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Un ennesimo post da pendolare

La prova del fatto che i pendolari sono persone civili (fin troppo) è che stamattina non state leggendo cronache di una rivolta alla stazione di Bologna, con i maxischermi della pubblicità presi a sassate, il club FrecciaRossa trasformato in sala d’aspetto di seconda classe e la stazione Alta Velocità lasciata lì com’è perché quella fa già pena a guardarla e non sembra il caso di infierire.
Premessa: ieri il regionale veloce per Milano delle 7.52, utilizzatissimo dai pendolari perché ferma in tutte le stazioni minori, parte in ritardo di 20 minuti perché LA CACCA. Venti minuti possono fare la differenza tra entrare in orario o in ritardo per molti di noi che fanno questa vita qua, specie se dove arrivi devi anche prendere degli autobus.

Stamattina lo stesso treno ripete l’exploit: non parte, ferrovieri che attraversano a folate i corridoi, il ritardo sul tabellone che cresce, che cresce e che mai viene giù.
Attorno alle 8.15 chiedo a un ferroviere che passa così veloce che sembra uno shinkansen se mai partiremo: “Non sappiamo quando” risponde, la voce trasfigurata dall’effetto doppler. Impreco, tiro un calcio al sedile davanti (che risulterà l’unico atto di violenza contro cose o persone registrato nella mattinata), scendo a guardare il tabellone degli orari.
Fuori ci sono tipo cinque ferrovieri che cercano di capire quale porta non funziona. Ora, io non ne so di niente di treni e non posso che credere alla buona fede di gente che sta lavorando, per di più a contatto con un pubblico con a disposizione una riserva più o meno illimitata di sassi. Fatto sta che i regionali sono fatti in modo che se c’è una porta che non va ci vogliono cinque persone che lavorano per mezz’ora per capire dove sia il guasto. Italia, 2013. Alla fine si prende male parole un ferroviere non in servizio che era su quel treno come passeggero ed era l’unico che cercava di dare delle spiegazioni ai passeggeri.
Inizia il gioco d’azzardo: aspettare che parta questo? Prendere quello dopo che comunque è in ritardo pure lui?
A un certo punto, la svolta: treno soppresso. I più punk si imbarcano su un FrecciaBianca. Io resto lì che se becchi il controllore con il belino girato ha pure ragione lui.
Poi la contro-svolta: hanno fatto arrivare sul binario di fianco un altro treno, si usa quello che non è rotto.
Mi siedo. È fatta? No.
A un certo punto vedo gente che scende, gente che so che di solito scende dove scendo io.
“Parte prima quello per Piacenza in ritardo,” dicono. Ulteriori imprecazioni. Sono le 8.30.
Alla fine, a fatica arriva il treno dalla Romagna, vomita i suoi provatissimi passeggeri (secondo voi funzionava l’aria condizionata) e ci saliamo pure noi.
Lasciamo Bologna all’alba delle 8.40.

Uno spettatore esterno avrebbe notato che in tutto questo, a parte alcuni sfoghi magari accesi, tutto si è svolto con una bovina e rassegnata passività da parte dei passeggeri. Scendiamo, risaliamo, aspettiamo, imploriamo informazioni.
Giornate così capitano circa una volta al mese. Va peggio quando nevica, ma anche d’estate con le “variazioni di turno del personale” (trad. “non sappiamo gestire un piano ferie”) non si scherza mica. E non su linee per gente che va a divertirsi (e che comunque ha tutto il diritto di avere un servizio decente), ma su linee frequentate da persone che il treno lo usano per andare a lavorare e pagano anticipatamente per il servizio.
Ma, appunto, siamo gente che vuole solo andare a lavorare, fino a che il lavoro c’è. Non abbiamo voglia di metterci ad assaltare in massa i FrecciaBianca (una volta potevi fare l’abbonamento agli intercity con cui potevi prendere sia IC sia i regionali, poi hanno tolto prima gli IC e poi la possibilità di prendere i treni regionali con i biglietti per treni di fascia superiore), non abbiamo voglia di occupare binari, tirare sassate o sfasciare distributori automatici (benché la tentazione sia molto, molto, molto forte).
Vogliamo solo andare decentemente da A a B in tempi ragionevoli. Vogliamo che ci dicano come stanno le cose, non perché cambi molto dal punto di vista pratico ma per una questione di educazione e rispetto, per non sentirci dei capi di bestiame trasportati lungo la linea.
Non è che vogliamo poi molto.
Ma non ce lo danno lo stesso.

E a questo punto viene voglia di sognare un mondo dove le stazioni debbano essere presidiate ogni mattina e ogni tardo pomeriggio da reparti anti-sommossa, che almeno si passa il tempo intanto che si aspetta il treno.

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“Mi chì”, o di quella volta che sono andato a vedere i Radiohead

Nella più antica e deprecata tradizione di splinder, un post a punti.

* La cosa che più mi ha stupito del concerto del Radiohead è la stessa che stupì il doge di Genova in visita a Versailles nel 1685, a trattare la resa il re di Francia che gli ha quasi raso al suolo la città. “Mi chì“, ovvero “La mia presenza qui”. Non sono un grande fan dei Radiohead, non al punto di spendere quello che costava il biglietto per andarli a vedere. Poi però è saltato fuori che due amici avevano un biglietto in più e così… Mi chì.

