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Bob Dylan ad Harlem, Guccini e la Caselli, quel secchione di Fabrizio

Riassunto della puntata precedente: vado sull’archivio della Stampa, cerco la prima volta che hanno parlato di musicisti famosi. Adesso, un aggiornamento veloce pre-capodannizio.

Dicevo che i Beatles sembravano servire come passepartout per raccontare il resto della musica rock.

Vedi per esempio come viene titolato un articolo del 1965, il primo su Bob Dylan (la storica foto con Suze Ruotolo si sposta in didascalia dalle strade del Village a quelle di Harlem):

L’articolo si appoggia tra le altre cose su una dichiarazione di Lennon (“Il più intelligente dei Beatles”) che dice che Dylan ha nel cantare delle inflessioni da negro. Da lì l’articolista parte per ricondurre tutto a quello. Per esempio:

Si mette nei panni di un negro per sapere cosa prova. La sua ragazza lo pianta in asso: «Non pensarci due volte, va tutto bene — canta —. Io sto dalla parte buia della strada, non pensarci due volte, va tutto bene».

I Doors, curiosamente, sono accolti parecchio bene. Forse le voci degli eccessi di Morrison non sono mai arrivate fino a Torino, perché le prime menzioni che trovo, il 12 giugno 1968 e il 29 ottobre dello stesso anno sono recensioni, favorevoli, dei loro singoli, perse in mezzo ad altre cose più o meno improbabili.

"un po' astruso"

 

Fanno capolino anche nel bill del Festival dell’Isola di Wight, a cui viene dedicato un articolo in una terza pagina di tutto rispetto, il 25 agosto del 1970:

Il signor Knaus, benefattore delle mammane.

Il festival viene presentato, dopo i soliti discorsi sugli idoli dei giovani, così:

Al festival saranno presenti anche sacerdoti che distribuiranno ai capelloni fuggiti da casa cartoline, gratuite da inviare ai genitori, almeno per fare loro sapere che non sono morti. Altri religiosi si terranno pronti ad assistere ì ragazzi in bisogno spirituale (o nel corso di un «viaggio» allucinogeno andato male). La gente del luogo è tollerante, dopo l’invasione dello scorso anno, è pronta a tutto, purché i ragazzi non spaventino gli animali. Non mancano i critici, naturalmente. Un ex colonnello vuole che i poliziotti aggrediscano a frustate i barbuti e zazzeruti ribelli. «Rumore, fornicazione, droghe, sporcizia, rifiuti», così ha definito il festival l’ex militare. La classe media soffre a vedere i propri figli educati nelle «Public Schools» finire negli stracci di una ribellione che di musicale ha solo il nome. Il «potere dei fiori» è morto, sono rimasti gli spettacoli. Per oggi, è atteso Leonard Cohen, professione cantante. Per aderire al Festival, ha preteso di essere accolto da una scorta di sei motociclisti.

Un po’ di metal? Gli Iron Maiden vengono citati per la prima volta in un articolo del 1981 che parla dei Saxon:

Un bignami della NWOBHM

C’è poi, in aprile, un reportage da un concerto dei Maiden all’Ariston di Sanremo:

Paul Di'Anno dice ai giovani fan di stare lontani dalla droga perché se cala la domanda i prezzi si abbassano.

E gli italiani? Tipo: Guccini. Eh, Guccini.
Articolo sul Festival di Castrocaro del 12 ottobre 1967:

Caterina Caselli è arrivata nell’alone di una curiosità creata dalle notizie di un suo presunto fidanzamento segreto con Francesco Guccini, studente universitario, bravo interprete di pezzi con la chitarra, autore tra l’altro delle più recenti canzoni da lei incise: Per fare un uomo e Dio è morto. Le chiediamo: «A quando il matrimonio?». Lei risponde con vivacità, ridendo: «Con Francesco non ci sarà matrimonio. Il fidanzamento è tutta un’invenzione». Ma è davvero questa la verità?

