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I libri di Ottobre

Giro breve, con i libri del mese. Ottobre mese brizziano, per combinazione. Evidenziato, il libro più consigliato.

Grunts – Mary Gentle (Reprint)
Visto da fuori, e per le prime cinquanta pagine o giù di lì, questo è un romanzo fantasy come troppi. Ci sono il Bene e il Male che stanno per darsele nella battaglia finale, ci sono degli orchetti (lo so che “orc” tradotto con “orchetti” fa storcere il naso a molti; ma dico “orchetto” dal 1989 e non ho intenzione di smettere, anche perché rende meglio il concetto di carne da cannone) al soldo di un negromante. Poi però compaiono degli hobbit (pardon, halfling) che sono un po’ “edgy” di Merry e Pipino. E poi gli orchetti trovano nel tesoro di un drago un carico di armi. Armi moderne. M16, tipo. E iniziano a comportarsi come dei marines. Da lì in poi il romanzo parte su binari tutti suoi, come una storia sul Vietnam ma ambientata nella Terra di Mezzo. Fino a che non si arriva a una specie di remake di Starship Troopers vs Aliens vs il Kraken. E poi… vabbeh, raccontare tutto non è bello. La Gentle butta nel calderone un sacco di idee e si diverte un sacco a prendere a schiaffi gli stereotipi del fantasy. Purtroppo non tutto scorre bene come potrebbe e si fa un po’ a fatica qua e là, quindi invece che essere un capolavoro assoluto come potrebbe è “solo” una lettura divertente, apatto che si abbiano presente i luoghi comuni che vengono sbeffeggiati (è un po’ come Pratchett, per intenderci).

La nostra guerra – Enrico Brizzi (Baldini & Castoldi Dalai)
Il romanzo precedente di Brizzi era ambientato in un mondo in cui l’Italia non era entrata in guerra a fianco della Germania nella II guerra mondiale e grazie a questo il fascismo non era mai caduto, le colonie africane non erano andate perdute e Mussolini moriva all’inizio degli anni ’60. Questo è il prequel di quel romanzo, che racconta il passaggio dall’infanzia all’adolescenza del protagonista, sullo sfondo delle vicende della guerra e delle sue conseguenze sulla vita quotidiana. L’ipotesi ucronica e le sue conseguenze sono trattate con cura e con gusto per il ribaltamento dei fatti storici, per cui l’Italia sarà comunque invasa dall’esercito nazista e ci saranno bande partigiane fasciste a difendere il territorio e lottare contro l’occupazione. Ovviamente, visto l’argomento trattato, si cammina su un terreno viscidissimo, ma Brizzi riesce a stare ben lontano da qualunque rischio di apologia del fascismo, dei suoi uomini e dei suoi metodi, dando solo a Mussolini quel pizzico di sale in zucca in più necessario a non entrare in guerra di fianco alla Germania. Per certi versi, non esagera nemmeno nella demonizzazione: i suoi fascisti sono per la maggior parte opportunisti che hanno indossato la casacca giusta al momento giusto. C’è anche da dire che immaginare un fascismo non complice del nazismo nello sterminio degli ebrei o nelle rappresaglie contro la stessa popolazione civile depotenzia in parte il male; anche se ovviamente resta la brutalità e il razzismo rivolto agli africani, sudditi “imperiali”. Comunque, tutto (a parte i dietro le quinte con gli incontri, leggermente caricaturali, tra i capi di stato e i gerarchi nazisti) è visto attraverso gli occhi di un tredicenne cresciuto nel fascismo e figlio di un fascista della prima ora, quindi anche incapace di rendersi esattamente conto, per mancanza di modelli alternativi, della natura del regime in cui vive. Con un notevole controllo sulla scrittura, Brizzi riesce a compiere un’operazione mimetica notevole e, se ci si distrae un attimo, sembra davvero di leggere un romanzo dell’epoca. È parecchio lungo, ma a differenza del romanzo precedente, c’è meno l’effetto “catalogo”, e la lunghezza è dettata dalla necessità di raccontare compiutamente gli eventi e definire gli archi narrativi dei personaggi. Un romanzo davvero “maturo”, gestito benissimo e che si divora con grande piacere.