* Gruppo spalla: Caribou. Che in origine si chiamava Manitoba, poi Handsome Dick Manitoba (dei Dictators) ha minacciato di fargli causa e allora ha cambiato nome. Dance, due batterie, un sacco di energia ma non la cosa migliore da ascoltare se non sei sotto MDMA.

* Il palco dei Radiohead, l’avrete letto dappertutto, è pazzesco. I 12 schermi LED che incombono sul palco frammentano le immagini dei musicisti e ogni tanto ti fanno pensare che qualcuno stia per venire spedito nella Zona Fantasma

This is what you get when you mess with us

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Prima di andare a Genova – 3. Da Napoli a Napoli, via Seattle

[Dieci anni dopo, diamo un'occhiata a che facce avevano gli italiani prima di andare a Genova per spaccarne o per farsele spaccare]

L’idea di ospitare un G8 a Genova prende corpo nel 1999.
Prima di Seattle.
Il modello in mente allora era quello del G7 a Napoli del luglio 1994, all’alba dell’era Berlusconi. Napoli venne tirata a lustro per l’occasione (almeno le zone di rappresentanza) e la giornata in libertà di Bill Clinton, con annesso bagno di folla, diede l’impressione che i “grandi della terra” fossero sotto sotto dei compagnoni.
Così, quando nel dicembre 1999 l’allora sindaco di Genova Giuseppe Pericu propone la candidatura di Genova per l’edizione 2001 al governo D’Alema, pensa che sta semplicemente facendo un buon affare per la città: un sacco di soldi per lavori pubblici di riqualificazione urbana ed esposizione mediatica con conseguente ritorno di immagine.
Però.
Il 30 novembre del 1999, in un’altra città portuale, Seattle, è successo qualcosa.
In occasione del meeting della World Trade Organization, è scoppiata una delle più colossali manifestazioni di protesta che la storia USA recente ricordi. Decine di migliaia di manifestanti, appartenenti a diverse organizzazioni che rifiutano quella che definiscono “globalizzazione dall’alto”, hanno occupato le strade circostanti la sede del vertice, impedendo a numerosi delegati di raggiungerla. Ci sono stati scontri, vetrine di negozi di grandi gruppi distrutte, 600 arresti, cariche a cavallo, lacrimogeni.
Le immagini hanno fatto il giro del mondo e di colpo l’idea di sfruttare i grandi vertici internazionali, quelli in cui “il potere” assume volti e corpi, per contestare le politiche neoliberiste è diventata un’idea davvero globale. I giornali italiani hanno iniziato a parlare di “popolo di Seattle”.

A febbraio del 2000 Genova viene scelta come sede del G8 del 2001. Arrivano 200 miliardi di lire per lavori pubblici.

In un certo senso Pisanu è stato lungimirante. Genova sarà un’altra Napoli. Ma non quella del 1994.

Amato diventa presidente del consiglio ad aprile del 2000.
A giugno del 2000 a Bologna si tiene il vertice dell’OCSE. La città è invasa da forze dell’ordine. Una sera dall’ospedale maggiore al centro conto almeno una trentina di mezzi di polizia e carabinieri parcheggiati davanti agli alberghi che ospitano i delegati.
Quando uno dei cortei cerca di passare oltre al cordone della polizia (senza armi, semplicemente spingendo) i poliziotti picchiano tenendo i manganelli al contrario, c0sì che sia l’impugnatura a fare il lavoro sporco. Il tg3 regionale dell’ora di pranzo va vedere le immagini, si vedono chiaramente i manganelli al contrario. Tempo di cena e quel video è sparito.

A marzo del 2001 il corteo del “no global forum” viene chiuso in piazza Municipio e caricato pesantemente. Nonostante il governo “amico”  in carica, l’inviato di Repubblica descrive così la giornata:

La piazza diventa un inferno e ci vorranno almeno tre quarti d’ora di battaglia per sgomberare e allontanare i giovani. Poi le forze dell’ordine prendono il sopravvento e se la prendono anche con quei manifestanti che con gli scontri non c’entravano nulla, manganellando a ripetizione chiunque trovassero sulla loro strada, anche quelli a braccia alzate. Alla fine tornano alle loro postazioni portandosi dietro come trofei gli striscioni sequestrati ed esultando verso i colleghi delle seconde linee che rispondono a colpi di manganello sulle transenne in un clamore innaturale e sorprendente ma esplicativo dello stato d’animo di poliziotti e carabinieri.

Successive indagini riveleranno pestaggi nei confronti degli arrestati (alcuni dei quali rastrellati negli ospedali) in caserma, ma sono tutte notizie di cui si sentirà parlare solo dopo il G8 genovese.

Quando Berlusconi vince di nuovo le elezioni a maggio del 2001, l’organizzazione della sicurezza al vertice del G8 è stata praticamente già conclusa dal governo Amato: la zona gialla, la zona rossa, i cecchini sui tetti, le batterie di missili terra-aria all’aeroporto.
Il nuovo governo non ritiene di dover cambiare il capo della polizia nominato da Amato, Gianni De Gennaro.

(prima puntata; seconda puntata)

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Un debut?

Torno ora dall’assemblea pubblica in piazza del Nettuno a Bologna della “sezione” locale della cosiddetta “italian revolution” (che ha bisogno di darsi un nome decente in fretta).

