Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 4: Non c’è riposo nel tempio della volpe! Il granchio agita ancora le sue chele!!

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(Nota: ho cambiato retroattivamente il format dei titoli per ricalcare quello delle serie a cartoni animati. Come Kenshiro)

Inari Okami è uno dei principali kami (spiriti, dei) dello scintoismo. La sua sfera di competenza comprende: volpi, fertilità, riso, te, sake, agricoltura, industria, prosperità e successo materiale in genere. Un tempo proteggeva anche armaioli e mercanti. Secondo alcune fonti, il suo culto si è diffuso a partire dall’ottavo secolo da un santuario su una collina nei pressi di Kyoto, chiamata pure lei Inari. Che è appunto la prima meta del nostro terzo giorno di viaggio.
Il nome corretto del tempio è Fushimi Inari-taisha e ci si arriva con cinque minuti di treno dalla stazione di Kyoto. Sembra facile, perché come esci dalla stazione c’è un enorme torii (il portale di accesso a un tempio), davanti a una breve salita in cima alla quale si trovano le prime strutture del tempio.

Come ci si lavano mani e bocca prima della preghiera (si legge da destra a sinistra)

Come ci si lavano mani e bocca prima della preghiera (si legge da destra a sinistra)

Ci arriviamo in una bella giornata (finalmente) di sole, parecchio presto. Le volpi, messaggere del dio (che in realtà pare venga raffigurato, dice Wikipedia, come maschio, femmina e/o androgino), ci fissano feroci dai loro piedistalli, i negozi vendono amuleti e souvenir, i nostri quaderni dei templi vengono timbrati e scritti.
Ma il tempio non è mica tutto lì. No.
L’intera collina è disseminata di altari a Inari, su fino alla sommità. E il sentiero che porta in cima è famoso perché è in più punti una galleria formata da centinaia se non migliaia di torii, ciascuno dei quali donato da qualcuno (privati o aziende); c’è anche un apposito tariffario.

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Tariffario

Tariffario

Così, finito di vedere quello che c’è da vedere a valle, iniziamo a incamminarci verso la vetta.
Partiamo compatti, tutti e cinque uniti.
Poi a un certo punto Paola mette la marcia da montagna e scompare. La vedremo fugacemente in un punto panoramico, poi ripartirà dicendo “prendete la strada che sale” e non la rivedremo che a valle. Dove scopriremo che nel tempo in cui noialtri avevamo fatto la versione ridotta del percorso, rivolgendo molti pensieri a Inari, alla Vergine Maria e a svariati kami dalle fattezze animali (ungulati, per lo più) lei aveva fatto tipo un sentiero che circonda tutta la montagna.
Sarà il caldo, sarà il jet lag, saranno i gradini, sarà la schiena che mi fa male da quando mi sono alzato, ma la salita su per questa stramaledetta collina diventa una fatica improba, anche perché la ripetizione seriale di torii e di altari, migliaia e migliaia, dedicati a Inari fa sembrare di vivere in una continua ripetizione dello stesso attimo.
È spiazzante, perché ti domandi come e quando siano stati eretti tutti questi altari; e un po’ anche perché. Come si fa? Ci vuole un autorizzazione? A chi ci si rivolge?
È un po’ una frase fatta senza senso dire che qualcosa un posto unico al mondo (pure casa mia lo è, pure le acciaierie di Cornigliano), ma Inari decisamente lo è.

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Non so se avete mai visto La città incantata, il film di Miyazaki. Io devo averlo visto quattro o cinque volte e ogni volta mi è rimasta quella sensazione vagamente inquietante di essere come capitato nel sogno di qualcuno, in un sistema di simboli e sensazioni che non potrò mai capire pienamente. Ecco: Inari fa all’incirca questo effetto. Ci sono degli elementi più o meno familiari (degli altari per la venerazione di qualcosa, di cui qualcuno si prende cura) ma declinati in un modo che mi risulta non comprensibile. E, di conseguenza, affascinante. Quando metto in posa il mio Cthulhu per la foto di rito faccio bene attenzione a scegliere una base che non possa in alcun modo disturbare nessuna divinità. Che non si sa mai.
Poi per fortuna c’è la sana disinvoltura giapponese nelle cose sacre a stemperare l’ambiente. Le tavolette votive su cui scrivere le proprie preghiere ne sono un ottimo esempio: qui sono sagomate come il muso di una volpe e ciascuno le decora come preferisce. Anche come fossero Lady Oscar.

