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Autodifesa – Aprile 2012

Anche la rubrica dei libri letti nel mese precedente arriva sempre più tardi. Tipo: con un mese di ritardo. Ma purtroppo questo è un mondo crudele in cui il lavoro ti costringe a sottrarre tempo prezioso alle cose importanti.
In più in mezzo c’è stato quel vampiro di energie fisiche e psichiche che è il Salone del libro di Torino (dove per qualche giorno vado a fare dei lavori veri: battere scontrini, contare soldi, mettere libri dentro scatole e scatole su pallet).

La prima volta che ho sentito parlare di Solomon Kane è stato su uno di quei librini che si trovavano allegati agli Speciali degli albi Bonelli, per la precisione il quinto della serie dell’Enciclopedia della Paura di Dylan Dog, dedicato alla letteratura horror (allegato a quel capolavoro che era La casa degli uomini perduti di Sclavi e Casertano).

Cliccando si legge meglio

Là, nella voce dedicata a Robert E. Howard si citava questo spadaccino del XVI secolo che muovendosi tra Europa e Africa affrontava mostri e demoni mosso da un’incrollabile fede in Dio. Non c’era nemmeno un’immagine e veramente la descrizione era poco più lunga di queste parole, ma lo stesso ricordo che pensai “wow, devono essere i racconti più belli del mondo”. Un paio di anni dopo, quando finalmente sono riuscito a mettere le mani su uno dei volumetti 100 pagine 1000 lire della benemerita Newton Compton, ho scoperto che Solomon Kane era davvero un personaggio straordinario come me l’ero immaginato e, anzi, forse di più. Continua a leggere

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I colombi dell’inferno, di Robert E. Howard

Illustrazione di Virgil Finlay per Weird Tales

Pigeons from hell è una storia horror uscita nel 1938 su “Weird Tales”, due anni dopo che Robert Ervin Howard si era ucciso sparandosi alla testa dopo aver saputo che la madre non sarebbe mai uscita dal coma. Aveva appena trent’anni e una dozzina d’anni di carriera letteraria alle spalle.
Oggi, in Italia, il nome di Howard è noto soprattutto per il suo personaggio più famoso, Conan di Cimmeria, ma two-gun Bob fu un autore spaventosamente prolifico, che toccò tutti i generi possibili del pulp letterario della sua epoca. La galleria dei suoi protagonisti comprende barbari, cowboy, pugili, marinai, crociati, avventurieri, spadaccini e spadaccine.
Come molti scrittori dell’epoca, Howard era in contatto epistolare con Howard Phillips Lovecraft. Ora, non è che posso stare qua a spiegarvi chi fosse Lovecraft, quindi in sintesi diciamo che HPL è stata una delle cose più eccitanti accadute al nostro immaginario e che anche se non conoscete i suoi lavori vivete in un mondo che ne è stato influenzato. Tra le altre cose, Lovecraft intratteneva una fitta corrispondenza con più o meno chiunque e Howard era uno dei suoi interlocutori più assidui, sulla base di una stima reciproca fortissima e di interessi simili.
In una lettera del 1930, REH scrisse a HPL delle storie che gli raccontava da bambino la vecchia cuoca di famiglia, che era stata schiava prima della guerra di Secessione, benché quasi completamente bianca (“about one sixteenth negro, I should say”). Nella lettera ci sono dei particolari straordinari, come gli schiavi che sono nei campi, sentono una ventata di aria calda e capiscono che la loro padrona è morta perché quando muore una persona malvagia le porte dell’inferno si spalancano per accoglierla ed esce l’aria rovente. E la vecchia padrona era una persona malvagia perché torturava e maltrattava le schiave dalla cui bellezza si sentiva minacciata. E poi c’è una storia tipica del folklore dei neri che parla di uomini che decidono di trascorrere la notte in una casa abbandonata e vengono svegliati da dei rumori provenienti dal piano di sopra, dove dimora qualcosa di orripilante che cambia a seconda delle versioni e che causa la fuga dei terrorizzati malcapitati.
Ecco, è da queste suggestioni che nasce Pigeons from hell, che Stephen King ha definito “una delle più riuscite storie dell’orrore del nostro secolo” e che è generalmente acclamata come una delle migliori storie di Howard. A ragione, perché nella prima parte ci sono un paio di momenti genuinamente spaventosi e la storia che Howard racconta tra le righe è davvero inquietante.
Mentre la leggevo mi domandavo “ma in italiano non è stata tradotta?”.
Sì. L’ultima edizione è in un libro del 1995 della Netwon Compton. Diciassette anni fa.

Un fotogramma della versione televisiva del 1961

Allora ho pensato che visto che di solito i lettori di fantastico in Italia si lamentano sempre perché questo e quello non viene tradotto e visto che avevo tempo e l’idea di affrontare da vicino la scrittura di Howard mi intrigava potevo provare a tradurlo io.
E l’ho fatto. Non sono un traduttore professionista, però mi sembra che il risultato sia accettabile.

