Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 5: Battete i tamburi per Amaterasu! L’amore è una corda da una tonnellata!!

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La destinazione della gita del quarto giorno è stata a lungo in bilico tra Ise e il Monte Koya, così a lungo che io ho scoperto che andavamo a Ise quando eravamo già fuori dall’ostello ed ero bardato con otto strati di abiti per affrontare la montagna.
La cosa positiva di andare a Ise (oltre a garantire un percorso a piedi per lo più in piano) è che per la prima volta prenderemo lo Shinkansen, il famosissimo treno ad alta velocità giapponese (“Shinkansen” in realtà vuol dire “Nuova linea” e si riferisce alla rete ferroviaria ad alta velocità). La magnificenza di questi treni è tale e tanta che i dipendenti delle ferrovie, dagli spazzini in su, si inchinano quando entra in stazione. Forse ne avevate sentito parlare e l’avete derubricata a “leggenda urbana”, ma è tutto vero. Di più: il controllore si inchina quando entra nel vagone e si inchina quando esce. Lo stesso gli addetti al carrellino delle vivande.
Per la gioia di Zerocalcare, poi, tutti i sedili vengono sempre orientati nella direzione di viaggio (da quello che ho capito ogni fila si può sganciare e riposizionare come meglio si crede), così si evita il rischio di risse. Solo in alcuni casi, credo su richiesta, ho visto due file messe in modo tale che le persone potessero parlarsi.
Se frequentate un minimo i treni ad alta velocità italiani, saprete che esistono un paio di carrozze di business class in cui è vietato usare il cellulare e fare rumore in generale; sullo Shinkansen sono inutili perché nessuno si sogna di parlare, tantomeno al telefono. Per quello ci sono delle piccole cabine alle estremità del vagone, di fianco ai bagni. La cosa più straordinaria è che persino sul tavolino, da chiuso, c’è scritto “quando usi il computer per favore non disturbare i tuoi vicini con i suoi rumori, ad esempio quelli della tastiera” (in inglese; in giapponese probabilmente c’è scritto “Sì, il tuo vicino è un fastidioso gaijin che picchia sul computer come se se fosse una macchina da scrivere Olivetti, ma che ci vuoi fare? Tieni duro che almeno si arriva a destinazione in un attimo”). Il silenzio viene rotto solo prima delle stazioni da un delicato jingle, tipo sveglia soft, che preannuncia l’arrivo in stazione, annunciato da una voce garbata e suadente, in giapponese e inglese. Altrimenti, si viaggia nel silenzio.

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Un serie E4

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Settant’anni, cinque corde, due dita e uno stronzo


KEITH RICHARDS

All you need to play it is five strings, two notes, two fingers and one asshole

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Tradurre (e redazionare) è un po’ trasformare tutto nel cortile di casa

Inizio a leggere “Lui è tornato” di Timur Vermes.
Nel romanzo, Adolf Hitler si sveglia fresco come una rosa (e olezzante di benzina) nella Berlino del 2011. Complicazioni.
In una delle primissime scene, chiede indicazioni per il bunker della cancelleria a una donna, che, nel testo italiano gli risponde:
“È Scherzi a parte?”
Immagino che il testo originale avesse un qualche programma di candid camera tedesco. E mi domando perché allora non lasciare semplicemente “È una candid camera?”, visto che il format di Scherzi a parte, tra l’altro, prevede di avere dei personaggi conosciuti come vittime.
Poco più avanti, Hitler trova un volantino di Media World. Che in Germania però si chiama Media Markt. Lasciando il nome originale il meccanismo comico funzionerebbe uguale, perché lui si domanda come mai la carta, che ricordava scarseggiare, venga usata per stampare cose incomprensibili.
Proprio quando ti stai iniziando a convincere che Hitler si è risvegliato davanti alla sede della Rcs a Milano, in edicola trova Der Spiegel e non lo Specchio della Stampa (che se fosse stato un supplemento di un giornale Rcs, chissà…)

