la ricostruzione storica, Camilleri racconta la storia dell’unico “martire siciliano della rivoluzione fascista”, alla quale si intreccia la vicenda di “Arboria”, nuova città ideale che sarebbe dovuta sorgere fuori dalla cittadina di Caltagirone. L’impressione che il Camilleri migliore ormai sia nei libri come questo e non in quelli con Montalbano ne esce ampiamente confermata; è in testi come questi che lo scrittore siciliano è veramente libero di giocare con la lingua e con i registri narrativi, dando vita a libri che raccontando pezzettini della nostra storia ne ridanno un’immagine vitale e memorabile.

Heavy Metal Islam – Mark LeVine (Three Rivers Press)
Cosa vuol dire ascoltare e suonare musica occidentale (rock, metal, hip hop) nei paesi islamici? Mark LeVine, a sua volta musicista, cerca di raccontarlo attraverso gli incontri con musicisti marocchini, pakistani, egiziani, iraniani, libanesi, palestinesi, in un lungo viaggio attraverso scene musicali vivaci, vitali e determinate. Perché se un ragazzo italiano o francese o tedesco che vuol farsi crescere i capelli e indossare maglie con i teschi e suonare in un gruppo al massimo si scontra con i mugugni dei genitori, i suoi omologhi di altre parti del mondo rischiano a volte ben altre conseguenze facendo le stesse cose. Ma il libro non è solo fatto di storie di resistenza attraverso la musica; c’è anche il racconto di commistioni tra musica occidentale e orientale parecchio interessanti. Non sorprende che nei paesi con le situazioni più drammatiche il metal che interessi di più sia quello estremo (thrash e death in particolare).
Ma la cosa migliore del libro è che aiuta a vedere i paesi islamici non come monoliti culturali, ma come società che stanno diventando via via più complesse, in trasformazione. Una trasformazione nella quale la musica occidentale, presentando altri stili di vita, altri sistemi di valori, ha il suo ruolo.
In Italia lo pubblica ISBN e si chiama Rock the Casbah.
Sul sito del libro si possono leggere aggiornamenti, ascoltare canzoni e vedere i video degli artisti citati.

