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Tedeschia

Nella tradizione dei Grandi Resoconti di Viaggio di Buoni Presagi, alcuni appunti sparsi da una settimana tedesca. Ci sono anche le foto.

* Iniziamo con Emiliana Torrini perché il suo è l’unico vero grande singolo estivo di quest’anno (e in Italia mi pare di capire che non se lo fili nessuno – evidentemente Linus ha deciso che non gli piaceva e quindi cicca) (dannati gatekeeper) e se non andavo in Germania non lo scoprivo mica.

* Quest’anno è la seconda volta che vado in Germania. E più ci vado e più ci andrei (la Germania sarebbe un posto meraviglioso, se solo fosse sottotitolata, anche solo in spagnolo). Nel senso che poi appena torno in Italia mi prende una tristezza inverosimile, se confronto lì e qui. Intendiamoci. Credo di non essere così ingenuo da fare quello che va una settimana in un posto e torna pensando che sia il posto più bello del mondo e che l’Italia blablabla. Però quello che mi sembra, girando per le città, prendendo i treni, gli autobus, guardando quel poco di tv che riesco a capire è che i tedeschi vivano molto più sereni e tranquilli di noi. E poi per una settimana non ho visto nessuna ragazza con gli stivaletti infradito.

* Viaggiare in aereo mi piace un sacco. Venire taglieggiato di cinque euro per arrivare all’aeroporto di Bologna con il malefico Volabus un po’ meno. Una delle cose più sgradevoli che mi succedono di solito è che tra il check in e l’imbarco mi succede almeno una volta ogni cinque minuti di domandarmi terrorizzato dove ho lasciato il mio bagaglio. Comunque al controllo bagagli mi hanno passato un qualche tampone sulla borsa. Credevo fosse per la dddroga e invece è un controllo per verificare la presenza di esplosivi.

* La mancanza di reti wireless gratuite negli aeroporti che ho visitato in questo viaggio (Bologna, Monaco, Amburgo, Francoforte) mi pare un po’ anacronistica. Ho pagato, dammi un codice per mezz’ora stampato sulla carta di imbarco, che ti costa? Spettacolare il meccanismo delle postazioni internet a pagamento a Bologna: devi scegliere un nome utente e una password e il tuo numero di cellulare, poi il sistema ti manda un SMS con il codice di attivazione. Tutto questo per navigare da un fuffa-computer pubblico spendendo 10 cent al minuto (stesso prezzo in Germania, ma niente procedura di autenticazione via SMS, ringraziamo Beppe Pisanu)

* Il clima ad Amburgo è un po’ variabile: coperto, pioggia leggera, pioggia forte, sole, coperto, nuvole che sfrecciano a 200 km/h, pioggia forte, pioggia debole, pioggia a secchiellate, sole. Tutto questo nei primi dieci minuti, poi mi sono stufato di farci caso e mi sono adeguato agli usi degli indigeni, che sembrano fregarsene bellamente. Bella città, ma forse ora capisco perché Michael Weikath, fondatore degli Helloween, alla fine è andato a vivere a Tenerife.

* Il quartiere di St Pauli, ad Amburgo, è un po’ triste. Ma nonostante sia il quartiere dei locali zozzi e dei sexy shop ho visto molte meno tette che in un blocco pubblicitario Rai. Ho vagolato un po’ sulla strada principale con il testa il ritornello dell’omonima canzone degli Art Brut (“Punk rock ist nicht tot”), poi sono sceso verso il fiume.
Sul fiume c’è una specie di passeggiata costellata da locali, negozi di souvenir e uffici dove puoi prenotare giri in nave del porto. Un sacco di gente che lavora in quest’ultima attività ha una somiglianza notevole con il vecchio Capitan Findus. Tira vento e l’acqua ha il colore del piombo fuso. Figata.
Non ho trovato tracce del passaggio dei Beatles da queste parti all’epoca del loro turbolento apprendistato; magari nei sexy shop vendono vibratori a forma di Paul, ma non ho controllato.

* Turismo piromane: Amburgo è la seconda città che visito, dopo Dresda, in cui la ferocia dei bombardamenti alleati ha causato una tempesta di fuoco (o feuersturm). Come funziona una tempesta di fuoco? Facile: quando si sviluppa un fuoco di dimensioni molto grandi l’aria circostante viene attirata verso la fonte di calore con forza sufficiente da creare delle vere e proprie correnti d’aria. Che a loro volta possono creare piccoli tornado infuocati e altri fenomeni terribilmente distruttivi. Nella guerra moderna, la tempesta di fuoco non è un effetto collaterale indesiderato, ma un evento che si cerca di far verificare il più possibile. Ad Amburgo, raccontano le cronache, prese fuoco l’asfalto, le persone nei rifugi antiaereo morirono carbonizzate per il calore mentre altri, allo scoperto, vennero risucchiati e trascinati nella colonna di fuoco (secondo alcuni anche il sacco di Magdeburgo del 1631 fu seguito da un incendio di proporzioni tali da ricreare questo fenomeno, nel qual caso le città che ho visitato salgono a tre).

Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia

Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia

* Amburgo ha una galleria d’arte abbastanza interessante ed estesa. Tra l’altro custodisce questo quadro qua, che in originale è molto meno cupo di quanto mi immaginassi. C’è anche il Mare di ghiaccio, dello stesso autore, che fa sempre la sua figura. Poi io tendo ad avere un limite congenito e dopo un certo numero di quadri inizio a fondere, quindi forse non sono stato una compagnia propriamente amabile. Però ho visto molte cose belle e sono contento di averle viste.
Tra l’altro c’era anche una mostra dedicata a un artista pop tedesco (divertente) e, nei sotterranei, una serie di installazioni un po’ così (ma lì sono io che sono gretto e non capisco lo splendore struggente di un kayak con entrambe le estremità segate e appoggiate lì a fianco. Credo)

* Siamo stati anche Lubecca, la città in cui Manfred Mann ha ambientato le sue opere rock più famose, come The Buddha in Rock e Tommy Kröger.
Il confine con la DDR passava a pochi chilometri dal centro della città. Dove c’era il posto di blocco occidentale adesso c’è un piccolo museo, dove proiettano anche un breve documentario sull’apertura improvvisa delle frontiere il 9 novembre 1989 (per le modalità, raro capolavoro di idiozia di un regime arrivato per la sua idiozia alla frutta marcia). A un certo punto si vede un espositore di giornali stranieri, tutti che titolano varianti del concetto “la Germania è riunita”. Fa eccezione Repubblica: “Scoppia il caso Berlino”. Just don’t ask.

* La Playmobil ha messo in vendita un meraviglioso blister con due personaggi: il poliziotto e il black bloc. E una favolosa linea di pirati zombie.

* Anche i treni tedeschi possono viaggiare in ritardo. Capita. La cosa dell’altro mondo, per un pendolare italiano, è che nel caso il capotreno prende immediatamente il microfono e spiega dalla sua viva voce i motivi del ritardo e la sua durata prevista. È vero, i biglietti sono più cari, ma il servizio non è nemmeno lontanamente paragonabile.
Una cosa divertente di cui mi accorgo in treno è che, visto il tempo variabile, c’è una certa schizofrenia nel vestire, un continuum che va da bermuda maglietta e infradito fino a pantaloni pesanti e giacca a vento, passando per tutte le combinazioni intermedie.

* Un giorno a pranzo, per sentirmi quasi un personaggio di Larsson ordino un bagel con salmone e semi di senape e una tazza di caffè lungo (non fate quelle facce lì, che vi vedo: era tutto buonissimo. Pensate alla pasta al microonde che mangiate al bar in pausa pranzo).

Hitler, a German Fate (1932)

Hitler, a German Fate (1932)

* A Ratzeburg (pittoresca cittadina su un lago) visita al museo di Andreas Paul Weber, illustratore e pittore tedesco. Che non conoscevamo, ma stava iniziando a piovere e mettersi al riparo sembrava la cosa migliore. I lavori di Weber sono un po’ nella tradizione di Dorè e spesso dannatamente inquietanti. Ma la cosa migliore del museo, per me, è l’archivio delle pietre litografiche; non ne avevo mai viste dal vivo e fa davvero impressione la precisione con cui sono incise sulla pietra tutte le linee dell’illustrazione.

* Al ritorno, come al solito, mi prende un po’ la malinconia da rientro in Italia. In aeroporto compro un libro di King in inglese, per tirarlo fuori alla bisogna e fingermi così straniero in caso di incontri con connazionali molesti e potenzialmente ansiosi di comunicare. Poi però mi dedico di buona lena ad affrontare il terzo tomo della saga di Larsson (che Barbalbero vi fulmini, amici della Marsilio: capisco il venire incontro agli ipovedenti, però perché stamparlo con caratteri da sussidiario e costringere la gente ad andare in giro con dei tomi di quelle – scomodissime – dimensioni quando poi in realtà il libro non è così lungo? Sono quei momenti in cui mi viene voglia di comprare un iPod Touch da adibire a lettore di ebook) (il Kindle è BRUTTO, fatevene una ragione, amici di Amazon), vergognandomi tantissimo perché poi sembro uno di quelli che legge un libro all’anno, quello che gli ha regalato a Natale un suo cugino di secondo grado (che l’ha comprato alle 19.54 del 24 dicembre, entrando in Feltrinelli per l’unica volta all’anno e comprando quello di cui c’era la torre più alta vicino all’ingresso).

* Comunque la Lufthansa non dà più niente da mangiare nei voli brevi, nemmeno quelli che si svolgono in orari coincidenti con pranzo o cena (o almeno a me è andata così). In compenso se gli chiedi la birra ti danno una bottiglia di vetro (prendete appunti, aspiranti dirottatori) da 33 cl, invece che lo striminizito bicchierino di qualsiasi altra cosa.

* Una dimostrazione che in Italia ti trattano con il culo? Ho viaggiato spedendo come bagaglio un borsone. A Monaco ero seduto sopra il portellone della stiva e ho visto caricare i bagagli sul nastro trasportatore. Il borsone mi è passato sotto gli occhi correttamente orientata; e anche ad Amburgo al ritiro bagagli era dritto. Idem tutti gli altri borsoni. A Bologna, invece, è sbucato sul nastro dei bagagli accuratamente ribaltato. Così come tutti gli altri borsoni, evidentemente lanciati secondo il metodo noto come “a cazzo di cane”.

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