Archivi tag: dylan dog

Surviving #SalTo13: fatto.

(è un post un po’ ombelicale, ma devo riprendere la mano a scrivere sul blog)

Se il buongiorno si vede dal mattino, il mattino è questo: alla stazione della metropolitana di Torino Lingotto si forma davanti alla scala mobile un’incredibile e ordinata coda sabauda. È quasi il mio momento di salire quando tre signore molto milanesi, molto con le facce e gli abiti di quelle che per Berlusconi hanno un’ostilità antropologica si infilano di lato con molta naturalezza, senza che una delle tre smetta di raccontare di una qualche esperienza educativa che ha fatto con una classe di bambini. “Ci devi fare un libro,” cinguetta garrula un’altra, che immagino più tardi andrà a firmare un manifesto per la legalità e le regole.

Quest’anno ho sentimenti meno estremi nei confronti del Salone, a posteriori. Sarà che ci ho passato meno tempo, sarà che non ho fatto il disallestimento, sarà che ho girato pochissimo.

Momento migliore durante la lunghissima fila per farmi fare un disegno da Zerocalcare: c’è questo ragazzetto, minorenne, molto regolare, con il suo maglioncino e la camicia, ogni tanto passa la mamma a vedere come va. Quando è il suo momento, ZC parte con il campionario dei soggetti, che dovreste sentire recitato da lui perché dal tono e dall’automatismo capite quante dediche abbia fatto dall’uscita del primo volume, e il ragazzetto sceglie “tizio che tira la molotov”. “Volto coperto o scoperto?” (ZC è professionalissimo). “Coperto”. Più o meno alla fine del ripasso a china (parlando di professionalità: fa la bozza a matita, ripassa a china, dà il grigio con il pennarello) arriva Luca Sofri. Ed è bello questo momento in cui un disegnatore “dei centri sociali” mentre disegna uno che tira una molotov per il ragazzino borghesissimo (che si chiama Gian Giacomo, a questo punto mi piace immaginare come Feltrinelli per volontà di una famiglia molto radical-chic) parla con il direttore di un giornale che fa endorsment per il PD e che una volta conduceva un programma con Giuliano Ferrara.

Sempre allo stand Bao ho preso la ristampa cartonata e in grande formato di Mater Morbi, la storia di Dylan Dog scritta da Roberto Recchioni e disegnata da Massimo Carnevale che alla sua uscita suscitò polemiche sul tema della malattia e dell’eutanasia, con intervento a gamba tesa della sottosegretaria alla salute dell’epoca, Eugenia Roccella, che poi dovette ritrattare perché aveva commentato senza avere letto la storia (ma tanto sono solo fumetti). Ristampata e con sei tavole inedite a colori di prologo, la storia guadagna tantissimo nell’impatto visivo, grazie a una stampa precisissima su una bella carta uso mano. Ieri sera mentre leggevo ogni tanto mi imbambolavo a guardare la resa dei neri, profondissimi, che fanno pienissima giustizia ai disegni di Massimo Carnevale.

C’era lo stand del Centro per il libro e la lettura, una struttura pubblica diretta da Gian Arturo Ferrari (ex direttore generale della Divisione libri di Mondadori) che ha “il compito di divulgare il libro e la lettura in Italia e di promuovere all’estero il libro, la cultura e gli autori nazionali”. Nello specifico promuovevano l’iniziativa Il maggio dei libri (non pervenute le lamentele della Madonna per l’usurpazione del mese; ma non pervenute nello specifico neanche le modalità esatte di questo mese del libro), di fatto c’era una povera persona costretta a bivaccare lì 12 ore e distribuire volantini e segnalibri. La decorazione dello stand era un collage di copertine di libri italiani; magari avrò guardato male io, ma non ce n’era uno posteriore ai primi anni sessanta. Una bella iniezione di fiducia.

Ogni anno mi tocca beccarmi lo sfogo di una persona che si lamenta perché non ci sono gli sconti e perché i libri costano troppo. Alle 19.44, con ancora tre ore davanti.

Grande novità dell’anno, l’area “Lounge espositori” dove si potevano mangiare cose più buone di quelle che toccano ai visitatori (per esempio l’hot dog con il pane freddo e il würstel mezzo crudo). Code lunghette, ma tutto sommato il panino con la salsiccia cruda di Bra meritava un assaggio.