Noi di Buoni Presagi crediamo di no.
De André invece, fin da subito, fa la figura del primo della classe:

 «Quando carica d’anni e di castità / fra i ricordi e le illusioni / del bel tempo ohe non tornerà / troverai le mie cantoni  nel sentirle ti meraviglierai che qualcuno abbia lodato / le bellezze che allora più non avrai». Così si inizia il «Valzer per un amore», di Fabrizio De André: il pezzo più commerciale fra quelli finora scritti, musicati ed eseguito dal giovane cantautore genovese. Fabrizio è un umanista, studioso di teatro e di storia dell’arte, di letteratura, laureando in legge (con una tesi sul diritto di sciopero), ammiratore di George Brassens, appassionato del Rinascimento. E dello spirito rinascimentale le sue composizioni hanno la voglia di vivere, la malinconia sottile e la gioia ‘esaltata del «Carpe diem ». Ha scritto finora poche canzoni, ma «Il testamento» e «Il ritorno di Carlo Martello dalla battaglia di Poitlers» sono inserite in quasi tutti i juke-boxes e nel repertorio delle orchestrine dei locali notturni. Le altre sue composizioni sono «La ballata dell’eroe», «La guerra di Piero», «La ballata del Michè», «La canzone di Marinella». Insieme con altri quattro pezzi nuovi, verranno incise nel primo long-playing di Fabrizio, che uscirà a fine mese. Di essi, due sono canzoni di origine medioevale, «Fila la lana», dalla ballata di un Trovatore lorenese del ‘400, forse Bertrand de Villecroix, e «Tieni la vita mia», composizione anonima francese, del ‘500, il cui titolo originale era «Belle qui tiens ma vie captive dans tes yeux». Insieme con un amico, attore e chitarrista, anch’egli genovese, Vittorio Centanaro, Fabrizio le trovò a Parigi, nello sgabuzzino di un vecchio negozio di musica.

Che fine avrà fatto Anna Marchetti, la nuova Mina scoperta al circo?

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Autodifesa – maggio 2011

Interrompiamo la sequenza di post su New York per la tradizionale rubrica dei libri del mese.
More about The Island at the Center of the WorldLa interrompiamo ma in realtà, zac!, iniziamo subito con un libro su New York, o meglio su Neuwe Amsterdam. The Island at the Center of the World di Russell Shorto (Vintage) è infatti, come da sottotitolo, l’epica storia della Manhattan olandese e della colonia dimenticata che ha modellato i futuri Stati Uniti d’America. Gli studi sulla colonizzazione olandese dell’isola di Manhattan sono una relativa novità nella storiografia statunitense e si basano in larghissima parte sul lavoro che sta vendendo fatto attorno ai documenti superstiti conservati a New York. Un lavoro complicato dal fatto che la lingua olandese  e la calligrafia del XVII secolo sono particolarmente difficili da decifrare, che sta venendo portato avanti da un ristrettissimo pugno di studiosi. Shorto, giornalista del New York Times, ha avuto il merito di presentare i risultati di questo lavoro di ricerca in una forma piacevolmente divulgativa, una narrazione storiografica che si legge più che “come un romanzo” come un reportage dalle strade della Lower Manhattan del primo Seicento. La tesi sostenuta dal libro è interessante perché colloca l’inizio della storia degli Stati Uniti nel panorama della storia europea coeva, facendo per certi versi saltare l’europeocentrica concezione degli USA come “paese senza storia”. Per Shorto, infatti, lo spirito che animava la colonia, un porto strategico nella rotta tra Sud America, Nord America ed Europa, era lo stesso della madrepatria, improntato a un clima di tolleranza che favoriva l’insediamento di persone dalle provenienze più disparate. La New York di oggi, multietnica, in cui magari il mercoledì delle ceneri ti arriva in ufficio il collega con la croce in fronte o (come ho visto) a una certa il tizio degli hot dog si inginocchia verso La Mecca e si mette a pregare, dove a Brooklyn sbagli strada e ti trovi in un ghetto ebraico di fine Ottocento, sarebbe così la diretta discendente dello spirito della tolleranza dell’Olanda seicentesca; e sarebbe proprio da New York (che nel 1664 cade nelle mani degli inglesi che la ribattezzano così) che questo spirito di fusione e mescolanza si è propagato nella futura Unione.
Ovviamente non è che fosse tutto rose e fiori e che c’erano gli olandesi buoni e gli inglesi puritani malvagi pronti a sterminare gli indiani: Shorto racconta anche di attacchi condotti nei confronti degli indiani, oltre che della famigerata trattativa per l’acquisto dell’isola di Manhattan (uno scatolone pieno di cianfrusaglie del valore di 24 dollari circa; ovviamente, gli indiani che non avevano il concetto del possesso della terra pensavano che si trattasse di una sorta di usufrutto temporaneo). Senza contare il fatto che la colonia era un caposaldo del mercato degli schiavi (per quanto accogliesse anche schiavi liberati). I protagonisti degli eventi storici escono da un certo macchiettismo in cui erano stati rilegati dalla vulgata popolare, in particolare Peter Stuyvesant, ultimo governatore della colonia, il cui nome ricorre ancora oggi nella toponomastica della città.
È un libro scorrevole ma documentatissimo, che propone una visione nuova (almeno per un pubblico non specializzato) delle origini degli USA, meno centrata sull’apporto anglosassone e più incentrata sul multiculturalismo. Letto prima di una visita a New York, poi, permette di orientarsi un pochino sulla storia più antica della città, dà conto dell’origine di alcuni toponimi (Broadway ricalca in parte il tracciato del più antico sentiero indiano che attraversava l’isola, il muro di Wall Strett era quello della palizzata eretta a difesa della colonia, che occupava la punta sud di Manhattan, e via discorrendo) e ti permette di scocciare chi viaggia con te con discorsi che iniziano con “perché, devi sapere che gli olandesi…”
(non mi risulta una traduzione italiana, sorry)