La prima reazione, ovviamente, è quella di pensare “ma chi diavolo ha tradotto ‘sta roba?”.
Poi, però, ripensandoci un pochino meglio, credo (ma potrei sbagliarmi) che Francesca Gabelli, la traduttrice, sia relativamente innocente, perché quelle sono le tipiche correzioni di un/a redattore/redattrice con la preoccupazione che chi legge poi si spaventi scoprendo che il resto del mondo non è come il cortile il casa. Quindi si adatta: si italianizza un po’ la Germania per evitare al lettore di dover faticare troppo. Il risultato per un lettore che un paio di aerei nella vita li ha presi, però, è che la traduzione, che dovrebbe essere invisibile, “salta” all’occhio; ti viene da immaginare che cosa c’era scritto in originale e non è mai un bel momento. Di solito i traduttori si pongono questi problemi; è chi revisiona il loro lavoro che spesso non se li pone e si preoccupa. Creando dei mostri.
Insomma, quando trovate qualcosa che vi fa pensare “maccheccazzo” in una traduzione, ricordate che la colpa potrebbe andare condivisa tra chi ci ha messo il nome e qualcuno il cui lavoro è molto più oscuro…

(È un po’ il motivo per cui bisognerebbe smetterla di dare addosso a Sergio Altieri per la traduzione errata di “antler” con “rostro di unicorno” invece che “corno di cervo” nel primo volume delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin. È vero, lui ha sbagliato; ma se Mondadori dopo almeno tre nuove edizioni di quel libro non ha ancora corretto l’errore – o se l’ha fatto l’ha fatto solo in tempi recentissimi – non è più colpa sua, o almeno non è più solo colpa sua)

(A ogni modo il romanzo di Vermes, per ora, sembra abbastanza divertente e non soffre di altri momenti in cui la traduzione salta all’occhio come descritto sopra)

(Mi scuso per il verbo redazionare, ma noialtri che facciamo i libri parliamo davvero così, in italiano probabilmente si dice “revisionare”)

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 4: Non c’è riposo nel tempio della volpe! Il granchio agita ancora le sue chele!!

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(Nota: ho cambiato retroattivamente il format dei titoli per ricalcare quello delle serie a cartoni animati. Come Kenshiro)

Inari Okami è uno dei principali kami (spiriti, dei) dello scintoismo. La sua sfera di competenza comprende: volpi, fertilità, riso, te, sake, agricoltura, industria, prosperità e successo materiale in genere. Un tempo proteggeva anche armaioli e mercanti. Secondo alcune fonti, il suo culto si è diffuso a partire dall’ottavo secolo da un santuario su una collina nei pressi di Kyoto, chiamata pure lei Inari. Che è appunto la prima meta del nostro terzo giorno di viaggio.
Il nome corretto del tempio è Fushimi Inari-taisha e ci si arriva con cinque minuti di treno dalla stazione di Kyoto. Sembra facile, perché come esci dalla stazione c’è un enorme torii (il portale di accesso a un tempio), davanti a una breve salita in cima alla quale si trovano le prime strutture del tempio.

Come ci si lavano mani e bocca prima della preghiera (si legge da destra a sinistra)

Come ci si lavano mani e bocca prima della preghiera (si legge da destra a sinistra)

Ci arriviamo in una bella giornata (finalmente) di sole, parecchio presto. Le volpi, messaggere del dio (che in realtà pare venga raffigurato, dice Wikipedia, come maschio, femmina e/o androgino), ci fissano feroci dai loro piedistalli, i negozi vendono amuleti e souvenir, i nostri quaderni dei templi vengono timbrati e scritti.
Ma il tempio non è mica tutto lì. No.
L’intera collina è disseminata di altari a Inari, su fino alla sommità. E il sentiero che porta in cima è famoso perché è in più punti una galleria formata da centinaia se non migliaia di torii, ciascuno dei quali donato da qualcuno (privati o aziende); c’è anche un apposito tariffario.

