The next big thing – I Dictators, il rock and roll e tutto quanto – 1

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I Dictators sono uno dei segreti meglio custoditi del rock and roll. E incidentalmente uno dei miei gruppi di sempre, amati di un amore che non avrei mai creduto di potere provare per un gruppo scoperto ormai lontano dall’adolescenza. Ne ho parlato un paio di volte, qui e nel resoconto del viaggio a New York.
Ma siccome i Dictators (o meglio i Dictators NYC, formula dietro alla quale si nascondono alcune menate tra i membri fondatori e il fatto che della formazione originale sopravvivono solo due membri) sono appena sbarcati in Europa per un tour che toccherà anche l’Italia per ben quattro date, mi sembra giusto condividere questo segreto con il mondo (inteso come: quelli che curiosamente hanno ancora questo blog nel feed reader).

Dalla Rolling Stones Record Guide del 1982. D.M. è Dave Marsh, cofondatore di Creem e una delle 120.000 persone che si contendono il titolo di "prima persona ad avere usato il termine PUNK parlando di musica"

Dalla Rolling Stones Record Guide del 1982. D.M. è Dave Marsh, cofondatore di Creem e una delle 120.000 persone che si contendono il titolo di “prima persona ad avere usato il termine PUNK parlando di musica”

1. I Dictators sono stati fondati attorno al 1973 da Andy Shernoff, bassista e cantante, che a 16 anni aveva fondato la fanzine Teenage Wasteland Gazette, per la quale scrisse qualcosa anche Lester Bangs.

2. Il loro primo disco è del 1973, si intitola The Dictators Go Girl Crazy ed è stato prodotto da Murray Krugman e Sandy Pearlman, che all’epoca gestivano anche i Blue Öyster Cult. Non fu propriamente un successo commerciale, però ispirò due ventenni di nome John Holmstrom e Legs McNeil a fondare una fanzine sperando di potere un giorno intervistare la band. Quella rivista si chiamava “PUNK!”, forse ne avete sentito parlare. Per sfiga, quando i due chiamarono la Epic per chiedere un’intervista al gruppo si sentirono dire che il gruppo si era sciolto e tanti saluti.
Toh, ascoltatelo tutto, tanto è breve:

3. Un paio di canzoni del primo disco sono cantante da “Handsome Dick Manitoba”, al secolo Richard Bloom, amico di Shernoff e roadie tuttofare della band. Narrano le cronache come roadie Manitoba fosse un disastro, in qualsiasi mansione (dalla guida alla cucina); in compenso una sera del 1974 salì sul palco (per la prima volta in vita sua) per cantare Wild Thing. Doveva essere una specie di scherzo, ma il pubblico impazzì letteralmente, non tanto perché Manitoba sia un grande cantante (anzi), ma per il carisma promanato a profusione. Da lì, è diventato la “secret weapon del gruppo” e quando Pearlman e Krugman hanno messo sotto contratto il gruppo hanno preteso che diventasse un membro ufficiale.

4. Tra le altre bizzarre decisioni di Pearlman ci fu anche quella di cambiare il cognome di Ross da Friedman a Funicello, perché l’idea dell’italo-americana tirava di più. Il cognome gli resterà appiccicato almeno fino ai primi dischi dei Manowar.

5. L’ultimo concerto prima dello scioglimento temporaneo nel 1975 fu a una roba che si chiamava Miss All Bare America. Abbiamo una foto dell’edizione del 1977 (mandate a letto i bambini):

Foto di Roberta Bayley

Foto di Roberta Bayley

Edizione del 1975

Edizione del 1975

6. Si riformano all’inizio del 1976. Shernoff si fa un po’ da parte e si presenta come bassista Mark “The Animal” Mendoza. Ha una testa di capelli afro da fare paura e suona come un mastro ferraio. Probabilmente le due cose non sono collegate, ma qualche settimana dopo il palazzo in cui provano crolla mentre loro non ci sono.