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analisi di mercato

Come spunta fuori il sole, a Bologna spuntano fuori le macchine fotografiche.
È come se ogni studente fuorisede, o uno su cinque toh, avesse sulla scrivania la sua brava reflex digitale e non aspettasse altro che tirarla fuori in una giornata di sole. Il che se ci pensa è pure normale, con quello che costa una reflex.
E così, quindi, tu esci in una giornata di sole e c’è questo piccolo esercito di ragazzi e ragazze con al collo la loro macchina fotografica.
Molti vanno al mercato. Il Mercato delle Erbe sta al centro della città, in via Ugo Bassi, un tiro di schioppo da piazza Maggiore. I banchi di frutta e verdura sono un soggetto che deve fornire un bel po’ di possibilità: sfilate quasi infinite di peperoni rossi gialli verdi, pomodori tondeggianti, le geometrie frattali e psichedeliche dei cavoli sputnik (o romani o come si dice), la frutta. E poi, volendo, il riassunto dei popoli della terra che gestiscono i vari banchetti.
Gli italiani sono in diminuzione. Spesso sono quelli con i banchi più curati, la frutta più luccicante ed esposta meglio, ma anche quelli più cari.
Ci sono un sacco di indiani. Io dico indiani perché non so mai se siano indiani, pachistani o del Bangladesh. E sbaglio, certo. Però lo dico facendo una piccola pausa prima, come a metterci le virgolette. Degli indiani mi fanno impazzire le etichette dei prezzi. Le avete mai viste? Scrivono le cifre arabe (che poi sono indiane) e le lettere latine con degli svolazzi che si portano dietro dalla loro scrittura. È come se avessero l’accento incorporato anche quando scrivono. Conrad, si dice, parlava un inglese grammaticalmente perfetto, ma con un forte accento polacco. Per loro è lo stesso, ma con la scrittura. Potranno imparare alla perfezione l’ortografia, ma quelle lettere ibride se le porteranno dietro per sempre. Spesso gli indiani hanno delle verdure strani, certi strani cetrioli tutti bitorzoluti, altri con creste da dinosauro. Immagino che ai ragazzi con la macchina fotografica piaceranno un sacco.
Altrimenti ci sono gli slavi. Anche qui, usiamo un termine cappello, perché non è che puoi metterti a chiedere di dove è uno. C’è chi lo fa, per carità. Io non sono quel genere di persona. Io ti do i soldi, tu mi dai i miei peperoni, le mie zucchine, i miei pomodori, la mia frutta, e finisce lì.
Comunque. Gli slavi in realtà sono più spesso donne, con quella parlata liquida e un po’ scivolosa, i lineamenti marcati e gli occhi chiari. Raramente hanno cose strane come gli indiani, in questo sono integrati alla grande.
Ma il mercato è anche formaggi, carne, salumi. Ci sono due formaggiai, di una certa età, che hanno un negozio vicino all’entrata, stipato all’inverosimile di formaggi e odoroso dell’odore contemporaneo di tutta quella varietà di sale, latte e caglio. A pensarci è incredibile come partendo da tre ingredienti si possa, con il variare delle tecniche di stagionatura e di lavorazione, dare vita a così tanti formaggi diversi. Loro due sono strani. A volte mi ricordano Fruttero e Lucentini. Non chiedete perché. È così e basta. Per formaggi e salumi però il mio preferito è un tizio sulla sessantina, che espone fiero alle sue spalle una foto di Johnny Cash che fa il dito medio. È messa in alto e non si vede subito. Ma se sai che c’è non puoi non guardarla. Di fianco c’è un autografo di Meryl Streep, che una volta è andata a comprare il parmigiano da lui. Comprare da lui è una cosa lunga, perché è uno dei banchi più convenienti e con le cose migliori, quindi c’è sempre una coda da almeno dieci minuti. Ma ne vale la pena, non fosse altro per farsi una cultura su prosciutti, formaggini e tutto il resto, visto che è sempre in vena di raccontare ai clienti da dove viene quello che sta vendendo. E poi ascolta Johnny Cash. Dai.
Il macellaio, Pietro, sembra Ocatarinabelasciscix (l’ho scritto senza cercare su Google), il corso di Asterix in Corsica. Sei anni che vado a comprare da lui e ogni volta mi deve dire “ah, con questo ci mangia proprio bene”, qualsiasi cosa compri, come se fosse la prima volta e mi dovesse convincere. Non avessi capito che ha roba buona non ci andrei. Dal macellaio c’è sempre almeno uno o una straniera che compra due chili di ali di pollo. Sempre. Costano poco, c’è un po’ di carne. Di che cosa parliamo quando parliamo di crisi.
E poi c’è la pescheria. Nella pescheria ci sono i pesci che muoiono. Grosse carpe che tirano gli ultimi in due dita d’acqua, riverse su un fianco, l’occhio che guarda fuori verso un mondo alieno. Mi fa sempre un po’ impressione, vedere i pesci che muoiono pian pianino. Deve essere per questo che vado sempre tardi al mercato, per arrivare quando sono già morti. Chissà se i ragazzi con la macchina fotografica fotografano i pesci che muoiono.

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I libri dell’estate – parte prima

Sono un po’ indietro con le recensioni dei libri letti. Tipo che è da giugno che non le faccio. Fingendo che a qualcuno interessi qualcosa, riprendo a puntate. Evidenziati, i Gran Fighi.

La futura classe dirigente – Peppe Fiore (Minimum Fax)
Quello delle storie di precariato è ormai un genere. Fiore è in gamba a metterci dentro un po’ di ironia e delle storie divertenti (quella della ragazza che deve sviluppare filastrocche per bambini è notevole). Il problema grosso è che è veramente troppo lungo per quello che racconta e il rischio noia tende a farsi parecchio elevato.

Il corpo del capo – Marco Belpoliti (Guanda)
Un’interessante analisi sull’uso del corpo nella comunicazione pubblica di Berlusconi, condotta attraverso il ricorso a un certo numero di fotografie, alcune delle quali non avevo mai visto. Forse è una caduta di stile il riferimento, in più punti, all’ineluttabilità della morte, forse – visto che di corpo si sta parlando – no. Lettura interessante per imparare a guardare con sguardo meno ingenuo le immagini che ci vengono proposte.

Il mondo degli Showboat – Jack Vance (Mondadori)
A cavallo, come altri lavori di Vance, tra Sci-Fi e Fantasy, con le vicende di una compagnia di attori che porta i suoi spettacoli in giro lungo il fiume di un pianeta popolato da culture differenti. Abbastanza divertente ma un po’ vacuo.

Vedi di non morire – Josh Bazell (Einaudi)
Non è lo sfolgorante esordio di un nuovo genio come ossessivamente ribadito in quarta di copertina e alette. Bazell mette insieme un libro molto pulito, molto preciso, che combina con perizia intuizioni mediche in stile House MD e mafiosi italo-americani (e informazioni sulla medicina in puro stile Palahniuk). L’alternanza dei capitoli nel presente e nel passato dà movimento al libro ma alla fine (e nonostante una trovata finale che cerca di essere quanto più possibile sopra le righe e pulp) si resta con l’impressione di aver letto solo un buon compitino.

