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Autodifesa – Aprile 2012

Anche la rubrica dei libri letti nel mese precedente arriva sempre più tardi. Tipo: con un mese di ritardo. Ma purtroppo questo è un mondo crudele in cui il lavoro ti costringe a sottrarre tempo prezioso alle cose importanti.
In più in mezzo c’è stato quel vampiro di energie fisiche e psichiche che è il Salone del libro di Torino (dove per qualche giorno vado a fare dei lavori veri: battere scontrini, contare soldi, mettere libri dentro scatole e scatole su pallet).

La prima volta che ho sentito parlare di Solomon Kane è stato su uno di quei librini che si trovavano allegati agli Speciali degli albi Bonelli, per la precisione il quinto della serie dell’Enciclopedia della Paura di Dylan Dog, dedicato alla letteratura horror (allegato a quel capolavoro che era La casa degli uomini perduti di Sclavi e Casertano).

Cliccando si legge meglio

Là, nella voce dedicata a Robert E. Howard si citava questo spadaccino del XVI secolo che muovendosi tra Europa e Africa affrontava mostri e demoni mosso da un’incrollabile fede in Dio. Non c’era nemmeno un’immagine e veramente la descrizione era poco più lunga di queste parole, ma lo stesso ricordo che pensai “wow, devono essere i racconti più belli del mondo”. Un paio di anni dopo, quando finalmente sono riuscito a mettere le mani su uno dei volumetti 100 pagine 1000 lire della benemerita Newton Compton, ho scoperto che Solomon Kane era davvero un personaggio straordinario come me l’ero immaginato e, anzi, forse di più. Continua a leggere

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Legittima difesa – marzo 2012

As usual, i libri letti nel mese di marzo; in cui si scopre che il 1912 è stato un anno interessante per la narrativa fantastica.

More about John CarterJohn Carter, il film della Disney, è stato un naufragio clamoroso ai botteghini. Tanto che non ho fatto neanche in tempo a vederlo. In compenso, la sua uscita ha riportato nelle librerie e in edicola i romanzi di Edgar Rice Burroughs del “ciclo marziano”, che sono a tutti gli effetti i progenitori della commistione avventurosa tra “fantasy” e “fantascienza” da cui discendono cose come il ciclo di Tschai di Jack Vance, Star Wars e, perché no, He-Man.
John Carter, pubblicato da Urania Collezione, è non solo il primo romanzo della serie ma il primo romanzo di Burroughs (la cui creazione più famosa è sicuramente Tarzan, che rispetto a John Carter ebbe la fortuna di venire trasposto in pellicola già agli albori del cinema), la cui prima puntata apparve su una rivista pulp giusto un secolo fa. La storia è quella di un soldato dell’esercito confederato che si ritrova trasportato sul pianeta Marte (Barsoom per i nativi) e lì, dopo un inizio come schiavo, si fa notare per la sua abilità di guerriero (aiutata dal fatto che la gravità marziana e meno forte di quella terrestre, il che gli conferisce grande forza e la possibilità di fare balzi prodigiosi) prende parte allo scontro tra due delle razze di alieni (i verdi e i rossi), si innamora di una principessa locale, probabilmente salva i suoi alleati dalla distruzione (il romanzo si interrompe qui). Tanto per non farsi mancare niente, i primi capitoli, ambientati sulla Terra, sono western puro e semplice.
Purtroppo, al di là dell’indubbio valore storico di questo romanzo nel campo del fantastico, ho trovato che il tutto sia invecchiato non benissimo e che le ingenuità e le scorciatoie (Burroughs sembra ricordarsi dei super-poteri di Carter solo quando gli fa comodo) oggi appaiono poco digeribili; o forse la situazione di lettura ideale di questo libro è quella in cui a suo tempo lessi Tarzan, vale a dire sotto l’ombrellone, tra un bagno e un morso di focaccia.
Sospetto però che si sia anche un problema editoriale dietro.
La collana “Urania Collezione” era nata per fornire edizioni dignitose e complete di titoli storici usciti nella collana in epoche in cui i romanzi di Urania potevano venire tagliati a discrezione dei curatori per farli rientrare nella foliazione (succede ancora oggi, per la cronaca) (ma se lo andate a dire sul blog di Urania siete dei provocatori  e vi bannano), in traduzioni se non completamente rifatte quantomeno “rinfrescate”, come si dice in gergo. Poi deve essere successo qualcosa (un taglio di budget, visto che nel frattempo sono scomparse le alette, la battuta in rilievo e il cartiglio lucido in copertina) perché questo è già il secondo libro che mi trovo tra le mani in poco tempo presentato al pubblico nella “storica traduzione”, come riportato nell’introduzione. Dovrei confrontarlo con l’inglese, ma ho l’impressione che la traduzione italiana abbia manomesso uno stile che dovrebbe essere molto più spiccio e senza fronzoli.

