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Bob Dylan ad Harlem, Guccini e la Caselli, quel secchione di Fabrizio

Riassunto della puntata precedente: vado sull’archivio della Stampa, cerco la prima volta che hanno parlato di musicisti famosi. Adesso, un aggiornamento veloce pre-capodannizio.

Dicevo che i Beatles sembravano servire come passepartout per raccontare il resto della musica rock.

Vedi per esempio come viene titolato un articolo del 1965, il primo su Bob Dylan (la storica foto con Suze Ruotolo si sposta in didascalia dalle strade del Village a quelle di Harlem):

L’articolo si appoggia tra le altre cose su una dichiarazione di Lennon (“Il più intelligente dei Beatles”) che dice che Dylan ha nel cantare delle inflessioni da negro. Da lì l’articolista parte per ricondurre tutto a quello. Per esempio:

Si mette nei panni di un negro per sapere cosa prova. La sua ragazza lo pianta in asso: «Non pensarci due volte, va tutto bene — canta —. Io sto dalla parte buia della strada, non pensarci due volte, va tutto bene».

I Doors, curiosamente, sono accolti parecchio bene. Forse le voci degli eccessi di Morrison non sono mai arrivate fino a Torino, perché le prime menzioni che trovo, il 12 giugno 1968 e il 29 ottobre dello stesso anno sono recensioni, favorevoli, dei loro singoli, perse in mezzo ad altre cose più o meno improbabili.

"un po' astruso"

 

Fanno capolino anche nel bill del Festival dell’Isola di Wight, a cui viene dedicato un articolo in una terza pagina di tutto rispetto, il 25 agosto del 1970:

Il signor Knaus, benefattore delle mammane.

Il festival viene presentato, dopo i soliti discorsi sugli idoli dei giovani, così:

Al festival saranno presenti anche sacerdoti che distribuiranno ai capelloni fuggiti da casa cartoline, gratuite da inviare ai genitori, almeno per fare loro sapere che non sono morti. Altri religiosi si terranno pronti ad assistere ì ragazzi in bisogno spirituale (o nel corso di un «viaggio» allucinogeno andato male). La gente del luogo è tollerante, dopo l’invasione dello scorso anno, è pronta a tutto, purché i ragazzi non spaventino gli animali. Non mancano i critici, naturalmente. Un ex colonnello vuole che i poliziotti aggrediscano a frustate i barbuti e zazzeruti ribelli. «Rumore, fornicazione, droghe, sporcizia, rifiuti», così ha definito il festival l’ex militare. La classe media soffre a vedere i propri figli educati nelle «Public Schools» finire negli stracci di una ribellione che di musicale ha solo il nome. Il «potere dei fiori» è morto, sono rimasti gli spettacoli. Per oggi, è atteso Leonard Cohen, professione cantante. Per aderire al Festival, ha preteso di essere accolto da una scorta di sei motociclisti.

Un po’ di metal? Gli Iron Maiden vengono citati per la prima volta in un articolo del 1981 che parla dei Saxon:

Un bignami della NWOBHM

C’è poi, in aprile, un reportage da un concerto dei Maiden all’Ariston di Sanremo:

Paul Di'Anno dice ai giovani fan di stare lontani dalla droga perché se cala la domanda i prezzi si abbassano.

E gli italiani? Tipo: Guccini. Eh, Guccini.
Articolo sul Festival di Castrocaro del 12 ottobre 1967:

Caterina Caselli è arrivata nell’alone di una curiosità creata dalle notizie di un suo presunto fidanzamento segreto con Francesco Guccini, studente universitario, bravo interprete di pezzi con la chitarra, autore tra l’altro delle più recenti canzoni da lei incise: Per fare un uomo e Dio è morto. Le chiediamo: «A quando il matrimonio?». Lei risponde con vivacità, ridendo: «Con Francesco non ci sarà matrimonio. Il fidanzamento è tutta un’invenzione». Ma è davvero questa la verità?