La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio – Enrico Brizzi (Laterza)
Seguito più o meno ideale di un libro dal titolo simile dedicato più specificatamente a Bologna, questo reportage narrativo copre gli anni “berlusconiani”, partendo dalla nascita delle tv private e arrivando all’altroieri, un attimo prima di Ruby. In mezzo ci sono anche alcuni articoli già apparsi su riviste (e poi sul sito di Brizzi), che trattano principalmente delle esperienze televisive dell’autore. Il racconto procede fluido e attraversa in un lampo quasi trent’anni; come ripasso è gradevole, ma non è niente di fondamentale (ovviamente imparagonabile al librone di Deaglio Patria 1978-2008, che ha tutt’altra portata e tutt’altri scopi)

Incandescence – Greg Egan (Urania Mondadori)
È science-fiction che è davvero scientifica. Gran parte del romanzo si incentra sui tentativi degli appartenenti a una razza di creature aracnidi di scoprire le leggi della gravitazione della “Scheggia” di roccia sulla quale vivono, e viene raccontato con una certa dovizia di particolari tutto il processo di “trial and error” della ricerca scientifica. Ho fatto parecchia fatica a leggerlo, ma non mi azzarderei a dire che sia brutto in assoluto: lo sforzo fatto da Egan per costruire una geometria alternativa credibile merita totale rispetto e sono convinto che una persona più interessata di me alle questioni scientifiche trovi il romanzo straordinario. Ma, capitemi, sono ancora qui che mi bullo di non essere mai stati interrogato in fisica nell’ultimo anno di liceo scientifico. Per farvi un’idea, qui potete simulare uno degli esperimenti sulla gravitazione descritti nel libro.

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I libri dell’estate – parte terza (e ultima)

Ok, ora sono in pari. Evidenziato il Gran Figo.

Italiani brava gente – Angelo Del Boca (Neri Pozza)
La storia del nostro Paese è sempre un argomento interessante, per il semplice fatto che alla stragrande maggioranza è sostanzialmente ignota in molte sue parti. Per esempio quelle relative alle nostre imprese belliche non propriamente eroiche. Del Boca stila un catalogo di alcuni dei crimini di guerra compiuti dall’unificazione in poi, partendo con la guerra al brigantaggio (che fu di fatto una specie di guerra civile) e arrivando alle imprese coloniali in Africa e alla seconda guerra mondiale. Un utile appunto per ricordarsi pagine poco note della nostra storia.

La melancolia del corpo – Shirley Jackson (Minimum Fax)
Racconti inquietanti e surreali, in cui l’autrice smonta la realtà e la ricostruisce, dotandola di nuova coerenza, in mondi che tanto più sono simili a quello reale tanto più sono inquietanti per i dettagli che li differenziano.

Il sogno di Naarom – Marco Redaelli (Edicolors)
È il romanzo di esordio, uscito per una piccola casa genovese, di un ragazzo di 18 anni. L’ho letto perché me l’ha mandato un amico che ci lavora. Cosa c’è di buono? Che riesce a gestirsi una storia piuttosto lunga – anche se qualche sforbiciata si poteva dare – e che si è premurato di ambientarla in un mondo che sembra il Giappone che si vede nei manga e negli anime di ambientazione scolastica. E c’è anche un personaggio davvero riuscito (il ratto parlante). Di male c’è che la scrittura ha dei frequenti momenti di cedimento, vuoi verso la “purple prose” vuoi verso il parlato o il cliché e che diversi passaggi della trama avrebbero avuto bisogno di personaggi delineati meglio e meno bidimensionali per essere credibili. In più, il libro è funestato da una quantità di errori editoriali un po’ troppo alta e il risultato complessivo è ancora amatoriale. Però il ragazzo ha della stoffa, se riuscisse a maturare potrebbe fare qualcosa di interessante.

I ragazzi del massacro – Giorgio Scerbanenco (Garzanti)
Scerbanenco ai vertici assoluti della sua durezza. L’inizio, con la descrizione della scena del delitto (una professoressa di una scuola serale stuprata e massacrata dai suoi alunni), è un pugno nello stomaco. E il resto del romanzo contiene scene da girone dantesco, come il lungo interrogatorio notturno dei sospetti. Oltre a uno sviluppo rigoroso e impeccabile degli aspetti dell’indagine. Il ritratto della società che emerge dal romanzo è spaventoso e senza appello, tanto più perché Scerbanenco non calca mai la mano al punto di diventare caricaturale, ma resta sempre, pur nell’orrore e nella disperazione che racconta, assolutamente sobrio. Un capolavoro.