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Tariffario

Tariffario

Così, finito di vedere quello che c’è da vedere a valle, iniziamo a incamminarci verso la vetta.
Partiamo compatti, tutti e cinque uniti.
Poi a un certo punto Paola mette la marcia da montagna e scompare. La vedremo fugacemente in un punto panoramico, poi ripartirà dicendo “prendete la strada che sale” e non la rivedremo che a valle. Dove scopriremo che nel tempo in cui noialtri avevamo fatto la versione ridotta del percorso, rivolgendo molti pensieri a Inari, alla Vergine Maria e a svariati kami dalle fattezze animali (ungulati, per lo più) lei aveva fatto tipo un sentiero che circonda tutta la montagna.
Sarà il caldo, sarà il jet lag, saranno i gradini, sarà la schiena che mi fa male da quando mi sono alzato, ma la salita su per questa stramaledetta collina diventa una fatica improba, anche perché la ripetizione seriale di torii e di altari, migliaia e migliaia, dedicati a Inari fa sembrare di vivere in una continua ripetizione dello stesso attimo.
È spiazzante, perché ti domandi come e quando siano stati eretti tutti questi altari; e un po’ anche perché. Come si fa? Ci vuole un autorizzazione? A chi ci si rivolge?
È un po’ una frase fatta senza senso dire che qualcosa un posto unico al mondo (pure casa mia lo è, pure le acciaierie di Cornigliano), ma Inari decisamente lo è.

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Non so se avete mai visto La città incantata, il film di Miyazaki. Io devo averlo visto quattro o cinque volte e ogni volta mi è rimasta quella sensazione vagamente inquietante di essere come capitato nel sogno di qualcuno, in un sistema di simboli e sensazioni che non potrò mai capire pienamente. Ecco: Inari fa all’incirca questo effetto. Ci sono degli elementi più o meno familiari (degli altari per la venerazione di qualcosa, di cui qualcuno si prende cura) ma declinati in un modo che mi risulta non comprensibile. E, di conseguenza, affascinante. Quando metto in posa il mio Cthulhu per la foto di rito faccio bene attenzione a scegliere una base che non possa in alcun modo disturbare nessuna divinità. Che non si sa mai.
Poi per fortuna c’è la sana disinvoltura giapponese nelle cose sacre a stemperare l’ambiente. Le tavolette votive su cui scrivere le proprie preghiere ne sono un ottimo esempio: qui sono sagomate come il muso di una volpe e ciascuno le decora come preferisce. Anche come fossero Lady Oscar.

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A un certo punto, iniziata la discesa, succede che oltre a Paola perdiamo pure Aurora. È a quel punto che iniziano a comparire allarmanti cartelli che avvisano come comportarsi in caso di incontro con delle scimmie: non cercare di accarezzarle, non dargli del cibo, non guardarle negli occhi e in caso si facciano minacciose raccogliere dei sassi e fare finta di tirarglieli. Già ci immaginiamo epici scontri con bande di scimmie quando poi almeno Aurora la raggiungiamo.
Io, sempre più provato dall’esperienza, mi rifugio al bancone di un bar dove ordino una bevanda dal benaugurante nome di Pocari Sweat. Per fortuna non sa di sudore ma è semplicemente un Gatorade sotto falso nome (c’è una spiegazione in inglese su come in pratica abbia la stessa composizione del sudore quindi permetta di reintegrare quello che viene perduto, una roba così). Tutto questo mentre vecchine di seimila anni ci sfrecciano accanto in discesa e in salita, fresche come fiori di campo.
Rotoliamo faticosamente a valle, dove poi ci raggiunge Paola che ci infama perché non abbiamo visto tutto.

Il takoyakiaro. Foto gentilmente fornita da Lucilla.

Il takoyakiaro. Foto gentilmente fornita da Lucilla.