Noi di Buoni Presagi crediamo di no.
De André invece, fin da subito, fa la figura del primo della classe:

 «Quando carica d’anni e di castità / fra i ricordi e le illusioni / del bel tempo ohe non tornerà / troverai le mie cantoni  nel sentirle ti meraviglierai che qualcuno abbia lodato / le bellezze che allora più non avrai». Così si inizia il «Valzer per un amore», di Fabrizio De André: il pezzo più commerciale fra quelli finora scritti, musicati ed eseguito dal giovane cantautore genovese. Fabrizio è un umanista, studioso di teatro e di storia dell’arte, di letteratura, laureando in legge (con una tesi sul diritto di sciopero), ammiratore di George Brassens, appassionato del Rinascimento. E dello spirito rinascimentale le sue composizioni hanno la voglia di vivere, la malinconia sottile e la gioia ‘esaltata del «Carpe diem ». Ha scritto finora poche canzoni, ma «Il testamento» e «Il ritorno di Carlo Martello dalla battaglia di Poitlers» sono inserite in quasi tutti i juke-boxes e nel repertorio delle orchestrine dei locali notturni. Le altre sue composizioni sono «La ballata dell’eroe», «La guerra di Piero», «La ballata del Michè», «La canzone di Marinella». Insieme con altri quattro pezzi nuovi, verranno incise nel primo long-playing di Fabrizio, che uscirà a fine mese. Di essi, due sono canzoni di origine medioevale, «Fila la lana», dalla ballata di un Trovatore lorenese del ‘400, forse Bertrand de Villecroix, e «Tieni la vita mia», composizione anonima francese, del ‘500, il cui titolo originale era «Belle qui tiens ma vie captive dans tes yeux». Insieme con un amico, attore e chitarrista, anch’egli genovese, Vittorio Centanaro, Fabrizio le trovò a Parigi, nello sgabuzzino di un vecchio negozio di musica.

Che fine avrà fatto Anna Marchetti, la nuova Mina scoperta al circo?

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Il giorno prima

A me ha salvato la vita Bob Dylan. O se non la vita, almeno il profilo.