Pigeons from hell – I colombi dell’inferno [epub]

Pigeons from hell – I colombi dell’inferno [mobi]

Pigeons from hell – I colombi dell’inferno [pdf]

Sia per quanto riguarda la traduzione sia per quanto riguarda gli aspetti tecnici dei file sono più che felice di ricevere critiche, suggerimenti, insulti ecc.

Ogni altra introduzione da parte mia è superflua, quando possiamo lasciare la parola a Boris Karloff:

Buona lettura.

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Un ebook per Sergio Bonelli

Immagine di Vittorio Tolu

Come promesso, ecco l’ebook collettivo su Sergio Bonelli, che oggi avrebbe compiuto 79 anni.
Si può comodamente scaricare in pdf, epub o mobi.
Grazie a chi ha condiviso i suoi ricordi e i suoi pensieri. E grazie anche a chi non ha partecipato ma ha diffuso l’appello.
Se per caso questi testi facessero venire voglia a chiunque di buttare giù qualcosa, si può sempre fare la seconda versione :-)

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By its cover

Lo so, sono in ritardo con il post dei libri di settembre. Non che abbia la mail intasata da lettori disperati che lo richiedono, certo, però non mi sembra bello metterci così tanto.
Per ingannare l’eventuale attesa, però, intanto sono riuscito a mettere insieme una cosa a cui pensavo da parecchio tempo…

Ho fatto un “piccolo” esperimento con la generazione di ebook, intanto che mi alleno per questo, ed è venuto fuori un libretto che si chiama “By its cover. Sei anni di letture”; ci sono dentro più 600 recensioni di libri comparse su Buoni Presagi tra il 2005 e il 2010. Da Dan Brown a Italo Calvino, da Alan Moore a Jean-Claude Izzo, con in mezzo almeno un autore che probabilmente non avete mai sentito nominare (e a volte non vi siete nemmeno persi nulla. (non so se faccio sempre quella faccia, quando leggo; ma lì stavo leggendo Saramago e non c’erano le figure, nemmeno quelle semplici tipo ” ” « » o – – e allora facevo un sacco di fatica).

“By its cover” si può scaricare come comodo pdf (che vi consiglio di non stampare perché sono 474 pagine), spumeggiante epub o sbarazzino mobi [se qualcuno l'ha già scaricato da Tumblr, questa versione è una 1.1, grazie all'aiuto di Abo. Eventuali paciughi restano colpa mia]

Qualsiasi consiglio su come migliorare la presentazione del tutto (in particolare dell’epub, che posso vedere solo su digital editions) sarà ovviamente ben accetto (qui o a buonipresagi su gmail).

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E venne il giorno: un ebook dedicato a Sergio Bonelli (call for papers)

La mailing list Ayaaaak vuole realizzare un ebook collettivo (da diffondere gratuitamente con licenza Creative Commons) dedicato a Sergio Bonelli.
Avete un ricordo su di lui, sui suoi albi, sui suoi personaggi?

Se sì e se se volete partecipare, inviate i vostri contributi (in un qualunque formato di testo, non in pdf e non nel corpo della mail) a buonipresagi[at]gmail[punto]com, indicando “BONELLI” nell’oggetto. Per favore, cercate di stare sotto i 5000 caratteri spazi compresi e indicate un titolo e il nome con cui volete firmare il vostro contributo. Inviate il testo nella forma più compiuta possibile: ci sarà ovviamente un lavoro di controllo e correzione dei refusi, ma partire da un testo curato è meglio per tutti. Chi volesse contribuire con un’illustrazione tenga presente che il formato del libro è un A5 verticale.

Siccome sarebbe bello riuscire a pubblicare tutto il 2 dicembre, data di nascita di Sergio Bonelli, la deadline per l’invio dei testi sono le 23:59 del 13 novembre 2011 (ma non siate timdi, se avete ritardato magari un posticino lo si trova anche senza aver prenotato)

Partecipate numerosi/e e, se volete, spargete la voce.

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Di ebook, copyleft e formati

È online da ieri un libro scritto da Wu Ming 2, “Il sentiero degli dei”, che parla del cammino tra Bologna e Firenze, la via degli dei, appunto.
Come da tradizione, il libro è disponibile gratuitamente per  il download, con questa avvertenza:

Download gratuito, come sempre. Se pensi che questo sforzo di apertura, questa politica di copyleft che portiamo avanti da tanti anni, meriti una ricompensa, un incoraggiamento, un feedback, un… “controdono” da parte tua, puoi usare PayPal per mandarci qualche scellino. Così, per la nostra bella faccia.

Stamattina, sul twitter di Wu Ming sono comparsi, inframezzati da altri, questi messaggi:

Secondo me il problema è leggermente mal posto e non tiene in considerazione il primo commento, dello stesso WM2, apparso nel blog che annunciava la messa online del libro:

Mi dicono i tecnici della materia che fare un ePub a partire dal PDF è cosa complicata e che sarebbe meglio avere un formato odt o rtf. La risposta è: lo avrete, ma dopo l’estate.
Centinaia di correzioni e modifiche sul testo noi le facciamo ancora a penna, sulle bozze cartacee, e poi le comunichiamo per e-mail o telefono alla casa editrice, che le mette direttamente nel file pronto per la stampa. Generare il file odt o rtf da questo file pronto per la stampa a quanto pare non è semplice e siccome in una casa editrice piccola come Ediciclo c’è sempre un sacco di lavoro per poche persone, bisogna aspettare che qualcuno trovi il tempo per farlo.
Ecco perché abbiamo messo on-line il PDF originale del libro (tagliando solo le illustrazioni e le foto, per motivi di peso) e non il file in solo testo, come sarebbe stato preferibile.