7. Manitoba è il protagonista di uno degli eventi più citati nei libri sugli anni punk di New York: “The Wayne County Incident”. Wayne County era all’epoca un cantante transessuale e si stava esibendo con il suo gruppo al CBGB’s. Ubriaco, Manitoba si mette a insultarlo. Questo è il punto su cui tutti i testimoni concordano, perché poi le interpretazioni divergono: per alcuni era un attacco omofobo in piena regola, per altri aveva sempre fatto parte del gioco. Fatto sta che a un certo punto Manitoba mette un piede sul palco. Il CBGB’s era un buco, pare che per andare in bagno fosse una strada obbligata. Oppure voleva menarlo? Anche qui i resoconti divergono. Quello su cui tutti concordano è l’epilogo: Wayne County urla una roba tipo “CICCIONEDDIMMERDAHAIROTTOILCAZZO” e schianta l’asta del microfono addosso a Manitoba. La scena pare sia stata molto buffa, perché i due protagonisti sono questi:

Handsome Dick Manitoba (a sinistra, l'altro è Muddy Waters)

Handsome Dick Manitoba (a destra, l’altro è Muddy Waters)

Wayne County

Wayne County

Manitoba crolla a terra in un bagno di sangue. Il colpo gli ha sfasciato la clavicola.
Succede ovviamente un casino. I Dictators sono ostracizzati più o meno da chiunque, tanto che la rivista PUNK! si sente in dovere di fare qualcosa per il suo gruppo ispiratore. Per prima cosa, chiede un articolo a Lester Bangs. Bangs, che sta per trasferirsi a New York, manda una sbrodolata allucinante sulla “Mafia gay di New York”, poi rinsavisce e chiede che non venga pubblicato. Il pezzo si trova online e non è tra le cose migliori di Bangs. Tempo fa provai a tradurlo, ma è un inferno:

Ma questa non è una novità. Queste stronzate sono vecchie come Brian Epstein. Più vecchio. Se volessi tirartela davvero da artista e vantarti della tua erudizione potresti risalire a tutta la documentazione sul fatto che Nijinsky dovette lasciarsi fottere nel culo da Diaghilev per diventare “un successo”. È come tutte quelle stronzate che hai letto su Hollywood, le attricette e il divano per i provini, ed è tutto VERO, a parte che sono e sono stati i bei ragazzi quelli che qualcuno si vuole succhiare. Mi ricordo nel ’66, sto vedendo qualcosa su Warhol e i Velvet sulla tv pubblica, sono lì a fumare erba con mio nipote mentre guardiamo i Velvet al Dom che suonano un’ininterrotta jam “orientale” con Cale che incombe sulla sua viola accordata aperta e Lou Reed che strimpella davanti a una muraglia di amplificatori e poi c’è uno stacco sul pubblico che è tutto pieno di questi scenaioli warholiani che ballano come coglioni su questo bordone senza muovere gomiti e ginocchia, in una catatonia metamfetaminica, e con tutta l’ingenuità del 1966 guardo mio nipote e gli dico “cioè, mi domando come potresti mai entrare a fare parte di un gruppo di gente del genere”.

Okay, non ce l’ho con il fare i pompini e non ce l’ho con gli omosessuali. Una persona etero non può permettersi di fare nulla di neanche lontanamente vicino a una cosa del genere in questo momento storico, perché come per i neri la memoria delle terribili oppressioni è ancora troppo fresca – a dire il vero là fuori dove la maggior parte degli americani vive sono ancora cosa di tutti i giorni, il che vuol dire che mi scuso se suona paternalistico ma mi sento dispiaciuto per chiunque debba vivere tra completi rincoglioniti che ammiccano a loro con occhi che luccicano di gioia sadica solo perché capita che siano un po’ diversi in un modo o nel’altro. Ci sono delle sofferenze dietro all’essere alla moda, dietro alle stronzate S&M/D&D effeminate che qualunque sadico o masochista degno di questo nome dovrebbe odiare almeno quanto le odia l’autore di questo pezzo, dolori che hanno a che fare con sorrisetti alle spalle e individui chiaramente incompleti, coglioni repressi che ti vogliono fare mangiare merda perché ami o ami fare l’amore con persone del tuo stesso sesso o hai altre propensioni che non rientrano nelle strette maglie del loro eterno terrore…

Comunque l’altra cosa che fanno quelli di Punk! è organizzare ai Dictators un concerto, in un locale nuovo e fuori dal giro, che attira un sacco di gente incuriosita e che vuole vedere questi tizi di cui ha tanto sentito parlare.