Stand più affollato, senza dubbio, quello dove regalavano il Grand Soleil, al confine con l’area Cook Book. Grande novità di quest’anno, in linea con la nuova passione per i cuochi, a Cook Book si poteva trovare una libreria dedicata ai titoli sulla cucina e la gastronomia e un’area dove si sono esibiti ai fornelli nomi noti della ristorazione e della tv. Anche Benedetta Parodi, sì.

(premesso che ho molti amici abruzzesi) Ingombrante vicino di stand, la Regione Abruzzo festeggiava i 150 anni della nascita di D’Annunzio con un’esposizione di cimeli (mancavano: lastre di vetro sporche, costole) e una serie di incontri e spettacoli. Amiche e amici abruzzesi, voi non avete idea di come spende i vostri soldi la vostra regione. Tipo che a un certo punto (le otto di sera, dopo dieci ore che stai in fiera) (dieci ore di neon e cupo rombo della morte fatto dal chiacchiericcio di migliaia di persone) partono gli zampognari. E i canti in dialetto. E un altra sera un tenore che cantava CON IL MICROFONO, per giunta composizioni giovanili del Vate musicate.

L’organizzazione ha sbagliato i cartelli dello stand di una nota casa editrice romana, diventata per quest’anno minimun fax.

A sorpresa, non c’era la Panini Comics. Voci di corridoio dicevano che hanno fatto talmente tanti soldi a Lucca che non si sono presi il disturbo di muoversi per una fiera per loro non così vantaggiosa (era vantaggiosa per me, perché avendoli come vicini qualche buon affare si riusciva sempre a combinare), mannaggia)

Un sentito grazie al ristorante La via del sale, per averci dato anche quest’anno da mangiare a un’ora indecente, resa ancora più indecente dal fatto che abbiamo parcheggiato all’altra estremità della via e in centro a Torino, se non lo sapete, le vie sono luuunghe. Fanno cucina piemontese con qualche influsso ligure, nel nostro caso riscontrabile soprattutto nel rapporto con il cameriere (ma in fondo non aveva tutti i torti: siamo arrivati con mezz’ora di ritardo e al “cosa prendete?” ci sono stati lunghi momenti di uuuhm, eeehm) (inoltre: gli emiliani sembrano andare molto in panico davanti a piatti estranei alla loro tradizione, o almeno quelli che conosco io). Acciughe al verde FTW, comunque.

Breve elenco di avVIPstamenti: uno degli Zero Assoluto (credo Zero), Benedetta Parodi, un anziano che una volta era De Gregori, Sergio Romano, Gad Lerner, Khaled Fouad Allem (che ho solo registrato come volto riconosciuto ma che ho dovuto cercare sul sito del Salone) (se vi dico chi credevo che fosse, senza alcuna base logica, mi spernacchiate a vita), il ministro Cecile Kyenge, Gian Arturo Ferrari, Giulio Coniglio.

Cosa mancava al Salone? Esatto, i cosplayer, nello specifico di Star Wars, portati dallo stand delle edizioni Multiplayer. A uno di loro però sono stato costretto a stringere la mano: in uno stand di non so cosa c’era un grosso braccio meccanico in movimento che dimostrava non so cosa e al di là del vetro un tizio vestito con il tipico accappatoio Jedi usava la Forza per farlo muovere. Non sono mai stato così tanto vicino a usare l’espressione “EPIC WIN” con uno sconosciuto.

La cosa più interessante da leggere al Salone? Le magliette dei partecipanti. Sembra che ormai la popolazione tra i 15 e i 45 anni passi l’inverno ad accumulare magliette spiritose o ispirate a film, fumetti, telefilm, per poterle poi sfoggiare ai primi caldi. Ho persino visto uno che aveva la mia stessa maglietta con Klimt Eastwood (meno male che io in quel momento avevo quella di Cthulhu vs. Godzilla, altrimenti sai che imbarazzo?).

2 commenti

Archiviato in fumetti, il cotone nell'ombelico, Libri

“Andiamo in Polonia” (5 di 15; e non fa male)

Riassunto delle puntate precedenti: volo low-cost, Cracovia città bellissima, anche fuori dal centro-centro, ma l’italiano in ferie non distingue l’ingresso di un campo di concentramento da quello del villaggio turistico di Sharm.