Però non c’è tempo per recriminare. Proseguendo nel glorioso proposito “assaggiare di tutto”, ci fermiamo da un tizio che fa i takoyaki, che sono delle polpettine di pastella e polpo cotte su una piastra particolare, fatta con tante mezze sfere, un po’ come la piastra per i muffin, solo che non va in forno ma viene scaldata su un fornello. La preparazione è molto particolare: si versa il composto sulla piastra, lo si lascia cuocere per un po’ e poi, quando la parte inferiore è cotta, con dei rapidi colpi di bacchetta si gira ogni mezzasfera.
Il primo assaggio è letale, perché la palletta ha non solo una temperatura lavica, ma la pastella all’interno resta semi-liquida e si comporta esattamente come la lava. Nell’aria si diffonde un buon odorino di lingua lessata. Poi sviluppo una tecnica accettabile (siamo seduti su una panchina, senza tavolo, con la vaschetta di plastica e le orride bacchetta usa e getta), la polpetta si raffredda un po’ e si riesce a mangiarla meglio. In realtà non è un granché, il polpo quasi non si sente e la pastella è un po’ anonima. Forse era il venditore che non era il massimo; non lo so perché nonostante mi sia ripromesso di assaggiare altri takoyaki alla fine non l’ho mai fatto (e sì che a Osaka ne ho visti anche di molto invitanti) (in compenso prima di andare via da Osaka ho comprato un ciondolino di Lamù seduta su un takoyaki) (prendi questo, Miley Cyrus!).

Piange il telefono

Piange il telefono

Il programma della giornata, a questo punto, prevede la prima vacanza dai templi e un giro nella ridente Osaka.
Sulla strada per il quartiere di destinazione, però, ci sarebbe il castello di Osaka. “Vogliamo fermarci a vedere il castello?” chiedono Paola e Antonio sul treno. Io appoggio la mozione del fermarsi, pensando che usciamo dalla stazione, vediamo il castello tipo lì davanti e torniamo al treno.
AH AH AH.
Ovviamente il castello è tipo a venti minuti a piedi dalla stazione. E non ci accontentiamo di guardarlo da lontano. La mia schiena protesta con veemenza, fa caldo e l’ora per mangiare si sta sempre più allontanando.

Ora ho voglia di giocare a Shogun

Ora ho voglia di giocare a Shogun

Per evitare di uccidere qualcuno mi allontano dal gruppo per comprarmi un altro panino cinese al vapore (ormai alla base della mia alimentazione). Il castello, comunque, è molto bello. È la ricostruzione, finita nel 1997 in cemento, dell’edificio originale (XVI-XVII secolo) andato distrutto prima nell’Ottocento e poi quando durante la seconda guerra mondiale Osaka è stata rasa al suolo dai bombardamenti. Attorno c’è un parchetto carino, se non dovete attraversarlo con la schiena che vi fa male e il forte desiderio di essere invece seduti da qualche parte a mangiare. Comunque la cosa importante per davvero è che il castello sta nella stessa circoscrizione di Osaka dove c’è anche la sede della Capcom.

Ultimo viene il corvo. Rotolando.

Ultimo viene il corvo. Rotolando.

Alla fine arriviamo alla nostra vera destinazione, che è il quartiere Namba, dove si trova la più che pittoresca via chiamata Dotonbori, un tempo sede di bordelli, poi di teatri, oggi famosa per i suoi ristoranti dalle sgargianti insegne luminose e/o animate.
Uno dei cartelloni luminosi più famosi appartiene però a una ditta di dolciumi e raffigura un maratoneta che taglia il traguardo.
Certo è degno di nota anche il granchione gigantesco che agita le chele.
Dice: ma avrete mangiato, no?
Del sushi al volo. Buono, eh.
Però ho scoperto che ci sono intere sale giochi piene solo di quei giochi malefici dove devi afferrare i pupazzeti con il gancio meccanico e che poi non vinci mai. In uno, vincevi delle pallette-tetta antistress. Ce n’erano un casino con i personaggi degli “sticker” di Line, il programma di messaggini che in Giappone va fortissimo.

Subito lì c’è poi Shinsaibashi-suji, una via coperta costellata di negozi, tipo un centro commerciale affollatissimo. Ricordo abbastanza vividamente un negozio di soli abiti (di marche note per l’abbigliamento umano) per cani. Cani di taglia piccola.