8. Il secondo disco si chiama Manifest Destiny. Shernoff ci suona le tastiere. È il disco meno riuscito del gruppo, anche se contiene almeno due perle.
Una è Young, fast, scientific, che contiene il verso “rock and roll made a man out of me” che è talmente enorme che i KEAP hanno dovuto scrivere una canzone con quel titolo.

L’altra è la cover di Search and destroy degli Stooges che, beh, fate un po’ voi.

Neanche questo disco va bene e nel 1978 Mendoza se ne va, per finire poi nei Twisted Sisters. Shernoff torna a fare il bassista a tempo pieno e scrive le canzoni per un nuovo disco.

9. Bloodbrothers è il titolo del terzo disco, il primo in cui Manitoba canta TUTTE LE CANZONI. Il fatto che non sia un cantante è opzionale. Non ci fai quasi nemmeno caso.
Il disco è famoso per un featuring misconosciuto, quello di Bruce Springsteen.
New York in quegli anni era un posto dove succedevano un sacco di cose, musicalmente, e Springsteen era uno con le orecchie lunghe e frequentazioni variegate (come dovreste sapere, visto che scrisse Because the night per Patti Smith e Hungry Heart per i Ramones, salvo poi tenersela per sé) (se volete approfondire la NYC musicale di quegli anni, c’è un buon libro da poco pubblicato in Italia da Codice Edizioni: New York 1973-1978. Cinque anni che hanno rivoluzionato la musica). Fatto sta che Springsteen è nello studio di fianco che registra Darkness on the edge of town, in una pausa si affaccia e chiede se gli fanno fare qualcosa, nello specifico urlare ONE! TWO! ONE TWO THREE FOUR! alla fine dell’assolo di Faster and Louder.
Altri due pezzoni sono Stay with me, pezzo “alla Ramones”, e Baby Let’s Twist, che ebbe un minimo di vita radiofonica, una specie di Louie Louie in minore

(continua)

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La guerra non era finita – recensione

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“Non c’è nessun dopoguerra”.
È l’incipit di uno dei miei romanzi preferiti di Wu Ming, 54, in cui si raccontano tra le (molte) altre cose le vicissitudini dei partigiani al termine della guerra.
“Non c’è nessun dopoguerra” potrebbe essere anche il titolo del saggio di Francesco Trento, La guerra non era finita. I partigiani della Volante Rossa, uscito a febbraio per Laterza, che risponde idealmente alla retorica di Giampaolo Pansa sul “sangue dei vinti”, raccontando le gesta di un gruppo di ex partigiani con base a Lambrate che, a guerra finita, non depose le armi e continuò ad agire uccidendo fascisti.
Dice: “eh, ma allora gli dà ragione, a Pansa: i partigiani ammazzavano anche a guerra finita”.
No.
Il punto è che l’immediato dopoguerra è un periodo di cui di solito si sa abbastanza poco. Sembra che ci si immagini che dal 26 aprile 1945 di colpo ci siano stati tarallucci e vino ovunque, salvo che da parte dei perfidi partigiani che non hanno mollato le armi. In realtà il dopoguerra è stato una landa selvaggia, quasi quanto la guerra propriamente detta, e chi temeva che il fascismo non fosse stato sconfitto se non nominalmente non era necessariamente un paranoico o un esaltato. Gruppi di fascisti organizzati (ce n’era uno che si chiamava Partito Democratico Fascista*, tra gli altri)  compiono attentati e altre azioni. L’epurazione dei funzionari di Stato compromessi con il fascismo si è rivelata una farsa, visto che è affidata a una magistratura formatasi nel Ventennio e rimasta al suo posto. I partigiani vengono invece epurati dalla polizia, un’amnistia di Togliatti svuota le carceri dai fascisti ma tiene dentro chi era arrestato per azioni commesse durante la Resistenza e giudicate, dopo la guerra, sulla base dei rapporti della polizia fascista. C’è chi deve fuggire all’est per evitare la galera.
Insomma, per citare un’espressione cara al fascismo, quella nella guerra di liberazione è una vittoria mutilata.
In questo quadro, diventa facile comprendere perché in diverse parti d’Italia qualcuno possa avere pensato che non fosse ancora il momento di mettere giù le armi. Anche perché non bisogna dimenticare che non c’era solo un anno e mezzo di guerra, ma anche vent’anni di regime fascista da buttare nel conto.

