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Legittima difesa – Maggio/Giugno 2012

Questa cosa dei libri del mese mi sta decisamente sfuggendo di mano.

More about El Borak and Other Desert AdventuresDella piacevolezza delle edizioni illustrate Del Rey dell’opera di Robert E. Howard ho parlato nella scorsa puntata. Questo El Borak and other desert adventures non fa eccezione; anzi, se possibile alza ancora di più il livello mettendo in campo i disegni di Tim Bradstreet, illustratore e copertinista che nello scorso decennio ha ricreato dalle fondamenta l’iconografia del Punitore, tra le altre cose. El Borak (“lo svelto”), il personaggio che dà il titolo a questa raccolta di storie, è un avventuriero texano che ha piantato le tende nell’Afghanistan degli anni Dieci, dove passa il suo tempo a sventare complotti, recuperare fanciulle in pericolo da città nascoste tra le montagne, cacciarsi fuori dai guai in cui si è cacciato. Come ogni avventuriero degno di tal nome. Anche se alcune di queste storie sono state nel corso degli anni trasformate in avventure a fumetti di Conan, cambiando quello che serviva, la magia e il sovrannaturale sono praticamente assenti (a parte lo yeti): si tratta di avventura pura e semplice, la stessa che si ritrova anche nelle storie di un paio di personaggi minori con cui si completa il volume. Una chicca è la prima versione di The Fire of Asshurbanipal, che manca del finale sovrannaturale, ritrovata nel 1972 e pubblicata solo un paio di volte.
È un volume che, nonostante una certa ripetitività di situazioni (il gruppo del protagonista assediato in una grotta sul fianco di una montagna da cui fugge perché trova un’uscita ignorata, per esempio), mostra la potenza della scrittura di Howard e la sua capacità di costruttore di storie. Non ci sono fronzoli, non c’è niente che non sia funzionale alla storia, neanche nelle psicologie dei personaggi. C’è molta ferocia e Son of the White Wolf, la storia di un disperato e rabbioso tentativo di far nascere un nuovo impero turco, ne è forse il punto più alto, pur nella sua brevità:

“We have reached the end of the Islamic Age. We abjure Allah as a superstition fostered by an epileptic Meccan camel driver. Our people have copied Arab ways too long. But we hundred men are Turks! We have burned the Koran. We bow not toward Mecca, nor swear by their false Prophet. And now follow me as we planned – to establish ourselves in a strong position in the hills and to seize Arab women for our wives.”
“Our sons will be half Arab,” someone protested.
“A man is the son of his father,” retorted Osman. “We Turks have always looted the harims of the world for our women, but our sons are always Turks.”

Finisce anche peggio di come si può immaginare, per la cronaca.
Narrativa di intratteimento da leggere magari non un racconto dietro l’altro perché alla lunga la ripetitività c’è, però comunque roba di buon livello, scritta nell’impareggiabile prosa vigorosa di Howard.

More about Hunger GamesSotto l’etichetta Young adults si sono consumati incredbili crimini contro l’umanità. L’idea è che gli adolescenti si bevano qualsiasi polpettone di amore e morte e che a volte, quando ti va bene, riesci a venderlo anche a chi adolescente non è. Hunger games di Suzanne Collins è finito sul mio kindle perché era in offerta a un prezzo ridicolo e perché ne sentivo parlare con toni positivi che non erano quelli del guilty pleasure da qualche tempo, altrimenti mai e poi mai mi sarei avvicinato al nuovo campione del genere. Doverosa premessa, che poi arriva nei commenti quell/o con il ditino alzato: non ho visto/letto Battle Royale in nessuna delle sue incarnazioni. Ma si dovrebbe parlare anche di due romanzi di Stephen King (pubblicati con lo pseudonimo Richard Bachman), La lunga marcia e L’uomo in fuga (da cui L’implacabile con il buon vecchio Arnie) da cui provengono sia l’idea della competizione mortale tra i giovani in un’America futuribile andata a scatafascio sia quella dello show televisivo a eliminazione diretta dei concorrenti.
Se dovessi definire Hunger Games con due soli aggettivi direi che è onesto e furbo, ovviamente secondo due aspetti diversi.
È onesto nelle intenzioni, nella scrittura assolutamente piana, nell’andamento della storia e nella costruzione dei personaggi. La Collins non cerca di fare lezioncine sull’animo umano, sulla violenza, la morte, i giovani bla bla bla. Racconta la storia di questo gioco televisivo in cui i sorteggiati dei dodici distretti in cui è divisa l’America del futuro si massacrano fino a che non ne rimane uno solo. È una storia di avventura, in cui a un certo punto arriva il twist. Che è la parte astuta.
Perché da qualche parte la storia d’amore ce la devi mettere, ma non è detto che tu ce la debba mettere in modo banale. Così, la Collins gioca con gli incassamenti della storia nella storia, con il fatto che il reality/talent è sempre una finzione e… non mi va di anticipare cosa succede perché per me è stata la parte più interessante del libro come idea e come sviluppo. Semmani ne parliamo nei commenti.
È con questo guizzo che il libro diventa non un capolavoro ma un oggettino interessante che se fossi ancora all’università e avessi una tesina di sociosemiotica da proporre ci farei un pensiero.
Non credo che farò un pensiero, invece, sugli altri due volumi della trilogia perché mi piace immaginare conclusa lì la storia di Katniss, almeno la parte che poteva interessare a me.
Però è stato davvero una piacevole sorpresa, un po’ perché partivo da aspettative molto basse e un po’ perché è un piacevole prodotto di intrattenimento che si merita il successo che sta avendo.

More about Esploratori perdutiA proposito di onestà, una cosa per cui nutro sempre sentimenti contrastanti è quando un editore riesce a vendermi dei libri facendoli passare per quello che non sono, per esempio dando a un saggio accademico l’aria di un divertente libretto divulgativo pieno di storie e aneddoti. È quello che hanno fatto le Edizioni Codice con Esploratori perduti di Stefano Mazzotti, che si propone di raccontare le storie, sconosciute ai più, delle spedizioni scientifiche italiane tra XIX e XX secolo. La copertina salgariana, in tutto lo splendore della cromolitografia ingrandita fino a diventare pop-art, e i paratesti fanno pensare a un volume scoppiettante dedicato alle vite avventurose e stravaganti di eccentrici individui alle prese con la sopravvivenza in ambienti ostili, magari raccontate con un filo di ironia (alla Bill Bryson, insomma). E invece no. Per lo più il libro di Mazzotti si concentra sulle conseguenze delle esplorazioni, sul loro apporto scientifico, sulle collezioni che hanno permesso di creare e che ancora oggi costituiscono l’ossatura di musei come quello di Storia Naturale a Genova (dove prima o poi devo fare una gita, quasi vent’anni dopo l’ultima) (mi accucciai per allacciarmi una scarpa nella sala del rinoceronte impagliato e… diciamo che il corno sul muso ha un gemello). Gli elementi avventurosi ci sono, ma sono sempre in sordina e non sembra che Mazzotti sia molto a suo agio con questo tipo di materiale. Certo, ci sono spunti eccezionali, come il viaggio che dovevano fare i campioni di animali dal cuore dell’Africa alle coste italiane, magari in vasi di vetro colmi di alcol, però purtroppo Esploratori perduti resta una specie di fonte per l’eventuale libro appassionante sulle vite di questa gente. Che spero qualcuno faccia in futuro.
More about Caccia grossaA proposito di pagine poco note della storia patria, c’è il fatto che l’Italia ha vissuto, negli anni successivi all’unità, la curiosa situazione di fare quelle che oggi ci sembrano a tutti gli effetti delle guerre coloniali ma sul suo stesso territorio. Le più famose sono ovviamente le operazioni contro i “briganti” nell’ex regno Borbonico, ma fino ai primi anni del Novecento l’esercito italiano ha dovuto riportare la sovranità su parti del territorio che stavano sfuggendo di mano. È successo in Toscana ed è successo anche in Sardegna, dove nel 1899 venne mandato tra gli altri un giovane ufficiale fiorentino, Giulio Bechi, che raccontò poi quegli eventi in un libro dal titolo Caccia grossa, che già dovrebbe fare capire quale fosse l’atteggiamento verso gli “indigeni”. Il libro, nonostante la lingua inevitabilmente datata, è interessante soprattutto per la curiosità antropologica che Bechi mostra verso la società sarda, le sue usanze e la sua arcaicità, come mostra questo passaggio dedicato al pranzo matrimoniale:

Parte indispensabile del menu è poi il cosidetto prattu de brulla (piatto di burla) e consiste in vivande poco lusinghiere per il palato come ossa spolpate, sassi, pezzi di legno, di sughero, erbe spinose, ecc. Ad Orosei il piatto di burla che si presenta allo sposo deve contenere un bel paio di corna… credo bene contro la iettatura! A Sarule se l’invitato non si accorge subito dello scherzo e non è lesto a scaraventare il piatto nella schiena del servo che glielo presenta, deve dargli una mancia di mezza lira. All’arrivo quindi del prattu de brulla, è un volar di piatti da ogni parte addosso ai poveri servitori, i quali, svelti come scoiattoli, cercano di presentare a quanti più possono il loro piatto per buscarsi altrettante mezze lire.

Comunque, con tanti saluti all’inno di Mameli, gli italiani dell’epoca si sentivano tutt’altro che fratelli e le differenze economiche e sociali tra le regioni più ricche e quelle meno fortunate come l’entroterra sardo erano tutt’altro che trascurabili.
La prima edizione elettronica del libro (che è quella che ho letto io) era letteralmente impestata di errori: creata con l’OCR, non era stata evidentemente riletta. Informata della cosa, la casa editrice (e/o) ha provveduto a distribuire una versione corretta. Per fortuna gli ebook permettono questo genere di correzioni al volo (l’utente deve solo riscaricare il libro dal sito dove l’ha acquistato), ma comunque lo stato del testo messo in vendita era davvero pietoso e un pessimo segnale della faciloneria con cui certe operazioni vengono svolte. Speriamo che con il tempo cresca la cura dedicata dagli editori agli ebook.

More about La verità dell'Alligatore…ed è la Sardegna la bellissima regione scelta come dimora dallo scrittore Massimo Carlotto, direbbe Mentana per riuscire a collegare il passaggio al prossimo titolo, che è La verità dell’Alligatore del suddetto Carlotto (avevo degli sconti sugli ebook e/o, non si vede?). Primo romanzo di Carlotto dopo l’autobiografico memoriale sulla latitanza, La verità dell’Alligatore ha dentro i temi dei libri successivi (sia con l’Alligatore sia senza), ma senza la lucidità e la padronanza della narrazione delle prove migliori (Arrivederci amore ciao su tutte). Il protagonista è una compiaciuta proiezione dell’autore, l’inserimento delle citazioni di brani blues è meccanico, il ritratto della provincia ricca annoiata e criminale è molto manicheo e sui personaggi femminili aleggia un’aria di misoginia parecchio sgradevole. Poi sì, la storia fila abbastanza e, salvo gli intoppi di cui sopra, si legge. Ma Carlotto ha fatto di meglio e qui l’inesperienza la paga tutta. Per completisti, come si dice in questi casi.

I sing of power, magick and faith…
Il fatto che il nuovo romanzo di Simone Sarasso si chiami Invictus mi permette di tirare fuori dall’armadio i Virgin Steele, anche perché nella vita dell’imperatore Costantino di potere, magia e fede ce n’è stata abbastanza. Vabbeh, forse non la magia. E forse la fede è stata più che altro uno strumento, ma il potere quello sì.
More about InvictusPubblicato nella nuova collana low cost con cui Rizzoli cerca di andare dietro alla fortunata serie di libri a 9,99 € della Newton Compton, Invictus è strutturalmente un romanzo classicissimo, in cui seguiamo la vita del protagonista dall’infanzia alla morte, che dalla copertina sembra indistinguibile da quel fortunato filone (a giudicare da quanti titoli vedo in libreria) dedicato all’impero romano e ai suoi protagonisti. Il classico feuiletton da ombrellone?
Non credo; credo anzi che Sarasso abbia fatto andare almeno un paio di volte la granita di traverso agli estimatori-tipo del genere.
In linea con i suoi romanzi precedenti dedicati alla storia dell’Italia del dopoguerra (Confine di Stato e Settanta), Sarasso tiene l’obiettivo ben puntato sul lato sporco del potere, sulle cose che vanno fatte, sulla soldataglia, sul sangue. Il linguaggio mantiene il vezzo sarassiano del fare parlare i personaggi come in un action movie doppiato alla meno peggio, adattando però il vocabolario al periodo storico (per esempio, non compare mai la parola “puttana”, di origine medievale, per quanto il concetto sia reso con termini più consoni all’epoca) e farà sicuramente storcere il naso a quelli convinti che nei romanzi storici chiunque debba esprimersi con aforismi ben formati ed eloquenti. Qua persino i filosofi vanno a tabularie.
Nella prima parte del romanzo giganteggia la figura di Diocleziano: soldato, padre dell’impero, carismatico. Puoi quasi sentire il dispiacere dell’autore quando è costretto a lasciarlo da parte nel suo buen ritiro sulla costa dalmata.
Il periodo storico è generalmente poco noto e gli eventi piuttosto caotici, con quell’altalenare tra frammentazione e ricomposizione dell’impero, ma la ricostruzione è sufficientemente chiara senza voler essere didattica o didascalica.
Poi, certo, il tono sempre “d’acciaio”, sempre alla ricerca della frase d’effetto, un po’ sulla lunga tende a dare fastidio e in alcuni momenti avrei preferito forse che la voce dell’autore facesse un passo indietro. Ma nel complesso è un’epopea ben raccontata, potente, che nelle parti migliori ti investe con la forza di un maglio e ha qualcosa delle storie di Re Conan o di Kull scritte da R. E. Howard. Mi aspetto un prequel su Diocleziano, prima o poi…

More about Sacré bleuTutte le volte che mi tocca di parlare di un romanzo di Christopher Moore mi sento in dovere di dire la stessa cosa: “non sarà mai bello come Il vangelo secondo Biff“. Secondo me Biff è uno dei più bei romanzi comici degli ultimi vent’anni e forse di sempre, quindi se non l’avete letto…
Però poi non è che uno può sempre stare lì a rivangare il passato. Moore ha scritto anche degli altri libri che non sono Biff e che a volte sono anche parecchio belli. E’ il caso ad esempio di Sacré Bleu, ambientato tra i pittori impressionisti francesi, alla prese con un misterioso colorista e una donna bellissima che, di fatto, il colore blu. Un po’ fantasy (in senso lato, non nel senso di “ruba l’artefatto fine-di-mondo all’oscuro negromante re del male”), un po’ romanzo storico, parecchio romanzo umoristico, questo nuovo nato in casa Moore garantisce qualche ora di spasso, qualche insegnamento sulla storia dell’arte e dei colori, una divertente caratterizzazione di Toulouse Lautrec (praticamente protagonista del libro) che ogni tanto sconfina nel Tyrion Lannister più scanzonato. L’umorismo di Moore è sempre efficace e la storia ben congegnata e di ampio respiro.
Certo, non è un capolavoro come Biff ma… Ma ricorda comunque alcune cose di Tom Robbins, il che è un pregio non da poco.