Nel luglio del 2001 studiavo a Bologna, mi ero iscritto all’Università nel 1998 e l’idea di lasciarmi alle spalle a Genova mi sembrava la cosa più incredibile di tutte.
A Genova c’ero tornato per le vacanze il 17 luglio. “Oggi mi hanno fermato solo quattro volte” mi ha detto un mio amico alla stazione.
In tasca avevo i biglietti per il concerto di Bob Dylan a La Spezia il 20 luglio, nella testa tutto il confuso casino dei mesi prima: Seattle, la polizia che spara a un manifestante a Goteborg, Praga, il Sismi che annuncia che temono che i manifestanti lancino gavettoni pieni di sangue infetto di HIV sulla polizia, l’allora poco noto Bin Laden che starebbe pensando ad attentati con aeroplani radiocomandati, la dichiarazione di guerra ai potenti della terra delle Tute Bianche, la zona gialla e la zona rossa. Ancora prima che il G8 in sé mi infastidisce tutto il pesante baraccone sicuritario che si sta mettendo in piedi: il divieto di stendere le mutande, la città tagliata in due, le grate nei vicoli.
Ho in programma di andare solo alla prima manifestazione, quella dei migranti di giovedì 19 luglio e poi, la mattina dopo muovermi verso Spezia. Al concerto vado con mio padre, dovremmo partire la mattina insieme a un mio amico, lasciarlo in una località di mare sulla strada a prendere posto in campeggio e poi proseguire per Spezia. Io devo raggiungerlo dopo il concerto e dovremmo restare lì per un paio di settimane, come da cinque anni a quella parte.
Il 18 faccio un giro in centro. Arrivarci, dal quartiere del Ponente dove abito, non è semplicissimo, perché le stazioni sono già chiuse, si deve prendere un autobus fino ai margini della zona gialla, poi un altro che fa un giro lunghissimo. Il centro è già quasi deserto. Negozi chiusi con pesanti pannelli di legno ignifugo sulle vetrine, anche dentro la zona rossa. Nessuno sembra fidarsi troppo della tenuta delle barriere approntate dalla polizia. In via XX Settembre, piena zona rossa, a due passi da palazzo ducale, sede del vertice, conto almeno quattro camionette piene di agenti che stanno a scoglionarsi sotto il sole. Ufficialmente, le forze dell’ordine dovrebbero familiarizzare con la città, invece questi sono tenuti lì dove sanno già che nessuno metterà mai piede ad accumulare nervosismo e frustrazione. A Palazzo Ducale, che dovrebbe ancora essere aperto, non mi lasciano entrare. Varco un paio di volte le grate nei vicoli. Brutte sensazioni.
La mattina dopo Genova si sveglia e scopre che la recinzione della zona rossa è stata ancora rinforzata: oltre alle reti, un muro di container.
Vado al concentramento della manifestazione, dove ho appuntamento con Enrico, lo stesso amico con cui sarei dovuto partire il giorno dopo. C’è davvero tanta gente. Già arrivare da Piazza della Vittoria al concentramento è un pre-corteo. Sulla strada lambiamo uno dei confini della zona rossa, Piazza Dante. Reti e cemento. Poliziotti in antisommossa. Uno si mette a roteare il manganello mentre passiamo. Io ho la maglia degli Stones con la linguaccia. Mi sembrava la più adatta per l’occasione. Sono nervosissimo.
Davanti alla chiesa di Carignano c’è ancora una scritta rimasta dai funerali di De André quasi due anni prima: “per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”. Sbircio sotto i caschi dei poliziotti che fanno cordone a difesa di non so cosa, forse il distretto militare. Uno ha voglia di menare le mani, uno sembra terrorizzato, uno sembra che aspetti che qualcuno gli dica che espressione deve avere.
Sul corteo dei migranti del giovedì si è scritto pochissimo: il suo ricordo è stato fagocitato da tutto quello che è successo dopo. Per me, che di Genova 2001 ho solo quel ricordo personale, resta uno dei cortei più belli e colorati e divertenti a cui abbia mai partecipato. Abbiamo cantato, abbiamo ballato, mi sono tinto le mani di bianco e ho lasciato una manata sulla parete di una galleria che ha resistito per un paio d’anni, abbiamo applaudito quelli che ci applaudivano dalle finestre sventolando mutande. Su corso Italia, davanti al mare, quando ormai siamo tutti stremati dal caldo e dalla lunghissima camminata, due ragazze russe insegnavano a un ragazzo francese il testo russo dell’internazionale. “Grazie Genova!” ha gridato a pieni polmoni lui. Credo che in quel momento Genova fosse la città più bella di ogni mondo reale e possibile.

Questa è la versione “lunga” della prima parte di un pezzo che ho scritto per un ebook collettivo su Genova 2001 che uscirà a settembre. In qualche modo, è la puntata finale della serie “prima di andare a Genova“.
Il finale del servizio del tg1 sulla manifestazione dei migranti, con la strada vuota, il sax malinconico e i poliziotti nervosi sembra fatto apposta. 

Sempre a proposito di ebook collettivi, oggi è stato pubblicato da BarabbaCicatrici“, che non ha nulla a che vedere con l’omonimo libro di Morozzi, ma che è una raccolta di oltre cento storie in cui un sacco di gente racconta come si è procurata delle cicatrici. In mezzo ci sono pure io.
Barabba ha anche pubblicato tre raccolti di scritti di gente che di solito scrive in Rete ispirati alla Resistenza, tra le altre cose. Date un’occhiate al loro catalogo

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Post for Lennon

La faccio breve, che di lacrime su John Lennon ne avrete lette a milioni, oggi.
Quello che Mark Chapman ci ha portato via nel 1980 è stato, soprattutto, una persona intelligente e tagliente, neanche tanto sottilmente stronza e assai più vera del santino che è diventato dopo la sua morte.