La Risposta è sottoterra.

Quando ho scoperto che tra le cose che avremmo visitato in Polonia c’era una miniera di sale ho pensato immediatamente, come dovrebbe fare qualunque buon conoscitore di Dylan Dog, “come a Golconda”.
In realtà c’è poco da scherzare, perché la miniera di sale di Wieliczka, a 40 minuti di autobus dal centro di Cracovia (per essere più precisi, 40 minuti di autobus dall’albergo, che era esattamente di fronte alla fermata) non solo è uno dei siti turistici più visitati del Paese, ma è anche antichissima. Infatti, benché gli scavi delle prima gallerie risalgano al XIII secolo, già in epoca preistorica gli abitanti della zona sfruttavano l’acqua salata che sgorgava dalle sorgenti della zona per conservare i cibi in salamoia.
Ora premete “play” qua sotto:

Continua a leggere

2 commenti

Archiviato in polonia, viaggio

Autodifesa – Aprile 2012

Anche la rubrica dei libri letti nel mese precedente arriva sempre più tardi. Tipo: con un mese di ritardo. Ma purtroppo questo è un mondo crudele in cui il lavoro ti costringe a sottrarre tempo prezioso alle cose importanti.
In più in mezzo c’è stato quel vampiro di energie fisiche e psichiche che è il Salone del libro di Torino (dove per qualche giorno vado a fare dei lavori veri: battere scontrini, contare soldi, mettere libri dentro scatole e scatole su pallet).

La prima volta che ho sentito parlare di Solomon Kane è stato su uno di quei librini che si trovavano allegati agli Speciali degli albi Bonelli, per la precisione il quinto della serie dell’Enciclopedia della Paura di Dylan Dog, dedicato alla letteratura horror (allegato a quel capolavoro che era La casa degli uomini perduti di Sclavi e Casertano).

Cliccando si legge meglio

Là, nella voce dedicata a Robert E. Howard si citava questo spadaccino del XVI secolo che muovendosi tra Europa e Africa affrontava mostri e demoni mosso da un’incrollabile fede in Dio. Non c’era nemmeno un’immagine e veramente la descrizione era poco più lunga di queste parole, ma lo stesso ricordo che pensai “wow, devono essere i racconti più belli del mondo”. Un paio di anni dopo, quando finalmente sono riuscito a mettere le mani su uno dei volumetti 100 pagine 1000 lire della benemerita Newton Compton, ho scoperto che Solomon Kane era davvero un personaggio straordinario come me l’ero immaginato e, anzi, forse di più. Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Libri del mese

È buio.

Il naufragio della Costa Concordia è una delle testimonianze della capacità tutta italiana di creare nella tragedia dei purissimi momenti di farsa assoluta.
Già la dinamica dell’incidente è così assurda da sembrare uscita da un brutto cinepanettone (scusate la ripetizione), con De Sica che fa il passaggio radente all’isola per impressionare la sciacquetta di turno e SDENG! (per l’impatto un personaggio minore si ritrova con un oggetto acuminato infilato nel sedere e urla “OHMAMMIACCHEDDOLORE”). Se vogliamo alzare il livello, è Fantozzi che fa sci d’acqua a Capri e si schianta sui faraglioni (e non era difficile rievocare il varo della motonave della Megaditta quando si parlava di nave “maledetta” perché nel varo non si era rotta la bottiglia).
Ma la vetta dell’assurdo si è raggiunta oggi, con la divulgazione di due telefonate tra Gregorio De Falco della Capitaneria di Porto di Livorno e il comandante della Concordia, Francesco Schettino.