More about Two for TexasPer qualche strano motivo, continuo a incocciare in romanzi più o meno storici. Two for Texas di James Lee Burke, infatti, ha il suo culmine nella battaglia di Fort Alamo, lo storico assedio dei texani da parte dei messicani finito con la vittoria di questi ultimi e la morte di due personaggi del vecchio west come Davy Crockett e Jim Bowie (inventore dell’omonimo coltello). Sarà che la storia inizia in una colonia penale nelle paludi da cui i due protagonisti riescono a fuggire fortunosamente, sarà il tono anti-eroico e la generale crudezza della narrazione e delle vicende, ma il romanzo mi ha ricordato le atmosfere della serie a fumetti Ken Parker. Ho fatto un po’ di fatica a finirlo perché in realtà non è così avvincente come ci si potrebbe aspettare dal soggetto e perché comunque ho una visione della Frontiera più spensieratamente avventurosa (alla Tex, per intenderci) ma è comunque un lavoro solido.

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Autodifesa – aprile 2011

Questo mese la rubrica dei libri del mese arriva in ritardo e, per la prima volta, ha un titolo vero, che riprende una famosa battuta (?) di Woody Allen che ho riletto stampata su una borsa al Salone del Libro di Torino (di cui poi parliamo). Arriva in ritardo perché c’è un sacco di roba e perché ho avuto da fare. Nello scriverla, mi sto rendendo conto di quanto mi piaccia la possibilità offerta dagli ebook di inserire in mezzo alla recensione estratti del libro senza alcuna fatica. Leggessi solo ebook forse questa rubrica sarebbe solo una lunga lista di citazioni.

More about Harry Potter and Deathly HallowsQuando ho iniziato a leggere Harry Potter avevo da poco finito di recuperare un’altra saga in sette parti, quella della Torre Nera di Stephen King, e pensavo fosse il momento buono per buttarmi in un’altra storia di largo respiro, possibilmente un po’ meno frammentaria e dispersiva del colosso kinghiano. Pensavo di metterci un sacco, di centellinarmi i libri e, in effetti, tra il primo e il secondo e tra il secondo e il terzo ho lasciato passare un bel po’ di tempo. Ma quando con “The Prisoner of Azkaban” la serie ha iniziato ad allargare gli orizzonti e a far intuire che il titolare è in realtà un pretesto per raccontare (anche) la resa dei conti tra un sacco di maghi di trentaseiesimo livello ho deciso di accelerare. Parlare dell’ultimo volume “Harry Potter and the Deathly Hallows” (Bloomsbury) è in realtà fare anche un consuntivo dell’intera saga messa in piedi da J.K Rowling, perché in sé il libro, oltre a essere ovviamente incomprensibile senza aver letto quelli precedenti, è decisamente al di sotto delle due vette della serie (il quarto e il quinto episodio). Il ritmo è discontinuo, c’è una lunga e noiosa palude narrativa in cui Harry, Hermione e Ron vagano con l’Unico An… pardon, l’Horcrux e parti dove si va a mille. Sarebbe stato bello anche staccare ogni tanto da Harry per mostrare la vita nel mondo dei maghi e a Hogwarts sotto il regno di Voldemort. Ma il modo in cui la Rowling chiude il percorso narrativo dei suoi personaggi è magistrale (paradossalmente, anche se è in assoluto il libro in cui è meno in scena, è anche quello in cui Dumbledore/Silente è davvero protagonista, e che protagonista; ma è Snape/Piton a brillare più di tutti) ed è davvero difficile non pensare che davvero avesse in mente fin dall’inizio tutto quello che era successo prima che Hagrid si presentasse ad accompagnare Harry ad Hogwarts. O quello, o è una maestra della ret-con (quel genere di espediente narrativo per cui crei coerenza a posteriori da un corpus di storie slegate tra loro: un esempio eccellente e alto è “The life and times of Scrooge McDuck”, la serie in cui Don Rosa ha ricostruito la vita di Paperon de’ Paperoni dando coerenza a riferimenti biografici e geografici sparsi in modo più o meno casuale da Carl Barks nelle storie classiche. Esempi deleteri si trovano in narrazioni seriali come le telenovele o i fumetti di supereroi). In ogni caso, una tessitrice di trame e una costruttrice di mondi di prim’ordine. Certo, non ha affatto uno stile indimenticabile: mette una dietro l’altra senza particolari artifici le parole che le servono per raccontare quello che ha in mente e, come dice King, “è difficile che si imbatta in un avverbio che non le piace” (credo che i sette volumi contengano tutti gli avverbi in -ly permessi dalla lingua inglese). Però davanti al piacere della narrazione ci si passa sopra volentieri. E poi, oltre a essere una lettura divertente e avvincente, la saga di Harry Potter ha dentro anche un nucleo etico e morale non da poco, pur nella sua semplicità: tu sei quello che decidi di diventare con le tue azioni. E, per dirla con gli Zeppelin, il cammino lungo e c’è sempre tempo per decidere su quale strada farlo. Forse, da lettore adulto, avrei preferito però un cattivone supremo un po’ meno tonto e monolitico nella sua malvagità rispetto a Voldemort, tanto che forse la più spaventosa delle figure negative della serie è la Umbridge, meraviglioso esempio di piccola malvagità ministeriale e ipocrita. Al suo confronto, il tizio senza naso è uno spaventapasseri da luna park. Ma forse il vero malvagio, nonostante tutto, della serie, un freddo e calcolatore manipolatore di vite altrui salta fuori proprio in questo libro. Ed è una bella doccia fredda, anche se è dal primo episodio che subodoravi qualcosa. Spero solo che la Rowling sia così intelligente da tenersi alla larga da prequel o sequel. Anzi. Joanna. Se mi stai leggendo (o se qualcuno dell’ufficio stampa di Salani mi sta leggendo e può tradurglielo): pensa a George Lucas. Pensa a Jar-Jar Binks. I midichlorian. Gli Sgusci. Ecco. Ci siamo capiti.
Mi raccomando.