Riassunto per chi si fosse perso qualcosa: a seguito delle manifestazioni di piazza spagnole delle scorse settimane, da venerdì 20 maggio in Italia in diverse piazze si sono organizzati presidi spontanei di manifestanti. Quello di Bologna conta diverse persone che dormono in piazza, alle quali si aggiungono quelle che animano il presidio durante il giorno e quelle che frequentano le assemblee.

Volevo andare a sentire di che cosa si trattava perché da nessuna parte si trovano resoconti dettagliati di quello che sta succedendo sotto al Nettuno e perché volevo capire se era una tristanzuola imitazione di una cosa sorta in un altro contesto o se c’era dell’altro.
Sorpresa.
C’è dell’altro.
L’assemblea è iniziata facendo il punto sulla situazione spagnola: passate le elezioni, le piazza stanno per svuotarsi e il movimento si interroga su cosa fare dopo e come tenere in vita quell’esperienza. A Barcellona sembrano essere molto più organizzati e tenaci che a Madrid, da quello che ho sentito. Poi, dopo che i diversi gruppi di lavoro hanno presentato la loro attività (la più importante della quale, sul lungo periodo, mi sembra quella di coordinamento tra le piazze italiane) è iniziata l’assemblea vera e propria. Che ha alcune regole interessanti sull’espressione di apprezzamento o meno degli interventi: invece di applaudire si scuotono in alto le mani (tipo Il ballo di Simone), invece di fare buuuh si incrociano i pugni e per far capire a qualcuno che è fuori tema si ruotano gli avambracci uno sull’altro. La cosa funziona abbastanza bene e l’assenza di appluasi permette ai discorsi di filare abbastanza lisci senza interruzioni.
Vista la sua relativa giovinezza, la piazza di Bologna mi è sembrata ancora alla ricerca di una sua identità e gran parte degli interventi vertevano intorno alla necessità di trovare dei punti programmatici. In questo senso, l’idea più centrata e lucida mi è sembrata quella di insistere sui referendum del 12 e 13 giugno, quello sull’acqua in primis. È centrata e lucida perché oppone simbolicamente alle decisioni di un parlamento che oramai sa veramente il cazzo di chi sia espressione una votazione diretta. Ed è efficace perché se il referendum superasse il quorum sarebbe il primo da davvero tanto tempo. Inoltre è un obiettivo con una scadenza precisa ed è un obiettivo concreto. Si è anche parlato di organizzare un “referendum sociale” e simbolico nel caso quello reale venisse rigettato dalla Corte Costituzionale. Altri punti che ho trovato azzeccati (e auspicabili) sono la saldatura con altre forme di protesta e pratiche già presenti in città, come lo sciopero della fame davanti al provveditorato o i critical mass.
Ho trovato invece un po’ fuori fuoco e prematuri altri interventi che proponevano un documento con cui si chiedano a. requisizione delle case sfitte; b. reddito minimo di cittadinanza di 1.100 euro; c. reddito di disoccupazione di 900 euro; d. nazionalizzazione delle banche. Prima ancora di entrare nel merito, direi che sono obiettivi un po’ al di là della portata di un movimento che al momento raduna un centinaio di persone a Bologna. Va bene che bisogna sempre puntare in alto, ma un minimo di pragmatismo penso ci voglia.
La stragrande maggioranza dei partecipanti sembrano essere studenti universitari, ma c’era anche qualche signore con i capelli bianchi (come un ex militante del PCI di 68 anni che ha fatto un intervento un po’ naif ma sincero), oltre a una presenza storica di piazza Maggiore, cioè il tizio che da anni improvvisa assemblee pubbliche con il suo sgabellino.
L’atmosfera, durante tutta l’assemblea (ridendo e scherzando, tre ore) è sempre stata parecchio rilassata e rispettosa. Non so se si possa parlare di un vero e proprio gruppo di organizzatori, ma è evidente che comunque (e giustamente) chi passa più tempo in piazza gestisce l’assemblea e lo fa parecchio bene.
In generale, si respira l’aria eccitante di qualcosa in divenire, che sta cercando di mettere in piedi un movimento che non si leghi alla protesta contro un evento o una decisione specifica ma che possa esprimere una critica più ampia e di sistema. E che rispetto a “grillini” o “popolo viola” sia meno propenso (anzi, proprio per niente) a legarsi a figure carismatiche, firmatari di appelli o altri vati.
Vedremo cosa ne verrà fuori, sperando che il previsto acquazzone di sabato non spazzi via tutto.
Se siete a Bologna, passateci. L’assemblea della sera inizia verso le 20.30. Ce n’è un’altra attorno alle 12 e una alle 17, mi pare.
In ogni caso c’è la pagina Facebook e l’account su Twitter, oltre che a un blog, sul quale si può leggere il manifesto della piazza bolognese.