A volte, la vita imita l’arte o gli editoriali di Gramellini (è un mondo crudele): i due protagonisti sono caratterizzati attraverso così tante opposizioni manichee che sembra il sogno bagnato di uno studente di Semiotica del testo alle prese con una tesina da preparare in un pomeriggio. Il nome, il tono di voce, l’accento, tutto è polarizzato alla perfezione lungo un asse che ha da un’estremità cose tipo “affidabile, serio, deciso” e dall’altra Scilipoti. De Falco ha giusto una sbandata quando su quel “le faccio passare l’anima dei guai” la dizione perfetta tradisce le origini napoletane, ma per il resto è una perfetta incarnazione dell’isotopia dell’autorità. E non mi stupisce che l’Italia si sia così follemente innamorata di lui: De Falco proietta l’immagine di una persona che spesso  quello che tratta a pesci in faccia un manifesto cretino.
Intendiamoci: Schettino è impresentabile e indifendibile, ora che la ricostruzione dell’accaduto sembra essere abbastanza chiara e De Falco esprime un sentimento di comprensibilissima e condivisibile rabbia per una situazione delirante. E
Però io non trovo sana questa passione italiana per “eroi” a cui delegare il sentirsi a posto con la coscienza. De Falco è l’ultimo in una lunga lista, per entrare nella quale basta fare, sostanzialmente, qualcosa di non particolarmente riprovevole al momento giusto e a quel punto nessuno ti nega una fan page su Facebook o un hashtag su twitter.
Sono “eroi” comodi, che lavano la coscienza e ti fanno pensare “ah, io avrei fatto certamente come De Falco, mica come quel vigliacco di Schettino”.
Voi l’avete mai letto il Dylan Dog di Sclavi, le storie che scriveva venticinque anni fa? Molte erano mosse da uno spunto che poi è stato chiamato “messaggio” e malamente interpretato come “i mostri sono come noi”, ma che secondo me originariamente era più “non siamo mai troppo distanti dal diventare noi i mostri” (o, come diceva il Joker a Batman in The Killing Joke, di Alan Moore, “Basta una giornata storta per trasformare il migliore degli uomini in un folle. Ecco quanto dista il mondo da me: una giornata storta”). Secondo me a Schettino è successo proprio questo: un attimo prima sei un figo che comanda una nave da 4.000 persone e sta facendo il pelo agli scogli: una cosa che hai fatto chissà quante volte e che chissà quanti tuoi colleghi stanno facendo in altri mari del mondo. Un attimo dopo ti ha detto sfiga e sei quello che ha sfondato la chiglia di una nave da 4.000 persone e che si sta infilando in un disastro di proporzioni epiche.
Le persone si valutano davvero nelle avversità, scriveva Lucrezio, perché cade la maschera e Schettino ha fatto più o meno tutto quello che non doveva fare in una situazione di emergenza. Ma mi domando quanti di noi messi sotto pressione (e che pressione) reagirebbero con ordine e non farebbero delle gigantesche cazzate.

Mi sembra che le telefonate De Falco – Schettino, questo bizzarro mash-up di Full Metal Jacket e Fantozzi, siano un altro episodio dei periodici quarti d’ora di odio autogestiti con cui si cerca di esorcizzare lati del nostro essere da cui vorremmo allontanarci.
O la consueta abitudine di correre in soccorso del vincitore, per dirla in altri termini.
E poi ci sono gli sciacalli che in tempo zero mettono in vendita la maglietta “salga a bordo, cazzo!”. E loro sono quelli peggio di tutti, così ironici.

13 commenti

Archiviato in società

Sergio Bonelli, Guido Nolitta

Il mio primo albo Bonelli.
Era il luglio del 1988, avevo quasi nove anni e mi ero storto un piede in un modo così stupido che non lo rivelerò neanche sotto la minaccia di venire lasciato da solo con Tiger Jack e il suo coltello.
Mia nonna mi portò un numero di Tex per farmi passare il tempo. Chissà perché. Forse era andata in edicola e si era stupita di trovare ancora un fumetto che leggevano i suoi, di figli (narrano leggende di famiglia che mio zio avesse ricopiato con sorprendente fedeltà il frontespizio di Tex con i quattro pard sulla sua scrivania, da ragazzo). Quale che fosse il motivo, io inizio a leggere e la testa, tipo, mi esplode.
Abituato a Topolino e, al massimo, al Giornalino, per la prima volta mi trovavo tra le mani un fumetto in cui il protagonista ammazzava gente senza porsi grossi problemi. Anzi: ci scherzava pure su.
Nelle ultime 40 pagine dell’albo inizia una storia straordinaria, ambientata in una missione abbandonata della California del sud, “La maledizione di Escondida”. Imparo tutto quello che c’è sapere di spagnolo: sangre y muerte, maldido, vamos, bruja, amigos, hasta luego hombre.
Poche settimane dopo parto con la mia famiglia per gli Stati Uniti: California, Arizona e Colorado. Vorrei avere un Winchester, una camicia gialla, sparare a candelotti di dinamite protetto dalle rocce.
Leggo Tex ancora per un annetto buono, poi non so perché smetto. Un paio di anni dopo comprerò il mio primo Dylan Dog. Ma questa è un’altra storia.