Il libro infatti è stato messo a disposizione  come PDF a fogli stesi (due pagine sulla stessa facciata orizzontale, come quando si fotocopiano i libri), file prodotto evidentemente dallo stesso impaginato usato per stampare il libro cartaceo, con numeri di pagina, titoletti e quand’altro.
Chi sono oggi le persone che possono essere disposte a pagare per un libro elettronico?
I possessori di e-reader. Non tutti, beninteso, ma se c’è qualcuno che è pronto a scucire degli scellini, con ogni probabilità è qualcuno che è già abituato a pagare per avere in cambio dei file.
Ma cosa se ne fa un possessore di e-reader di un PDF del genere?
Praticamente niente. A convertirlo in ePub viene una cosa particolarmente brutta, con formattazioni più o meno casuali. Leggerlo direttamente come PDF, a meno che non abbia uno schermo particolarmente grande, è un’operazione menosissima.
Io sarei ben contento di scucire anche qualche ghinea, ma, se non per un file ben formattato, quanto meno per uno che posso convertire senza grossi traumi.
Insomma, il punto è questo: nel 2011 un autore copyleft deve essere tecnologicamente alla pari dell’offerta dell’editoria digitale. Cory Doctorow (per citare il titano di queste cose) è Cory Doctorow anche perché i suoi libri, come per esempio Makers, sono a disposizione (in larga parte grazie ai lettori stessi, che però partono da formati gestibili) in più o meno qualsiasi formato esistente al mondo.
Non ho idea di come stia andando “senzablackjack“, l’area download dei libri dei Kai Zen, con offerta libera, però i loro due libri sono a disposizione in pdf, mobi ed ePub.
Potenzialmente una strada c’è, anche se siamo il paese in cui la gente scarica film registrati con la telecamerina al cinema tutta contenta di non aver pagato il biglietto, per gli autori copyleft; però passa attraverso gli early adopters di lettori di libri elettronici. E se non gli si va incontro, può diventare parecchio in salita.
(niente, volevo commentare la cosa su Twitter ma non ce l’avrei mai fatta)
Edit: come segnalato da WM1 nei commenti, qui tutta la discussione nata su twitter è riassunta in modo molto più articolato.

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Autodifesa – maggio 2011

Interrompiamo la sequenza di post su New York per la tradizionale rubrica dei libri del mese.
More about The Island at the Center of the WorldLa interrompiamo ma in realtà, zac!, iniziamo subito con un libro su New York, o meglio su Neuwe Amsterdam. The Island at the Center of the World di Russell Shorto (Vintage) è infatti, come da sottotitolo, l’epica storia della Manhattan olandese e della colonia dimenticata che ha modellato i futuri Stati Uniti d’America. Gli studi sulla colonizzazione olandese dell’isola di Manhattan sono una relativa novità nella storiografia statunitense e si basano in larghissima parte sul lavoro che sta vendendo fatto attorno ai documenti superstiti conservati a New York. Un lavoro complicato dal fatto che la lingua olandese  e la calligrafia del XVII secolo sono particolarmente difficili da decifrare, che sta venendo portato avanti da un ristrettissimo pugno di studiosi. Shorto, giornalista del New York Times, ha avuto il merito di presentare i risultati di questo lavoro di ricerca in una forma piacevolmente divulgativa, una narrazione storiografica che si legge più che “come un romanzo” come un reportage dalle strade della Lower Manhattan del primo Seicento. La tesi sostenuta dal libro è interessante perché colloca l’inizio della storia degli Stati Uniti nel panorama della storia europea coeva, facendo per certi versi saltare l’europeocentrica concezione degli USA come “paese senza storia”. Per Shorto, infatti, lo spirito che animava la colonia, un porto strategico nella rotta tra Sud America, Nord America ed Europa, era lo stesso della madrepatria, improntato a un clima di tolleranza che favoriva l’insediamento di persone dalle provenienze più disparate. La New York di oggi, multietnica, in cui magari il mercoledì delle ceneri ti arriva in ufficio il collega con la croce in fronte o (come ho visto) a una certa il tizio degli hot dog si inginocchia verso La Mecca e si mette a pregare, dove a Brooklyn sbagli strada e ti trovi in un ghetto ebraico di fine Ottocento, sarebbe così la diretta discendente dello spirito della tolleranza dell’Olanda seicentesca; e sarebbe proprio da New York (che nel 1664 cade nelle mani degli inglesi che la ribattezzano così) che questo spirito di fusione e mescolanza si è propagato nella futura Unione.
Ovviamente non è che fosse tutto rose e fiori e che c’erano gli olandesi buoni e gli inglesi puritani malvagi pronti a sterminare gli indiani: Shorto racconta anche di attacchi condotti nei confronti degli indiani, oltre che della famigerata trattativa per l’acquisto dell’isola di Manhattan (uno scatolone pieno di cianfrusaglie del valore di 24 dollari circa; ovviamente, gli indiani che non avevano il concetto del possesso della terra pensavano che si trattasse di una sorta di usufrutto temporaneo). Senza contare il fatto che la colonia era un caposaldo del mercato degli schiavi (per quanto accogliesse anche schiavi liberati). I protagonisti degli eventi storici escono da un certo macchiettismo in cui erano stati rilegati dalla vulgata popolare, in particolare Peter Stuyvesant, ultimo governatore della colonia, il cui nome ricorre ancora oggi nella toponomastica della città.
È un libro scorrevole ma documentatissimo, che propone una visione nuova (almeno per un pubblico non specializzato) delle origini degli USA, meno centrata sull’apporto anglosassone e più incentrata sul multiculturalismo. Letto prima di una visita a New York, poi, permette di orientarsi un pochino sulla storia più antica della città, dà conto dell’origine di alcuni toponimi (Broadway ricalca in parte il tracciato del più antico sentiero indiano che attraversava l’isola, il muro di Wall Strett era quello della palizzata eretta a difesa della colonia, che occupava la punta sud di Manhattan, e via discorrendo) e ti permette di scocciare chi viaggia con te con discorsi che iniziano con “perché, devi sapere che gli olandesi…”
(non mi risulta una traduzione italiana, sorry)