(scusate, questo resoconto meritava di essere migliore, ma o lo scrivevo appena tornato o non lo scrivevo mai più. Per qualunque cosa, magari se ne può parlare nei commenti)

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La stella mancata del Grifone

Anni fa, fresco di laurea, venni incaricato di scrivere i testi di una rivista promozionale da diffondere a Bologna che doveva, grosso modo, contenere degli articoli che fossero collegati agli inserzionisti. Il tutto naufragò miseramente, nel senso che io consegnai il mio lavoro ma poi la rivista non uscì mai e io non vidi un centesimo (esperienza utile, che mi ha insegnato che le strette di mano non valgono un cazzo). Tra le cose che feci c’era un’intervista a Solenghi (“Sa, io faccio parte di una generazione per la quale Renzo Tramaglino ha l’autoradio sotto il braccio” gli ho detto a un certo punto, prima di chiedergli garbatamente se il Trio copiasse o no i Monty Python). E un pezzo sul Bologna. Ora, che ho da raccontare io, cresciuto a Genova, sul Bologna F.C.? Le serate del giovedì nella saletta piccola del circolo Arci di via Rivareno che si concludevano con “Bologna Bologna, Bologna campione“?
Dopo svariati rimuginamenti, conclusi che non potevo che raccontare di quando, nel 1925, quei rossoblù lì vinsero il loro primo scudetto in maniera tutt’altro che limpida (nella quale probabilmente c’entrava il fatto che il Bologna fosse nelle simpatie dei gerarchi fascisti; o almeno così si racconta a Genova) contro i rossoblù veri e propri. Cioè il Genoa. Che sarebbe poi la squadra di cui dovrei essere tifoso (ma non sono molto praticante. Anzi).
Un tema che a Genova è ancora piuttosto sentito, tanto che negli anni novanta vennero avviate dalla società (per un paio di volte) le pratiche per ottenere quello scudetto e avere così l’agognata stella. Senza che ovviamente si arrivasse a nulla.
La storia è parecchio interessante, perché racconta di un mondo del calcio lontano nel tempo (quasi cent’anni fa) ma straordinariamente simile a quello attuale, con invasioni di campo, scontri tra tifoserie in stazione, partite in campo neutro, decisioni arbitrali discutibili e sudditanza psicologica.
Eccola qui sotto. Continua a leggere

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Un uomo chiamato WIN

Come premessa, è sempre bello vedere come internet sia un’incredibile strumento a disposizione delle aziende intraprendenti che vogliono incrementare i loro affari.

Prendete TicketOne, per esempio. Acquistando i biglietti dal sito, oggi non è più necessario aspettare la consegna via corriere o via posta. Si può invece stampare direttamente il biglietto con la propria stampante di casa, come con i biglietti del treno o dell’aereo. Anzi, non è una possibilità. È così e basta. E per il privilegio in questione si pagano due euro e qualcosa (ma il costo del biglietto, dice la FAQ, non aumenta; si paga il servizio). Così, se non hai a disposizione un punto vendita comodo, ti tocca il balzello sul culo di piombo. Tra l’altro TicketOne non garantisce l’accesso al concerto nel caso che la tua stampante non abbia la risoluzione necessaria a stampare il codice a barre del biglietto in maniera leggibile.

Comunque, il biglietto per il concerto degli Arcade Fire l’ho fatto così. E magicamente il costo finale dai 32 euro del biglietto nudo e crudo è salito a 41 e qualcosa. 4,80 di prevendita, 2,50 di balzello a TicketOne perché sì, altri due e qualcosa perché lo stampo da solo.

In realtà non è un concerto degli Arcade Fire. È la prima giornata di un mini-festival di due giorni. Gli altri gruppi sono i Fanfarlo (che non so chi siano e che non ho visto perché arrivavo dal lavoro e non ho fatto a tempo) e i Modest Mouse.

Quando scendo dall’autobus i topi modesti stanno suonando una delle uniche due canzoni loro che posso dire che mi piace, Dashboard (una canzone dedicata a Tumblr) (una volta dicevo agli utenti di MacOs; ma onestamente quant’è che non apro la dashboard?). Il volume è bassissimo. E, finita la canzone, non si sente nemmeno volare una mosca dal pubblico.
Quando entro, attraversata un po’ di Festa dell’Unità, capisco perché: dentro c’è pochissima gente. I Modest Mouse suonano a un volume ridicolmente basso e pochissimo del pubblico presente sembra essere presente per loro. Anche chi non è disperso per l’arena chiacchiera. La situazione deve essere abbastanza frustrante, da musicista. Forse è meglio il bottigliamento, che questa indifferenza. Persino Float On, che è la seconda canzone loro che mi piace e che è universalmente abbastanza conosciuta, viene accolta bene ma termina un po’ tra l’indifferenza generale. Surreale. Alla fine, chiudono con un pezzo un po’ più tirato degli altri, c’è un bel momento in cui il cantante canta attraverso i pick up della chitarra (l’ultima volta l’avevo visto fare in saletta prove che c’era ancora la lira) e per questo lo stimo molto.