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Persa la cognizione del tempo, partiamo alla caccia di Mandarake, una famosa catena che vende pupazzetti, manga e quant’altro usati. Sulla strada, la parte più edonista della comitiva si ferma irretita da un piccolo forno che fa croissant (a 35 yen l’uno, una roba tipo 26 centesimi) e ha un bocchettone che spara profumo di burro sulla strada.
Da Mandarake non trovo niente che mi interessi (giusto un set con Devilman e Silen, ma sono molto brutti e li lascio lì); in compenso lì fuori ci sono dei bellissimi lampioni antropomorfi che mi porterei a casa senza pensarci su due volte. Però c’è chi esce dal negozio con le gigantesche scatole di due personaggi di One Piece (siamo appena al terzo giorno di vacanza, ricordiamolo).

Scoperto il segreto della produttività dei giapponesi: hanno due ore in più al giorno.

Scoperto il segreto della produttività dei giapponesi: hanno due ore in più al giorno.

Riattraversiamo la via dei neon bizzarri, facciamo una puntata in un negozio di elettronica e dischi (dove noleggiano i cd, come da noi negli eroici anni novanta) e torniamo all’ostello.
Quando usciamo a cena, incappiamo in una situazione incomprensibile.
Nella via dell’ostello c’è un posto che fa la carne. I ristoranti giapponesi sono molto specializzati e di solito fanno una o due cose, nelle loro diverse varianti. Questo ha disegnata sulla vetrina la sagoma di un bue, da fuori si vedono le griglie in mezzo al tavolo… Ci siamo passati davanti mezz’ora prima ed era pieno di gente, ora non c’è nessuno. Letteralmente. È vuoto.
Entriamo baldanzosi e il cuoco/proprietario ci viene incontro con la faccia preoccupata. Gli facciamo cenno che siamo in quattro, lui quasi ci spinge fuori. Noi ribadiamo quattro, lui ci accompagna fuori dove c’è il cartellone di un bar, ci fa capire che il bar è su dalle scale. Noi ribadiamo che non vogliamo andare al bar, vogliamo mangiare lì. “Beefu”, dice. Eh, l’abbiamo capito che fai il manzo, vogliamo mangiare il manzo. “Ai beefu”, diciamo. Insomma, tanto facciamo che riusciamo a sederci. Lui continua a non sembrare convintissimo, ma ci prende l’ordinazione o meglio ci dice che cosa ci porterà. Poi ce lo porta.
Nello specifico sono una quindicina di pezzetti di carne di manzo (siamo in quattro) e le salse per intingerle. Al centro del tavolo c’è una griglia a gas, abbiamo delle pinze di metallo: si prende la carne e la si mette a cuocere.
Per tutto il (breve) tempo in cui mangiamo il signore ci fissa da dietro il bancone (continuiamo a essere gli unici clienti). Poi, come finiamo, si materializza di fianco a noi con il conto già scritto su un bloc notes. Ora: io sono ligure, ma una roba così non l’ho mai vista.
Paghiamo, poi andiamo da un’altra parte a mangiare davvero che quello era stato un antipasto. E ci interroghiamo sulle ragioni del suo comportamento. Alla fine concludiamo che sicuramente stava per chiudere e non è riuscito a farcelo capire o non ha avuto cuore di chiuderci fuori.
Sarà sicuramente così.
Poi tornando in ostello ci passiamo di nuovo davanti e, sorpresa, c’è della gente dentro che mangia.
Mistero.

Il videogioco dei tamburoni sacri scintoisti.

Il videogioco dei tamburoni sacri scintoisti.

つづく

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 3: Pareti d’oro e pareti d’argento! La cesta dei gatti non ha padroni!!