Un’altra mia fissa nel campo “l’America che non ti aspetti” è Michael Muhammad Knight, l’autore di The Taqwacores, il romanzo che ha dato davvero il via alla nascita di una scena punk musulmana in America, da cui è venuto fuori un gruppo parecchio interessante, i Kominas.

More about Il diavolo dagli occhi bluKnight è un bianco (di origini irlandesi da parte di madre) convertitosi all’Islam dopo aver letto l’autobiografia di Malcolm X e, in quanto tale, è una specie di rarità nel panorama degli islamici americani, che tolti quelli originari di paesi musulmani sono per lo più neri. Da questo viene il titolo del libro “Il diavolo dagli occhi blu” (Newton Compton), che racconta due mesi trascorsi on the road per gli Stati Uniti dall’autore per incontrare personaggi di spicco dell’Islam americano. La parte più allucinante e interessante è quella dedicata a Wallace Fard Muhammad e alla Nation of Islam, il movimento da lui fondato che sostiene che la razza nera è l’unica creata da Allah e che i bianchi sono frutto dell’esperimento del malvagio Jacub (se ne parla anche in New Thing di Wu Ming 1). Il tutto condito da un bel po’ di ufologia e dalla convinzione da parte di Fard di essere l’incarnazione terrena di Allah. Per inciso, Fard non si sa che fine abbia fatto; la versione della NOI è che abbia fatto ritorno all’Astronave Madre e il viaggio di Knight si svolge proprio sulle sue tracce. Tra l’altro, anche Malcolm X è stato per diverso tempo membro del movimento, prima di diventare sunnita.
Durante tutto il percorso, però, Knight porta alla luce realtà interessanti, tra donne che conducono la preghiera e associazioni di musulmani filo-bushiani. L’ultimo capitolo è dedicato all’incontro in carcere con il nipote di Malcolm X, rinchiuso per furto. Instabile mentalmente, a 12 anno il ragazzo aveva dato fuoco alla casa dove viveva con la nonna, Betty Shabazz, uccidendola.
A me Knight piace molto, per come scrive, per quello che racconta e per la visione della sua religione che propone. È un personaggio da tenere d’occhio, una voce a cui prestare attenzione (e su ibs te lo regalano, in pratica, questo libro).

More about PostmortemSe c’è una cosa che mi ha colpito molto in “Postmortem“, il primo libro di Patricia Cornwell (Mondadori) è quando la protagonista Kay Scarpetta, italoamericana, si mette a cucinare delle cose più o meno alla portata di un qualunque italiano medio e l’autrice riesce a presentarti le sue azioni come se stesse preparando un pranzo di diciotto ricercatissime portate. Letto oggi, questo romanzo è semplicemente un solido prodotto di intrattenimento che rispetta con grande attenzione tutte le norme da scuola di scrittura creativa: la scansione degli eventi, la costruzione della suspence, i personaggi, sono tutti al posto giusto. Se si cerca di mettersi nell’ottica del suo anno di uscita, il 1990, è chiaro che si trattasse di un libro innovativo, che metteva al centro della scena aspetti sia di tecnica forense sia informatici che difficilmente facevano parte del bagaglio culturale del lettore medio dell’epoca. E non mi stupisce che la formula e il personaggio abbiano permesso all’autrice di dare vita a una serie di romanzi di successo. È anche questo, in qualche modo, molto americano: scrivi di ciò che sai, metti giù le cose nel giusto ordine e in modo chiaro e se sono rose fioriranno. È un po’ l’American Dream applicato alla narrativa seriale.
Certo, se poi si pensa che una delle sue colpe maggiori è stata l’aver portato in qualche modo alla nascita della serie a fumetti Julia, viene voglia di tornare indietro nel tempo e fermare la Cornwell prima che sia troppo tardi. Però d’altra parte ha portato anche a Bilico di Paola Barbato e allora si può anche perdonare :-)