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A un certo punto, iniziata la discesa, succede che oltre a Paola perdiamo pure Aurora. È a quel punto che iniziano a comparire allarmanti cartelli che avvisano come comportarsi in caso di incontro con delle scimmie: non cercare di accarezzarle, non dargli del cibo, non guardarle negli occhi e in caso si facciano minacciose raccogliere dei sassi e fare finta di tirarglieli. Già ci immaginiamo epici scontri con bande di scimmie quando poi almeno Aurora la raggiungiamo.
Io, sempre più provato dall’esperienza, mi rifugio al bancone di un bar dove ordino una bevanda dal benaugurante nome di Pocari Sweat. Per fortuna non sa di sudore ma è semplicemente un Gatorade sotto falso nome (c’è una spiegazione in inglese su come in pratica abbia la stessa composizione del sudore quindi permetta di reintegrare quello che viene perduto, una roba così). Tutto questo mentre vecchine di seimila anni ci sfrecciano accanto in discesa e in salita, fresche come fiori di campo.
Rotoliamo faticosamente a valle, dove poi ci raggiunge Paola che ci infama perché non abbiamo visto tutto.

Il takoyakiaro. Foto gentilmente fornita da Lucilla.

Il takoyakiaro. Foto gentilmente fornita da Lucilla.

Però non c’è tempo per recriminare. Proseguendo nel glorioso proposito “assaggiare di tutto”, ci fermiamo da un tizio che fa i takoyaki, che sono delle polpettine di pastella e polpo cotte su una piastra particolare, fatta con tante mezze sfere, un po’ come la piastra per i muffin, solo che non va in forno ma viene scaldata su un fornello. La preparazione è molto particolare: si versa il composto sulla piastra, lo si lascia cuocere per un po’ e poi, quando la parte inferiore è cotta, con dei rapidi colpi di bacchetta si gira ogni mezzasfera.
Il primo assaggio è letale, perché la palletta ha non solo una temperatura lavica, ma la pastella all’interno resta semi-liquida e si comporta esattamente come la lava. Nell’aria si diffonde un buon odorino di lingua lessata. Poi sviluppo una tecnica accettabile (siamo seduti su una panchina, senza tavolo, con la vaschetta di plastica e le orride bacchetta usa e getta), la polpetta si raffredda un po’ e si riesce a mangiarla meglio. In realtà non è un granché, il polpo quasi non si sente e la pastella è un po’ anonima. Forse era il venditore che non era il massimo; non lo so perché nonostante mi sia ripromesso di assaggiare altri takoyaki alla fine non l’ho mai fatto (e sì che a Osaka ne ho visti anche di molto invitanti) (in compenso prima di andare via da Osaka ho comprato un ciondolino di Lamù seduta su un takoyaki) (prendi questo, Miley Cyrus!).

Piange il telefono

Piange il telefono

Il programma della giornata, a questo punto, prevede la prima vacanza dai templi e un giro nella ridente Osaka.
Sulla strada per il quartiere di destinazione, però, ci sarebbe il castello di Osaka. “Vogliamo fermarci a vedere il castello?” chiedono Paola e Antonio sul treno. Io appoggio la mozione del fermarsi, pensando che usciamo dalla stazione, vediamo il castello tipo lì davanti e torniamo al treno.
AH AH AH.
Ovviamente il castello è tipo a venti minuti a piedi dalla stazione. E non ci accontentiamo di guardarlo da lontano. La mia schiena protesta con veemenza, fa caldo e l’ora per mangiare si sta sempre più allontanando.

Ora ho voglia di giocare a Shogun

Ora ho voglia di giocare a Shogun

Per evitare di uccidere qualcuno mi allontano dal gruppo per comprarmi un altro panino cinese al vapore (ormai alla base della mia alimentazione). Il castello, comunque, è molto bello. È la ricostruzione, finita nel 1997 in cemento, dell’edificio originale (XVI-XVII secolo) andato distrutto prima nell’Ottocento e poi quando durante la seconda guerra mondiale Osaka è stata rasa al suolo dai bombardamenti. Attorno c’è un parchetto carino, se non dovete attraversarlo con la schiena che vi fa male e il forte desiderio di essere invece seduti da qualche parte a mangiare. Comunque la cosa importante per davvero è che il castello sta nella stessa circoscrizione di Osaka dove c’è anche la sede della Capcom.

Ultimo viene il corvo. Rotolando.

Ultimo viene il corvo. Rotolando.

Alla fine arriviamo alla nostra vera destinazione, che è il quartiere Namba, dove si trova la più che pittoresca via chiamata Dotonbori, un tempo sede di bordelli, poi di teatri, oggi famosa per i suoi ristoranti dalle sgargianti insegne luminose e/o animate.
Uno dei cartelloni luminosi più famosi appartiene però a una ditta di dolciumi e raffigura un maratoneta che taglia il traguardo.
Certo è degno di nota anche il granchione gigantesco che agita le chele.
Dice: ma avrete mangiato, no?
Del sushi al volo. Buono, eh.
Però ho scoperto che ci sono intere sale giochi piene solo di quei giochi malefici dove devi afferrare i pupazzeti con il gancio meccanico e che poi non vinci mai. In uno, vincevi delle pallette-tetta antistress. Ce n’erano un casino con i personaggi degli “sticker” di Line, il programma di messaggini che in Giappone va fortissimo.