More about The Lost WorldAnche se oggi è ricordato per il suo personaggio più famoso, Sherlock Holmes, Arthur Conan Doyle fu uno scrittore poliedrico che sperimentò, oltre al “giallo”, con il romanzo storico (a un certo punto “uccise” Holmes perché a suo dire toglieva attenzione ai suoi romanzi storici)  e con il fantastico (per poi prendere una sbandata per lo spiritualismo dopo la morte del figlio e avvallare alcune panzane particolarmente clamorose come le foto delle fate di Cottingley, ma questo è un altro discorso).
The lost world, uscito pure lui nel 1912, come John Carter, riprende un’idea già usata da Jules Verne, quella della sopravvivenza fino ai giorni nostri dei dinosauri, ma la sposta dal sottosuolo alla giungla amazzonica. Doyle, nel 1912, è uno scrittore con il controllo completo delle tecniche narrative, della costruzione dei personaggi e della suspence, e mette in piedi uno spettacolo senza precedenti, in cui non manca niente: dinosauri, tribù selvagge e feroci uomini scimmia, infidi traditori e fedelissimi portatori negri (bisognerebbe riscrivere la storia dal punto di vista di Zambo, che resta giorni e giorni appostato sul ciglio di un burrone aspettando che quelli dall’altra parte gli facciano un fischio), un pizzico di sana misoginia molto british. Ma soprattutto azzecca due personaggi fenomenali: il professor George Challanger, un irascibile e imponente scienziato tuttofare che è il vero motore della spedizione nel mondo perduto, e Lord John Roxton, il perfetto prototipo dell’avventuriero inglese di buone maniere, spavaldo e capace di centrare uno schiavista in fuga a cento passi senza quasi nemmeno mirare. Gli altri due, il narratore-giornalista e l’inizialmente scettico professor Summerlee servono più che altro a fare risaltare i due dalla personalità più forte. Come detto, in questo caso i cent’anni di distanza tra me e il romanzo quasi non li ho sentiti e anche se nella storia c’è più o meno qualsiasi cliché possa venire in mente in una vicenda del genere, il ritmo sempre alto non lascia quasi tempo per farci caso.
Volendo, la prima versione cinematografica è scaricabile liberamente da Archive.org.

Many devout people simply couldn’t accept that the Earth was as ancient and randomly enlivened as all the new ideas indicated. One leading naturalist, Philip Henry Gosse, produced a somewhat desperate alternative theory called ‘prochronism’ in which he suggested that God had merely made the Earth look old, to give people of inquisitive minds more interesting things to wonder over. Even fossils, Gosse insisted, had been planted in the rocks by God during his busy week of Creation.

More about At HomeLo scrive Bill Bryson in At home. A short history of private life e mi sembrava il passaggio giusto per chiudere la fase pulp di questa rubrica. At home è una specie di sequel di A short history of nearly everything, che si occupa però non più delle scienze naturali ma del concetto di “casa” e di “vita domestica” e del suo sviluppo, prevalentemente in ambito anglosassone. Attraversando i diversi locali della sua dimora, una casa di campagna inglese del XVIII secolo, Bryson ricrea una sorta di versione bignami di quella che in sociologia si chiama “processo di civilizzazione” in rapporto alla casa. Allo stesso tempo, però, esamina anche le basi materiali dietro a certi sviluppi, come per esempio le migliorie nella lavorazione del vetro che hanno reso possibile avere le finestre come le conosciamo oggi a un prezzo a poco a poco sempre più accessibile a tutti.
Lo fa, ovviamente, con il suo solito stile e con la solita messe di aneddoti più o meno strani.
Per esempio (occhio, fa schifissimo):

The new sewage outfalls did, however, have an unfortunate role in the greatest tragedy ever experienced on the Thames. In September 1878, a pleasure boat named the Princess Alice, packed to overflowing with day-trippers, was returning to London after a day at the seaside, when it collided with another ship at Barking at the very place and moment when the two giant outfall pipes surged into action. The Princess Alice sank in less than five minutes. Nearly eight hundred people drowned in a choking sludge of raw sewage. Even those who could swim found it nearly impossible to make headway through the glutinous filth. For days afterwards bodies bobbed to the surface. Many, The Times reported, were so bloated with gaseous bacteria that they wouldn’t fit into normal coffins.

O anche:

Also, you need to remember that often these colours were seen by candlelight, so they needed to be more forceful to have any kind of impact in muted light.’ The effect is now repeated at Monticello, where several of the rooms are of the most vivid yellows and greens. Suddenly George Washington and Thomas Jefferson come across as having the decorative instincts of hippies. In fact, however, compared with what followed they were exceedingly restrained.

Le meraviglie della servitù:

Casual humiliation was a regular feature of life in service. Servants were sometimes required, for instance, to adopt a new name, so that the second footman in a household would always be called ‘Johnson’, say, thus sparing the family the tedium of having to learn a new name each time a footman retired or fell under the wheels of a carriage.

O l’importanza delle tradizioni:

Clergymen sometimes preached against the potato on the grounds that it nowhere appears in the Bible.

Un capitolo inizia con il ritrovamento di Oetzi, l’uomo dell’età del bronzo riemerso mummificato dai ghiacci del Similaun, che è una delle fonti più importanti sugli oggetti usati quotidianamente dai suoi contemporanei. Cosa che non sapevo è che il tizio aveva addosso il sangue di quattro altre persone; e comunque pare che le scarpe che indossava siano parecchio comode e adatte all’alta montagna, almeno stando a quello che dice un tizio che se ne è costruito delle repliche.
Insomma, è un libro pieno di informazioni utili, divertenti e che vi possono far fare bella figura in una conversazione. In Italia si chiama Breve storia della vita privata e faccio tanti auguri a chi ha dovuto tradurre una cosa così intimamente inglese.