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I membri della Volante Rossa, con un appoggio molto cauto del PCI (per il quale dal 1947 fanno servizio d’ordine in manifestazione), fanno questo: si procurano un camion, divise dell’esercito, armi e uccidono fascisti.
La fine arriva nel 1949, quando la maggior parte dei membri vennero arrestati. Il processo si concluse nel 1953 con una serie di condanne. Nel frattempo però Giulio Paggio, il capo della formazione, era fuggito a Praga, dove ha trascorso il resto della vita. Paggio e altri due membri della Volante sono stati graziati da Pertini nel 1978.

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Una delle cose più trite e banali che si possono dire di un saggio è che “si legge come un romanzo”. La guerra non era finita non si legge come un romanzo, si legge come un grumo di potenziali romanzi: in appena 160 pagine, Trento ha stipato decine e decine di storie che meriterebbero di avere un racconto più esteso. Una è proprio all’inizio: Giuseppe Bonfatti (“Remo”), ex partigiano, nel 1990, tornato in Italia dal Brasile dove aveva trascorso molti anni dopo la guerra, riconosce in un bar uno dei responsabili dell’incendio per rappresaglia della casa della sua famiglia. Lo aspetta fuori e lo uccide a picconate. Poi si consegna ai carabinieri. Al processo dichiarerà che è stata la cosa più bella che abbia mai fatto. Una vicenda tremenda e a suo modo straordinaria (onestamente mi stupisco, nel bene e nel male, che non sia successo più spesso).
Ma ci sono anche vicende che mai avrei immaginato possibili, come “la guerra di Troilo”. Ettore Troilo era il prefetto di Milano, ex partigiano in Abruzzo. A fine novembre del 1947 De Gasperi lo vuole sostituire con il prefetto di Torino, più vicino al governo. Gian Carlo Pajetta (già capo di stato maggiore partigiano) organizza una manifestazione sotto la prefettura che si conclude con l’occupazione della suddetta. Pare che a un certo punto Scelba (ministro dell’interno) abbia telefono a Troilo e gli abbia risposto Pajetta.
La situazione si fa vagamente tesa, perché il controllo delle operazioni di polizia passa all’esercito e per una notte c’è davvero il rischio che a Milano scoppi la guerra civile. Intanto Pajetta scopre che a Roma la sua mossa non è stata ben accolta: telefona a Togliatti e annuncia “abbiamo una prefettura” (ricorda qualcosa?), al che l’altro gli risponde: “Bravo, e ora che te ne fai?”.
Durante una discussione in un bar, scoppia una rissa. Un operaio comunista colpisce un uomo con un pugno, quello va giù svenuto. Preoccupati, altri due operai lo portano al pronto soccorso. Ma quando gli tirano fuori i documenti scoprono che era uno della Muti (la polizia della RSI a Milano) e se lo riportano via. Verrà ritrovato con un foro nella nuca nei pressi di Monza, due giorni dopo.
Comunque alla fine nessuno vuole una guerra, né il PCI né il governo, che manda a trattare un democristiano ex partigiano. Finisce che Pajetta e i suoi perdono su tutta la linea, perché riescono solo a ritardare di un paio di giorni la sostituzione di Troilo, a cui succederà prima il prefetto di Pavia e poi quello già designato dal governo, che rispolvera un anticomunismo da Ventennio nelle attività della prefettura. Sembra che, per questa faccenda, Pajetta sia stato prima cazziato brutalmente da Togliatti e poi, per anni, pubblicamente sfottuto a ogni occasione.
È anche a suo modo divertente il racconto della reazione all’attentato a Togliatti del 1948, quando con il Capo fuori dai giochi i militanti più impazienti del PCI sembrano agire con un automatismo che lascia pensare alla maggioranza silenziosa che la minaccia di una rivoluzione comunista non sia un’invenzione della propaganda governativa. Ma di nuovo, è la stessa dirigenza del PCI a frenare e rimandare a casa i rivoltosi pronti a combattere per vendicare Togliatti (no, Bartali che vince il Tour De France non c’entra nulla).
Questo è anche l’episodio che chiude in un certo senso il racconto, perché convincerà molti nella Volante che non c’è speranza di cambiare le cose (in generale, sembra che dopo il luglio del 1948 molti ex partigiani, demoralizzati, fecero ritrovare le armi nascoste o le consegnarono). Ci sono ancora omicidi ascrivibili alla Volante Rossa dopo questo episodio, ma sono azioni pensate male e condotte ancora peggio, che porteranno agli arresti e al processo.