Se consideri le colpe – Andrea Bajani (Einaudi)
Un giovane italiano va in Romania, dove la madre, imprenditrice, è morta durante uno dei suoi lunghi soggiorni di lavoro. Una storia tenue, dove il dolore privato per la perdita diventa il pretesto per raccontare il rapporto tra i due paesi, il mondo degli italiani che vanno ad aprire fabbriche in Romania. Scritto molto bene, riesce a trattare due temi sensibili senza mai scadere nel patetismo o nel didascalico.

L’inattesa piega degli eventi – Enrico Brizzi (Baldini & Castoldi – Dalai)
Enrico Brizzi si cimenta con l’ucronia: l’Italia non ha perso la seconda guerra mondiale, il fascismo non è mai caduto, le colonie d’Africa sono diventate saldamente italiane. Per raccontare la vita oltremare si inventa la storia di un giornalista sportivo mandato a seguire il campionato africano, fatto di squadre miste (malviste dal regime) e di squadre di purissima razza italica. I pregi sono che riesce a cogliere del calcio quel senso profondo (e un po’ idealizzato) di epicità e appartenenza – tanto che ha affascinato me che sono stato tre volte allo stadio, tutte prima dei 14 anni – e una costruzione credibile della vita nelle colonie. Il difetto è che alcuni passaggi sembrano essere funzionali, più che alla storia, alla dimostrazione delle ricerche fatte per l’ambientazione. Il bilancio è però positivo e il romanzo mette in mostra un lato piuttosto inedito di Brizzi (che comunque è sempre stato sbagliato identificare solo con “Jack Frusciante”).

Men and cartoons – Jonathan Lethem (Minimum Fax)
Raccolta di racconti. Di cui ricordo piuttosto poco, se non che il primo gira attorno al gioco di società che io conosco come “lupus in tabula” e altri probabilmente come “lupi”, “licantropi” o simili.

I tre moschettieri – Alexandre Dumas (Mondadori)
Il problema grosso è che Dumas veniva pagato un tot alla riga. Quindi succede che ci siano delle parti meravigliose, che sono quelle per cui il romanzo è diventato celebre, e delle parti di una noia mortale che servono solo a fare volume. E spesso le seconde sovrastano le prime, purtroppo.

Verso occidente dirige l’impero il suo corso – David Foster Wallace (Minimum Fax)
È un’operazione complicata, una specie di meta-romanzo che dialoga con un racconto di John Barth e ha al suo interno una digressione sulla meta-narrativa. Ha degli spunti molto buoni e molto divertenti, ma nel complesso mi sono un po’ perso e annoiato…

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Tranquilli, tutta colpa dei fascisti

Gheddafi a volte ricorda un po’ Pannella, per certi versi. Imprevedibile, pronto a balzare di qua o di là a seconda delle necessità e con un gusto tutt’altro che sobrio per la provocazione. Oggi, 10 giugno, si è presentato a Roma con appesa alla divisa la fotografia di Omar al-Mukhtar, condottiero libico che combattè contro le truppe coloniali italiane negli anni venti.