More about Il festival dei fantasmiIl festival dei fantasmi” di Rhys Huges è, credo, il primo titolo di 40k che recensisco. 40k è una casa editrice che pubblica solo in formato digitale testi di dimensioni molto contenute, di narrativa come di saggistica. Più precisamente, questo è un racconto di media lunghezza; non so se dovrei infilarlo qui in mezzo, ma siccome in formato cartaceo credo di avere letto cose della stessa lunghezza pubblicate in volume singolo, non vedo perché no.
A ogni modo, la prima cosa a cui ho pensato al termine della lettura di questa breve storia ambientata in un festival musicale è stata quanto sia forte l’impronta di Lovecraft e della sua concezione del mondo nella narrativa fantastica. Huges costruisce la sua storia, tutta attraversata dall’amore per la musica, con i giusti ritmi e piazza una bella botta di orrore cosmico al culmine della tensione narrativa. Di più è impossibile dire senza sfociare nello spoiler più selvaggio, però la rivelazione è un bel colpo.
Non so se sia mai uscito in edizione cartacea in italiano; l’epub (senza DRM) è disponibile anche in inglese. Comunque questo Huges mi sembra uno da tenere d’occhio.

More about MalastagioneMalastagione” (Mondadori) è il primo romanzo della serie di romanzi gialli di Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini a essere ambientato ai giorni nostri, sempre nel paese di Casedisopra, nell’Appennino tosco-emiliano. E benché sia facilmente leggibile anche da chi non hai letto i suoi predecessori, è il lettore fedele che trova la maggior soddisfazione nel libro, visto che ormai sono una sessantina gli anni di vita di questo spicchio di Italia immaginaria che i due autori hanno raccontato e i riferimenti al passato rievocano i libri precedenti, le loro storie, i loro personaggi. Si deve purtroppo rispettare il luogo comune: il libro migliore, come intreccio, resta il primo. L’amore con cui sono descritti i luoghi, a cui si aggiunge la profonda vena di malinconia per la loro trasformazione, tra seconde case e asfalto (e da Casedisopra non sembra essere stata fatta passare la TAV Bologna-Firenze) è sempre mozzafiato e restituisce sulla pagina tutto il fascino, gli odori e i colori di quei posti. Però la storia investigativa potrebbe essere migliore. L’idea di usare come investigatore una figura inedita, cioè un agente della Guardia Forestale, è buona e i due autori sembrano trovarsi a loro agio anche quando si tratta di descrivere fenomeni come le comunità di Elfi che si possono incontrare da quelle parti.
Comunque vorrei che tu quelli convinti che gli ebook abbiano una scarsa leggibilità dessero un’occhiata a come cavolo è stampato male questo libro.

More about Cani da rapinaÈ una storia vecchia come il mondo che difficilmente ci stancheremo di sentirci raccontare, fino a che ce la raccontano bene: un gruppo di criminali di mezza tacca ha per le mani un affare che può cambiare la loro vita, ma in un modo o nell’altro va tutto a puttane. Luca Moretti ambienta questa storia nella Roma delle borgate di oggi, in “Cani da rapina” (Purple Press). Non è anticipare troppo della storia dire che un pacco di cocaina trovato fortuitamente farà prima la fortuna e poi segnerà la fine di alcuni piccoli spacciatori della periferia romana, come se fosse uno spin-off di Romanzo Criminale ai giorni nostri (e in un certo senso lo è, perché il “pezzo grosso” della storia è un reduce della Magliana). La storia ci mette un po’ a partire davvero e all’inizio sembra un po’ perdersi in una lunga serie di descrizioni di ambienti e personaggi, che alternano un linguaggio che cerca di rendere la parlata dei borgatari e una lingua più letteraria, poi quando il meccanismo della tragedia mette in moto i suoi ingranaggi si va avanti più speditamente. Trovo un po’ superfluo e compiaciuto il glossarietto finale sulle droghe, anche se alcune informazioni sul tema contenute nella storia sono interessanti: per esempio, in Italia non ha mai preso piede il mercato del crack perché pare che i consumatori trovino molto più rapido e pratico farselo da soli partendo dalla cocaina.
Alla fine mi immaginavo (complice una quarta un po’ truffaldina in questo senso) qualcosa di più diretto e con meno implicazioni, una storia criminale senza troppi fronzoli; invece ho trovato che le aspirazioni di fare qualcosa di più “alto” non siamo completamente realizzate e quindi il tutto resta un po’ sospeso.

That’s all, folks.