Trento, anche se è facile capire da che parte sta nella storia, si tiene sempre un passo indietro rispetto a ciò di cui racconta. Non cerca di fare della letteratura: il suo è un saggio dalla forma rigorosa, che lascia che sia l’esplosività delle cose narrate a fare effetto sul lettore, a rendere l’idea di un periodo storico confuso, in cui alcuni cercavano di afferrare la coda di un sogno che sembrava così vicino e che invece stava sfuggendo via.

* La voce ha tra i suoi principali autori quel tizio che pensa che “Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale” come citazione in esergo alla pagina wiki su Porco Rosso potrebbe offendere qualcuno (in effetti sì: i fascisti. Ma anche i maiali). Lo stesso utente infesta un po’ tutte le voci legate ai personaggi di queste vicende. 

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3 giorni dopo

L'(N+1)ennesimo libro della fantascienza è uscito ormai da un bel pezzo, ma mi sa che mi sono scordato di parlarne.
Come per l’edizione precedente, ho fatto a tempo a mandare un mio racconto, giusto un paio d’ore prima della deadline (come i professionisti!).
3 giorni dopo, questo il titolo della storia, è una roba scritta qualche anno fa e tirata a lucido per l’occasione (come i professionisti!). Il suo principale pregio è che è molto breve (anche perché si tratta di una barzelletta tirata un po’ per le lunghe, in fondo).
Il titolo è ovviamente un richiamo a quel film là. Poi ci sono i vangeli, quelli canonici e quelli apocrifi, e c’è un accenno a Paperinik. Potremmo chiamarlo un racconto di materialismo fantastorico.
Certo è curioso che in entrambe le mie storie uscite su questi elettrolibri pubblicati da Barabba ci siano riferimenti a Gesù (in quello precedente si parlava di Steve Jesus).

(la copertina è del sempre ottimo Isola Virtuale)

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 7: La fiamma eterna dell’amore! Non puoi mangiare più veloce!!

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Miyajima è un posto dove la mattina esci dall’albergo e ti trovi una famigliola di cervi che passeggia impunita per strada, che tanto sono sacri.

Anche un po' strafottenti.

Anche un po’ strafottenti.

In realtà il nome dell’isola è Itsukushima, ma è più conosciuta come Miyajima, che vuole dire “isola santuario”. In passato, l’isola era considerata così sacra che non era permesso abitarci; il suo primo tempio venne costruito apposta su palafitte per non disturbare gli dei con i rozzi piedi mortali. È tutt’ora ritenuto sconveniente nascere o morire sull’isola, che non ospita nemmeno un cimitero. Quando le donne dell’isola sono prossime al parto vengono portate sulla terraferma e lo stesso accade ai moribondi (anche perché non c’è un ospedale).
Per la presenza del torii che sorge dall’acqua (o dal fango, a seconda della marea) e per i numerosi e rinomati templi del monte Misen, Miyajima è una delle mete turistiche preferite dai giapponesi, che per lo più vi dedicano gite in giornata.
Essere già lì la mattina presto permette quindi di avere almeno un paio d’ore di vantaggio sull’orda di gente che prende d’assalto l’isola, ma non sui famelici cervi sacri. Perfettamente a loro agio con gli esseri umani, sono abituati a essere nutriti e considerano quindi qualunque cosa tu abbia in mano come potenziale cibo. Sono carinissimi, con i loro occhioni tondi, e tutto quanto, ma dopo un po’ inizi a fare pensiero su baite di montagna e pentoloni fumanti di polenta che attendono solo il giusto ragù di ungulato.

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“T’ho mica impallato la foto?”

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 6: Lo splendore mortale di mille soli! Il cervo bramisce sull’isola degli dei!!