Subito lì c’è poi Shinsaibashi-suji, una via coperta costellata di negozi, tipo un centro commerciale affollatissimo. Ricordo abbastanza vividamente un negozio di soli abiti (di marche note per l’abbigliamento umano) per cani. Cani di taglia piccola.

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Persa la cognizione del tempo, partiamo alla caccia di Mandarake, una famosa catena che vende pupazzetti, manga e quant’altro usati. Sulla strada, la parte più edonista della comitiva si ferma irretita da un piccolo forno che fa croissant (a 35 yen l’uno, una roba tipo 26 centesimi) e ha un bocchettone che spara profumo di burro sulla strada.
Da Mandarake non trovo niente che mi interessi (giusto un set con Devilman e Silen, ma sono molto brutti e li lascio lì); in compenso lì fuori ci sono dei bellissimi lampioni antropomorfi che mi porterei a casa senza pensarci su due volte. Però c’è chi esce dal negozio con le gigantesche scatole di due personaggi di One Piece (siamo appena al terzo giorno di vacanza, ricordiamolo).

Scoperto il segreto della produttività dei giapponesi: hanno due ore in più al giorno.

Scoperto il segreto della produttività dei giapponesi: hanno due ore in più al giorno.

Riattraversiamo la via dei neon bizzarri, facciamo una puntata in un negozio di elettronica e dischi (dove noleggiano i cd, come da noi negli eroici anni novanta) e torniamo all’ostello.
Quando usciamo a cena, incappiamo in una situazione incomprensibile.
Nella via dell’ostello c’è un posto che fa la carne. I ristoranti giapponesi sono molto specializzati e di solito fanno una o due cose, nelle loro diverse varianti. Questo ha disegnata sulla vetrina la sagoma di un bue, da fuori si vedono le griglie in mezzo al tavolo… Ci siamo passati davanti mezz’ora prima ed era pieno di gente, ora non c’è nessuno. Letteralmente. È vuoto.
Entriamo baldanzosi e il cuoco/proprietario ci viene incontro con la faccia preoccupata. Gli facciamo cenno che siamo in quattro, lui quasi ci spinge fuori. Noi ribadiamo quattro, lui ci accompagna fuori dove c’è il cartellone di un bar, ci fa capire che il bar è su dalle scale. Noi ribadiamo che non vogliamo andare al bar, vogliamo mangiare lì. “Beefu”, dice. Eh, l’abbiamo capito che fai il manzo, vogliamo mangiare il manzo. “Ai beefu”, diciamo. Insomma, tanto facciamo che riusciamo a sederci. Lui continua a non sembrare convintissimo, ma ci prende l’ordinazione o meglio ci dice che cosa ci porterà. Poi ce lo porta.
Nello specifico sono una quindicina di pezzetti di carne di manzo (siamo in quattro) e le salse per intingerle. Al centro del tavolo c’è una griglia a gas, abbiamo delle pinze di metallo: si prende la carne e la si mette a cuocere.
Per tutto il (breve) tempo in cui mangiamo il signore ci fissa da dietro il bancone (continuiamo a essere gli unici clienti). Poi, come finiamo, si materializza di fianco a noi con il conto già scritto su un bloc notes. Ora: io sono ligure, ma una roba così non l’ho mai vista.
Paghiamo, poi andiamo da un’altra parte a mangiare davvero che quello era stato un antipasto. E ci interroghiamo sulle ragioni del suo comportamento. Alla fine concludiamo che sicuramente stava per chiudere e non è riuscito a farcelo capire o non ha avuto cuore di chiuderci fuori.
Sarà sicuramente così.
Poi tornando in ostello ci passiamo di nuovo davanti e, sorpresa, c’è della gente dentro che mangia.
Mistero.

Il videogioco dei tamburoni sacri scintoisti.

Il videogioco dei tamburoni sacri scintoisti.

つづく

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 3: Pareti d’oro e pareti d’argento! La cesta dei gatti non ha padroni!!

Lo strano muschio giapponese

Lo strano muschio giapponese

Secondo giorno a Kyoto.
La prima tappa è il Kinkaku-ji, un tempio buddista il cui nome “tempio del padiglione d’oro”. In realtà nacque come villa per lo shogun Ashikaga Yoshimitsu, alla fine del XIV secolo; morto lui il complesso diventò un tempio, secondo le sue ultime volontà.
Quello che si vede oggi è una ricostruzione degli anni cinquanta del Novecento: il tempio era infatti stato bruciato nel 1950 da un apprendista monaco ventiduenne, che subito dopo cercò di suicidarsi nel parco. Non ci riuscì ma morì sei anni dopo di tubercolosi. Si dice che la ricostruzione abbia un po’ pompato la doratura dell’edificio rispetto all’originale (c’è una foto di fine ottocento dove in pratica non se ne vede traccia, ma magari è solo perché è una foto ridipinta).
Oggi il padiglione d’oro è davvero scintillante: a noi è capitata una giornata nuvolosa e brillava come se fosse stato colpito da una luce piena. Se fosse stato in pieno sole, ci dicono, sarebbe stato fastidioso a guardare, anche perché poi si riflette in un laghetto che amplifica l’effetto.