Sergio Bonelli, con il giubbotto di Mister No, visto da Leo Ortolani

Casualmente, il luglio del 1988 è anche la data in cui nasce “ufficialmente” l’etichetta “Sergio Bonelli Editore”. Fino ad allora, infatti, la casa editrice, fondata da Gian Luigi Bonelli nel 1940 e portata avanti prima dall’ex moglie Tea e poi dal figlio Sergio, aveva avuto altri nomi (Audace, Cepim, Daim Press, tra gli altri). È solo nell’estate del 1988, dopo 31 anni che dirige la casa editrice, che gli albi pubblicati da Sergio Bonelli iniziano a portare il suo nome.
Come editore, Bonelli ha pubblicato più o meno di tutto. Tantissime serie hanno avuto vita breve, ma non si può dire che non abbia lasciato nulla di intentato; basta vedere la cronologia sul sito. E basta guardare la sezione fumetti di un’edicola per rendersi conto della potenza di una casa editrice che ha di fatto imposto un formato (quello “bonelliano”, che nasce dalla sovrapposizione di tre albetti a striscia) all’intero mercato. Una casa editrice che ha portato sempre avanti una politica che non si può che definire con l’abusata (ma in questo caso veritiera) formula di “innovazione nel rispetto della tradizione”.
In Bonelli i cambiamenti sono fatti a passi piccoli, quasi minimi. Ma alla lunga accadono: guardate gli anni Novanta e Duemila e pensate che è in cantiere la prima miniserie interamente a colori, una cosa che ancora qualche anno fa sembrava inconcepibile per una casa editrice che si identificava con il bianco e nero e usava il colore solo per i numeri celebrativi o per occasionali progetti speciali (gli albi di Cavazzano e Bonvi, per esempio o Leo Pulp). Senza dimenticare che in passato erano state varate collane “d’autore” come “Un uomo un’avventura” o la collana dei Texoni, che doveva ospitare grandi disegnatori esterni alla casa editrice (che adesso si alternano con artisti “di casa” per cui è un po’ come venire chiamati a giocare in nazionale). E che Bonelli rilevò una casa editrice come L’Isola Trovata, che pubblicava cose con un taglio decisamente differente dai suoi albi.

Ma in cosa consiste, di preciso, la “tradizione” bonelliana?

Tex in azione

Uno sarebbe portato a pensare che nasca, per questioni di anzianità, dalla formula di Tex. In realtà no. Tex è stato creato da Gian Luigi Bonelli, padre di Sergio, che al fumetto ci arrivò un po’ come ripiego dalla narrativa. Tex è un personaggio che si rifà in linea diretta alla tradizione del romanzo avventuroso, da Dumas (Tex e i suoi pard sono come D’Artagnan e i moschettieri) a Salgari (per il fascino delle ambientazioni esotiche). Ha le sue suggestioni che vengono da altri generi (maghi, morti viventi, alieni, improbabili eredi dei conquistadores, dinosauri – per ben due volte) ma è nel complesso una serie che ha lasciato un’eredità nella casa editrice che si ritrova in poche serie (Dampyr, per esempio, ha un che di texiano nella composizione della squadra dei protagonisti); anche perché è talmente irripetibile la personalità del suo creatore che persino chi è riuscito dopo di lui a scrivere un buon Tex ha comunque dato sfumature diverse alle storie. Tex è una roccia, spara sempre dritto e non ha mai avuto un dubbio che sia uno (al massimo sul modello di Colt più adatto a una determinata missione) – e sono da ritenere immaginarie eventuali storie in cui viene catturato al lazo, per esempio.
Il canone bonelliano che conosciamo oggi nasce invece dal secondo personaggio più longevo della casa editrice, Zagor, creato da Guido Nolitta nel 1961. Chi sia Nolitta è presto detto: è lo stesso Sergio Bonelli, che per evitare confusioni con il padre si scelse uno pseudonimo. In Zagor, il protagonista è affiancato da un personaggio radicalmente diverso da lui (Cico, un messicano pigro, truffaldino e ghiotto che funge da spalla comica; ma la regola generale è di avere un personaggio secondario caratterizzato in modo complementare a quello principale) e ha un carattere per alcuni versi ambiguo: difende gli indiani ma li inganna facendosi credere una specie di divinità (“Lo spirito con la scure”) e ha ucciso gli indiani che avevano assassinato suo padre, prima di scoprire che in realtà il padre era stato uno sterminatore di indiani che meritava la morte.