Un’altra mia fissa nel campo “l’America che non ti aspetti” è Michael Muhammad Knight, l’autore di The Taqwacores, il romanzo che ha dato davvero il via alla nascita di una scena punk musulmana in America, da cui è venuto fuori un gruppo parecchio interessante, i Kominas.

More about Il diavolo dagli occhi bluKnight è un bianco (di origini irlandesi da parte di madre) convertitosi all’Islam dopo aver letto l’autobiografia di Malcolm X e, in quanto tale, è una specie di rarità nel panorama degli islamici americani, che tolti quelli originari di paesi musulmani sono per lo più neri. Da questo viene il titolo del libro “Il diavolo dagli occhi blu” (Newton Compton), che racconta due mesi trascorsi on the road per gli Stati Uniti dall’autore per incontrare personaggi di spicco dell’Islam americano. La parte più allucinante e interessante è quella dedicata a Wallace Fard Muhammad e alla Nation of Islam, il movimento da lui fondato che sostiene che la razza nera è l’unica creata da Allah e che i bianchi sono frutto dell’esperimento del malvagio Jacub (se ne parla anche in New Thing di Wu Ming 1). Il tutto condito da un bel po’ di ufologia e dalla convinzione da parte di Fard di essere l’incarnazione terrena di Allah. Per inciso, Fard non si sa che fine abbia fatto; la versione della NOI è che abbia fatto ritorno all’Astronave Madre e il viaggio di Knight si svolge proprio sulle sue tracce. Tra l’altro, anche Malcolm X è stato per diverso tempo membro del movimento, prima di diventare sunnita.
Durante tutto il percorso, però, Knight porta alla luce realtà interessanti, tra donne che conducono la preghiera e associazioni di musulmani filo-bushiani. L’ultimo capitolo è dedicato all’incontro in carcere con il nipote di Malcolm X, rinchiuso per furto. Instabile mentalmente, a 12 anno il ragazzo aveva dato fuoco alla casa dove viveva con la nonna, Betty Shabazz, uccidendola.
A me Knight piace molto, per come scrive, per quello che racconta e per la visione della sua religione che propone. È un personaggio da tenere d’occhio, una voce a cui prestare attenzione (e su ibs te lo regalano, in pratica, questo libro).

More about PostmortemSe c’è una cosa che mi ha colpito molto in “Postmortem“, il primo libro di Patricia Cornwell (Mondadori) è quando la protagonista Kay Scarpetta, italoamericana, si mette a cucinare delle cose più o meno alla portata di un qualunque italiano medio e l’autrice riesce a presentarti le sue azioni come se stesse preparando un pranzo di diciotto ricercatissime portate. Letto oggi, questo romanzo è semplicemente un solido prodotto di intrattenimento che rispetta con grande attenzione tutte le norme da scuola di scrittura creativa: la scansione degli eventi, la costruzione della suspence, i personaggi, sono tutti al posto giusto. Se si cerca di mettersi nell’ottica del suo anno di uscita, il 1990, è chiaro che si trattasse di un libro innovativo, che metteva al centro della scena aspetti sia di tecnica forense sia informatici che difficilmente facevano parte del bagaglio culturale del lettore medio dell’epoca. E non mi stupisce che la formula e il personaggio abbiano permesso all’autrice di dare vita a una serie di romanzi di successo. È anche questo, in qualche modo, molto americano: scrivi di ciò che sai, metti giù le cose nel giusto ordine e in modo chiaro e se sono rose fioriranno. È un po’ l’American Dream applicato alla narrativa seriale.
Certo, se poi si pensa che una delle sue colpe maggiori è stata l’aver portato in qualche modo alla nascita della serie a fumetti Julia, viene voglia di tornare indietro nel tempo e fermare la Cornwell prima che sia troppo tardi. Però d’altra parte ha portato anche a Bilico di Paola Barbato e allora si può anche perdonare :-)