La fortezza di Farnham – Robert A. Heinlein (Mondadori)
È un romanzo nettamente diviso in due parti: la prima racconta le peripezie di un gruppo di sopravvissuti, grazie a un bunker, all’attacco nucleare scatenato dall’URSS sugli Stati Uniti, ed è quasi un manuale di sopravvivenza. La seconda è praticamente “Il pianeta delle scimmie” con i “negri” al posto delle scimmie ed è un po’ meno interessante. È un Heinlein profondamente innamorato del lato bello e scintillante del sogno americano, ma anche capace di osservarne i lati meno presentabili (il razzismo, che costituisce, con il ribaltamento della seconda parte, un tema ricorrente del libro). Non uno dei suoi romanzi migliori, perché la seconda parte è nettamente inferiore alla prima, più realistica e tesa nella descrizione dei rapporti tra i sopravvissuti, ma comunque interessante.

L’ubicazione del bene – Giorgio Falco (Einaudi)
È una raccolta di racconti tutti ambientati in un quartiere satellite di una grande città. Storie di piccole/grandi sconfitte, di naufragi esistenziali, di perdite di umanità. C’è un continuo riferimento agli animali, che sbucano fuori dai muri (le termiti, in un quasi remake di un famoso racconto di Calvino), che vengono acquistati per essere tenuti in casa o per combattere tra di loro.

Tango e gli altri – Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli (Mondadori)
Quarta collaborazione Guccini/Macchiavelli, forse la migliore. L’indagine su un delitto commesso (forse) da un partigiano durante la guerra viene portata a compimento sedici anni dopo i fatti ed è un modo per mettere in luce gli aspetti meno “comodi” della guerra di liberazione. “Non tutti i partigiani erano paladini di Francia” ha detto Guccini riferendosi a questo libro, che in un certo senso è quasi una risposta ai libri di Pansa sull’argomento.

Bad Prisma – AA. VV. (Mondadori)
Si può fare un’antologia di autori italiani basandosi, sostanzialmente, su una leggenda urbana? Pare di sì. Arona ha messo insieme una bella squadra di autori e li ha sguinzagliati sulle tracce di Melissa, una ragazza fantasma che appare nel corso dei millenni in diverse situazioni. Costruito come un romanzo fatto di tanti racconti messi in ordine cronologico ha, inevitabilmente, i suoi alti e bassi. Però i primi tendono a superare i secondi.

Harry Potter and the Philospher’s Stone – J. K. Rowling (Bloomsbury)
Il primo libro di Harry Potter colpisce per la sua assoluta pulizia. La Rowling è stata brava a scrivere una storia che fila liscia e scorrevole dal suo inizio alla sua temporanea conclusione, riuscendo introdurre il lettore a poco a poco in un mondo che (è facile dirlo adesso) ha l’aria di essere decisamente vasto.

Dexter il devoto – Jeffrey Lindsay (Mondadori)
Visto che sono troppo pigro per seguire serie tv che non siano Lost, recupero con i libri. Anche se il secondo episodio del Dexter cartaceo non ha nulla a che vedere con la serie. Comunque. Non siamo certo davanti a un inarrivabile capolavoro. Ma la scrittura è piacevole, gli eventi si susseguono in modo logico e la psicologia di Dexter è sempre tratteggiata alla perfezione. Intrattenimento di alto livello.

Il Vangelo secondo Biff – Christopher Moore (Elliot)
È bellissimo. Un grande romanzo di avventure, sarcastico e illuminato, che racconta la vita di Gesù dal punto di vista del suo amico d’infanzia Biff, che lo ha accompagnato in giro per l’Oriente negli anni in cui il Messia si è formato. Fa ridere, è un fantasy notevole, c’è Gesù che impara il kung fu e Gesù che, Phileas Fogg ante litteram, sottrae innocenti dalle grinfie dei seguaci di Khalì. Come si può non amarlo?

Filologia dell’anfibio – Michele Mari (Laterza)
Michele Mari racconta il suo C.A.R. Un incubo kafkiano che ormai tocca solo a volontari, per fortuna. Leggendolo, mi sono tornati in mente i miei tre giorni a La Spezia, che nonostante i vent’anni trascorsi tra l’esperienza di Mari e la mia erano fatti della stessa sostanza, delle stesse caserme squallide, degli stessi riti, probabilmente anche delle stesse macchie sul vassoio della mensa. Mari usa una lingua complessa e cangiante, che varia dai toni più sintetici a voli pindarici e arcaicizzanti che cercano di nobilitare in qualche modo il grigiore della materia trattata.

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