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Autodifesa – gennaio 2011

Alla fine, come dicevo, ho riflettuto sulla formula di questi resoconti di libri letti; e mi sono reso conto che quello che non mi piaceva più era la presentazione a elenco. I post sui libri del mese erano nati come pubblicazione di un file che avevo iniziato a tenere per me in forma schematica con brevi note. Poi da quando ho iniziato a usare aNobii tenere un elenco del genere è diventato piuttosto superfluo.
Così, ho deciso di impostare questi post in forma molto più discorsiva. Un po’ come la rubrica di Nick Hornby che viene tradotta da Internazionale. O un po’ come un post vero e proprio. Vediamo se funziona meglio.
N.B la grandezza delle copertine non è proporzionale al giudizio sul libro! È solo che alcune aNobii le ha o minuscole o gigantesche.

Gennaio mese potteriano.
More about Harry Potter and the Goblet of FireMore about Harry Potter and the Order of the PhoenixHo iniziato l’anno finendo la lettura di Harry Potter and the Goblet of Fire e già che c’ero, galvanizzatissimo, mi sono sparato al volo anche The Order of the Phoenix (per entrambi, l’autrice è J.K. Rowling e l’edizione quella in paperback della Bloomsbury con le copertine “adult”, che comunque non contengono Emma Watson nuda). Goblet of Fire (quarto della serie) è un vero punto di svolta: riprende il tono più cupo del libro precedente, amplificandolo. Inoltre, il raddoppio delle pagine corrisponde a un aumento ben più significativo della complessità della trama. Per la prima volta si capisce chiaro e tondo che il centro della storia non sono tanto (o non solo) le vicende dell’eroe eponimo bensì il gigantesco e incombente regolamento di conti tra maghi di trentaseiesimo livello. Ho accolto con un grosso grosso grosso sospiro di sollievo la forte riduzione del consueto scenario iniziale con Harry vessato dagli zii e dal cugino, la cui quarta ripetizione sarebbe stata davvero troppo. Alla fine ero così entusiasta del finale che sono partito appena possibile con The Order of the Phoenix, che non solo si mantiene sugli stessi livelli e toni, ma aggiunge anche una venatura politica al tutto che difficilmente mi sarei aspettato in un romanzo “per ragazzi”. Il tentativo del Ministero della Magia di prendere possesso di Hogwarts, la scuola di magia, minandone gli insegnamenti e rendendola di fatto inutile è supportato da una campagna stampa che sfrutta manipolazione dei fatti e gossip per screditare gli avversari. Inoltre, la Rowling introduce un cattivo, la Umbridge, che fa infinitamente più paura del tanto temuto Voldemort: una grigia e minuta funzionaria statale, che porta avanti il compito che le è stato assegnato con stolidezza e pacata ferocia. E che infligge agli studenti una punizione che riecheggia un famoso racconto di Kafka. Sempre senza alzare la voce. The british way to evil. Inoltre, tutta la parte sui primi turbamenti amorosi del dinamico trio è gestita bene, senza diventare mai invadente o stucchevole (così come, anche nel libro precedente, il tentativo da parte di Hermione di far assumere coscienza di classe agli elfi domestici, che invece sono ben felici di essere sfruttati). Ora ho i due libri finali che mi attendono. E credo che non ci vorrà molto prima di finirli.

More about Altri libertiniCi sono libri e autori attorno ai quali ronzi per anni, prima di deciderti. Di Pier Vittorio Tondelli ho letto, pescando qua e là secondo quello che mi sembrava interessante al momento, Un weekend post-moderno, robusta collezione di articoli sugli anni ’80, ma non ho mai letto la narrativa. Quindi ho cominciato dall’inizio, da Altri libertini (Feltrinelli), che è la raccolta di racconti con cui esordì. Trent’anni dopo, è difficile riuscire a immaginare lo scandalo che questi scritti causarono per il loro contenuto esplicito: Tondelli scrive di sesso in modo vitale, gioioso, famelico, disinibito. Ma non in modo gratuito: gli serve per definire i suoi personaggi, la loro fame di vita, di amore. E la scrittura va dietro a questo impeto: sembra sempre di rincorrere i personaggi, viene quasi il fiatone a stare dietro alle loro vite che macinano amori, città e avventure nel giro di poche pagine. È un’intensità che colpisce, rara da trovare.
More about Il tascapaneI “tondelliani”, aspiranti scrittori timidi e con il maglioncino, compaiono in uno dei racconti di Gianluca Morozzi che compongono Il tascapane (edito in ebook da Quintadicopertina). Quintadicopertina è una casa editrice digitale (come 40k e la neonatissima Sugaman), che pubblica cioè i propri testi solo in formato digitale. La sua peculiarità rispetto ad altre realtà simili è quella di avere pensato a un “abbonamento” a un autore (al momento sono due: Morozzi e Francesca Genti): per 12 euro si ricevono nel corso di un anno quattro “libri” che contengono materiali a completa discrezione dell’autore. Un’idea interessante a cui, visto che Morozzi mi piace, mi è sembrato interessante aderire, ricevendo per ora questa prima uscita che contiene una manciata di racconti e i primi capitoli di un romanzo ancora inedito. Tutto interessante: divertente il primo racconto, quello in cui si citano i “tondelliani”, che racconta le esperienze autobiografiche ai concorsi letterari.
More about Editoria digitaleE già che parliamo di ebook, ho letto Editoria digitale di Letizia Sechi (Apogeo, disponibile gratuitamente online), che è un’introduzione, pensata per gli addetti ai lavori, su formati, tecniche, supporti e problematiche del mondo del libro digitale. È spiegato bene, è tecnico il giusto e affronta il problema della ridefinizione del flusso di lavoro all’interno di una casa editrice, che è tutt’altro che secondario.
More about ContentSempre di Apogeo, sempre disponibile online e citato in alcuni passi dalla Sechi è Content di Cory Doctorow, che raccoglie alcuni articoli della sterminata produzione dell’autore americano sui temi del copyright, dell’editoria digitale e della creatività. Qui ho poco da dire, se non cose ottime. Doctorow mi sembra una delle teste pensanti a cui stare dietro in questi tempi e mi ritrovo pienamente su molte delle sue posizioni. In più, come già ho trovato nei suoi romanzi, il suo entusiasmo per il vivere “nel futuro” è palpabile e contagioso. Fosse per me, testi come questi sarebbero letture obbligatorie per tutti.