More about Un lavoro sporcoHo letto un altro libro di Christopher Moore, “Un lavoro sporco” (Elliott), da cui mi sono sempre tenuto lontano perché temevo che sull’argomento “umano che fa l’aiutante della Morte” avesse già detto tutto Terry Pratchett. Beh, a quanto pare mi sbagliavo: in primo luogo perché il protagonista di questo libro non diventa un aiutante del Tristo Mietitore in senso stretto, in secondo luogo perché Moore è riuscito a insufflare in una vicenda che non perde l’occasione per sfociare nell’assurdo e nel bizzarro un’asciutta (e per questo ancora più efficace) riflessione sulla separazione dalle persone amate che muoiono. Si ride tanto quando c’è da ridere, con progressioni comiche calibrate molto bene, e ogni tanto ci si commuove. L’impressione è quella di leggere il romanzo di un Jonathan Carroll più pirotecnico, popolato di personaggi usciti da una puntata di Futurama (la signora cinese che cucina qualsiasi cosa si muova le capiti a tiro è la mia preferita in assoluto). E con un lieto fine in linea con le premesse del libro: tenero, commovente e completamente bizzarro. Ora, non starò a fare confronti con quell’altro romanzo sull’amico d’infanzia di Gesù (che ormai si dovrebbe essere capito che… ok, la smetto), però è proprio bello da leggere e fa venire voglia di leggere altri romanzi di Moore. Ah, anche in questo caso compare almeno un personaggio da un romanzo precedente, ma non è nulla che disturbi la lettura. Una nota sulla traduzione: in una nota (ops) c’è scritto che il nome di un personaggio viene da un brano degli Elvenking, che sono un gruppo di folk metal italiano (che ho pure visto dal vivo). Mi sembra parecchio strano, ma faccio a fidarmi. Anche se non è che sia convintissimo della cosa.

More about Addio all'estateSempre per la mia abilità di leggere libri che riprendono le vicende di altri libri che non ho letto, però, questo mese ho letto “Addio all’estate” di Ray Bradbury (Mondadori). Di Bradbury non ho mai letto nulla, neanche la sua opera più famosa, quindi è stata una sorpresa scoprire che ha una scrittura meravigliosa, lirica ed evocativa, che sorregge questa storia in cui i ragazzini che abitano in una piccola città degli Stati Uniti decidono di non crescere più, scatenando una guerra con gli anziani della città. Il tono elegiaco e il fatto che il romanzo si chiuda con l’accettazione dell’inevitabile danno al libro un po’ il tono di un commiato, se non altro letterario, da parte di un autore alle prese con la vecchiaia. Anche se va detto che il buon Bradbury è stato lo scorso anno oggetto del desiderio di una giovane cantante americana:

(che ci crediate o no, il video è finito tra le nomination per il premio Hugo 2011, categoria “cortometraggi”)
Comunque, bello, mi è piaciuto e ho capito da dove vengono, credo, parte delle atmosfere e delle visioni di gente come King o Gaiman. Sono ben accetti consigli su cosa leggere di Bradbury ora (credo di aver visto da mio padre Paese d’ottobre, ora che ci penso).

More about Fantozzi totale

La meravigliosa Liù Bosisio (anche se io per vari motivi preferisco la signora Pina della Vukotic), voce di Marge Simpson (e di Patty e Selma)

I libri di Fantozzi scritti da Paolo Villaggio li avevo in casa tempo fa. Poi ci sono state un po’ di vicissitudini e si sono un po’ sparpagliati. Quando ho visto in libreria il malloppone “Fantozzi Totale” (Einaudi) ho pensato che potevo recuperare immediatamente tutto quanto. In realtà però questa non è una raccolta completa dei primi volumi (i più interessanti, poi Villaggio ha usato il nome Fantozzi per pubblicare altra robetta – un po’ come con i film dopo Super Fantozzi) ma un’antologia che per quanto parecchio ampia si concentra quasi esclusivamente sugli episodi che hanno poi avuto una trasposizione cinematografica, lasciando fuori piccoli quadretti poetici come l’episodio in cui Fantozzi scopre di poter volare o un racconto ferocissimo in cui Fantozzi, mentre al telefono si professa femminista, massacra di botte moglie e figlia. E manca anche il racconto che una volta mi fece rotolare giù dal divano (un ROTFL ante-litteram), in cui una scoreggia è descritta con le parole “rombo di cavallo ungherese”. Ma quello che c’è (a partire da una copertina splendida con la fam. Fantozzi al cenone di Capodanno) è comunque di primissimo livello. Certo, oggi è difficile capire quanto per l’epoca fosse dirompente l’umorismo di Villaggio, quanto fossero precise le sue descrizioni del micro-cosmo lavorativo dell’ufficio e quanto fosse inedita e spericolata la sua lingua fatta di vertiginosi e improvvisi accostamenti di alto e basso, aggettivazione ricercata applicata a eventi minimi, iperboli, climax acrobatici (“mani due spugne, salivazione azzerata, manie di persecuzione, miraggi”; potremmo passare anni ad analizzare il meccanismo comico di questa progressione). Oggi quando vogliamo fare ridere noi (almeno i “noi” che hanno grosso modo la mia età) usiamo un linguaggio che sta tra Fantozzi e la Gialappa’s, ma all’epoca dell’uscita dei primi libri questo genere di linguaggio comico era fuori dalla norma, in Italia. Se li trovate, cercate i vecchi volumi (mi pare fossero Bompiani). Ma se non li trovate, questo campionario della bravura di un autore straordinario in uno dei momenti più luminosi della carriera è un volume da avere.

More about Nel segno del martelloMi capita raramente di imbattermi in libri che proprio non mi piacciono. Questo perché di solito cerco sempre di andare sul sicuro, raccogliere in giro pareri, recensioni, giudizi per capire se qualcosa che mi sembra interessante possa piacermi o no. A volte però capita il pacco terribile. Per esempio è successo con “Nel segno del martello” di Giacomo Scalfari (Montag), di cui copincollo la quarta:

Karlo è un quattordicenne come tanti altri, ama l’heavy metal e ha la passione dei miti nordici. Ma un giorno Thor si manifesta a lui affidandogli una missione fondamentale per la salvezza dell’equilibrio cosmico: deve abbattere l’Anti-Yggdrasill, il pilastro storto dell’universo, e fondare un’organizzazione politica comunista perché Thor, nel caso non lo sapeste, è seguace del socialismo cosmico. Karlo, tra i servi di Loki che vogliono ucciderlo, Roskva e Thjalfi compagni di Thor che lo aiutano e Freda, che gli farà conoscere un altro modo di concepire la vita, si trasferirà a Bologna, città crocevia dei mondi, perché lì il 24 marzo del ’94, durante il comizio elettorale di Fini, si svolgerà l’ultima battaglia.