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 2: Niente scarpe dentro al tempio! Chi porta fiori al dio dei cinghiali?

4 Anche se la nostra base è Osaka, è Kyoto la città attorno alla quale graviteremo per i primi giorni. In treno ci vuole appena una quarantina di minuti, cambi compresi, tra le due città. Osaka è meno costosa e anche a dormire a Kyoto ci vorrebbe comunque parecchio tempo per raggiungere le mete turistiche; visto che i treni li abbiamo già pagati con il Rail Pass, ci conviene. Quella che si presenta alla mattina nell’atrio dell’ostello è una compagnia provata dalla stanchezza, che rantola verso la fonte di zuccheri mattutina: Mister Donut. Questa catena ha una filiale proprio di fronte alla stazione e offre quello che il nome promette: ciambelle. Lisce, glassate, al cioccolato, alla fragola. Oltre ad altri dolciumi, succhi di frutta e caffè. Ci sarà tempo per le colazioni alla giapponese, qui ne approfittiamo per darci alla perdizione glicemica. Ognuno si sceglie le sue ciambelle, le mette su un vassoio usando delle pinze e le porta alla cassa. Lì il cassiere prima di ogni cosa mette sulle mani del disinfettante dal dispenser (a fine giornata non deve avere più la pelle), poi con delle pinze passa le ciambelle su un vassoio da portata, leggermente più elegante, ti chiede che cosa vuoi da bere. Parlando. In continuazione. I giapponesi addetti alla vendita concludono qualsiasi transazione dicendo un sacco di cose, anche se è evidente che tu non abbia la minima idea di che cosa stiano dicendo. Così che fai? Annuisci, sorridi, abbozzi inchini e smozzichi mezze parole. Se non altro non sono di quella scuola di pensiero secondo la quale se uno non capisce la tua lingua basta parlare FORTISSIMO.

E il treno si ferma proprio lì.

E il treno si ferma proprio lì.

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 1: Un viaggio lungo un giorno! Il cibo prima del giusto sonno!!

Amici di Buoni Presagi, ma soprattutto amiche di Buoni Presagi (cit.), inizia un’altra serie di post di viaggio. Questa volta tocca al Giappone; nelle mie intenzioni il format questa volta dovrebbe prevedere una sezione in fondo al post con informazioni più o meno pratiche per chi volesse ripetere il viaggio o parti di esso.
Per la prima volta ho portato in viaggio un caro amico, Cthulhu, che vedrete spesso immortalato sullo sfondo di tipici panorami nipponici. Mi piace pensare di essere un po’ l’Amelie di R’lyeh.

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Questa in realtà è la copertina della Lonely Planet. Il ponte è quello del giardino di un albergo di Tokyo.

Atterro a Osaka circa 28 ore dopo essere uscito di casa mia a Bologna.
In mezzo ci sono state circa quindici ore di volo e tredici di attese e spostamenti (da Bologna a Milano, da Milano a Malpensa).
Non ho particolari emozioni, se non il sollievo di essere arrivato sano e salvo. Forse sono troppo stanco per averne. La preoccupazione principale è trovare dove cambiare il voucher per il Rail Pass, il fondamentale abbonamento del treno per gaijin che ti permette di scorazzare liberamente per la rete ferroviaria nazionale.
Il Giappone non è mai stato una delle mie mete irrinunciabili: l’unico manga che abbia mai letto e collezionato per intero è Video Girl Ai, provo un sottile fastidio per gli otaku italici, non frequento i videogiochi, non ho mai visto la terza serie di Kenshiro, non ho mai visto quello e nemmeno questo. Faccio molta fatica a leggere i manga non ribaltati. Il mio luogo dell’immaginario è l’America, per tagliarla corta. Però è capitata l’occasione di andarci con un’amica che ci è già stata diverse volte, capisce e parla il giapponese; abbiamo trovato un volo relativamente economico, prenotato con nove mesi di anticipo, e così eccoci qua a Osaka.
Quest’anno così non siamo più solo io e Lucilla: ci sono Paola, l’amica di cui sopra, Antonio (suo marito) e Aurora (una loro amica). Sono partito avendo solo una vaga idea del percorso che faremo, se non nelle sue tappe fondamentali: prima Osaka, poi una puntata a Hiroshima, poi Tokyo, poi l’Italia.