More about Il festival dei fantasmiIl festival dei fantasmi” di Rhys Huges è, credo, il primo titolo di 40k che recensisco. 40k è una casa editrice che pubblica solo in formato digitale testi di dimensioni molto contenute, di narrativa come di saggistica. Più precisamente, questo è un racconto di media lunghezza; non so se dovrei infilarlo qui in mezzo, ma siccome in formato cartaceo credo di avere letto cose della stessa lunghezza pubblicate in volume singolo, non vedo perché no.
A ogni modo, la prima cosa a cui ho pensato al termine della lettura di questa breve storia ambientata in un festival musicale è stata quanto sia forte l’impronta di Lovecraft e della sua concezione del mondo nella narrativa fantastica. Huges costruisce la sua storia, tutta attraversata dall’amore per la musica, con i giusti ritmi e piazza una bella botta di orrore cosmico al culmine della tensione narrativa. Di più è impossibile dire senza sfociare nello spoiler più selvaggio, però la rivelazione è un bel colpo.
Non so se sia mai uscito in edizione cartacea in italiano; l’epub (senza DRM) è disponibile anche in inglese. Comunque questo Huges mi sembra uno da tenere d’occhio.

More about MalastagioneMalastagione” (Mondadori) è il primo romanzo della serie di romanzi gialli di Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini a essere ambientato ai giorni nostri, sempre nel paese di Casedisopra, nell’Appennino tosco-emiliano. E benché sia facilmente leggibile anche da chi non hai letto i suoi predecessori, è il lettore fedele che trova la maggior soddisfazione nel libro, visto che ormai sono una sessantina gli anni di vita di questo spicchio di Italia immaginaria che i due autori hanno raccontato e i riferimenti al passato rievocano i libri precedenti, le loro storie, i loro personaggi. Si deve purtroppo rispettare il luogo comune: il libro migliore, come intreccio, resta il primo. L’amore con cui sono descritti i luoghi, a cui si aggiunge la profonda vena di malinconia per la loro trasformazione, tra seconde case e asfalto (e da Casedisopra non sembra essere stata fatta passare la TAV Bologna-Firenze) è sempre mozzafiato e restituisce sulla pagina tutto il fascino, gli odori e i colori di quei posti. Però la storia investigativa potrebbe essere migliore. L’idea di usare come investigatore una figura inedita, cioè un agente della Guardia Forestale, è buona e i due autori sembrano trovarsi a loro agio anche quando si tratta di descrivere fenomeni come le comunità di Elfi che si possono incontrare da quelle parti.
Comunque vorrei che tu quelli convinti che gli ebook abbiano una scarsa leggibilità dessero un’occhiata a come cavolo è stampato male questo libro.

More about Cani da rapinaÈ una storia vecchia come il mondo che difficilmente ci stancheremo di sentirci raccontare, fino a che ce la raccontano bene: un gruppo di criminali di mezza tacca ha per le mani un affare che può cambiare la loro vita, ma in un modo o nell’altro va tutto a puttane. Luca Moretti ambienta questa storia nella Roma delle borgate di oggi, in “Cani da rapina” (Purple Press). Non è anticipare troppo della storia dire che un pacco di cocaina trovato fortuitamente farà prima la fortuna e poi segnerà la fine di alcuni piccoli spacciatori della periferia romana, come se fosse uno spin-off di Romanzo Criminale ai giorni nostri (e in un certo senso lo è, perché il “pezzo grosso” della storia è un reduce della Magliana). La storia ci mette un po’ a partire davvero e all’inizio sembra un po’ perdersi in una lunga serie di descrizioni di ambienti e personaggi, che alternano un linguaggio che cerca di rendere la parlata dei borgatari e una lingua più letteraria, poi quando il meccanismo della tragedia mette in moto i suoi ingranaggi si va avanti più speditamente. Trovo un po’ superfluo e compiaciuto il glossarietto finale sulle droghe, anche se alcune informazioni sul tema contenute nella storia sono interessanti: per esempio, in Italia non ha mai preso piede il mercato del crack perché pare che i consumatori trovino molto più rapido e pratico farselo da soli partendo dalla cocaina.
Alla fine mi immaginavo (complice una quarta un po’ truffaldina in questo senso) qualcosa di più diretto e con meno implicazioni, una storia criminale senza troppi fronzoli; invece ho trovato che le aspirazioni di fare qualcosa di più “alto” non siamo completamente realizzate e quindi il tutto resta un po’ sospeso.

That’s all, folks.

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I libri di Marzo

Ecco le micro-recensioni dei libri letti il mese precedente. Evidenziato il più consigliato.