Questa quarta di copertina è un ottimo lavoro, dal punto di vista commerciale, perché attraverso la scelta delle parole (“missione fondamentale”, “nel caso non lo sapeste”, “socialismo cosmico”; se invece di “Fini” ci fosse stato “Gianfranco Fini” si prendono in un colpo solo i fan di Stanis Larochelle) presenta il libro come un’allegra e spensierata sboronata autoironica, qualcosa che avrebbe potuto scrivere Ammaniti o Morozzi. Visto che in libreria non lo trovavo l’ho ordinato perché, in fondo, la speranza di incappare nella perla sconosciuta uno ce l’ha sempre. E invece. E invece il libro ha una lunga serie di difetti che trovo imperdonabili, a partire dal fatto che si prende terribilmente sul serio. Terribilmente. In Thor che si palesa davanti a un ragazzino italiano in gita nei paesi nordici e gli dice “sono Thor, devi mettere su un gruppo metal e fondare un movimento comunista” non c’è la minima traccia di ironia. E non c’è la minima traccia di ironia nel descrivere l’improbabile infiltrazione di troll tra i frequentatori di un centro sociale e altre scene e vicende che prendono a mazzate ferocissime qualsiasi tentativo di sospensione dell’incredulità da parte del lettore. Se a questo si unisce una narrazione che taglia gli spigoli e non cerca di creare alcuna tensione su sottotrame che avrebbero meritato un po’ più di approfondimento (Karlo deve formare una band? Impara a suonare la batteria in un mese, si unisce a dei suoi amici e il primo concerto è un successo incredibile. Deve fondare un movimento politico? In breve tempo il suo gruppetto conta un sacco di iscritti, e via discorrendo), la voglia di finire in fretta il libro, che per fortuna è breve, è alta. Se non altro ho imparato qualcosina in più sui miti nordici (che Scalfari si è studiato bene) e ho scoperto la storia del Partito Comunista Internazionalista (che ignoravo; ero convinto fossero gli stessi di Lotta Comunista, ma immagino invece che ci siano sottilissime e fondamentalissime divergenze tra le due visioni). Niente, peccato: uno spunto meraviglioso ma un libro che non mi è piaciuto per niente (mi piacerebbe tanto riscriverlo o riutilizzare lo spunto, ma penso che l’autore non sarebbe per niente d’accordo).

Già che ho citato Morozzi, ad aprile c’è stata la seconda uscita dell’iniziativa di Quintadicopertina a cui sono abbonato: questo ebook si chiama Troppe Storie (per un uomo solo) e tiene fede al titolo presentando anteprime di tre romanzi a cui lo scrittore bolognese (e almeno una redazione di sedici schiavi, come diavolo fa a scrivere così tanto?) sta lavorando, oltre a due racconti. L’iniziativa, ne ho già parlato, è molto bella e se avete un lettore ebook fareste bene a sottoscrivere l’abbonamento; gli estratti presenti sono parecchio divertenti. In particolare, mi ha divertito questo passaggio dalla storia che vede come protagonisti dei fumettari:

Ogni tanto, ai pranzi con gli altri autori del giro Gamma, qualche sceneggiatore anziano che aveva scritto Cowboy Jim negli anni sessanta o settanta mi dava dei consigli. “Ricordati” mi diceva, ricacchiando e addentando il pollo “tu tieni sempre una banda di messicani cattivi e armati di fucile dietro una roccia, e un puma in agguato in cima a un albero. Quando non sai come portare avanti la storia, o fai sparare i messicani o fai saltare il puma.”

(immagino sia facile capire cosa sia la casa editrice “gamma” e chi sia “cowboy jim”, se bazzicate i fumetti italiani).
Ma anche la storia londinese promette parecchio bene.
Quintadicopertina ha anche una collana di ebook interattivi (sullo stile dei vecchi libro game), Polistorie, di cui prima o poi devo provare qualcosa.

More about RuhlebenDopo anni che puntavo il libro, mi sono comprato in ebook “Ruhleben” di Geoffrey Pyke (Alet), il memoriale dell’idea, non brillantissima, di un giovane giornalista inglese che allo scoppio della Grande Guerra decise di viaggiare in incognito per la Germania per verificare se le voci della propaganda erano vere. Ovviamente, nel giro di una settimana finì in prigione, prima, e in un campo per prigionieri civili alle porte di Berlino poi. Non so cosa faceste voi a ventun anni: Pyke trovò il modo di fuggire dal campo di prigionia e, insieme a un altro fuggiasco, andò a piedi, di nascosto, da Berlino alla frontiera olandese. Tornato in patria, raccontò la sua esperienza in questo libro che uscì a guerra ancora in corso e che quindi non contiene la descrizione dell’ingegnosa trovata che gli consentì la fuga, che si trova nell’introduzione:

Rivelò quel piano a un giornalista solo molti anni dopo, quando ormai Ruhleben era stata smantellata e lui poteva sentire il bisogno di una piccola vanità: e dunque ecco come andò. Al campo l’appello veniva fatto solo al mattino, dando per scontato che ai tentativi di fuga era necessaria la notte. Ma dopo il tramonto, aveva constatato Pyke, la sorveglianza intorno alle baracche dei prigionieri veniva fatalmente intensificata. La sua inappuntabile strategia finale, la quattordicesima che elaborò, si avvantaggiava del giorno per eludere la sorveglianza, e della notte per affermare la fuga: il fatto è che bisognava evadere con il favore del buio, ma non dalle baracche. In disparte, su un lato del campo, sorgeva un piccolo capanno, usato come deposito degli attrezzi: nel pomeriggio del 9 luglio 1915 Geoffrey Pyke ed Edward Falk si nascosero lì dentro sotto alcune reti (reti da tennis) che non li nascondevano affatto, e rimasero distesi, ad aspettare, con una sufficiente scorta di fiducia. Come ogni pomeriggio, prima che i prigionieri venissero riportati nelle baracche, una delle guardie sarebbe andata a controllare nel capanno. Quando avesse aperto la porta, come ogni pomeriggio di quelle settimane d’estate il sole sarebbe stato ancora abbastanza alto e avrebbe prodotto nel vetro della finestra un riflesso talmente forte da rendere impossibile vedere all’interno, specialmente nella direzione delle reti dove Geoffrey Pyke, immobile di certo e con il respiro in gola, guardò o disse al giornalista di aver guardato negli occhi pieni di sole del soldato tedesco lì in piedi a un metro da lui, prima che come molti altri pomeriggi quello chiudesse la porta dietro di sé e si allontanasse dal capanno senza aver potuto davvero controllare bene. Il resto del piano – scivolare via da lì, raggiungere strisciando la recinzione e superarla – sarebbe stato reso più semplice dal buio e dall’assenza di guardie in quella parte del campo, oltre che da certi esercizi complicati e ridicoli che Geoffrey Pyke diceva essergli stati prescritti per il cuore dal prestigioso, dall’inesistente specialista danese professor Sorgersund e che lo addestrarono invece alle sfibranti contorsioni sotto il filo spinato.

Questo dovrebbe darvi un’idea del personaggio in questione (che ha una pagina fittissima su wikipedia che non ho ancora affrontato), che scrive con un meraviglioso senso dell’umorismo british, così come è squisitamente british il suo understatement di molte situazioni. Però quando vuole sa anche piazzare delle osservazioni precise e puntuali, con una bella prosa.
Alcuni passi:

Una volta uno dei marittimi internati si espresse in modo piuttosto libero sulla natura dei prussiani. Il barone fece il giro del campo e, in ciascuna delle quattordici baracche, infliggendosi numerose e sonore pacche sul petto decorato di medaglie, urlò: «Non siamo noi i sanguinari: non siamo stati noi a volere la guerra a tutti i costi e a provocarla. Non lo accetto: i sanguinari siete voi». In seguito il professore di inglese all’Università di Berlino, anche lui internato, insieme a molti altri, si recò a spiegargli il significato e l’origine della parola inglese «sanguinario».