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Il primo impatto con il Giappone, quindi, è un aeroporto, che sembra uguale a tutti gli altri aeroporti del mondo, solo con delle scritte diverse e più giapponesi degli altri. Mentre ci aggiriamo tra i piani alla ricerca dell’ufficio dove prendere i pass del treno passiamo davanti a un paio di ristoranti; uno espone, come moltissimi, le riproduzioni in plastica dei piatti che è possibile ordinare. Sono bellissime.
Poi troviamo l’ufficio, cambiamo i biglietti, cerchiamo la ferrovia e la troviamo.
Curiosamente il treno è pieno di giapponesi. Dal finestrino scorre un panorama di sobborghi piuttosto europeo.
Cambiamo treno nella stazione di Osaka, che ancora ha il sapore del non-luogo (ho fatto tutto un post su un aeroporto senza scrivere “non-luogo”, adesso concedetemene uno, per favore), poi finalmente arriviamo alla nostra destinazione, una stazione dal ben augurante nome di Fukushima.
Sui pilastri del cavalcavia sono disegnati i sette dei della fortuna, ma non basta ancora.
Qualcosa che arriva quando svoltiamo l’angolo ed entriamo nella via dove si trova l’ostello. Ecco il Giappone fatto proprio come lo disegnano: una lunga via pedonale fiancheggiata da case basse, con i fili della luce che sembrano moltiplicarsi da un palo all’alto in quelli che sembrano nodi impossibili da sciogliere. Al piano terreno di ogni palazzina c’è un posto dove mangiare: è quasi ora di cena, dalla vetrina di una specie di bettola vedo salary men che bevono sorbiscono ramen dalle ciotole. Per la strada persone che si affrettano, qualche bicicletta.

Il Giappone è proprio come lo disegnano

Il Giappone è proprio come lo disegnano

L’ostello è a due minuti dalla stazione. L’ingresso ti accoglie con la cortese ma ferma richiesta di levarti le scarpe per entrare. Dopo quasi trenta ore con le stesse scarpe addosso non c’è bisogno di insistere molto. Dentro ci sono delle ciabatte monotaglia piuttosto orribili, di cui impareremo prestissimo a fare senza. Si paga in anticipo, ma c’è una specie di tessera a punti utilizzabile in altri ostelli della stessa catena: con quello che spendiamo abbiamo diritto subito a un omaggio e scegliamo un bustone di snack giapponesi che non abbiamo poi il coraggio di aprire e che ci siamo spupazzati per tutto il Giappone. Adesso è sul tavolo della mia cucina. In attesa.
Il tempo di prendere possesso delle stanze, cambiarsi e rinfrescarsi il minimo sindacale e siamo già per strada, che abbiamo un invito a cena. La destinazione è delle più improbabili: un ristorante italiano. Ma non italiano generico: di cucina marchigiana. Credo di non averlo mai visto in Italia un ristorante di cucina marchigiana, al di fuori delle Marche. E invece la mia prima cena in Giappone sarà in un ristorante marchigiano di Osaka. La proprietaria è una ragazza giapponese che Paola ha conosciuto anni prima, Kumiko, che ha portato in Giappone ricette e ingredienti dopo avere trascorso un anno e mezzo dalle parti di Ancona.
Per arrivare al suo ristorante peniamo un po’ perché in Giappone le vie non hanno nomi (se non in rarissimi casi) e le indicazioni sono tipo caccia al tesoro (”gira a destra dopo quello che fa gli udon”, una cosa così). A peggiorare le cose, non è detto che un ristorante si affacci sulla strada: potrebbe essere al primo o secondo piano di un palazzo (cioè, secondo le indicazioni giapponesi al secondo o terzo, perché il nostro piano terreno per loro è il primo piano). Per fortuna Kumiko manda dei suoi amici a prenderci, altrimenti saremmo ancora lì adesso a cercare. Due dinamicissimi e snellissimi ragazzi giapponesi, che si barcamenano tra un paio di saluti e qualche parola di italiano, ci accompagnano su per due piani in un palazzo prefabbricato parecchio brutto, nella traversa anonima di una grande strada di scorrimento. Quando varchiamo la soglia dell’Osteria della cicerchia, siamo in un altro mondo. Il locale è piccolissimo, c’è spazio per un bancone con una decina di sgabelli, un tavolo per quattro e il bagno. La cucina è a vista, Kumiko cucina e serve i clienti. Tutto l’arredamento è in legno, rustico; sembra di stare nella cucina di un casa di campagna. Gli amici di Kumiko sono cuochi anche loro, si stanno preparando a fare un viaggio in Italia, chiedono informazioni su posti da vedere e cose da mangiare. Ne approfitto per piantare il pippone del pesto con il basilico di Prà e per spiegare i pansoti con la salsa di noci. Un altro dei ragazzi è un suonatore di shamisen, ma non ne ha uno dietro, quindi mi resta la voglia di provarlo. Intanto mangiamo. Bene.
La cucina italiana di Kumiko è credibilissima e ci mette davanti piattini con qualsiasi cosa a getto continuo. A un certo punto, panico, trippa al sugo con i fagioli. Non ho mai mangiato la trippa ma che fai, rifiuti qualcosa che ti viene offerto? E così, per la prima volta in vita mia, nel posto più lontano da casa mia in cui sia mai stato, in un ristorante marchigiano gestito da una giapponese, mangio la trippa. Sa di carne.
La serata si conclude per esaurimento forze. Siamo un po’ picchiati dal jet lag e dal viaggio, ripariamo in ostello per prepararci alla prima giornata piena in Giappone; giusto per sicurezza prenotiamo per la sera dopo al ristorante sotto quello di Kumiko, che fa gli okonomiyaki (so cosa sono perché guardavo Ranma).