More about VerderameDi una casa e della sua storia parla anche Verderame di Michele Mari, ma la casa è nella campagna piacentina e la storia è piena di morti, di sangue e di misteri. Michele Mari è uno che sembra essere stato creato apposta per smentire il luogo comune che vuole gli scrittori italiani con aspirazioni di letterarietà impegnati a combattere una battaglia feroce contro il fantastico, perché in questo romanzo è al tempo stesso terribilmente letterario nelle sue scelte lessicali ed espressive e intimamente legato al fantastico, al gotico, all’onirico. La storia è quella di Michelino, un ragazzino di tredici anni che passa l’estate in campagna presso i nonni, che cerca di aiutare Felice, l’anziano fattore della tenuta, a recuperare la memoria che sembra stare perdendo. Iniziando dall’ossessione di Felice per le lumache rosse che infestano i campi, Michele scopre a poco a poco che il passato della casa e dell’uomo è un susseguirsi di misteri incastrati uno dentro l’altro.
Mari, l’ho già detto, scrive bene. Forse esagera addirittura nel dare alla voce di Michelino una proprietà espressiva superiore a quella che si aspetterebbe da un ragazzino della sua età (per quanto di ottime letture), ma è bravo abbastanza da non rendere mai ingombrante neanche le parole più inconsuete, che anzi vai a cercare sul vocabolario (san Kindle aiuta tantissimo, in questi casi) incuriosito e non infastidito. All’altro estremo c’è Felice, che si esprime solo in un dialetto padano a volte abbastanza stretto;  ma Mari riesce a rendere comunque comprensibili i dialoghi dalle risposte di Michele. Mi sono anche domandato anche se i miei quattordici anni di permanenza in Emilia non mi abbiano permesso di fare un po’ l’orecchio ai dialetti nordici e se in realtà il libro è incomprensibile al di sotto della linea gotica. Però come io (che non so parlare nessun dialetto, pur essendo cresciuto a Genova) riesco a leggere Camilleri, credo che non ci siano grossi problemi a capire cosa dice Felice.
La scrittura esemplare di Mari non è fine a se stessa e Verderame è un omaggio tutt’altro che ironico, distaccato o alla lontana ai temi della narrativa di mistero e dell’orrore. Anzi, più si va avanti e più l’omaggio sfuma e il romanzo si rivela per la storia gotica di fantasmi e misteri che è. In altre parole: fa paura come dovrebbe fare paura una storia del genere. E il finale sospeso e misterioso (niente spiegoni, quando si chiude si chiude e tanti saluti) aggiunge un tocco in più all’atmosfera sospesa tra la materia e lo spirito.
Quando si parla di fantastico italiano si dovrebbero tenere in considerazioni anche romanzi come questo, anche se in copertina non ci sono spadoni, catene, morti secche e via discorrendo.

More about The End SpecialistÈ invece un romanzo fantastico con tutti i crismi già dalla copertina (ingannevolmente alla Terry Pratchett) The end specialist di Drew Magary, che parte dal sempre fruttuoso spunto dell’immortalità. Cosa accadrebbe se, tra non molti anni, la scienza scoprisse prima una cura per l’invecchiamento e poi riuscisse a renderci immune da qualsiasi malattia, così che l’unico modo di morire diventerebbe la morte violenta (volontaria o meno)? Magary, giornalista al suo primo romanzo, racconta questo mondo futuro attraverso i resoconti in tempo reale di un uomo che attraversa cent’anni di questo mondo futuro, da quando la cura è illegale fino alla sua piena diffusione. Purtroppo la parte migliore è la prima, quella che descrive l’impatto del cambiamento sul nostro mondo; infatti, più si allontana dal qui e ora, più deve immaginare un mondo completamente nuovo, più Magary perde il controllo della materia, tende a tirare via e l’ambientazione diventa sempre più evanescente e impalpabile. Anche il protagonista non sembra mai avere uno sviluppo reale, come se il blocco dell’invecchiamento gli avesse anche bloccato la capacità di crescere (ma credo sia più un limite dell’autore che non un tratto voluto).
Così, la portata ambiziosa del romanzo si risolve in una distopia un po’ di maniera, di quelle che non lasciano il segno.

More about L'uomo che riuscì a fottere un'intera nazioneIl complotto per uccidere Berlusconi è stato, qualche anno fa, un sottogenere relativamente frequentato dall’industria culturale italiana (il prodotto più famoso è probabilmente il romanzo 2005 dopo Cristo del collettivo di scrittori che univa Nicola Lagioia, Christian Raimo, Francesco Pacifico e Francesco Longo, uscito per Einaudi, ma mi pare di ricordare dagli strali dei media berlusconiani dell’epoca che tra film e libri ci fossero altri esempi). Oggi lo resuscita Gabriele Ferraresi in L’uomo che riuscì a fottere un’intera nazione, in cui la CIA decide che è giunta l’ora di levare di mezzo l’inaffidabile Berlusconi, perso tra le cosce delle varie sgallettate che frequentano le sue feste e troppo vicino alla Russia di Putin, e manda in Italia un agente sotto copertura che ha il compito di frequentarlo e trovare il momento giusto per avvelenarlo. Ovviamente, il momento giusto è difficile da trovare e nel frattempo il nostro frustratissimo agente deve sorbirsi un giro turistico per tutti gli articoli scritti su Berlusconi da Repubblica dalla scoperta di Noemi Letizia a oggi. E poi? E poi basta. Il romanzo è praticamente tutto qui (la struttura è praticamente identica a quella dell’unico romanzo di De Carlo che non sembra un romanzo di De Carlo, Macno, in cui una giornalista cerca di intervistare il dittatore populista di un’Italia del futuro prossimo senza mai riuscirci e venendo di volta in volta  a osservarlo in diversi aspetti del suo rapporto con il potere) e lo stile ellroyano non fa molto per rendere davvero interessante questo ripasso degli ultimi due anni di cronaca (anche perché nel 2012 lo stile ellroyano ha un po’ fatto il suo tempo).
È un libro che è probabilmente invecchiato in modo terribile già durante la sua stesura, perché in fondo alla fine non è che ci volesse la CIA per toglier di mezzo la corte berlusconiana (almeno per un po’), e che non riesce mai a staccarsi dal resoconto dei fatti, neanche quando prova ad alzare il tiro parlando del progetto criogenico che si nasconderebbe nel mausoleo di Berlusconi. Manca quella che è la dote migliore dell’editor del romanzo, Giuseppe Genna, vale a dire la capacità di trascendere il reale, di proiettare altrove le conseguenze di ciò di cui sta parlando.
Quindi resta un romanzo che se non avete letto un giornale negli ultimi tre anni potrebbe anche essere interessante; idem se vi interessa un ripasso. Ma altrimenti io l’ho trovato molto deludente e l’unica cosa buona che mi viene da dire al proposito è che se non altro lo stile è molto scorrevole e si legge abbastanza in fretta.