Come quasi tutti concordano nell’affermare, i tedeschi sono un popolo meraviglioso. Per quella colazione a loro spese non solo mi fornirono pane fatto non con grano, bensì con patate, ma anche caffè fatto non con chicchi di caffè, ma con ghiande. Anzi, tra poco è probabile che inventeranno un surrogato dell’acqua ottenuto da una combinazione alternativa alle solite due parti di idrogeno e una di ossigeno.

A Berlino, la prima cosa da fare è entrare in una birreria; la seconda cosa da fare è entrare in una birreria e la terza cosa da fare è entrare in una birreria. Ma non per bere birra. No. Anche se è leggera come piume su un’ala di colomba, ed è servita così fredda che il vapore della sala affollata fa sgocciolare il bicchiere, tuttavia è meglio bere solo quanto basta a far credere ai vostri vicini che non siete dei bisbetici asociali, che ordinano birra e non la bevono. Invece bevete un sorso qui e ascoltate; un sorso là, e ascoltate ancora; ogni tanto schioccate forte le labbra e scaccerete ogni sospetto eventualmente addensatosi su di voi e verrete considerati dei bevitori moderati, che gustano fino in fondo il proprio bicchiere. Apprenderete anche molte cose interessanti. In Germania ci sono due posti preziosi per raccogliere informazioni: uno è la carrozza ferroviaria e l’altro è la birreria. I soldati chiacchierano sempre per stabilire con precisione chi di loro sia più prossimo all’inferno, e la Germania è composta interamente di soldati.

Leggendolo, la cosa più straniante di tutte è pensare che il narratore non è, come potrebbe sembrare, un distinto gentleman quarantenne ma un ragazzo di ventuno anni. Evidentemente, una volta si cresceva e si maturava parecchio più in fretta.

More about CecitàGià parlando di “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” scrivevo che Saramago è potenzialmente un grandissimo autore di fantastico. Per quel libro magari la cosa poteva sembrare un po’ tirata per i capelli, ma “Cecità” (Feltrinelli) sembra quasi fatto apposta per confermare la mia tesi: dall’oggi al domani, gli abitanti di una città senza nome iniziano a perdere inspiegabilmente la vista. Temendo che la cecità sia contagiosa, le autorità decidono di rinchiudere i ciechi in una struttura guardata a vista. Ovviamente, la vicenda assume rapidamente toni drammatici e ben presto emerge la vera natura, feroce e brutale, degli esseri umani. Ci sono delle pagine che picchiano durissimo, in cui Saramago descrive con il massimo distacco violenza e sopraffazione, la graduale perdita dell’umanità. E ci sono passi che sono purissimo zombi-movie, in cui l’unica donna inspiegabilmente rimasta immune al contagio si aggira per la città alla ricerca di cibo per le persone di cui ha deciso di prendersi cura. Quello che fa più male è però la mancanza di speranza, nonostante quello che potrebbe sembrare un lieto fine, che attraversa il libro. I “buoni” sono isole assediate da chi non si fa scrupoli per raggiungere i suoi obiettivi; e gli stessi “buoni” possono a volta causare del male o involontariamente o perché vi sono costretti. Attraverso la lente ipercorrettiva del fantastico, Saramago mostra la natura umana, la fragilità delle regole sociali che ci tengono lontane dalla bestialità. La scrittura è sempre quella: muri di testo con pochissimi punti a capo, frasi lunghe e dialoghi senza virgolette (solo le maiuscole), personaggi senza nome. Esige concentrazione ma ha una sua qualità ipnotica che, a poco a poco, tira dentro alla storia, al suo mondo allucinato e feroce.

More about La rivoltaE a proposito di mondo allucinato e feroce, chiudo con “La rivolta” di Nan Aurousseau (e/o), storia ambientata in un carcere francese durante e dopo una rivolta. Più che un noir o un thriller, come è presentato, è un romanzo di denuncia sulle condizioni del sistema carcerario francese che l’autore conosce piuttosto bene avendoci trascorso sette anni per rapina a mano armata.
La narrazione è piuttosto frammentata e il tono richiama quello dolente di certo noir francese, comunque, come quello di Izzo o Manchette, che di Aurousseau (che dopo il carcere è diventato un idraulico) è stato lo scopritore.

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Autodifesa – febbraio 2011 (2 di 2) (come il romanzo di De Carlo)

Ecco.
Dicevo che mi sono scordato due libri letti a Febbraio. E sì che non erano nemmeno brutti. Anzi.
More about Sesso e lucertole a Melancholy CoveIl primo è “Sesso e lucertole a Melancholy Cove” di Christopher Moore (Elliott), che è un’amena storia in cui una lucertola gigante (tipo Godzilla) si scatena su una località della costa est degli Stati Uniti i cui abitanti hanno, nel loro complesso ben più di un problema. Leviamoci subito il pensiero: a “Il Vangelo secondo Biff” (un libro da cui dovrebbero trarre una religione) non allaccia nemmeno le scarpe. Però il paragone non vale, perché Biff gioca davvero in un’altro campionato ed è uno di quei libri incantati che a un autore riescono una volta nella vita. Se non avete mai letto nulla di Moore correte a cercare la storia di Biff, amico di infanzia di Gesù. È uno dei più grossi favori che potreste farvi nella vita (qui una sintetica recensione).
Ciò detto, “Sesso e lucertole” è un libro (lapsus: avevo scritto “film”, perché in effetti ha una narrazione molto cinematografica e perché uno dei personaggi è un’ex attrice) divertente, che porta avanti senza grandi momenti di noia una storia romantica tra una sciroccata e un grosso rettile senziente, attorno alla quale si muove un coro di personaggi non troppo a posto, dal poliziotto amante delle canne al tizio che prova attrazione sessuale per gli animali marini. Quelli che mancano sono i guizzi veri, ma questo lo dico dopo avere letto Biff. Magari se non avete letto Biff ve lo godete di più. Nota a margine, questo è il secondo libro che Moore ambienta nello stesso paesino e alcuni dei personaggi comparivano già nel primo romanzo, che in Italia è stato tradotto nel lontano 1992 e mai più ristampato (si chiama “La commedia degli errori”, “Practical Demonkeeping” in inglese). Dal 1993 (“Il ritorno del dio Coyote”) al 2008 Moore non è stato più tradotto in Italia, quindi questi primi due libri devono avere proprio venduto bene, all’epoca.