つづく

Informazioni pratiche:
> Osteria La Cicerchia
Cucina marchigiana. Se siete in zona e sentite bisogno di cibo italiano, è valida.

> Ostello J-Hoppers
Nel quartiere di Fukushima, in mezzo a decine di ristoranti, comodo per i mezzi.

> Japan Rail Pass
Si può fare solo online e solo se visitate il Giappone come turisti. Permette di salire su qualsiasi treno della JR (le FS giapponesi), Shinkansen compresi (salvo due linee). In questo caso però dovete prenotare il posto alla biglietteria in stazione. Vale anche per la metropolitana di Tokyo e alcune linee minori e traghetti. Per accedere ai binari bisogna mostrarlo all’omino che sta nel gabbiotto di fianco ai varchi automatizzati. Va mostrato anche all’uscita.

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Transito

(sto andando in Giappone)

Fo to di Andrea Lombardo

Fo to di Andrea Lombardo

Viaggiare in aereo ti mette fuori dal tempo, fuori dai luoghi.

L’aeroporto di Dubai è una cattedrale in quello che non è più un deserto.
Sono da due ore nel posto più a sud ed est da casa mia in cui sia mai stato e potrei essere ovunque.
Fuori ci sono 28 gradi, o almeno c’erano quando siamo atterrati, ma dentro c’è la temperatura standard da aeroporto. E’ passata mezzanotte, ma non so che ore siano. Ci sono tre ore di fuso dall’Italia, abbiamo volato verso il tramonto ed è come se avessimo avuto una giornata molto breve e molto lunga allo stesso tempo.
Il volo da Milano è stato una bolla di sospensione dal mondo. La Emirates mette a disposizione in ogni sedile uno schermo dove si possono guardare film, giocare con i videogames, ascoltare musica. Ininterrottamente.
Ho guardato G.I. Joe 2 (che ha soddisfatto pienamente le mie aspettative), Toy Story 2 (che non avevo ancora visto), un documentario maffo sulle origini del metal. Ho ascoltato un po’ dei nuovi dischi dei Franz Ferdinand e dei Vampire Weekend, ma troppo poco per dare un giudizio. Più per il gusto di poterlo fare che altro. Ho provato a leggere un po’, ho un libro da finire di leggere, ma il richiamo delle immagini in movimento era troppo potente.
Ho mangiato del cibo buono, lontano mille miglia dall’idea di “cibo da aereo” per consistenza e sapore. Ho visto una signora con il velo integrale che lo sollevava furtiva per mangiare; le ho visto il mento e la bocca e mi sono imbarazzato quasi come avessi cercato di guardarle le mutande.
Nessun problema alle orecchie, sedile comodo. Sei ore di volo e non mi sembrava nemmeno di essere in aereo. Solo altrove, come in un’animazione sospesa.
Ho volato sopra la Turchia e all’Iraq e al Kuwait, che brilla come un albero di natale. E guardavo dei film su dei giocattoli (non ci ho pensato fino a questo momento).
Mentre aspettiamo di scendere sento uno che frequenta Dubai che racconta di un imprenditore che ha costruito dei grattacieli vista mare, poi qualche tempo dopo un altro imprenditore ha avuto il permesso per costruirne altri davanti ai suoi perché è entrato nelle grazie della famiglia reale. Ora, dice, stanno pensando di ampliare la spiaggia per potere costruire altri edifici con la vista mare garantita. Fino al prossimo giro di vento. Leggenda urbana? Non lo so, ma mi sembra abbia una morale.
Poco prima dell’atterraggio sugli schermi è passato uno spot dell’ente turismo di Dubai. Niente ministri dall’inglese stentato che riempono lo schermo con il loro faccione e i loro appelli: tre minuti e mezzo di Frank Sinatra su un montaggio vertiginoso di alberghi, mall, ristoranti, oasi, acquari, piste da sci, pinguini.
Ti domandi che cosa spinga qualcuno che ha un sacco di soldi ad andarli a sputtanare a Dubai, di tutti i posti nel mondo.