Su Nipresa ho commentato la cosa con le parole “Gheddafi porta il New Italian Epic al cuore dello Stato”. Il che un po’ è fatto per il LOL e un po’ invece no.
Dei sette punti identificati da Wu Ming 1 mi intriga parecchio quello che riguarda l’ucronia potenziale. Che significa, “ucronia potenziale”? Raccontare gli snodi della storia, dice WM1, quei momenti in cui sono esistiti, anche solo per poco, altri mondi, che da qui possono quasi sembrarci di pura speculazione, frutto di un “what if…?”.
Se si applica all’Italia questo ragionamento funziona amplificato un milione di volte. Quanto conosciamo la nostra storia? Pochissimo.
Questo vale tanto per il nostro passato remoto quanto per quello più prossimo.
Non a caso tre delle opere che ruotano attorno al NIE hanno a che fare con il passato coloniale dell’Italia. Sono la miniserie a fumetti Volto Nascosto, scritta da Gianfranco Manfredi, il romanzo L’ottava vibrazione di Carlo Lucarelli e L’inattesa piega degli eventi di Enrico Brizzi. Quest’ultimo è un’ucronia vera e propria, i primi due esempi invece raccontano semplicemente storie che si svolgono attorno alla battaglia di Adua del 1896, ma sembrano in qualche modo delle ucronie pure loro, dei western ambientati in Africa con degli italiani al posto dei cowboy e dei soldati americani.
Questo perché ci portiamo dietro una scarsissima conoscenza delle due fasi della nostra avventura coloniale in Africa. Sulla seconda, poi, che si fonde con l’esperienza del fascismo, è calato quel velo di placido revisionismo che fa tanto chic. Eravamo là a portare la civiltà, abbiamo costruito tante cose, comunque italiani brava gente. Ovviamente non andò proprio così e in Libia abbiamo fatto quello che solitamente si fa quando si va a conquistare un posto dove vive dell’altra gente: ne si ammazza o si deporta il più possibile per far posto alla propria.
Non si tratta di fascismo o non fascismo, è la brutale normalità della guerra.

TrPerché lo specifico?
Perché, per tornare all’adesso, per dare la notizia della foto appiccicata alla giacca di Gheddafi, sia Repubblica.it che Corriere.it hanno scritto che il guerrigliero libico era stato ucciso “dai fascisti”.
Una locuzione che è un po’ un comodo scaricabarile per continuare a far finta di nulla sul nostro non proprio glorioso e luminoso passato coloniale (pardon: imperiale). La logica è questa: l’hanno fatto i fascisti, quindi noi che siamo anti-fascisti possiamo tranquillamente considerarci assolti, visto che lo condanniamo insieme a tutti gli altri crimini del fascismo. Il discorso è sempre quello che facevo sul 25 aprile: si dà per scontato che il passato sia stato superato, che siamo stati assolti.
In realtà, semplicemente, rimuoviamo, lasciamo decantare i ricordi, ci teniamo solo quello che ci fa comodo e tiriamo avanti.
Cioè: tiriamo avanti per modo di dire, perché questa faccenda ha un’appendice buffa o quasi.

Su Omar al-Mukhtār è stato realizzato un film, nel 1981. Si chiama Il leone del deserto e l’ha pesantemente finanziato lo stesso Gheddafi. Se non l’avete mai sentito nominare (io ricordo che ne parlò Seaweeds perché il regista del film, anche produttore della serie di Halloween, è rimasto ucciso in un attentato di Al Qaeda ad Amman) nonostante un cast piuttosto importante non è che vivete fuori dal mondo: semplicemente, in Italia non ha mai passato il visto della censura. Il perché ce lo spiega lo storico Denis Mack Smith:

Mai prima di questo film, gli orrori ma anche la nobiltà della guerriglia sono stati espressi in modo così memorabile, in scene di battaglia così impressionanti; mai l’ingiustizia del colonialismo è stata denunciata con tanto vigore….Chi giudica questo film col criterio dell’attendibilità storica non può non ammirare l’ampiezza della ricerca che ha sovrinteso alla ricostruzione. *

Chiaro, no?
La commissione censura si incazzò, Andreotti parlò di villipendio delle forze armate (che si villipendono benissimo da sole, come sa chiunque abbai fatto anche solo la visita dei tre giorni) e chiusa lì
A tutt’oggi, il film ha avuto solo proiezioni pubbliche semiclandestine, in Italia. Dopo ben 28 anni lo trasmetterà Sky, l’11 giugno. Luca Sofri garantisce che è noiosissimo (quindi probabilmente è bellissimo) ma il punto non è questo.
Il punto è che una nazione che per ricordarsi un pezzettino (non propriamente edificante) della sua storia che aveva messo in soffitta per non pensarci più deve aspettare che arrivi un loschissimo dittatore che assomiglia a Gene Simmons, conciato come un pagliaccio, con un codazzo di signore in divisa che neanche in un videogioco della Capcom, con appiccicata sulla giacca un foto incorniciata, beh, questa nazione sta messa davvero male.

ps: visto che mi sono sacrificato per voi, ve lo dico. Il tg4, che mi sono premurato di guardare, non ha detto una parola sulla foto appiccicata alla giacca di Gheddafi. Figuriamoci.

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