More about La versione di BarneyLa versione di Barney“, di Mordecai Richler, erano anni che lo puntavo. Mi tratteneva un po’ il fatto che fosse un libro Adelphi, con tutta la sua aria intimidatoria, e che Giuliano Ferrara lo annoverasse tra i suoi libri preferiti, se non il preferito. Poi un giorno al cinema ho visto il trailer della versione cinematografica. E niente, sarò un banalone, ma a me l’idea di questo che scappa dal ricevimento del suo matrimonio per inseguire sul treno una tizia conosciuta durante la serata mi è piaciuta tantissimo. Così da bravo ovino (beeeh) ho comprato la mia copia con su la fascetta “da questo libro il film blablabla”. E poi mi sono messo a leggerlo, facendogli saltare un buon numero di posizioni nella coda di lettura. Superata la fatica della narrazione scombinata e disordinata del primo centinaio di pagine (della cui scontrosità avevo già letto in giro), quando la vita di Barney Panofsky ha iniziato a dipanarsi in modo leggermente più lineare e i passaggi tra epoche e luoghi sono diventati più chiari, beh, c’è stato solo da allacciarsi la cintura. Durante una delle telefonate da Parigi sono arrivato a provare per la Seconda Signora Panofsky un odio sordo, per dire come sono finito coinvolto dalla storia. E Barney è un personaggio gigantesco, straordinario nelle sue debolezze e nel suo essere una carogna. E ho capito, credo, che cosa di Barney Giuliano Ferrara vorrebbe proiettare su se stesso: essere uno che dice e fa quello che gli passa per la testa, prende posizioni impopolari ed è compiaciuto del proprio essere antipatico perché libero. Cose nobili. Peccato che mal si addicano a uno come Ferrara che è, e resta, un povero stronzo semplicemente pronto a mettere una certa padronanza del vocabolario e una totale mancanza di scrupoli al servizio del miglior offerente. Un servo che difficilmente Barney avrebbe apprezzato.
Comunque, fan illustri a parte, quella della vita di Barney, delle sue tre mogli e del suo grande amore per la terze di queste è una storia da leggere per come è scritta, per quello che racconta e per la capacità che ha di essere un grande e cupissimo affresco alla labilità della memoria e della vita. Nonché una solenne beffa ai danni di tutti. Una nota sulle note che corrono lungo il testo, correggendo imprecisioni nel testo: visto che partivo un po’ spaventato dal fatto che fosse un libro Adelphi, casa editrice che tende a trasformare qualsiasi cosa pubblichi in un “suo” libro, sulle prime ho pensato, infastidito, che fossero un’aggiunta all’edizione italiana. Invece, si capisce man mano, le note sono parte integrante della storia e del modo in cui è raccontata.

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My back pages – 09 edition

Una breve selezione di libri letti nel 2009 che mi hanno colpito particolarmente. La maggior parte sono, chi più chi meno, “romanzi criminali”. Poi c’è un capolavoro di fantasy umoristica, due volumi di non-fiction, un romanzo “di genere fantastico” e un romanzo con agenti segreti molto sui generis. Quello che accomuna tre libri del primo gruppo (Barbato, Scerbanenco e Ketchum) è la capacità di creare storie in cui i punti di riferimento morali a un certo punto sembrano perdersi nella nebbia. Gli altri due (Petrella e Sarasso) rappresentano tentativi riusciti di rielaborare l’ancora fertile lezione di Ellroy. Il romanzo sulla vita di Cristo di Christopher Moore è semplicemente perfetto nel suo mettere insieme grasse risate, sana avventura e una ricostruzione a suo modo plausibile degli “anni perduti” della vita di Gesù. David Foster Wallace e Bajani gettano sguardi acuti e intelligenti sul mondo e aiutano a capire meglio alcune cose. I romanzi di Murakami e Robbins invece creano dei mondi più veri del vero con la sola forza delle parole, quel genere di mondi che ti dispiace abbandonare dopo l’ultima pagina. Insomma: incantare, turbare, far pensare e informare, far ridere. Che è più o meno quello che mi sembra debba fare la letteratura.
Questo in sintesi. Le recensioni più lunghe sono qui sotto.

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I libri di Ottobre

Hey oh, ecco i libri di ottobre.
Evidenziato quello che più mi è piaciuto.

Navi a perdere – Carlo Lucarelli (Verdenero)
La vicenda della Jolly Rosso e della (potenzialmente) misteriosa morte del poliziotto che stava indagando su quella e su altre “navi dei veleni” sono raccontate da Lucarelli con lo stile tipico di Blu Notte, cercando da un lato di mantenere la massima attinenza ai dati di fatto e dall’altro di presentare questi in modo suggestivo e coinvolgente. Cosa in cui Lucarelli è, al solito, parecchio bravo.

Suck! – Christopher Moore (Elliot)
Inizia e pensi “ehi, che inizio in medias res!”. Poi va avanti e ti rendi conto che è il seguito di un altro libro, inedito in Italia. Quindi alla fine la leggi sì, questa storia d’amore tra due giovani vampiri con contorno di personaggi bizzarri, però non è che ti coinvolga più di tanto, perché dei due protagonisti non sai un sacco di cose che vengono date per scontate. Quindi alla fine ti aggrappi al diario della ragazzina dark, che invece è introdotta in questo romanzo, ma è un po’ poco. Peccato.

Con tanta benzina in vena – Warren Ellis (Elliot)
Della produzione fumettistica di Warren Ellis conosco pochissimo. Questo, che è il suo primo romanzo, si muove su temi e binari tipici di Palahniuk: il lato oscuro e bizzarro dell’America, pratiche sessuali inconsuete, leggende metropolitane. E percorre quei sentieri con una sicurezza e un vigore che il buon Chuck ha un po’ lasciato da parte. Non è un capolavoro, ma è lo stesso un romanzo parecchio divertente.

The Graveyard Book – Neil Gaiman
Come il titolo inglese ammette, l’idea di fondo è quella di una riscrittura dell’idea di partenza del Libro della Giungla di Kipling: un bambino, Nobody detto Bod, viene cresciuto in un cimitero da una nutrita pattuglia di spettri e affini. E tutto ciò che ne consegue. È una storia che solo Gaiman poteva raccontare così, alternando con naturalezza i momenti più giocosi a quelli più cupi in cui si allarga la prospettiva e si mostra quale sia la vera natura della partita di cui Bod è una pedina. L’unica cosa che mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca è il fatto che Gaiman si sia andato a infilare in una vicenda un po’ “alla Harry Potter”, con il bimbo predestinato e tutto il resto. O, per essere più precisi, che abbia cambiato ambientazione a qualcosa che aveva già affrontato nella miniserie “The Books of Magic”. Però resta sempre Gaiman, insomma. L’edizione è poi impreziosita dai disegni del buon McKean.

Come scrivere un bestseller in 57 giorni – Luca Ricci (Laterza)
Favola sul mondo editoriale, in cui quattro scarafaggi chiamati come i Beatles scrivono “un besteller” per salvare il proprietario della casa in cui vivono, il libro di Ricci promette molto e mantiene pochissimo. O meglio: se siete completamente a digiuno di discussioni sull’industria culturale, sui tic degli scrittori italiani, sulla “letteratura industriale” e tutto quanto, forse questo libro potrà piacervi. Altrimenti, è probabile che troverete noiosetta e didascalica l’esposizione di cose che già sapete.