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La ricreazione è finita


Che l’esperienza politica di Berlusconi e, in generale, il “berlusconismo” siano finiti con il suo terzo (tecnicamente quarto) governo è ancora tutto da dimostrare: ha ancora tre televisioni, uomini di fiducia in Rai, eletti in Parlamento e al Senato e dubito che abbia intenzione di starsene zitto e buono (per approfondire, Leonardo).

Certo è che dopo soli cinque giorni di sua scomparsa (temporanea, ovviamente) dalla ribalta politica sembra già di essere piombati in un’altra era; una sensazione rafforzata oggi dalla lista dei ministri del governo presieduto da Monti.
Allontanato a forza dalle stanze del potere un circo variegato di varia umanità, che in appena tre anni e mezzo è stato capace di prodursi in performance politiche e comunicative di portata tale da farti pensare che fossero improvvisamente andati al potere degli anarchici situazionisti, stamattina il dott. lup. mann. cav. di gran croc. Monti ha sciorinato una lista di personalità per lo più lontane dal mondo della politica ma i cui percorsi professionali significano una sola cosa: la ricreazione è finita.
Monti e Napolitano devono essersi guardati in faccia e si devono essere chiesti: “che parlamento abbiamo? Chi ha vinto le elezioni?”. La risposta è semplice: le elezioni sono state vinte da un blocco politico formato da Pd e Pdl, che copre una gamma di posizioni politiche grossomodo di centro-centrodestra, con poco apprezzabili componenti di forme di sinistra. La Lega fa storia a parte e credo che fosse intenzione un po’ di tutti tenerla lontana il più possibile (cosa che le regalerà tanti di quei voti alla prossima volta che ora neanche ce li immaginiamo). Quindi, da questo sono partiti per costruire un governo che sembra un governo dc redivivo: cattolici-cattolici, militari, baroni universitari, un ambasciatore.
Un governo di gente “per bene”, un bel governo di destra come dovrebbe essere una destra europea, come se Berlusconi non ci fosse mai stato, quasi come se il fascismo non ci fosse mai stato (non ricordo più chi disse una volta che il danno maggiore il fascismo l’ha fatto alla destra italiana, che non è mai più riuscita a scollarsi dall’abbraccio del Ventennio). Un governo che personalmente mi ricorda che io non sono rappresentato nel parlamento e nel senato perché la gente che ho votato non ha superato lo sbarramento.
Un governo che è da un lato una boccata d’aria dopo la marmaglia che l’ha preceduto ma che dall’altro non potrà che fare (immagino; ovviamente bisognerà aspettare i fatti ma l’impressione è questa) una politica ferocissima e ricattare i contestatori con “allora preferivate abberlusconi”.

Sarà interessante il cozzo tra questi signori e signore austeri e una rappresentanza parlamentare fatta di sciamannati, per la maggior parte assolutamente privi di competenze politiche nel senso più lato (oh, poi un giorno qualche elettore dell’IdV pensa di chiedere conto a Di Pietro di come sceglie la gente? Perché per uno Scilipoti che si fa notare chissà quanti ce ne sono che galleggiano silenziosi). Le uniche immagini che mi vengono in mente sono quelle di certi professori universitari parecchio impostati che si trovano ad avere a che fare con aule di matricole rumorose e distratte. O la nomina di Cobram.

giarda

A lui è ovvio che Scilipoti tirerà il cancellino appena possibile

Però, essendo un governo di Rettiliani è ovvio che potrebbero succedere delle cose molto più divertenti; tipo che Giarda afferra al volo il cancellino con la lingua. Voltato di spalle.
Battuta a parte, questa cosa del proliferare di teorie complottiste pluto-giudaico-massonico-rettiliane su Monti e il nuovo primo ministro greco mi dà parecchio fastidio, perché mentre postulano complotti mondiali globbali universali questi paranoici finiscono per fare assimilare a sé anche chi, più terra-terra, fa semplicemente notare che stiamo parlando di gente di provenienza bancaria che viene messa alla guida di stati che hanno qualche problemino con le banche. E senza scomodare gli Occulti Superiori forse basta questo per rendersi conto che la politica sta perdendo il suo potere decisionale a fronte del potere economico.

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Prenderla alla larga

La manifestazione del 13 febbraio era per la dignità delle donne; ma per una buona parte dei suoi partecipanti era una manifestazione contro Berlusconi e il suo governo.
Il 12 marzo è in programma una manifestazione “in difesa della Costituzione”.
Intenti nobili.
Ma, porcadiquellaputtanaluridamaiala, c’è una legge che vieta di organizzare manifestazioni che dicano chiaro e tondo “a casa questo governo di inutili cialtroni”?
Perché altrimenti per aprile si può fare una manifestazione contro i tacchi nelle scarpe da uomo e il trapianto di capelli, una a maggio in difesa dei tizi nati nel 1936 che non sono mica tutti dei farabutti, a giugno grande flashmob a un concerto di Apicella, a luglio una manifestazione per il diritto di stendere le mutande nel centro di Genova anche in occasione di convegni internazionali, ad agosto niente che è vacanza, a settembre una giornata di broncio il 29, e via discorrendo.
Sempre che non siano piattaforme troppo dirette, eh.

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Proibitissimo

Oh, ora che sono scesi in campo i pezzi da novanta, vale a dire Signorini, il secondo tempo del Ruby-gate inizia a farsi davvero interessante. Perché in fondo cosa c’è di più potente che ricondurre il tutto a singole storie di vita, inquadrandolo in una trasmissione di gossip e pole-dance che è un po’ il modello o il riflesso di quello che pare ormai assodato essere il terzo tempo delle libagioni arcoriensi?