That’s all folks, la prima uscita è andata.
Qualunque parere è ben accetto!

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Breaking the law, breaking the law (AW AW)

Ieri sera ho commesso un reato. Ho violato le condizioni d’uso di un bene che ho acquistato; ma se non avessi potuto commettere questo reato, non avrei mai acquistato quel bene. Quindi, paradossalmente, l’unico modo che avevo per potere fruire di quel bene (creando un profitto al venditore) era quello di commettere un reato.

Confusi?
Beh, fareste bene a esserlo, perché è così che ci si sente tutte le volte che ci si approccia al meraviglioso e delirante mondo degli ebook (noto anche come “perché spendo meno a farmi spedire un pacco di carta dall’Inghilterra che a far trasferire dei byte dal server di Amazon al mio computer?”).
Succede questo.
Io ho un Kindle di Amazon, che è il mio gadget elettronico preferito di sempre (più dell’iPhone? No, l’iPhone non conta; l’iPhone non è più un gadget tecnologico, è un impianto cibernetico, ormai) perché è un raro esempio contemporaneo di oggetto elettronico che ha una sola funzione e che la svolge nel migliore dei modi possibili. Il Kindle, nonostante i suoi molti pregi (tra cui quello di permetterti di acquistare ebook da Amazon grazie alla connessione gratuita 3G incorporata) ha un difetto abbastanza noioso: non legge il formato .epub, che è invece lo standard che sta prendendo piede per i libri digitali. Il perché è presto detto: Amazon vuole che tu compri i libri per Kindle solo da loro, nel loro formato proprietario. Se vuoi leggere un file .epub sul Kindle, devi prima convertirlo con qualche programma come Calibre. E fin qui è solo una scocciatura e niente più. Purtroppo, però, la maggior parte degli ebook che si trovano oggi in vendita in italiano (perché leggere in inglese è bello, ma a volte vuoi anche leggere nella tua lingua madre che è un po’ meno faticoso) sono file .epub protetti con il sistema di DRM (digital rights management) di Adobe, che richiede di installare sul computer un farraginoso programma chiamato Digital Editions per poter acquistare il file e di avere un lettore (come i Sony, per esempio) compatibile con questa protezione per poter leggere il libro. Soprattutto, questa protezione consente di leggere il libro solo su computer o lettori registrati per lo stesso account, fino a un massimo di sei, impedisce la conversione da un formato all’altro (specularmente, avrei lo stesso problema se avessi un lettore Sony o Bookeen e volessi leggere un ebook comprato da Amazon: dovrei convertire il formato di Amazon in .epub).
In pratica, è come se le librerie vendessero libri che… che… che… no, scusate. È una cosa così intimamente digitale che non si possono fare paragoni con i libri cartacei (e infatti la UE tassa gli ebook al 20%, come il software). Ed è una cosa terribilmente stupida anche dal punto di vista dell’editore. In pratica, per paura che chi compra il libro ne diffonda copie illegali, si rende l’acquisto del libro più difficoltoso (devo scaricare il programma di Adobe e crearmi un account, la prima volta; tutte le altre devo comunque aprire Digital Editions per scaricare il file) e se ne limita la fruizione. In parole povere, il potenziale acquirente viene scoraggiato ad acquistare.
Ora. Io vengo da Genova, un posto dove se entri in un negozio il proprietario lo prende come un dispetto; ma lo stesso questa cosa mi sembra assurda. Le case editrici trattano i potenziali acquirenti di ebook come se fossero una comitiva di 13enni che vuole noleggiare un pedalò: ti fanno talmente tante storie che alla fine ti fanno passare la voglia.
Ieri però volevo prendere un libro che mi interessava. Il cartaceo è un mattonazzo che non mi andava di dovermi portare avanti e indietro in treno. Ho visto che c’era l’epub, protetto, e l’ho comprato, tirandomi dietro Adobe Digital Editions. Poi ho scaricato uno script per MacOs (disponibile anche come plug-in multipiattaforma per Calibre) e nel giro di un paio di secondi avevo il mio file sprotetto pronto alla conversione. Ora è al sicuro sul mio Kindle, pronto per essere letto.
Io, per dare dei soldi alla casa editrice, ho dovuto violare le condizioni d’uso. Se non lo avessi fatto, la casa editrice avrebbe perso un acquisto (potrei tranquillamente scaricarlo da un p2p, no?). E mi è venuta voglia di imbarcarmi nella menata di installare Adobe Digital Editions e registrarmi sul sito Adobe solo perché avevo un buono promozionale di laFeltrinelli.it da spendere e un po’ di tempo da perdere per provare il giochetto della sprotezione.
I sistemi di protezione DRM non servono a niente; sono aggirabili da chiunque abbia un minimo di conoscenze tecniche o venti secondi da spendere su Google per trovare la soluzione e non fanno altro che intralciare chi ha comprato il libro.
Cosa dovrebbe avere insegnato la vicenda dell’industria musicale all’editoria? Che la pirateria è attraente non solo perché è gratis, ma perché è più rapida, comoda e offre maggior scelta. Tutti i sistemi anticopia adottati sui cd (tipo quello delirante per cui se mettevi un cd nel computer partiva un lettore musicale autonomo attraverso il quale sentire i brani; diversi lettori cd audio non riuscivano a leggere i cd protetti così e inoltre, beffa delle beffe, bastava tirare una riga con un pennarello indelebile sul settore del cd contenente i dati per bypassare questa protezione) sono stati in un modo o nell’altro craccati. iTunes ha rimosso i DRM dai suoi file, permettendo agli acquirenti di convertirli in mp3 liberamente: ha venduto 4 miliardi di canzoni in un anno, dopo questa scelta.
Gli editori (e i rivenditori come Amazon) di libri, invece, sembrano amare tantissimo l’idea della protezione rigidissima dei loro file. Fanno eccezione quegli editori che hanno scelto di adottare il sistema del “social DRM“, vale a dire un semplice watermark che identifica l’acquirente del file ma non gli impedisce di fare alcunchè: l’ebook può essere convertito e copiato liberamente ovunque. Ovviamente, essendoci un watermark con il tuo identificativo, se lo vuoi mettere in p2p ti conviene o ripensarci o trovare un modo per levarlo.