Gli Arcade Fire, invece. Oh, gli Arcade Fire.
Hanno preso possesso del palco, in otto, e per un’ora e mezzo hanno macinato canzoni, una di fila all’altra, con un’energia straordinaria e le facce di chi si stava divertendo un mondo. Dopo tre dischi, possono contare su un mare di belle canzoni da cui pensare, ma sono contento che ne abbiano fatto così tante di Funeral (il primo, folgorante, amore non si scorda mai): Crown of love, Haiti, Tunnels, Power Out, Rebellion (Lies) e Wake Up (con cui hanno chiuso, tra il tripudio generale; passata di molto la mezzanotte, sull’autobus che tornava verso il centro di Bologna c’era ancora gente che intonava il coro iniziale). Dal secondo disco (che a me piace meno) solo Keep the car running (con tanto di ghironda sul palco), Intervention (che con il suo organo fa sempre la sua porca figura) e No Cars Go (che dal vivo è diventata qualcosa di davvero impressionante, come potenza e partecipazione del pubblico). Il disco nuovo è stato rappresentato da Ready to start e Month of May (l’impressionante doppietta di apertura; sulla seconda accenni di pogo qua e là), The suburbs (al cui ritornello dal vivo mancava qualcosa, è stata forse l’unica canzone che mi è sembrata più debole delle altre come resa), Modern Man, Suburban War (con il suo fantastico finalone epico), We used to wait (che più la ascolto più mi sembra una canzone perfetta; e la viscerale versione dal vivo di ieri sera mi conferma l’impressione) e Sprawl II.
Sul palco in otto, tra chitarre acustiche, elettriche, violini, fisarmoniche, percussioni, a volte due batterie contemporaneamente, gli Arcade Fire fanno un compattissimo e organizzato casino, una muraglia sonora imponente su cui si arrampicano le voci, quella più malinconica di Win (e sottolineo Win) Butler e quella più eterea di Régine Chassagne (che è un personaggino incantevole). Ed è uno spettacolo vedere come i primi a lasciarsi trasportare dalla loro musica siano proprio loro, nessuno escluso, nemmeno chi dovrebbe fare del gruppo soltanto per gli spettacoli del vivo. Sono, nel complesso, un inno al piacere di fare musica e andare in giro per suonarla davanti ad altre persone. Il tutto accompagnato da un palco pieno di luci, con uno schermo su cui passavano filmati e fotografie o riprese filtrate ed effettate di quello che stava succedendo sul palco. Un’attenzione alle immagini che fa il paio con il bellissimo “video” di We used to wait (che, nota geek, è fatto tutto utilizzando solo HTML 5).
Solo un’ora e mezza, perché alle 23 deve essere tutto finito, ma che razza di ora e mezza.
Ecco qua un assaggio (confesso di non essere ancora abituato a questa cosa che il mattino dopo su youtube trovi mille video del concerto che hai appena visto):

Comunque, c’era molta meno gente di quella che mi sarei aspettato. La seconda serata, che ha come headliner i Blink 182, invece pare che sia un successone di vendite. I Blink 182. Sold out. Entrando avevo visto le magliette sulle bancarelle e avevo pensato che si trattasse di fondi di magazzino tirati fuori così per provarci. E invece. (subito prima di loro suonano i Sum 41. Siamo già al revival dei primi (cazzo di) anni zero). What’s my age, again?

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Lapidare il diavolo

Nei sessanta giorni in cui nel 2005 ho provato a fare il giornalista a Bologna, un giorno mi sono trovato in Comune attorno al sindaco, che allora era Cofferati (uh, ve lo ricordate Cofferati?), con tutti gli altri cronisti. Non ricordo di che si parlasse era una questione relativa a qualche screzio con l’opposizione in cui un assessore non era perfettamente allineato con il resto della giunta. Una cazzata, comunque.
A un certo punto, Cofferati, il Tex in mezzo alla mazzetta dei giornali, disse “adesso vi dico una cosa, ma a taccuini chiusi”. Come un sol uomo, chiusero tutti il quadernetto. Lo feci pure io. E poi Cofferati disse qualcosa che sminuiva la questione e non era carinissimo verso il suo assessore. Che ovviamente non avete letto da nessuna parte.

Qualche settimana dopo, mi avevano mandato a intervistare i giovani che incontravo nel corteo del 2 agosto, per sapere che cosa ne sapessero della strage, delle sentenze, delle condanne. Mentre scendevamo per via Indipendenza ho incontrato un sacco di gente in gamba, con le idee molto chiare su tutto quanto; anche qualcuno i cui genitori erano stati tra i soccorritori. E ho pensato “beh, facile; questi hanno diciassette anni e stanno qui alle dieci di mattina del 2 agosto. Chiaro che hanno deciso di avere un buon motivo. Chissà se chiedessi ai poliziotti, che risposte verrebbero fuori” (il primo pensiero lo scrissi sul giornale; il secondo no).
Comunque, alla fine siamo arrivati alla stazione. E ci sono stati i discorsi dal palco.
Quell’anno toccava a Tremonti. Tremonti, ve lo immaginate? Ha appena fatto in tempo ad avvicinarsi al microfono, poi c’è stato l’inferno: urla, fischi, ancora urla.
Io ero lì per lavorare. Non avrei dovuto fare nulla. Invece, ho diligentemente chiuso il mio quadernetto e ho fischiato pure io, poi ho smesso e ho ripreso a prendere appunti. Alla fine quando Tremonti (che a un certo punto si voltò verso Cofferati e gli disse “bella piazza”, durante la contestazione) ha ripreso a parlare, un’eternità dopo, non c’era quasi più nessuno.

Al 2 agosto ci sono andato di nuovo quando c’era Rotondi, come esponente del governo. Rotondi era chiaramente una scelta di ripiego, una via di mezzo tra l’andarci e il non andarci. Lui era tanto compreso nel suo ruolo che ai fischi rispose dicendo “vi ringrazio per i fischi, gli unici che considerano un ministro”. Poi, da buon democristiano, galleggiò con un discorso vaghissimo e, sì, anche condivisibile, che diceva più o meno “morte=brutto. BRUTTO!”