57

Lasciamo Osaka sotto un mezzo diluvio.
Un’ultima colazione da Mister Donut, un ultimo saluto ai sette dei della fortuna dipinti sui pilastri del cavalcavia della stazione e prima di accorgercene siamo già su un altro Shinkansen.
(a dire il vero, prima di accorgercene avevamo perso Aurora nei meandri della stazione di Osaka, quando si era allontanata per prendere un ascensore invece delle scale mobili. Ci siamo fortunosamente ritrovati sul marciapiede del treno).
La logistica della giornata è sulla carta semplice, ma nasconde un’insidia tremenda.
Per la sera abbiamo una stanza prenotata sull’isola di Miyajima, nella baia di Hiroshima. Ma prima vogliamo fermarci appunto a Hiroshima a visitare il museo il Museo della Pace. Il problema è che abbiamo dietro tutti i bagagli, perché la sera dopo dobbiamo invece essere a Tokyo. L’incognita è: ci sarà un deposito bagagli alla stazione di Hiroshima? Perché se non c’è dobbiamo andare a Miyajima, lasciare i bagagli in albergo e tornare a Hiroshima, manovra non comodissima perché ci sono di mezzo un treno locale e un traghetto.

"Attenti ai trolley esplosivi"

“Attenti ai trolley esplosivi”

Primo momento di panico: no, la stazione di Hiroshima non dispone di un deposito bagagli come lo intendiamo noi. Ma siamo in Giappone: ci sono gli armadietti a pagamento! Secondo momento di panico: quelli dentro la stazione sono tutti occupati e/o piccolissimi.
La soluzione per fortuna è più semplice di quella che sembra e me la fornisce una signorina delle ferrovie giapponesi: c’è uno stanzone traboccante di armadietti di tutte le misure appena fuori dalla stazione. La visita a Hiroshima è salva.

A Hiroshima c’è il sole.

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Merry Xmas – la quinta canzone di Natale dei KEAP (e il suo video con i #forconi)

(finiamo l’anno così) (ma ve li ricordate i forconi? Cos’era, due anni fa?)

Le canzoni dei Keap si scaricano da soundcloud.
Poi per chi vuole c’è pure facebook.

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 5: Battete i tamburi per Amaterasu! L’amore è una corda da una tonnellata!!

44

La destinazione della gita del quarto giorno è stata a lungo in bilico tra Ise e il Monte Koya, così a lungo che io ho scoperto che andavamo a Ise quando eravamo già fuori dall’ostello ed ero bardato con otto strati di abiti per affrontare la montagna.
La cosa positiva di andare a Ise (oltre a garantire un percorso a piedi per lo più in piano) è che per la prima volta prenderemo lo Shinkansen, il famosissimo treno ad alta velocità giapponese (“Shinkansen” in realtà vuol dire “Nuova linea” e si riferisce alla rete ferroviaria ad alta velocità). La magnificenza di questi treni è tale e tanta che i dipendenti delle ferrovie, dagli spazzini in su, si inchinano quando entra in stazione. Forse ne avevate sentito parlare e l’avete derubricata a “leggenda urbana”, ma è tutto vero. Di più: il controllore si inchina quando entra nel vagone e si inchina quando esce. Lo stesso gli addetti al carrellino delle vivande.
Per la gioia di Zerocalcare, poi, tutti i sedili vengono sempre orientati nella direzione di viaggio (da quello che ho capito ogni fila si può sganciare e riposizionare come meglio si crede), così si evita il rischio di risse. Solo in alcuni casi, credo su richiesta, ho visto due file messe in modo tale che le persone potessero parlarsi.
Se frequentate un minimo i treni ad alta velocità italiani, saprete che esistono un paio di carrozze di business class in cui è vietato usare il cellulare e fare rumore in generale; sullo Shinkansen sono inutili perché nessuno si sogna di parlare, tantomeno al telefono. Per quello ci sono delle piccole cabine alle estremità del vagone, di fianco ai bagni. La cosa più straordinaria è che persino sul tavolino, da chiuso, c’è scritto “quando usi il computer per favore non disturbare i tuoi vicini con i suoi rumori, ad esempio quelli della tastiera” (in inglese; in giapponese probabilmente c’è scritto “Sì, il tuo vicino è un fastidioso gaijin che picchia sul computer come se se fosse una macchina da scrivere Olivetti, ma che ci vuoi fare? Tieni duro che almeno si arriva a destinazione in un attimo”). Il silenzio viene rotto solo prima delle stazioni da un delicato jingle, tipo sveglia soft, che preannuncia l’arrivo in stazione, annunciato da una voce garbata e suadente, in giapponese e inglese. Altrimenti, si viaggia nel silenzio.

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Un serie E4

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