Una storia classica di Tiziano Sclavi

Molto più che Tex, Zagor è un vero calderone di generi diversi, in cui Nolitta ha versato tutte le suggestioni del cinema, dei fumetti, della letteratura, con cui è cresciuto e con cui veniva in contatto. E questo è un tratto che è rimasto forte nell’identità delle serie successive pubblicato da Bonelli, anche se non sempre con risultati positivi: pur da grande ammiratore della casa editrice, mi rendo conto che il suo limite maggiore è quello di non essere mai riuscita a dare vita a un immaginario inedito – come ha saputo fare uno Stan Lee, per esempio – preferendo invece nutrirsi di stimoli esterni rielaborati. In questo senso, Dylan Dog è l’erede più diretto di questa tradizione zagoriana, così come Martin Mystère. E che la formula di Zagor funzioni benissimo lo dimostra il fatto che dopo 50 anni il personaggio gode ancora di buona salute e si presta, per esempio, alle poderose contaminazioni con l’immaginario howardiano e lovecraftiano a cui lo sottopone Mauro Boselli (che è incidentalmente anche uno dei migliori autori all’opera oggi su Tex).
Come autore, Nolitta ha anche realizzato il primo fumetto della Bonelli ambientato non più nel west (a dire il vero Zagor sarebbe un “eastern”, ma il concetto è quello) ma “quasi” nel presente: Mister No. Ex pilota dell’esercito americano rifugiatosi a Manaus a fare il pilota di aerei turistici nei primi anni cinquanta, Jerry Drake è il primo vero anti-eroe bonelliano: uno che non va a cercarsi l’avventura ma uno a cui capita di venire tirato in mezzo e che cerca di uscire con la pelle intatta.

Il Piper di Mister No

Il primo numero, del 1975, inizia con una lunga sequenza (una trentina di pagine almeno) in cui si aggira per Manaus con il solo scopo di trovare una bottiglia di whisky decente visto che per il ritardo di un battello in città si trova solo della cachaça. Una scena che in Zagor era forse accettabile con Cico, ma che qui è la presentazione del protagonista della serie. Drake beve, prende botte dalla polizia, ha una fidanzata in ogni bar, ha come amico un ex soldato della Wermacht (che per sfottere chiama Esse-esse), spesso si trova contro a suoi connazionali e ai loro tentativi di arricchirsi calpestando la gente del posto. È un personaggio in cui Bonelli mette il suo amore per i viaggi e per un mondo che stava scomparendo, con echi di anti-imperialismo.
In pratica è come se Bonelli aprisse delle porte ai suoi autori, allargando lo spettro delle cose che potevano far fare ai loro personaggi. Ken Parker inizierà a portare più avanti e rendere più espliciti i discorsi politici, Martin Mystère è finalmente ambientato nel presente, Dylan Dog nel quinto numero mette in scena il legittimo massacro del consiglio d’amministrazione di un’azienda da parte del protagonista… (sia in Martin Mystère sia in Dylan Dog sono stati inseriti prima o poi degli espliciti riferimenti a Mister No; in particolare in Ananga Tiziano Sclavi scrisse il seguito di una sua storia per Mister No, inserendovi anche un cammeo di Martin Mystère).