E invece quest’anno nessun ministro sarà sul palco del 2 agosto a Bologna.
Al di là della mostruosità dal punto di visto politico che questo rappresenta, sono convinto che la mancanza dei fischi mutilerà la manifestazione, il suo senso, il suo rituale.
Credo che si debba esserci stati almeno una volta per capire.
La manifestazione del 2 agosto è qualcosa di vagamente surreale.
C’è stata una strage. Ci sono state delle indagini, dei despistaggi e delle sentenze che hanno individuato gli autori materiali e poco altro. E su tutto gravano i paramenti del segreto di Stato. Quindi tu vai a questo corteo, silenzioso, con i gonfaloni e gli striscioni con scritto “chi è Stato?” che sfilano quasi uno di fianco all’altro.
E poi arrivi sul piazzale della stazione.
E c’è quel minuto di silenzio. Che è silenzio, sì. Ed è commosso. E imponente.
Ma se tendi appena appena l’orecchio, se chiudi gli occhi, ti rendi conto che non è un silenzio immobile. È un silenzio attraversato da una tensione fortissima. Che non si scioglie tutta nel grande applauso che segna la sua chiusura.
Secondo me, sono i fischi che permettono realmente di sfogare quella tensione, quella rabbia che anno dopo anno, silenzio dopo silenzio, promessa mancata di rimozione del segreto di Stato dopo promessa mancata, è sempre più forte.
È un momento antropologicamente necessario alla riuscita del rituale. È il momento in cui una comunità cerca di esorcizzare simbolicamente il Male che ha al suo interno attraverso la denigrazione di un simulacro.
Alla Mecca, i pellegrini lapidano ritualmente un’effige del diavolo.
Sul piazzale della stazione di Bologna, ogni anno, l’uomo che rappresenta lo Stato viene umiliato per ricordare allo Stato le sue colpe e le sue reticenze. Che poi si tratti di esponenti di governi in cui sta gente per cui il fascismo non era poi così male (per così dire) è solo un valore aggiunto – ma secondo me oggi come oggi un D’Alema non uscirebbe ugualmente bene, da quella piazza.
Non so che cosa succederà quest’anno. Sarò al lavoro e non riuscirò ad andarci.
Ma credo che ugualmente questa rabbia troverà uno sfogo. Forse verso il prefetto, visto che essendo Bologna commissariata non c’è neppure un sindaco con cui prendersela (come successe con Guazzaloca, contestato da manifestanti che gli voltarono le spalle). E ugualmente il ministro fascista della difesa e i suoi sghignazzanti sgherri parleranno di affronto, forse minacceranno di non farla nemmeno più fare, così, come boutade estiva. Non mi sorprenderei nemmeno troppo.
Del resto immagino che nemmeno al diavolo piaccia farsi prendere a sassate.

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Hi-dee hi-dee hi-dee-ho, pezzo di merda.

Ieri notte stavo dormendo.
Con le finestre aperte su una via del centro di Bologna.
Al rumore del traffico ho fatto l’orecchio.
A un’orda di tifosi di una squadra di basket (non importa quale delle due) che festeggia i primi mille euro guadagnati dalla mamma (che vendendo il proprio corpo a soldati afflitti da malattie veneree per pochi spiccioli e dando pure il resto [cit.] ci ha messo un po’ quindi è giusto festeggiare) no.
Ma la cosa più assurda di tutti è che i figli di mille padri di cui sopra, per festeggiare i trent’anni di The Blues Brothers, stavano cantando Minnie the Moocher a botta e risposta.
E insomma, immaginate la scena.
Vieni strappato dal sonno da un rumore. Capisci che quel rumore è un vecchio blues di chissà quando. Riesci ad associare la cosa ai trent’anni del film.
E mentre prendi in mano l’iPhone per guardare l’ora e capire quanto forte bestemmiare ti domandi (seriamente) se non sia il caso di chiamare la polizia e ordinare con una certa urgenza una carica a cavallo.
Poi per fortuna loro si sono allontanati e a poco a poco mi sono riaddormentato.
Però contesterei il loro coro di “forlivese pezzo di merda”. Ora, magari gli abitanti di Forlì sono mediamente malvagi, non lo so. Queste son robe tra gente di pianura. Ma, per parafrasare quel tale, nessuno di loro mi ha mai svegliato nel cuore della notte per futili motivi.

(adesso lo capite perché spero che l’Italia finisca in fretta fuori dai mondiali?)