Un momento di Kalispera

Ma poi, alla fine, che cosa hanno di concreto in mano i pm?
Mi sono leggiucchiato un po’ le pagine della documentazione (basta cercare e vengono fuori), ho letto un po’ in giro e mi sono fatto all’incirca questa idea:

  1. la cosa più seria e documentabile che c’è è la concussione, vale a dire l’intervento di Berlusconi sulla questura di Milano per far affidare Ruby alla Minetti. Lì c’è poco da dire; c’è una pioggia di telefonate che rende abbastanza semplice ipotizzare che il PresDelCons, facendo leva sulla sua posizione, abbia esercitato pressioni per bypassare la normale procedura di tutela e affidamento di minori.E questa è una cosa che in un sistema politico diverso da quello italiano distruggerebbe più o meno chiunque, indipendentemente dagli scopi sordidi o meno dell’intervento. Ma l’Italia è ormai un caso a parte.
  2. è, come scrivevo sopra, abbastanza plausibile che dopo una certa ora casa Berlusconi si animi di vagonate di gnocca giovane e remunerata per il disturbo, selezionata, coordinata e procurata da Emilio Fede e Lele Mora. Ed è probabile che a queste feste abbia partecipato pure la suddetta Ruby, che stando ai tracciati del telefono, ha passato periodi anche di giorni ad Arcore.
  3. Quello che manca è una vera “pistola fumante” che provi con sufficiente grado di certezza che Berlusconi abbia davvero avuto favori sessuali da Ruby in cambio di soldi. Certo, c’è la telefonata in cui si vanta che lei è il culo, ma non so quanto regga in tribunale quella che potrebbe benissimo essere la vanteria di una ragazzina borderline e vagamente (ma vagamente appena) attention whore. Quindi diciamo che la prostituzione minorile c’è per deduzione.

Certo, quanto uscito sarebbe sufficiente a disintegrare carriere politiche più o meno ovunque ci siano ancora dei leader che dipendono da un partito. Ma in Italia non è più così, i partiti sono emanazioni dei leader (e, per inciso, è quello che il PD non riesce a capire – o se l’ha capito ci ha provato con Veltroni leader, che è come dire Don Lurio pornostar – e che Vendola invece mi pare abbia capito, così come Di Pietro) e quindi probabilmente anche questa tempesta dovrebbe lasciare più o meno indenne Berlusconi. Nel senso che anche se si va a processo se ne riparla tra una cosa e l’altra tra qualche anno.

Cosa resta?
Beh, fa impressione avere modo grazie a questi documenti (legittima o no che sia la loro diffusione; e propenderei per il no, anche se sarebbe curioso scoprire chi della commissione parlamentare li ha diffusi) di gettare uno sguardo di prima mano su un mondo parallelo in cui queste ragazze si muovono tra spettacolo, politica e prostituzione. Tra l’altro, dalle cifre che girano pare di che capire che se chiude la “sala del bunga bunga” sono guai per boutique e negozi di scarpe di Milano. E a un certo punto fa quasi pena leggere di queste che parlano tra loro e dicono “se riduce le cene forse è il caso di iniziare a rubargli in casa”.
Insomma, questo è.
Una piccola storia ignobile, in cui ci toccherà stare avviluppati per chissà quanto.
Mentre intanto succede tutto il resto.

Compreso che a qualcuno in Veneto venga in mente che i libri degli autori sgraditi al governo vadano rimossi dalle librerie pubbliche.
La notizia è saltata fuori in merito a quelli dei firmatari dell’appello del 2004 per Cesare Battisti, ma pare che in Veneto anche quelli di Saviano abbiano subito una sorte simile dopo i suoi interventi sulla mafia al nord a Vieni via con me. E non solo:

L’assessore all’istruzione della regione Veneto, Donazzan (Lega), scriverà ai presidi di tutti gli istituti perché “non diffondano tra i giovani” gli autori in “lista nera”.

È una notizia che fatica a uscire dalle cronache locali ma che mi sembra significativa dell’andazzo: da una parte si urla e si sbraita che si vive in un Paese tiranneggiato dai giudici, dall’altra si lavora per impedire ai cittadini di conoscere idee giudicate inadatte. Io non vorrei vivere domani in un paese dove in biblioteca a Treviso non trovo Saviano e in biblioteca a Bologna non trovo Veneziani o Feltri (vabbeh che l’Emilia Romagna è destinata a venire divorata dalla Lega, ma ci siamo capiti, temo).

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Pagina 533 la trionferà

Cose per cui amo internet: ieri sera dopo neanche mezz’ora che Guzzanti aveva finito il suo intervento a Vieni via con me, il suo pezzo era già su youtube.