C’è un aneddoto che racconta Lemmy dei Motorhead nella sua autobiografia che mi piace sempre ricordare.
Siamo a prima che i Beatles vengano presi sotto l’ala di Brian Epstein e ripuliti. Sono un gruppo di quattro tizi che si sono fatti le ossa suonando nell’angiporto di Amburgo, tra papponi, puttane, marinai ubriachi e criminali. A un certo punto, tra una canzone e l’altra, qualcuno urla “Lennon sei un frocio!”. John mette giù la chitarra, scende dal palco, va da un tizio gli chiede “sei stato tu?”. Quello dice di sì e STUD!, si prende una craniata in faccia (il “bacio di Liverpool“). Poi Lennon se ne torna sul palco e riprende a suonare.

(C’è anche il Lennon fragile e insicuro, però, che quando sente 4th Time Around, una canzone di Bob Dylan che sembra Norwegian Wood e in cui c’è il verso “io non ho mai chiesto il tuo appoggio tu non chiedere il mio” va in paranoia, convinto che la “quarta volta” del titolo si riferisca alle quattro canzone ispirate allo stile di Dylan da lui fin lì composte e che la canzone sia un messaggio per lui)
(l’emulazione di Lennon per Dylan si spingerà fino a innamorarsi di Yoko Ono. “Se lui ha avuto il coraggio di accoppiarsi con Joan Baez”, deve avere pensato, “io non posso essere da meno!”)

(poi c’è anche il Lennon che un giorno convoca d’urgenza una riunione della Apple Music per annunciare i presenti che è giunto alla conclusione che lui è Gesù Cristo)

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“Praticamente una rockstar”

What is there left for me to do in this life?
Did I achieve what I had set in my sights?
Am I a happy man or is this sinkin’ sand?
Was it all worth it?

Due premesse:
1. Mi scuso con i lettori (ma soprattutto con le lettrici), ma si finisce sempre a parlare di lui;
2. il post che state per leggere parla della copertina del numero di dicembre di Rolling Stone Italia. Solo ed esclusivamente della copertina. Non so come siano gli articoli all’interno, ma per il discorso che voglio fare è irrilevante. Il post parlerà della copertina e della copertina soltanto, del modo in cui può essere fruita come testo autonomo e la lettura che ne consegue.

Ok. Un saluto ai tre lettori rimasti, venite pure qui davanti che c’è posto.

Non ricordo di preciso da quando Rolling Stone Italia si sia messa a distribuire il titolo di “rockstar dell’anno”. L’anno scorso era toccato a Roberto Saviano. Ho ancora il numero nello scaffale dietro di me in ufficio. Non perché ci tenga particolarmente, solo che non mi ricordo mai di buttarlo. Comunque, allora quella scelta mi era sembrata stridente. E continua a sembrarmi stridente oggi, solo che ora so anche spiegarmi le ragioni.
Nel mezzo, c’è stata la lettura del saggio di David Foster Wallace E unibus pluram (EUP). Contenuto in “Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado”, EUP è un saggio che parla del rapporto tra la televisione e gli scrittori americani contemporanei, nel quale Wallace sostiene che il post-modernismo, con il suo ricorso all’ironia disincantata nel descrivere il mondo, abbia dato vita a una generazione di autori che non dicono più nulla “sul serio”. L’argomento è ripreso da Wu Ming 1 nel memorandum sul New Italian Epic, nel quale non a caso si cita più volte Saviano. Il perché spero sia chiaro a chiunque abbia un minimo di familiarità con la sua attività di scrittore (ma anche con i suoi due spettacoli televisivi con Fabio Fazio): Saviano è quanto di più lontana da una sensibilità post-moderna e disincantata ci possa essere. Tanto che a volte anche io trovo quasi straniante questo mio coetaneo che nemmeno per un secondo sembra mai cedere alla tentazione di fare la battuta, minimizzare, accennare un commento cinico.
Al contrario, Rolling Stone Italia è un tempio dell’approccio cazzarone. Nello stesso numero, per dire, si annuncia “l’incredibile faccia a faccia fra Elvis Costello + Nick Jonas (sì proprio lui, quello dei tre fratellini verginelli!)”.
Insomma, una copertina con la faccia di Saviano e sotto la scritta “rockstar” stride come unghie sulla lavagna, perché preleva di peso una persona da dove si trova e la cala più o meno nel contesto in cui amano collocarlo i suoi detrattori: “uno che fa spettacolo”.
Magari le intenzioni erano buone, ma il risultato mi lascia, ancora oggi, perplesso.