Che la festa cominci – Niccolò Ammaniti (Einaudi)
Dopo tre romanzi “seri” Ammaniti cerca di tornare alle atmosfere più cazzarone di Branchie o di alcuni racconti di Fango (uno in particolare, L’ultimo capodanno dell’umanità). Lo fa mettendo in scena una superfesta in una Villa Ada diventata proprietà di un ricco industriale e trasformata nel suo parco privato. Festa durante la quale le cose prenderanno, per opera di un gruppo di sciroccati satanisti, una piega imprevista, con una gran quantità di conseguenze più o meno divertenti. L’idea di fondo è la stessa del racconto già citato: condensare in uno spazio chiuso personaggi emblematici di società e cultura italiane e mostrarne il peggio. Ma se allora tutto si risolveva in una cinquantina di pagine dal ritmo travolgente, che culminavano  nella deflagrazione più totale, qui tutto è allungato in un romanzo che nella sua terza parte presenta al lettore un colpo di scena che mette a dura prova la sua volontà di stare allo scherzo. Alla fine è probabilmente la cosa meno riuscita di Ammaniti, purtroppo. Potrebbe essere interessante, però, mettere a confronto il romanzo e il vecchio racconto e vedere che immagini dell’Italia vengono fuori.

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I libri dell’estate – parte prima

Sono un po’ indietro con le recensioni dei libri letti. Tipo che è da giugno che non le faccio. Fingendo che a qualcuno interessi qualcosa, riprendo a puntate. Evidenziati, i Gran Fighi.

La futura classe dirigente – Peppe Fiore (Minimum Fax)
Quello delle storie di precariato è ormai un genere. Fiore è in gamba a metterci dentro un po’ di ironia e delle storie divertenti (quella della ragazza che deve sviluppare filastrocche per bambini è notevole). Il problema grosso è che è veramente troppo lungo per quello che racconta e il rischio noia tende a farsi parecchio elevato.

Il corpo del capo – Marco Belpoliti (Guanda)
Un’interessante analisi sull’uso del corpo nella comunicazione pubblica di Berlusconi, condotta attraverso il ricorso a un certo numero di fotografie, alcune delle quali non avevo mai visto. Forse è una caduta di stile il riferimento, in più punti, all’ineluttabilità della morte, forse – visto che di corpo si sta parlando – no. Lettura interessante per imparare a guardare con sguardo meno ingenuo le immagini che ci vengono proposte.

Il mondo degli Showboat – Jack Vance (Mondadori)
A cavallo, come altri lavori di Vance, tra Sci-Fi e Fantasy, con le vicende di una compagnia di attori che porta i suoi spettacoli in giro lungo il fiume di un pianeta popolato da culture differenti. Abbastanza divertente ma un po’ vacuo.

Vedi di non morire – Josh Bazell (Einaudi)
Non è lo sfolgorante esordio di un nuovo genio come ossessivamente ribadito in quarta di copertina e alette. Bazell mette insieme un libro molto pulito, molto preciso, che combina con perizia intuizioni mediche in stile House MD e mafiosi italo-americani (e informazioni sulla medicina in puro stile Palahniuk). L’alternanza dei capitoli nel presente e nel passato dà movimento al libro ma alla fine (e nonostante una trovata finale che cerca di essere quanto più possibile sopra le righe e pulp) si resta con l’impressione di aver letto solo un buon compitino.

La fortezza di Farnham – Robert A. Heinlein (Mondadori)
È un romanzo nettamente diviso in due parti: la prima racconta le peripezie di un gruppo di sopravvissuti, grazie a un bunker, all’attacco nucleare scatenato dall’URSS sugli Stati Uniti, ed è quasi un manuale di sopravvivenza. La seconda è praticamente “Il pianeta delle scimmie” con i “negri” al posto delle scimmie ed è un po’ meno interessante. È un Heinlein profondamente innamorato del lato bello e scintillante del sogno americano, ma anche capace di osservarne i lati meno presentabili (il razzismo, che costituisce, con il ribaltamento della seconda parte, un tema ricorrente del libro). Non uno dei suoi romanzi migliori, perché la seconda parte è nettamente inferiore alla prima, più realistica e tesa nella descrizione dei rapporti tra i sopravvissuti, ma comunque interessante.

L’ubicazione del bene – Giorgio Falco (Einaudi)
È una raccolta di racconti tutti ambientati in un quartiere satellite di una grande città. Storie di piccole/grandi sconfitte, di naufragi esistenziali, di perdite di umanità. C’è un continuo riferimento agli animali, che sbucano fuori dai muri (le termiti, in un quasi remake di un famoso racconto di Calvino), che vengono acquistati per essere tenuti in casa o per combattere tra di loro.

Tango e gli altri – Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli (Mondadori)
Quarta collaborazione Guccini/Macchiavelli, forse la migliore. L’indagine su un delitto commesso (forse) da un partigiano durante la guerra viene portata a compimento sedici anni dopo i fatti ed è un modo per mettere in luce gli aspetti meno “comodi” della guerra di liberazione. “Non tutti i partigiani erano paladini di Francia” ha detto Guccini riferendosi a questo libro, che in un certo senso è quasi una risposta ai libri di Pansa sull’argomento.

Bad Prisma – AA. VV. (Mondadori)
Si può fare un’antologia di autori italiani basandosi, sostanzialmente, su una leggenda urbana? Pare di sì. Arona ha messo insieme una bella squadra di autori e li ha sguinzagliati sulle tracce di Melissa, una ragazza fantasma che appare nel corso dei millenni in diverse situazioni. Costruito come un romanzo fatto di tanti racconti messi in ordine cronologico ha, inevitabilmente, i suoi alti e bassi. Però i primi tendono a superare i secondi.

Harry Potter and the Philospher’s Stone – J. K. Rowling (Bloomsbury)
Il primo libro di Harry Potter colpisce per la sua assoluta pulizia. La Rowling è stata brava a scrivere una storia che fila liscia e scorrevole dal suo inizio alla sua temporanea conclusione, riuscendo introdurre il lettore a poco a poco in un mondo che (è facile dirlo adesso) ha l’aria di essere decisamente vasto.

Dexter il devoto – Jeffrey Lindsay (Mondadori)
Visto che sono troppo pigro per seguire serie tv che non siano Lost, recupero con i libri. Anche se il secondo episodio del Dexter cartaceo non ha nulla a che vedere con la serie. Comunque. Non siamo certo davanti a un inarrivabile capolavoro. Ma la scrittura è piacevole, gli eventi si susseguono in modo logico e la psicologia di Dexter è sempre tratteggiata alla perfezione. Intrattenimento di alto livello.

Il Vangelo secondo Biff – Christopher Moore (Elliot)
È bellissimo. Un grande romanzo di avventure, sarcastico e illuminato, che racconta la vita di Gesù dal punto di vista del suo amico d’infanzia Biff, che lo ha accompagnato in giro per l’Oriente negli anni in cui il Messia si è formato. Fa ridere, è un fantasy notevole, c’è Gesù che impara il kung fu e Gesù che, Phileas Fogg ante litteram, sottrae innocenti dalle grinfie dei seguaci di Khalì. Come si può non amarlo?

Filologia dell’anfibio – Michele Mari (Laterza)
Michele Mari racconta il suo C.A.R. Un incubo kafkiano che ormai tocca solo a volontari, per fortuna. Leggendolo, mi sono tornati in mente i miei tre giorni a La Spezia, che nonostante i vent’anni trascorsi tra l’esperienza di Mari e la mia erano fatti della stessa sostanza, delle stesse caserme squallide, degli stessi riti, probabilmente anche delle stesse macchie sul vassoio della mensa. Mari usa una lingua complessa e cangiante, che varia dai toni più sintetici a voli pindarici e arcaicizzanti che cercano di nobilitare in qualche modo il grigiore della materia trattata.

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