Nei prossimi giorni, o forse già mentre scrivo queste righe, qualcuno romperà il coro di lodi per Sergio Bonelli e, non necessariamente senza tatto, parlerà anche dei suoi difetti come editore, della sua difficoltà a stare al passo con i tempi, dell’immobilismo, dei fallimenti, del buonismo. Per certi versi è anche giusto: le persone non sono cristalli perfetti, hanno anche i loro difetti.
Però siamo sempre tutti bravi a dare addosso, sminuire, trovare difetti.
Per una volta prendiamoci un po’ di tempo per celebrare una persona che ha diretto per cinquant’anni una delle più importanti industrie culturali di questo paese, i cui fumetti tutti prima o poi abbiamo letto e il cui formato, quelle 96 pagine “a quaderno”, è quello che associamo ai fumetti. Uno dei rari casi di leader di mercato che tratta economicamente i suoi dipendenti meglio della concorrenza.
Uno sceneggiatore che ha scritto migliaia di pagine a fumetti senza mai sognarsi di chiamare “romanzi” le sue storie per darsi un tono e che ha creato un personaggio che sta in edicola da quarant’anni.
Un gigante, uno di quelli che dopo che se ne vanno, una volta asciugate le lacrime, non si può che stare lì in silenzio a pensare “e ora?”

Di Sergio Bonelli ho un solo ricordo diretto.
Ero a Mantova Comics nel 2009, allo stand della Tunuè, una piccola casa editrice di Roma. Stavo comprando un libro e a un certo punto io e la ragazza che me lo stava vendendo ci siamo accorti che Bonelli era lì che guardava i loro volumi. Ricordo di aver pensato che fosse molto bello che alla sua età fosse ancora lì a girare per fiere e guardare quello che facevano le case editrici nuove. Ripensandoci ora, mi viene in mente una frase di Roland Barthes: “Ho avuto la fortuna di unire mestiere e passione, che secondo Stendhal equivale alla felicità”.
Ecco, credo che Bonelli sia stato un uomo felice, che ha reso il mondo un posto un po’ più divertente e piacevole per un bel po’ di gente, almeno a botte di mezz’ora per volta.
E di questo non posso che ringraziarlo.

(Se qualcuno volesse scrivere qualcosa per un ebook in memoria di Bonelli, è il benvenuto)

Bonus: il film turco su Zagor (rigorosamente pirata, nel senso che fatto senza avere i diritti sul personaggio)

 

7 commenti

Archiviato in fumetti, il cotone nell'ombelico

Note dall’invisbile

Secondo me il più bel Dylan Dog di sempre è il numero 19, “Memorie dall’invisibile”. Una storia cupissima e tristissima, in cui il sovrannaturale fa da elemento di contorno in modo molto sottile e poetico.

Ora che ho finalmente letto la sceneggiatura (a suo tempo pubblicata dal Centro Fumetto Andrea Pazienza, reperibile anche attraverso i consueti canali alternativi) mi rendo conto che gran parte della grande di Sclavi come sceneggiatore rimane probabilmente nascosta nelle sceneggiature passate ai disegnatori.
Descrivendo le vignette e i dialoghi, Sclavi non si limita a dare istruzioni, ma dialoga con il disegnatore, gli racconta la storia perché poi lui sappia ricreare al meglio con i disegni le atmosfere.
Basterebbe il meraviglioso incipit:

invisibile

Ma per tutte le tavole Sclavi continua a punzecchiare Casertano, in un modo o nell’altro:

Panoramica di New Scotland Yard. Hai documentazione? Io no, a parte una vignetta disegnata da Montanari & Grassani: sembra che ‘sta maledetta Scotland Yard, con la sua insegna-prisma-girevole, sia la cosa più difficile da trovare.

Copiare il quadro di Hopper allegato in fotocopia.

Tanto per cambiare, vignetta difficilissima, Ma il grande Casertano è, appunto, grande.

Siamo in piena “Love Story”. Ho fatto leggere queste due ultime tavole al direttore di “Confidenze” e mi ha assunto.

Trattieniti, Casertano: so che ti piacerebbe mostrare almeno Dylan nudo, ma trattieniti.

Bellissima campagna inglese. Inquadratura da Barry Lyndon. Particolare attenzione dev’essere prestata ai colori: tutte tinte pastello, mi raccomando.

Si baciano. E niente lingua in bocca, Casertano! Un bacio da “Confidenze”!

Bree è stesa a letto supina (e se Pina non vuole?).

A questo punto, ne voglio ancora. Spero che prima o poi qualcuno pubblichi, se non sceneggiature complete, almeno un’antologia dei migliori passaggi delle sceneggiature di quel gigante che è Tiziano Sclavi (sempre sia lodato).

8 commenti

Archiviato in fumetti