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analisi di mercato

Come spunta fuori il sole, a Bologna spuntano fuori le macchine fotografiche.
È come se ogni studente fuorisede, o uno su cinque toh, avesse sulla scrivania la sua brava reflex digitale e non aspettasse altro che tirarla fuori in una giornata di sole. Il che se ci pensa è pure normale, con quello che costa una reflex.
E così, quindi, tu esci in una giornata di sole e c’è questo piccolo esercito di ragazzi e ragazze con al collo la loro macchina fotografica.
Molti vanno al mercato. Il Mercato delle Erbe sta al centro della città, in via Ugo Bassi, un tiro di schioppo da piazza Maggiore. I banchi di frutta e verdura sono un soggetto che deve fornire un bel po’ di possibilità: sfilate quasi infinite di peperoni rossi gialli verdi, pomodori tondeggianti, le geometrie frattali e psichedeliche dei cavoli sputnik (o romani o come si dice), la frutta. E poi, volendo, il riassunto dei popoli della terra che gestiscono i vari banchetti.
Gli italiani sono in diminuzione. Spesso sono quelli con i banchi più curati, la frutta più luccicante ed esposta meglio, ma anche quelli più cari.
Ci sono un sacco di indiani. Io dico indiani perché non so mai se siano indiani, pachistani o del Bangladesh. E sbaglio, certo. Però lo dico facendo una piccola pausa prima, come a metterci le virgolette. Degli indiani mi fanno impazzire le etichette dei prezzi. Le avete mai viste? Scrivono le cifre arabe (che poi sono indiane) e le lettere latine con degli svolazzi che si portano dietro dalla loro scrittura. È come se avessero l’accento incorporato anche quando scrivono. Conrad, si dice, parlava un inglese grammaticalmente perfetto, ma con un forte accento polacco. Per loro è lo stesso, ma con la scrittura. Potranno imparare alla perfezione l’ortografia, ma quelle lettere ibride se le porteranno dietro per sempre. Spesso gli indiani hanno delle verdure strani, certi strani cetrioli tutti bitorzoluti, altri con creste da dinosauro. Immagino che ai ragazzi con la macchina fotografica piaceranno un sacco.
Altrimenti ci sono gli slavi. Anche qui, usiamo un termine cappello, perché non è che puoi metterti a chiedere di dove è uno. C’è chi lo fa, per carità. Io non sono quel genere di persona. Io ti do i soldi, tu mi dai i miei peperoni, le mie zucchine, i miei pomodori, la mia frutta, e finisce lì.
Comunque. Gli slavi in realtà sono più spesso donne, con quella parlata liquida e un po’ scivolosa, i lineamenti marcati e gli occhi chiari. Raramente hanno cose strane come gli indiani, in questo sono integrati alla grande.
Ma il mercato è anche formaggi, carne, salumi. Ci sono due formaggiai, di una certa età, che hanno un negozio vicino all’entrata, stipato all’inverosimile di formaggi e odoroso dell’odore contemporaneo di tutta quella varietà di sale, latte e caglio. A pensarci è incredibile come partendo da tre ingredienti si possa, con il variare delle tecniche di stagionatura e di lavorazione, dare vita a così tanti formaggi diversi. Loro due sono strani. A volte mi ricordano Fruttero e Lucentini. Non chiedete perché. È così e basta. Per formaggi e salumi però il mio preferito è un tizio sulla sessantina, che espone fiero alle sue spalle una foto di Johnny Cash che fa il dito medio. È messa in alto e non si vede subito. Ma se sai che c’è non puoi non guardarla. Di fianco c’è un autografo di Meryl Streep, che una volta è andata a comprare il parmigiano da lui. Comprare da lui è una cosa lunga, perché è uno dei banchi più convenienti e con le cose migliori, quindi c’è sempre una coda da almeno dieci minuti. Ma ne vale la pena, non fosse altro per farsi una cultura su prosciutti, formaggini e tutto il resto, visto che è sempre in vena di raccontare ai clienti da dove viene quello che sta vendendo. E poi ascolta Johnny Cash. Dai.
Il macellaio, Pietro, sembra Ocatarinabelasciscix (l’ho scritto senza cercare su Google), il corso di Asterix in Corsica. Sei anni che vado a comprare da lui e ogni volta mi deve dire “ah, con questo ci mangia proprio bene”, qualsiasi cosa compri, come se fosse la prima volta e mi dovesse convincere. Non avessi capito che ha roba buona non ci andrei. Dal macellaio c’è sempre almeno uno o una straniera che compra due chili di ali di pollo. Sempre. Costano poco, c’è un po’ di carne. Di che cosa parliamo quando parliamo di crisi.
E poi c’è la pescheria. Nella pescheria ci sono i pesci che muoiono. Grosse carpe che tirano gli ultimi in due dita d’acqua, riverse su un fianco, l’occhio che guarda fuori verso un mondo alieno. Mi fa sempre un po’ impressione, vedere i pesci che muoiono pian pianino. Deve essere per questo che vado sempre tardi al mercato, per arrivare quando sono già morti. Chissà se i ragazzi con la macchina fotografica fotografano i pesci che muoiono.

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La disfatta di Trenitalia

Stazione di Bologna, 21 dicembre, h. 7.20

Credo che a molti di quelli che prendono il treno cinque giorni su sette da abbastanza tempo il casino successo alla rete ferroviaria prima di Natale per via della neve e del gelo non abbia più di tanto stupito e/o scandalizzato.