Lo strano muschio giapponese

Lo strano muschio giapponese

Secondo giorno a Kyoto.
La prima tappa è il Kinkaku-ji, un tempio buddista il cui nome “tempio del padiglione d’oro”. In realtà nacque come villa per lo shogun Ashikaga Yoshimitsu, alla fine del XIV secolo; morto lui il complesso diventò un tempio, secondo le sue ultime volontà.
Quello che si vede oggi è una ricostruzione degli anni cinquanta del Novecento: il tempio era infatti stato bruciato nel 1950 da un apprendista monaco ventiduenne, che subito dopo cercò di suicidarsi nel parco. Non ci riuscì ma morì sei anni dopo di tubercolosi. Si dice che la ricostruzione abbia un po’ pompato la doratura dell’edificio rispetto all’originale (c’è una foto di fine ottocento dove in pratica non se ne vede traccia, ma magari è solo perché è una foto ridipinta).
Oggi il padiglione d’oro è davvero scintillante: a noi è capitata una giornata nuvolosa e brillava come se fosse stato colpito da una luce piena. Se fosse stato in pieno sole, ci dicono, sarebbe stato fastidioso a guardare, anche perché poi si riflette in un laghetto che amplifica l’effetto.

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 2: Niente scarpe dentro al tempio! Chi porta fiori al dio dei cinghiali?

4 Anche se la nostra base è Osaka, è Kyoto la città attorno alla quale graviteremo per i primi giorni. In treno ci vuole appena una quarantina di minuti, cambi compresi, tra le due città. Osaka è meno costosa e anche a dormire a Kyoto ci vorrebbe comunque parecchio tempo per raggiungere le mete turistiche; visto che i treni li abbiamo già pagati con il Rail Pass, ci conviene. Quella che si presenta alla mattina nell’atrio dell’ostello è una compagnia provata dalla stanchezza, che rantola verso la fonte di zuccheri mattutina: Mister Donut. Questa catena ha una filiale proprio di fronte alla stazione e offre quello che il nome promette: ciambelle. Lisce, glassate, al cioccolato, alla fragola. Oltre ad altri dolciumi, succhi di frutta e caffè. Ci sarà tempo per le colazioni alla giapponese, qui ne approfittiamo per darci alla perdizione glicemica. Ognuno si sceglie le sue ciambelle, le mette su un vassoio usando delle pinze e le porta alla cassa. Lì il cassiere prima di ogni cosa mette sulle mani del disinfettante dal dispenser (a fine giornata non deve avere più la pelle), poi con delle pinze passa le ciambelle su un vassoio da portata, leggermente più elegante, ti chiede che cosa vuoi da bere. Parlando. In continuazione. I giapponesi addetti alla vendita concludono qualsiasi transazione dicendo un sacco di cose, anche se è evidente che tu non abbia la minima idea di che cosa stiano dicendo. Così che fai? Annuisci, sorridi, abbozzi inchini e smozzichi mezze parole. Se non altro non sono di quella scuola di pensiero secondo la quale se uno non capisce la tua lingua basta parlare FORTISSIMO.

E il treno si ferma proprio lì.

E il treno si ferma proprio lì.

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 1: Un viaggio lungo un giorno! Il cibo prima del giusto sonno!!

Amici di Buoni Presagi, ma soprattutto amiche di Buoni Presagi (cit.), inizia un’altra serie di post di viaggio. Questa volta tocca al Giappone; nelle mie intenzioni il format questa volta dovrebbe prevedere una sezione in fondo al post con informazioni più o meno pratiche per chi volesse ripetere il viaggio o parti di esso.
Per la prima volta ho portato in viaggio un caro amico, Cthulhu, che vedrete spesso immortalato sullo sfondo di tipici panorami nipponici. Mi piace pensare di essere un po’ l’Amelie di R’lyeh.

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Questa in realtà è la copertina della Lonely Planet. Il ponte è quello del giardino di un albergo di Tokyo.