Com’è?
Eh.
Guzzanti è il più grande comico italiano vivente, con buona pace di tutti gli altri. Non staremo qui a tessere il suo elogio e a lodare la sua capacità di ri-creare i personaggi e farli debordari nell’assurdo. Sono cose che sono sotto gli occhi di tutti.
Nel formato della battuta lapidaria alla Luttazzi (Tabloid-era) / Spinoza.it, invece, non mi è sembrato completamente a suo agio. Non che il materiale non fosse buono, ma in generale lui ha un altro passo, uno sviluppo più lento della battuta finale (si veda il Libro de Kipli) e per le battute brevi usa più uno stile aforistico; e il fatto che il pubblico applaudisse alla fine di ogni battuta rendeva impossibile la creazione di un qualsiasi ritmo. Però, insomma, avercene.
Ieri sera, a caldo, Paolo (quello che è andato in Inghilterra a piedi) faceva notare su FriendFeed che non molto tempo fa Guzzanti queste cose le faceva in prima serata ogni settimana, su Rai Due.
Ed è verissimo, è incredibile, se ci si pensa, alla bonifica che è stata fatta di un certo tipo di trasmissione che i suoi bei punti di Auditel se li portava a casa. Ma dopo l’Ottavo Nano (2001; lo ricordiamo per Vulvia, il Venditti di Grande Raccordo Anulare, Gabriele La Porta, l’Alberto Angela e il Gasparri di Marcorè, tra gli altri, roba che dopo 9 anni siamo ancora qui ad andare a riguardare su youtube) il nulla. Ok, il Caso Scafroglia, ma in seconda serata. E l’unica, turbolenta, puntata di Raiot. La Dandini fa una cosa, a volte anche pregevole, con Parla con me, ma è comunque una roba molto più per conversi rispetto a successi popolari come Tunnel, Avanzi, il Pippo Chennedy Show, la Posta del Cuore, L’Ottavo Nano.
E oggi, Vieni via con me viene visto come l’avanguardia della riscossa, i primi bagliori del fuoco di sbarramento che ricaccerà Berlusconi nell’inferno da cui è provenuto.
I beg to differ, direbbero gli anglosassoni.
Nel senso che: una trasmissione che in prima serata parla di attualità senza filtri, in cui c’è un tizio che sta davanti alla telecamera e può parlare di ambiente, rifiuti, criminalità e politica oggi e fa degli ascolti mostruosi (ricordiamoci che l’Auditel è un’astrazione statistica, però) è sicuramente una specie di alieno, dopo nove anni di progressiva, ma non totale, scomparsa dai palinsesti di certi temi. Ed è probabilmente segno che qualcosina in Rai sta cambiando, che qualcuno avverte che la situazione è fluida e prova a scommettere su altri cavalli (o che qualcuno non ha più così potere per bloccare del tutto certe cose).
Però, le elezioni non si vincono alla pagina 533 del Televideo.
L’idea che Berlusconi sia finito, stremato, morente, pronto a mollare la spugna, pronto a essere abbattuto e che la grande rivolta della Gente Perbene lo stroncherà mi sembra quantomeno ottimistica. Il consenso di Berlusconi presso la classe politica è in calo, vero. Ma l’errore che si fa con lui è quello di interpretarlo secondo i criteri della politica tradizionale. Fosse un Prodi qualunque, coinvolto in scandali e scandaletti personali, mollato dall’alleato, sarebbe carne per le urne. Fosse un Prodi qualunque.
Essendo invece quello che è, che sia finito è tutto da dimostrare. E, anzi, il fatto che rischi di andare a casa per le mosse del suo ex-alleato e dei suoi amichetti politici di professione potrebbe essere un’arma in più per la riscossa.
Vieni via con me, questa grande messa* che chiama a raccolta i fedeli (e probabilmente anche un sacco di gente che sta lì a pensare “vediamo che fanno ‘sti stronzi, adesso”) ha sicuramente un forte valore simbolico, basta pensare a quanto casino ha fatto Maroni per potere andare proprio lì a replicare a Saviano, dopo averlo fatto per una settimana da ogni dove (giovedì ho aperto il frigo e la mozzarella mi ha ricordato i boss arrestati). Però pensarlo come la stella cometa che ci annuncia l’arrivo del Redentore è fuorviante.
Nel 2001 avevamo una televisione diversa e più varia, ne venivamo da cinque anni di centro-sinistra (non propriamente eccellenti come biglietto da visita, ok) e Berlusconi vinse le elezioni. Perché dall’altra parte gli avevano messo contro Rutelli. Rutelli.
Non è il caso di vendere la pelle dell’orso quando non hai nemmeno imparato ancora a sparare.

(prevedo già l’obiezione: “Ma oggi abbiamo Internet, i blog, la democrazia dal basso, possiamo diffondere cultura di opposizione senza passare dai canali controllati dallo Psiconano” Beh, come dire? Been there, done that)

* Ed è più noioso della messa. A meno che il vostro parroco non legga gli elenchi delle genealogie bibliche.

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23 novembre 2010 · 2:05 pm

Duci che non lo erano

(All’ingresso in Aula del Presidente del Consiglio Berlusconi prolungati applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania – Dai banchi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania si grida: Silvio! Silvio! - Dai banchi dei deputati del gruppo Italia dei Valori si grida: Duce! Duce! - Dai banchi dei deputati del gruppo della Lega Nord Padania si grida: Bossi! Bossi!).

Non è divertente che a gridare “duce duce” all’ingresso di Berlusconi in parlamento durante la discussione sulla fiducia a Caliendo siano stati parlamentari dell’opposizione (cfr. l’Unità), verosimilmente dell’IdV, come indicato nel resoconto ufficiale della Camera?
Sono due giorni che, giustamente, la notizia del coro che accompagnato i vari “Silvio” rimbalza tra blog e siti con commenti comprensibilmente incazzati. Perché, insomma, il fatto è plausibile: giusto un paio di mesi fa Berlusconi si è paragonato a Mussolini (al Mussolini dei diari bufala di Dell’Utri, che verranno pubblicati da Rizzoli), ci ricordiamo tutti la faccenda della gente mandata in vacanza al confino, ecc. Che il PresDelCons possa attirare nostalgici è per certi versi credibile.
Nella bolgia da stadio del Parlamento, che hanno fatto quelli dell’IdV? Hanno fatto i simpatici. Hanno scherzato l’esultanza degli avversari replicandola e iperbolizzandola. Con il risultato, eccellente, di polarizzare ulteriormente il proprio elettorato, reale o potenziale: “hai visto? Gli hanno gridato Duce! Dannati fascisti! È un fascista!”. Non so se questo effetto fosse voluto. Io credo di no. Semplicemente era uno sfottò tra curve opposte, schieramenti che in fondo condividono una cultura di antipolitica, populisti entrambi, anche se in modo diverso. Poi chiaro che, per parafrasare Montanelli, non vado a letto preoccupato per cosa farà Di Pietro ma per cosa farà Berlusconi. Però, ecco, nel casino quelli dell’IdV c’erano ed erano pronti a replicare.
Lo trovo significativo, in qualche modo.
(Il Pd risulta, al solito, non pervenuto)