A Bologna ha nevicato venerdì sera. E ha ghiacciato tra lunedì e martedì. I disagi sulla linea fino a Modena sono stati, in fondo, non particolarmente pesanti. Lunedì appena una mezz’oretta di ritardo, martedì un pasticciaccio per cui ci si è trovati a dover scommettere su quale tra tre treni sarebbe partito prima (ma comunque dalle 5,30 alle 8 nessun regionale ha lasciato Bologna in direzione di Piacenza, che non è il massimo per i pendolari e i loro orari), mercoledì tutto più o meno regolare.
Tutto sommato, l”atteggiamento era di una pacata rassegnazione. Si stava a naso all’insù davanti ai tabelloni o seduti in un treno che non si sapeva quando sarebbe partito a discettare del più e del meno, di quanto faceva freddo e di quanto ne avrebbe fatto ancora.
La cosa che più infastidiva era non tanto il disservizio in sé, quanto l’assoluta mancanza di comunicazioni aggiornate o affidabili. Lunedì il tabellone continuava a segnalare ritardi di gran lunga di quelli reali dati da ProntoTreno (prima che il server andasse giù per i troppi contatti). Martedì, appunto, c’è stata questa situazione di gioco d’azzardo. E visto che i messaggi audio automatici erano stati sostituiti da una signora in carne e ossa, si sarebbe forse potuto annunciare quale era il primo treno a partire in direzione Piacenza.
Scene di odio verso i ferrovieri non ne ho notate. Anche perché loro stessi sembravano vittime della situazione, buttati allo sbaraglio in attesa di comunicazioni dall’alto, come fantaccini nella ritirata di Russia.
L’odio si concentrava, si concentra, verso Mauro Moretti.
Nella situazione eccezionale è semplicemente venuto fuori in modo esplicito e visibile a tutti l’atteggiamento adottato dalle FS nei confronti dei passeggeri: vi stiamo facendo un favore, cercate di non scocciare.
La situazione metereologica è stata fuori dal normale? Vero.
Ma questo non ti giustifica a comportarti come se chi vorrebbe cose minime (il rimborso per treni che hanno accumulato ritardi spaventosi) fosse un petulante scocciatore. Resta il fatto che decine di migliaia di viaggiatori in tutta Italia sono stati costretti per cinque giorni a lunghe attese in stazioni che appaiono spesso abbandonate a se stesse o incomplete (a Milano Centrale non c’è una sala d’attesa, a Modena c’è ma non è riscaldata, per dire), senza sapere quando, se e come sarebbero potuti partire, spesso informati via telefono da amici o parenti a casa delle proprie chance di partire (e arrivare).
Questa è stata una situazione eccezionale quanto si vuole ma che non ha fatto altro che mettere in evidenza come il sistema ferroviario italiano, sotto la patina luccicante delle Frecce (che si gratta via con niente, però) abbia ancora dei serissimi problemi strutturali.
Quindi, se tu sei a capo da ormai qualche anno di un’azienda che continua a mostrare il culo al primo refolo di vento, la prima parola che deve uscire dalle tue labbra quando parli di quello che sta succedendo deve essere “scusate”. E il tuo sguardo deve essere sincero. Poi, solo poi, possiamo parlare di tutto il resto.
Che dovrebbe suonare, per esempio, così: “siamo in mezzo a un’emergenza spaventosa. Abbiamo treni vecchi, facciamo pochissima manutenzione, va tutto a pezzi. Sarebbe meglio se non faceste viaggi lunghi, non possiamo garantire nulla. Se proprio dovete, portatevi qualcosa di pesante e del cibo. Mi vergogno come un ladro a dirlo, ma adesso è l’unica cosa che possiamo fare. Scusate ancora”.
Come inizio sarebbe andato bene.
Una scusante parziale è che a un freddo così, in Italia, non siamo abituati e quindi non si era pensato a investire in tecnologie che preservassero il funzionamento della rete in caso di gelo. Può essere. Ma allora dovremmo essere preparatissimi al gran caldo estivo e non avere impianti di climatizzazione che una volta su tre non funzionano (anche su intercity ed eurostar).

Insomma, una disfatta. Resa ancora più evidente e tragica dal fatto che si cerca di negarla in modo quasi comico, invece di ammettere quello che è stato davanti agli occhi di tutti. Ma, appunto, una disfatta che è solo la proiezione su scala più ampia di una situazione quasi quotidiana. Molti treni non sono riusciti a partire perché il freddo aveva

Un misterioso treno straniero alla stazione di Bologna

bloccato le porte, si è detto. Però già normalmente ogni treno che prendo ha almeno una porta che non funziona. Almeno una. Voglio dire: parliamone. Una volta su una c’era un cartello che indicava che l’intervento di riparazione era stato richiesto due mesi prima. Ed era un eurostar.
I problemi ci sono, sono grossi e sono strutturali.
Probabilmente non ci sono abbastanza carrozze per poterne tenere alcune ferme il tempo necessario alle riparazioni. Ma allora, forse, anche i controlli di sicurezza non vengono fatti con la dovuta frequenza. Sono ipotesi inquietanti ma, temo, realistiche.
Una soluzione potrebbe essere la concorrenza. La rete ferroviaria e il servizio di trasporto sono già due entità distinte, la cosa è possibile. Anzi. Sul territorio italiano circolano già treni di compagnie estere, che vanno da Monaco a Milano passando per Verona e Bologna. Solo che, sorpresa, sono praticamente invisibili. Non sono segnalati sui tabelloni, non sono segnalati dalle macchinette per i biglietti, chi sta alle biglietterie non può dare informazioni né vendere i biglietti.
E così vanno le cose.
Ostaggio di un monopolista che, ovviamente, ha interessi minimi a offrire servizi veramente di qualità perché tanto non c’è, praticamente alternativa, se si vuole viaggiare senza auto.
Buon 2010.

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