Atterro a Osaka circa 28 ore dopo essere uscito di casa mia a Bologna.
In mezzo ci sono state circa quindici ore di volo e tredici di attese e spostamenti (da Bologna a Milano, da Milano a Malpensa).
Non ho particolari emozioni, se non il sollievo di essere arrivato sano e salvo. Forse sono troppo stanco per averne. La preoccupazione principale è trovare dove cambiare il voucher per il Rail Pass, il fondamentale abbonamento del treno per gaijin che ti permette di scorazzare liberamente per la rete ferroviaria nazionale.
Il Giappone non è mai stato una delle mie mete irrinunciabili: l’unico manga che abbia mai letto e collezionato per intero è Video Girl Ai, provo un sottile fastidio per gli otaku italici, non frequento i videogiochi, non ho mai visto la terza serie di Kenshiro, non ho mai visto quello e nemmeno questo. Faccio molta fatica a leggere i manga non ribaltati. Il mio luogo dell’immaginario è l’America, per tagliarla corta. Però è capitata l’occasione di andarci con un’amica che ci è già stata diverse volte, capisce e parla il giapponese; abbiamo trovato un volo relativamente economico, prenotato con nove mesi di anticipo, e così eccoci qua a Osaka.
Quest’anno così non siamo più solo io e Lucilla: ci sono Paola, l’amica di cui sopra, Antonio (suo marito) e Aurora (una loro amica). Sono partito avendo solo una vaga idea del percorso che faremo, se non nelle sue tappe fondamentali: prima Osaka, poi una puntata a Hiroshima, poi Tokyo, poi l’Italia.

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Il primo impatto con il Giappone, quindi, è un aeroporto, che sembra uguale a tutti gli altri aeroporti del mondo, solo con delle scritte diverse e più giapponesi degli altri. Mentre ci aggiriamo tra i piani alla ricerca dell’ufficio dove prendere i pass del treno passiamo davanti a un paio di ristoranti; uno espone, come moltissimi, le riproduzioni in plastica dei piatti che è possibile ordinare. Sono bellissime.
Poi troviamo l’ufficio, cambiamo i biglietti, cerchiamo la ferrovia e la troviamo.
Curiosamente il treno è pieno di giapponesi. Dal finestrino scorre un panorama di sobborghi piuttosto europeo.
Cambiamo treno nella stazione di Osaka, che ancora ha il sapore del non-luogo (ho fatto tutto un post su un aeroporto senza scrivere “non-luogo”, adesso concedetemene uno, per favore), poi finalmente arriviamo alla nostra destinazione, una stazione dal ben augurante nome di Fukushima.
Sui pilastri del cavalcavia sono disegnati i sette dei della fortuna, ma non basta ancora.
Qualcosa che arriva quando svoltiamo l’angolo ed entriamo nella via dove si trova l’ostello. Ecco il Giappone fatto proprio come lo disegnano: una lunga via pedonale fiancheggiata da case basse, con i fili della luce che sembrano moltiplicarsi da un palo all’alto in quelli che sembrano nodi impossibili da sciogliere. Al piano terreno di ogni palazzina c’è un posto dove mangiare: è quasi ora di cena, dalla vetrina di una specie di bettola vedo salary men che bevono sorbiscono ramen dalle ciotole. Per la strada persone che si affrettano, qualche bicicletta.