Comunque, ‘sta storia del “Duce duce” passerà in cavalleria, esattamente come Berlusconi che dà della “zoccola” alla Meloni, Carlo Giuliani che era attaccato alla jeep dei carabinieri, Billy Corgan che era il fratellino di Vicky, gli ebrei avvisati di non andare al WTC l’undici settembre 2001 e tante altre piccole grandi bufale che, un passo dopo l’altro, diventano “verità”. Poi non lamentiamoci di Giacobbo, delle biowashball, dei braccialetti con l’ologramma e dei rettiliani.
(non è questione di difendere Berlusconi: è questione di fare informazione e non propaganda. Non ho bisogno di un coro “duce duce” per dire che lui ha una concezione anti-democratica dello Stato – che è dire di matrice puramente aziendalistica – e che ha portato in parlamento un’orda di cialtroni urlanti)

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Almeno farseli raccontare, dai.

Io mi sarei anche un po’ stufato, di dover ogni volta entrare nel merito di ogni idiozia.
Se uno dice che Gomorra dà un’immagine negativa dell’Italia perché mette in piazza il marcio, io credo che non si debba sprecare tempo a rispondergli nel merito.
Perché dei libri si dovrebbe parlare solo se o li hai letti o quantomeno te li hanno raccontati per bene.
E sarebbe un mondo bellissimo se la figlia di costui, curiosamente presidente del gruppo editoriale che pubblica Gomorra, avesse risposto “notoriamente mio padre non legge libri, che cosa volete che ne sappia”, invece di lanciarsi in una tirata a base di “mio padre” ogni due paragrafi, come una Stefania Craxi qualunque.
Chi ha letto il libro sa di cosa parla e come ne parla.
Ma anche chi non l’ha letto può facilmente vedere come sono stati contenti i camorristi della buona luce che Saviano ha gettato su di loro (ah no, la scorta è tutta roba dell’ufficio marketing Mondadori, dimenticavo). Basta avere un minimo di cervello.

Paradossalmente, la cosa che mi ha convinto meno è stata una parte della risposta di Saviano, quella in cui ha tirato direttamente in ballo la Mondadori in quanto proprietà della famiglia Berlusconi. Non so se sia stato una sorta di attacco preventivo prima che i soliti saltassero su a dire (di nuovo) “ecco un altro che fa il figo e intanto prende i soldi dal Berlusca” (a parte che Mondadori i soldi li fa vendendo quello che producono i suoi autori, quindi al massimo è Berlusconi che fa soldi su quelli che parlano male di lui) (genio). Però a quel punto dell’argomentazione, il riferimento a Mondadori appare vagamente posticcio e fuori luogo.
A me non sembra tanto gigantesco che un editore (che poi la famiglia Berlusconi in Mondadori fa quasi per niente l’editore; editore di Mondadori negli ultimi anni è stato Gian Arturo Ferrari. Che poi ogni tanto arrivi la telefonata e tocchi mettere insieme mostruosità come questa purtroppo ci sta. Ma sapeste in quante case editrici si pubblicano cose per motivi tutt’altro che culturali o economici; chiaro che in questo caso, essendo il proprietario un uomo di potere politico le cose assumono proporzioni allucinanti. Ma la logica di fondo non è assolutamente anomala), un editore dicevo, critichi delle cose che pubblica.
Mi sembra enorme, gigantesco, inaudito, che un presidente del consiglio attacchi una persona che vive sotto scorta per quello che ha scritto perché con il suo lavoro avrebbe danneggiato l’immagine del Paese. E secondo me avere insistito solo su questo, lasciando da parte la questione Mondadori, avrebbe dato molta più forza alla risposta di Saviano e avrebbe mantenuto l’attenzione sulla cosa davvero importante e non su quello che, ora come ora, è un corollario (il tutto ovviamente è complicato dall’anomalia dell’avere come capo del governo uno che ha anche mezzi di comunicazione di massa suoi, ma sono 16 anni che ne parliamo e credo di non avere una sola sillaba da aggiungere a quanto già detto da allora)

Sull’argomento pure Wu Ming e Leonardo (che scende nel merito da par suo).

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Seven inches leather heels, fame and masquerade, but…