E oggi tocca a Silvio Berlusconi.
Metto la foto qui sotto per comodità.

Straaap

Ecco. L’immagine è opera di Shepard Farey, quello del poster “Change” per Obama.
Berlusconi è raffigurato con una specie di ghigno sul volto mentre strappa in due una bandiera italiana sulla quale è scritto il suo nome, sullo sfondo di un’altra bandiera italiana.
Non solo quale fosse di preciso l’intento dell’artista, né quale sia stata la richiesta di Rolling Stone Italia, ma trovo che l’effetto finale dell’immagine sia quello che si legge in questo articolo del Giornale:

Il rock è provocazione. Non guarda in faccia a nessuno. Entra nei sancta sanctorum e puzza di blasfemo. Non rispetta la nobiltà, la storia, le tradizione. È un talento barbaro, che i custodi del passato faticano a riconoscere. Ribalta i canoni. Il rock è costretto a mostrarsi giovane anche a 70 anni. Quando il Cav entra nel club esclusivo della politica estera lascia fuori i cappelli a cilindro della vecchia diplomazia. È il cucù, le corna (rock, molto hard rock), i kapò, voce alta, scacco alla regina e tutta la geopolitica della pacca sulle spalle. Il rock avvicina, cancella le distanze, alto e basso non si distinguono più. Il motto è: «Hi fratello».

“Distruggere” è un gesto che associamo alla cultura rock. E ha un valore positivo perché, in quella moderna epopea che è “la storia del rock” intesa come fenomeno socioculturale, il rock svolge un ruolo positivo, di rottura di consuetudini e di liberazione. “Elvis ha liberato i nostri corpi e Dylan le nostre menti” diceva John Lennon. Al rock associamo blue jeans, liberazione sessuale, assenza di formalismi, istintività. In parte per innegabili motivi storici, in parte perché sono collegamenti che ci siamo abituati a fare negli anni.
Ha gioco facile la stampa di Berlusconi a usare questa copertina per glorificare quegli aspetti della figura pubblica del PresDelCons che a me fanno rimpiangere il pentapartito e Tribuna Politica. Ha gioco facile perché quella copertina (che sopravviverà molto più a lungo di qualsiasi articolo la commenti all’interno del giornale) sembra proprio, per il contesto, per quello che c’è scritto, perché nasce già per essere un’icona pop (suppongo che a breve avere una propria foto manipolata da Farey diventerà come farsi ritrarre da Raffaello) e per essere letta all’interno del sistema di valori del “pop” e del post-moderno.
Ora, non credo spetti a Rolling Stone Italia fare da baluardo contro Berlusconi. Rolling Stone Italia è una rivista che opera in un regime di mercato ed è liberissima di fare le copertine che ritiene porteranno più lettori la cui attenzione vendere ai propri inserzionisti. E le polemiche, si sa, fanno vendere.
Però, ecco, secondo me questa copertina è così goffa nell’essere un omaggio all’immagine pubblica che il PresDelCons vuol dare di sé che a me sembra più un omaggio spudorato. Esattamente il tipo di ossequio verso un potente e verso il suo culto della personalità che vorrei non vedere mai mai mai.