All’aeroporto abbiamo vagato come ipnotizzati per il duty free, quasi sommersi dalla quantità di merci che brillano sotto i neon.
In questo grande frullatore culturale ci sono dolci arabi, ristoranti italiani e cinesi, una succursale di Shake Shack (che ha sede a New York, giusto a due passi da dove avevamo l’albergo). E poi il kitsch, che ha la stessa struttura profonda del nostro ma si riveste dell’apparenza di una cultura differente: un sacco di cammelli in tutte le forme possibili, kit sale e pepe con una donna velata in nero e un uomo con il camicione bianco, penne con teste umane, magneti da frigo, sottobicchieri fatti come tappeti persiani.
Attendiamo l’imbarco spiaggiati davanti ai bagni.
Più in là ci sono le sale per la preghiera, una per gli uomini e una per le donne, poco dietro distese sterminate di alcolici e superalcolici in offerta.
Una ragazza di una squadra femminile di pattinaggio argentina gira con al collo bene in vista uno di quei brutti rosari di plastica fosforescenti.
Le hostess della Emirates girano con quel cappellino con velo che scende attorno al collo come una sciarpa che sembra uscito di prepotenza da Star Wars o qualche copertina di un planetary romance.
All’imbarco di un volo per Karachi mi ipnotizzo a guardare un gruppo di uomini in abiti tradizionali, i volti affilati e le lunghe barbe, seduti accovacciati. Sembravano una banda di guerriglieri del Grande Gioco per qualche motivo scagliati fuori dal loro tempo, lontano dai loro lunghi fucili.
Di fianco a me un ragazzo orientale gioca a Wing Commander, emulato su un MacBook.
Ho una moneta da 5 yen legata al polso a un braccialetto.
Non so dove sono, non so che ore sono. E’ tecnicamente notte fonda, ma i negozi sono tutti aperti. Credo che qui il tempo non esista, come nelle città sepolte nelle sabbie del deserto dei racconti di Lovecraft e dei suoi epigoni. Forse per questo faccio foto alla mia statuina di Cthulhu tra i cammelli del duty-free.

(post scriptum: la foto in apertura è del fotografo genovese Andrea Lombardo. Andrea è partito per Tokyo il giorno dopo della mia partenza e ha trascorso lunghe ore di transito notturno, all’andata e al ritorno, all’aeroporto di Istanbul. Il suo reportage fotografico di quell’esperienza, intitolato In transito, ha alcune assonanze con questo post – che non credo Andrea avesse letto prima di partire – e sono contento che mi abbia permesso di usare un’immagine per illustrarlo. Il fatto che la foto e il testo parlino di due aeroporti diversi, ovviamente, non fa altro che rafforzare il senso di spaesamento che questi luoghi provocano)

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Il grande Belzoni

Pub.Bonelli

È uscito il 30 ottobre e non sono quanto resterà in edicola

Avevo già citato a proposito di Felice Benuzzi la teoria del mio amico Flavio secondo la quale in un dato campo dell’agire umano c’è almeno un italiano che ha fatto delle cose notevoli per lo più sconosciute dai suoi connazionali.
Giovanni Battista Belzoni, padovano di nascita, inglese d’azione, avventuriero ed esploratore in Egitto, è un altro di quei personaggi. Nato a Padova nel 1778, è stato uno dei pionieri dell’egittologia all’inizio del XIX secolo. Ha scoperto tombe (la più famosa quella di Seti I) e ha localizzato l’ingresso alla piramide di Chefren, fino a quel momento – tombaroli a parte – considerata priva di camera sepolcrale. Per sicurezza firmò anche la sua scoperta. Tornato in Inghilterra, organizzò tra le altre cose la prima esposizione sull’antico Egitto, con tanto di ricostruzione della tomba di Seti I da lui scoperta.
Morì in Africa, mentre cercava di raggiungere Timbuctu, in cui all’epoca da secoli nessun occidentale aveva mai messo piede.

Ma prima di dedicarsi all’esplorazione di antichità era stato un fenomeno da baraccone in Inghilterra: la sua statura (due metri) e la stazza imponente gli permettevano di interpretare il personaggio del “Sansone Patagonico”. In questa veste, si caricava addosso una decina di persone e le portava in giro per il palco.
Un personaggio, come dicono gli inglesi, “larger than life”, a cui sembra si sia ispirato anche George Lucas per il personaggio di Indiana Jones.
Dice: e a un tizio così nessuno ha pensato di dedicare un romanzo, qualcosa?
No, almeno in Italia (su amazon si trova un ebook di un autore che fa vivere al padovano avventure pulp-avventurose), almeno fino a che Walter Venturi, fumettista già visto all’opera sulle pagine di John Doe e Zagor, non è riuscito a convincere la Bonelli a pubblicare la sua ricostruzione della vita di Belzoni.
Un balenottero di 272 pagine che mescola con grande disinvoltura il racconto biografico e la storia avventurosa, miscelando con cura i due ingredienti a seconda delle necessità, ma senza mai diventare un pastiche fantastico (niente steampunk, niente zombi, niente mummie redivive, per intenderci).