È il lato sinistro del volto.
Quello che non ami che venga ripreso. Quello che adesso reclama la tua attenzione, come un bambino trascurato che dà fuoco al tappeto del salotto.
Non so che cosa sia per te il dolore di tre etti di materiale denso e solido, tagliente, che impattano contro la carne, le cartilagini, i denti. Posso immaginare il suono dell’impatto, un tonfo piatto, ho vaghi ricordi della sensazione di un dente che si spezza quando avevo quattro anni, il segnale di allarme che risale dalle terminazioni nervose al cervello.
Immagino la confusione. Non capire perché, che cosa sia successo.
La ricostruisco da quella notte in cui in spiaggia, ubriaco, mi sono lasciato cadere sulla schiena da seduto e la mia nuca ha picchiato con forza contro un sasso. La sensazione di stordimento, il distacco dato dall’alcol che ti regala quel fugace fastidio per non essere riuscito a sdraiarti come volevi.
E quella specie di flash sensoriale che ti ricorda la presenza di una parte del tuo corpo che reclama la tua attenzione. Perché il dolore è questo: un messaggio d’allarme. Chissà quando è nato, nell’evoluzione, quel segnale che ti avvisa quando qualcosa sta minacciando la tua integrità fisica e che è il caso di fare qualcosa. E chissà perché non si può spegnere come fosse un avviso di sistema sul computer. Certo l’adrenalina funziona come un “ricordami più tardi”, ma non basta.
La confusione, dicevo.
Non capire. Gesti istintivi, portare le mani verso la parte colpita. Chissà come mai lo facciamo. Un gesto inconscio, come a fermare emorragie? Un’auto-pranoterapia?
E intanto gli altri che ti si fanno addosso. La preoccupazione sulle loro facce. Quella la conosco anche io.
Quello che viene dopo no, non so.
Ti portano dentro la macchina, al riparo.
Credo sia la prassi per un servizio d’ordine. Un servizio d’ordine che si è lasciato sfuggire un tizio che ha agitato in aria un aggeggio pesante per un paio di secondi. Magari leggo troppi romanzi di spionaggio, ma per me due secondi sono un’eternità per uno che fa quel lavoro. Da sempre chi lavora con te sa che sei l’incubo della sicurezza, con questa passione per i bagni di folla. Questo rende il loro fallimento ancora più gigantesco.
E poi, ecco, non so che cosa scatti dentro di te. Non so perché insisti per uscire dall’auto e issarti in piedi sul predellino. È un gesto che richiama un altro predellino, quello da cui avevi annunciato la nascita di un nuovo partito. Lo sai? Ne sei cosciente?
Lo sai solo tu.
Alcuni dicono che l’hai fatto per calcolo. Che volevi mostrare a tutti la tua faccia ferita, farne un’icona. Che persino in quel momento sei stato capace di voltare a tuo favore gli eventi. Secondo alcuni, non ci sarebbe stato nessun attentato, nessuna ferita, sarebbe stata tutta una messinscena. Una recita organizzata, fingere di venire colpito, precipitarsi in auto dove ti aspettava un truccatore che ti ha trasformato in una maschera tragica.
Tu qualcosa l’hai detto. Anzi, l’hai fatto dire ai tuoi. Volevi mostrare che stavi bene. Rassicurare i tuoi. Scongiurare il linciaggio di chi ti aveva ferito.
Io non lo so perché. Non posso saperlo. Non posso entrare nella tua testa.
Potrei immaginarlo. Montare insieme i fatti, assemblare una verità narrativa, eventi e pensieri tenuti insieme da una coerenza che dia un’impressione di verosimiglianza. Ma la realtà non è narrativa. La realta, mi pare lo dica Tom Clancy, può permettersi di essere incoerente. La narrativa no.
Tutto quello che posso fare è descrivere quello che vedo.
E quello che vedo è un uomo confuso, ferito, inebetito. Che si guarda intorno come se fosse sperduto. Come se quel caos sonoro in cui è immerso, che forse gli arriva lontano, ovattato, confuso in mezzo a un ronzio basso e persistente, fosse un mondo a lui alieno che gli si presenta davanti per la prima volta. Oppure no. Oppure lui l’ha già visto, quel caos. L’ha visto in televisione, l’ha sentito raccontare chissà quante volte dal suo protagonista. L’hotel Raphael. Il 30 aprile del 1993. La notte di Valpurga di Bettino Craxi, il suo “rogo” a suon di monetine, mirabile contrappasso.
È di quello che hai paura, vero? Che sia arrivata la tua fine, che sia stato organizzato qualcosa della stessa forza simbolica? È per quello che non vuoi andare via: non vuoi restare con il dubbio. Il dubbio e il dolore.
Mi amano? Mi amano ancora? Mi stanno amando?
Ecco quello che vedo, quando ti issi sul predellino e ti guardi intorno, per la prima volta sincero nella tua vita pubblica, per la prima volta libero dalla tua maschera. Vedo un uomo solo, che si guarda intorno domandando muto “mi amate ancora? Non mi state abbandonando? Non mi state voltando le spalle?”.
E mi fa uno strano effetto, perché penso che io così ti avevo già visto, da qualche parte. E mi ricordo anche dove.
Era una vignetta, nel mezzo delle vampate del Noemigate, quando tu rispondevi incazzato, feroce, pieno di energia. E ci voleva uno bravo davvero per riuscire a guardarti dentro, a smontare il cerone e a rivelare la persona, in quei giorni.
Ma Makkox è uno bravo. Sia a fare le linee e a colorare gli spazi sia a scrivere le lettere da metterci accanto. E anche, soprattutto, è uno bravo a guardare le persone e intuire quello che hanno dentro.
E quindi lui te l’aveva già fatto il ritratto di quegli attimi prima che decidessi di salire sul predellino. Sette mesi prima:

Ricordi la gioia? Ricordi?

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Tre palle un soldo

"La bocca sollevò dal fiero pasto" (cit.)

Chissà se Massimo Tartaglia scrive su internet.
Comunque, dicevo un paio di mesi fa, a proposito del giovane piddino che si domandava come mai questa rockstar qua non trovasse il suo Mark Chapman, “il problema potrebbe avere radici più profonde”.
Bondi dice che l’aggressione è frutto di una campagna d’odio; e come dice Silverdrake, è un’eccezionale autocritica.
Insomma, scoccia essere in parte d’accordo con Di Pietro, ma la responsabilità del clima da campagna elettorale in curva permanente in cui viviamo da 15 lunghissimi anni (di cui fatico a intravedere segnali della fine) Berlusconi ce l’ha per un buon 70% – se non di più.
Il rifiuto ossessivo di qualsiasi forma di critica e/o opposizione, la costante delegittimazione dell’avversario attraverso l’etichetta di “comunista” appiccicata a chiunque passi a tiro. Lo sguinzagliamento di personaggi bestiali come La Russa, Feltri e Belpietro, incaricati di randellare dove capita. La martellante propaganda per far credere che il nostro ordinamento politico sia una cosa che, Costituzione alla mano, non è, per quanto di fatto si stia cercando di farla diventare; e come corollario l’idea che chi contesta lui “eletto dal popolo” sia un “nemico del popolo” da disprezzare.
È un brodo malsano da cui non può che venire fuori, prima o poi, un duomo di Milano sui denti (e già c’era stato il treppiedi a Roma, ricordate?). Duomo in faccia dal quale, sia chiaro, non farà altro che trarre vantaggio, perché il seduttore ferito sul campo non fa altro che aumentare il suo fascino.

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