Comunque, signor edizioni Nord, ieri le ho dato 10 euro (che anche qui, parliamone: mi sa che spendevo meno a comprare il tascabile. Va bene che non ho voglia di portarmi in giro un mattone di alberi morti e che avevo un buono, ma se ordinavo il tascabile da ibs o amazon mi costava meno. È possibile?). Per potere usufruire di quello che ho comprato, ho commesso un’irregolarità. Ho violato il nostro patto.
Ma, mi dica: preferisce così o avrebbe preferito che mi fossi messo a cercare su Emule se qualcuno aveva messo in condivisione il file sprotetto?
Si rende  conto (lei per dire tutti i suoi colleghi) che tutto questo è ridicolo e deve finire al più presto?

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Smells like a teen Kindle

Vorreste gettarvi nelle gioie degli ebook, ma avete paura che vi mancherà troppo “l’odore della carta“?
Niente paura.
La più avanzata scienza ingegneristica ha oggi prodotto la soluzione definitiva alla freddezza e all’asetticità degli attuali lettori di ebook. E oggi siamo qui per portare a voi i frutti di mesi e mesi di ricerche.

Tutto quello di cui avrete bisogno è:

  1. un lettore ebook;
  2. nastro adesivo (o, se siete temerari, abbondante colla vinilica);
  3. uno o più fogli stampati.

Girate sul dorso il vostro lettore di ebook e realizzate con il nastro adesivo quattro anellini che applicherete grossomodo negli angoli dell’oggetto; nel caso del Kindle potreste volere lasciare libere le piccole casse sul retro. O anche no. Come preferite.

Ora prendete il vostro foglio stampato e piegatelo (o tagliatelo) in modo tale che i suoi angoli possano combaciare con gli anellini adesivi che avrete precedentemente preparato.

Premete bene ed ecco fatto! Ora potrete impugnare il vostro lettore di ebook e, come per magia, le vostre dita sentiranno sotto di sé la trama della carta, come se quello nelle vostri mani fosse un vero e proprio libro!

Ma non solo! Nei momenti in cui vorrete sentire l’odore della carta, non dovete fare altro che voltare l’oggetto e avvicinare le vostre narici al foglio! Soddisfazione garantita al 100%!

Ovviamente, questa è una dimostrazione elementare, alla quale è possibile aggiungere dettagli a piacimento: noi abbiamo usato un foglio stampato a getto di inchiostro, ma nulla vi vieta di utilizzare pagine da qualche vecchio libro o di versare qualche goccia di colla vinilica sul foglio prima di ripiegarlo, per una più soddisfacente sensazione olfattiva, o di utilizzare carte fatte a mano o quello che preferite.
L’unico limite è la fantasia, mandateci le vostre creazioni e stupiteci!

(UPDATE: in realtà non invento niente, c’era un precedente. La mia versione però è rimovibile)

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