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Forever a-changin’

Tintoretto, <i>La Crocifissione</i>, Venezia, Scuola Grande di San Rocco

Tintoretto, La crocifissione (clicca per vedere più grande, che merita)

La presenza o meno di una dozzinale* riproduzione della crocifissione di Cristo sulle pareti delle aule scolastiche non è esattamente uno dei principali problemi della scuola italiana, è il caso di ammetterlo.
Ma lo stesso, quando oggi ho letto della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, secondo la quale il crocifisso in classe è

una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e, nel contempo, una violazione alla libertà di religione degli alunni

ho più che sorriso. Ancora di più quando ho letto che la persona da cui è nato il tutto, Soile Lautsi è una cittadina italiana di origini finlandesi: qualcosa di leggermente più problematico del primo Adel Smith che passa per strada. La signora Lautsi è socia Uaar e questo mi fa storcere un po’ di più il naso perché non amo tantissimo il fatto che l’associazione sia particolarmente sbilanciata su una posizione di ateismo militante che mi sembra semplicemente una religione di segno opposto, ma non si può avere tutto dalla vita.
Però, insomma, è interessante che il problema sia stato posto, per così dire “dall’interno”, perché in parte bagna le polveri a tutte le argomentazioni che si limitano a mettere in scena un noiosissimo scontro con l’islam che, insomma, non è poi così urgente (quelli che cercano di mettere i bastoni tra le due ruote a chi vuole bere una birra dopo mezzanotte sono tutti cristianissimi, ci avete mai fatto caso?). Ovvero, il punto è: l’Italia del 2009 quasi 2010 non è un monolite cristiano, tanto meno cattolico.** Fanno tutti a gara a chi è più Obama, poi si dimenticano, per dire, che nel suo discorso di insediamento ha ricordato che l’America è fatta di credenti di diverse confessioni (e anche di non credenti).
Di più: dopo la revisione del 1984 dei Patti Lateranensi, l’Italia non ha più una religione di stato (lo dice implicitamente pure l’articolo 3 della Costituzione, lo ha detto esplicitamente la Corte Costituzionale – sempre sia lodata*** – nel 1989) quindi la presenza dei crocifissi nelle aule e negli altri edifici pubblici è difficilmente giustificabile ed è giusto che qualcuno metta il dito nella piaga e ricordi che, buongiorno, non siamo più la società degli anni cinquanta.
Non a caso, qual è l’obiezione che sta marcando la linea da seguire per il ricorso alla Corte europea?****
“Vabbeh, ma è un abitudine, una tradizione, non è che è un simbolo religioso, siamo abituati ad averlo lì, è la nostra cultura…”