GrandeBelzoni

Fin dalle prime pagine, Belzoni è una figura tratteggiata con molti chiaroscuri: è violento, minaccioso e spinto da ossessioni che gli fanno calpestare tutto quello che sta sulla sua strada. Ma allo stesso è un puro, incapace di rendersi conto, per entusiasmo, quando sta venendo ingannato. Non è un bonario Bud Spencer in costume, è più una specie di Conan di inizio Ottocento (tanto che a un certo punto tira un pugno a un cammello).
La storia si alterna tra due piani temporali ed esplode in una straordinaria sequenza che è quanto di più coerentemente epico abbia visto disegnato da qualche tempo a questa parte, roba che il Conan di Roy Thomas al confronto è la Pimpa.
Venturi racconta la sua storia rispettando con molta diligenza la gabbia bonelliana (3 strisce di due vignette e permutazioni), in tavole di grande potenza e precisione grafica, che in alcuni dettagli possono richiamare alla mente qualcosa di Magnus.

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Belzoni-3Un lavorone, insomma.
Un fumetto epico che ha il pregio di cercare di fare conoscere un personaggio affascinante quasi più sepolto dalle sabbie del tempo delle rovine che ha scavato. E che rischia pure lui di scomparire dal mercato troppo in fretta (a questo punto potrei inserire tutta una tirata sui fighetti che chiamano “GRAPHIC NOVEL” narrazioni ombelicali di una manciata di pagine e davanti a queste cose invece storcono il naso e dicono “ah, ma è un fumetto”, ma lasciamo perdere).
Per cui una segnalazione ci sta tutta, prima che sparisca dalle edicole.
Sono nove euro e cinquanta per 272 pagine.

(se poi uno volesse approfondire su Belzoni, io mi sono preso Il gigante del Nilo, un saggione “serio” che ricostruisce nel dettaglio la vita del personaggio e i suoi tempi. In alternativa, i resoconti dello stesso Belzoni si trovano su Google Books, anche in italiano)

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Lou Reed e i fatti miei

Chi c’era in copertina sul primo numero della fanzine “Punk”?

Su Lou Reed ho da raccontare un paio di cose su come le sue cose abbiano più o meno incrociato la mia vita. Intanto, la prima volta che qualcuno ha usato una canzone per dirmi delle cose, quella canzone era questa qua: Un paio di anni prima io e un mio compagno di liceo suonammo Walk on the wild side alla festa della scuola. Io ero (e per moltissimi versi sono tutt’ora) un pessimo chitarrista e lui, Riccardo, non era davvero un cantante. Le premesse per il disastro c’erano tutte. Per essere sicuri di schiantarci meglio avevamo reclutato come coriste tre compagne di classe, su basi puramente estetiche (e/o perché abbastanza incoscienti da accettare la parte), poi in un attimo di incoscienza, dopo avere recuperato un batterista che non aveva mai suonato con le spazzole in vita sua, siamo riusciti ad avvalerci della collaborazione al basso del miglior musicista della scuola. Un tizio che, per dire, oggi ha una voce su Wikipedia e ha pubblicato tre dischi di progressive. Come andò? Credo bene. Era la prima volta che suonavo in pubblico come unico chitarrista e non ricordo di avere sbagliato accordi in modo catastrofico (mi sa che per evitarmi problemi con il FA l’ho suonata con il capotasto al quinto tasto), l’assolo finale fatto con il basso fu proprio bello, le ragazze non stonarono particolarmente. Il personale docente non sembrò prendere bene il fatto che alcuni versi fossero stati cantati in italiano (“ma non ha mai perso la testa neanche quando l’ha preso in bocca”, per esempio). E stranamente non venne apprezzato il fatto che attaccammo in fondo alla canzone un frammento, a dire il vero piuttosto lungo, di un’improvvisazione nata mesi prima nelle serate della settimana bianca scolastica, intitolata Don Tonino: una carrellata (molto reediana) di personaggi bizzarri e disgustosi (e vocaboli ricercati o dialettali o desueti; l’inizio recitava “Lui è Don Tonino, luvego e un po’ tremebondo”) che poteva andare avanti anche per delle mezz’ore intere, sempre con SOL, LA, RE. Circa sei persone in tutto capirono che cosa stavamo facendo e perché, ma per noi era una cosa straordinaria che non potevamo non fare. Purtroppo, non ci fu alcuna conseguenza disciplinare per avere cantato di pompini in italiano alla festa della scuola, quindi l’episodio è molto meno punk di quello che potrebbe essere. Sipario con i Dictators  (che nel 1975 avevano un pezzo che diceva “I think Lou Reed is a creep”) che fanno i Velvet Underground:

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