Il Giappone è proprio come lo disegnano

Il Giappone è proprio come lo disegnano

L’ostello è a due minuti dalla stazione. L’ingresso ti accoglie con la cortese ma ferma richiesta di levarti le scarpe per entrare. Dopo quasi trenta ore con le stesse scarpe addosso non c’è bisogno di insistere molto. Dentro ci sono delle ciabatte monotaglia piuttosto orribili, di cui impareremo prestissimo a fare senza. Si paga in anticipo, ma c’è una specie di tessera a punti utilizzabile in altri ostelli della stessa catena: con quello che spendiamo abbiamo diritto subito a un omaggio e scegliamo un bustone di snack giapponesi che non abbiamo poi il coraggio di aprire e che ci siamo spupazzati per tutto il Giappone. Adesso è sul tavolo della mia cucina. In attesa.
Il tempo di prendere possesso delle stanze, cambiarsi e rinfrescarsi il minimo sindacale e siamo già per strada, che abbiamo un invito a cena. La destinazione è delle più improbabili: un ristorante italiano. Ma non italiano generico: di cucina marchigiana. Credo di non averlo mai visto in Italia un ristorante di cucina marchigiana, al di fuori delle Marche. E invece la mia prima cena in Giappone sarà in un ristorante marchigiano di Osaka. La proprietaria è una ragazza giapponese che Paola ha conosciuto anni prima, Kumiko, che ha portato in Giappone ricette e ingredienti dopo avere trascorso un anno e mezzo dalle parti di Ancona.
Per arrivare al suo ristorante peniamo un po’ perché in Giappone le vie non hanno nomi (se non in rarissimi casi) e le indicazioni sono tipo caccia al tesoro (”gira a destra dopo quello che fa gli udon”, una cosa così). A peggiorare le cose, non è detto che un ristorante si affacci sulla strada: potrebbe essere al primo o secondo piano di un palazzo (cioè, secondo le indicazioni giapponesi al secondo o terzo, perché il nostro piano terreno per loro è il primo piano). Per fortuna Kumiko manda dei suoi amici a prenderci, altrimenti saremmo ancora lì adesso a cercare. Due dinamicissimi e snellissimi ragazzi giapponesi, che si barcamenano tra un paio di saluti e qualche parola di italiano, ci accompagnano su per due piani in un palazzo prefabbricato parecchio brutto, nella traversa anonima di una grande strada di scorrimento. Quando varchiamo la soglia dell’Osteria della cicerchia, siamo in un altro mondo. Il locale è piccolissimo, c’è spazio per un bancone con una decina di sgabelli, un tavolo per quattro e il bagno. La cucina è a vista, Kumiko cucina e serve i clienti. Tutto l’arredamento è in legno, rustico; sembra di stare nella cucina di un casa di campagna. Gli amici di Kumiko sono cuochi anche loro, si stanno preparando a fare un viaggio in Italia, chiedono informazioni su posti da vedere e cose da mangiare. Ne approfitto per piantare il pippone del pesto con il basilico di Prà e per spiegare i pansoti con la salsa di noci. Un altro dei ragazzi è un suonatore di shamisen, ma non ne ha uno dietro, quindi mi resta la voglia di provarlo. Intanto mangiamo. Bene.
La cucina italiana di Kumiko è credibilissima e ci mette davanti piattini con qualsiasi cosa a getto continuo. A un certo punto, panico, trippa al sugo con i fagioli. Non ho mai mangiato la trippa ma che fai, rifiuti qualcosa che ti viene offerto? E così, per la prima volta in vita mia, nel posto più lontano da casa mia in cui sia mai stato, in un ristorante marchigiano gestito da una giapponese, mangio la trippa. Sa di carne.
La serata si conclude per esaurimento forze. Siamo un po’ picchiati dal jet lag e dal viaggio, ripariamo in ostello per prepararci alla prima giornata piena in Giappone; giusto per sicurezza prenotiamo per la sera dopo al ristorante sotto quello di Kumiko, che fa gli okonomiyaki (so cosa sono perché guardavo Ranma).

つづく

Informazioni pratiche:
> Osteria La Cicerchia
Cucina marchigiana. Se siete in zona e sentite bisogno di cibo italiano, è valida.

> Ostello J-Hoppers
Nel quartiere di Fukushima, in mezzo a decine di ristoranti, comodo per i mezzi.

> Japan Rail Pass
Si può fare solo online e solo se visitate il Giappone come turisti. Permette di salire su qualsiasi treno della JR (le FS giapponesi), Shinkansen compresi (salvo due linee). In questo caso però dovete prenotare il posto alla biglietteria in stazione. Vale anche per la metropolitana di Tokyo e alcune linee minori e traghetti. Per accedere ai binari bisogna mostrarlo all’omino che sta nel gabbiotto di fianco ai varchi automatizzati. Va mostrato anche all’uscita.

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