Ecco, qui, se io fossi il papa mi incazzerei come ai bei tempi dei roghi in piazza e farei partire scomuniche a raffica, tipo M60.
Ma forse anche al papa non importa molto. Diciamo allora che se fossi un credente mi incazzerei tantissimo. Ho fatto la cresima in seconda media, mi sono sparato una quantità incredibile di anni di catechismo. E credo che un paio di cose sul senso della rivelazione cristiana, ripensandoci a posteriori, le ho imparate.
C’è un simbolo, che dovrebbe ricordare un gesto di estremo sacrificio, drammatico, imponente, totalizzante, il punto di svolta dei rapporti tra il mio Dio e l’uomo e arrivano questi che dicono “no, ma in fondo non è veramente un simbolo religioso, è solo un simbolo della nostra identità”. Tipo la maglia della nazionale.
Mi stanno più simpatici, a questo punto, monumenti al bigottismo come Buttiglione che parlano di “sentenza ripugnante” perché almeno dimostrano che in un qualche modo distorto ci credono, sono coerenti con se stessi e con la loro visione integralista della religione.
Perché poi di quello, si tratta. Occupare simbolicamente (ma i simboli sono importanti, rimandano sempre a qualcosa) spazi che dovrebbero essere invece vuoti.
Ma non vuoti nel senso di una mancanza desolante in cui l’Uomo è abbandonato a se stesso e dalla quale non potranno che sorgere mostri, come vuole la retorica ratzingeriana (che, comunque, è perfettamente coerente con il ruolo di un papa – era la pop star polacca l’eccezione patinata, un papa deve assomigliare più a Eymerich che a Bono). Gandalf li definirebbe “bianchi”, perché il bianco è il colore che riunisce tutti gli altri, quello a partire dal quale ogni cosa è possibile. Sono spazi che devono restare bianchi perché sono pubblici, cioè di tutti. Cattolici, protestanti, islamici, ebrei, buddhisti, sikh, non importa. Le religioni sono uno dei metodi più efficaci che l’uomo ha a sua disposizione per odiare ferocemente il suo prossimo; mettere queste differenze in secondo piano quando si ha a che fare con la cosa pubblica dovrebbe essere una basilare regola di buon senso.

Comunque. Oggi ci prendiamo la soddisfazione di sghignazzare un pochino davanti ai cattivi colti con le mani nella marmellata dalla mamma che farfugliano giustificazioni ridicole mentre i loro piccoli sgherri qua e là fanno a gara a chi strepita più forte.
Domani, sappiamo già come andrà i finire. Una puntata di Gad Lerner, un po’ di rumore, poi sempre meno e poi boh. Comunque vada il ricorso, nessuno toglierà nulla da nessun muro e continueremo tutti a fare finta di vivere ancora negli anni cinquanta. Mentre in realtà cambiamo ogni secondo.

Un esempio? Anche quest’anno il 31 ottobre si è portato dietro le polemiche su Halloween, con particolare enfasi sugli allarmi della Chiesa per la “satanicità” della festa. Ma da tempo il refrain è sempre lo stesso: “tradizioni importate, americanata, dove andremo a finire, sbroc sbroc”. Ora, io quando sento parlare di tradizioni metto mano alla pistola. Poi ho letto questo post. Leggetelo, ci vuole un attimo. Fatto?
Bene. Tra vent’anni, i bambini che oggi festeggiano Halloween saranno degli adulti per i quali questo modo di passare la sera del 31 ottobre sarà una tradizione della loro infanzia. E come tale la passeranno ai loro figli.
Come dice quella frase di Calvino? “Un classico è un testo che non ha mai finito di dire quello che ha da dire”.
Ecco, diamo la parola al signor Zimmerman di Duluth, Minnesota, che da quarantacinque continua a cantare dai giradischi, dai mangianastri, dai lettori cd, dagli iPod di mezzo mondo le stesse attualissime parole:

Come mothers and fathers
Throughout the land
And don’t criticize
What you can’t understand
Your sons and your daughters
Are beyond your command
Your old road is
Rapidly agin’.
Please get out of the new one
If you can’t lend your hand
For the times they are a-changin’

________
* Il cristianesimo ha dato al mondo dei capolavori dell’arte, ma oltre a queste vette di eccellenza ci sono anche orribili baratri di orrore cosmico.
** In Italia, curiosamente, si tende a far finta che i protestanti non esistano. Va bene, magari da noi sono pochi e sono, coerentemente, molto meno chiassosi dei cattolici, ma esistono. Ah già: poi mezza Europa è protestante.
*** Senza la CC, cioè un organo che si occupa di controllare che i principi della Costituzione vengano recepiti dalle leggi, la Costituzione sarebbe una lista dei desideri. Poi ovviamente la CC è composta di esseri umani e questi possono essere fallibili, ma il concetto stesso dell’istituzione è ammirevole.
**** “E io pago” dice il grillino in me. Scusatelo, ma ogni tanto scappa.

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