Gli ingrattabili – Cornelius Kane (TEA)
Niente di straordinario, purtroppo. L’idea di trasporre in un mondo animale, in cui i gatti sono la classe dirigente e i cani il (sotto)proletariato una tipica storia da hard boiled (con un tocco del Silenzio degli Innocenti e un po’ di thrillerume sparso) è carina, ma il libro non va al di là di questa. Si lascia leggere ma nulla di più. Occhio che dopo la frase finale potreste volere lanciare lontanissimo il volume.

Longitudine – Dava Sobel (Rizzoli)
Oggi, sapere la latitudine di un luogo ci sembra assolutamente banale. Ma per arrivare a poterla definire con esattezza durante i viaggi per mare sono stati necessari lunghi e lunghi decenni di esperimenti, tentativi, errori. Il libro, scorrevole e mai noioso ricostruisce la storia di questa conquista scientifica, degli strumenti che l’hanno resa possibile e degli uomini che li hanno progettati. Affascinante.

Bad Visions – Danilo Arona (Urania Epix)
Due romanzi al prezzo di uno. Arona scrive di luoghi che più o meno conosco o in cui sono passato (Passo Orizzontale dei Giovi, in questo caso), ambientandovi storie horror che confinano con la leggenda metropolitana. Il primo dei due romanzi risente un po’ del tempo che è passato dalla sua stesura, il secondo è una ghost story abbastanza carina. Ma niente di imprescindibile.

Dispacci – Michael Herr (Rizzoli)
Questo libro è la fonte di due dei più influenti film sul Vietnam (Full Metal Jacket e Apocalypse Now) e non è certamente un caso che due registi di quel calibro siano andati a pescare tra le sue pagine. Herr, giornalista inviato al fronte, descrive la sua esperienza nell’inferno vietnamita con la partecipazione tipica dello stile giornalistico della sua epoca. Ci si butta dentro anima e corpo, racconta la vita dei soldati e la loro morte come se fosse uno di loro. Non cerca di elevarsi al di sopra della guerra, accetta il fatto che lui non può che appartenere a uno dei due schieramenti, quello americano, e di quello parla. Della paura, della follia, del delirio di onnipotenza, del desiderio di farla finita. La guerra in Vietnam è stata la prima combattuta da occidentali che erano “giovani”; prima la categoria non esisteva, nei termini che conosciamo ora. I soldati americani in Vietnam, invece, erano ragazzi cresciuti con la musica pop, che non immaginavano di potersi trovare un giorno gettati in un’esperienza così terrificante, così aliena. Herr è bravissimo a ricostruire quella sensazione di shock e a gettarla in faccia al lettore. Non è un libro che parla della guerra in Vietnam, delle strategie, delle battaglie, delle fasi; o meglio, lo fa anche ma intanto che parla degli effetti che queste hanno avuto sulle persone coinvolte. È un libro di parte, che non può che raccontare come i giovani americani hanno vissuto la guerra, perché è l’unica cosa che il suo autore ha potuto vivere. E in questo sta la sua terrificante grandezza, nel farti capire la logica di una guerra in cui non puoi comprendere il tuo nemico perché non lo conosci, spesso non lo vedi neanche. E sembra di lottare contro la morte stessa, che arriva improvvisa e invisibile.

Sbriciolu(na)glio – Simone Rossi (autoprodotto)
Solitamente è il caso di diffidare dei libri autoprodotti. Perché allora quando Simone ha scritto sul suo tumblr che aveva intenzione di pubblicarsi un libro e chiedeva chi sarebbe stato disposto a pagare 10 euro per leggerlo gli ho scritto subito? Perché spesso chi si autoproduce è un cialtrone convinto di essere un genio ostacolato da un complotto mondiale delle case editrici che non lo pubblicano. E perché invece Simone è uno che scrive, in tutti i sensi. Materialmente, perché è da non so quanto che ogni giorno o quasi pubblica un pezzo di una certa lunghezza su tumblr. Un migliaio di parole, ogni giorno, con un inizio, uno sviluppo, una fine. Ma Simone scrive anche nel senso più lato: è uno che fa molta attenzione a scegliere le parole giuste per raccontarti qualcosa, che ha una voce sua su cui ha lavorato un sacco, leggendo tanto, ascoltando tanto e parlando tanto. E insomma, sono molto contento di avergli dato i miei dieci euro per leggere queste storie di gente che cerca una stanza a Bologna, di balbuzie, di amori e tradimenti, di musicisti, di gente che si cura la scabbia. E spero di leggerne altre presto. Magari in un libro con un ISBN.
(sbriciolu(na)glio si ordina a silkeyfoot@gmail.com. Se volete vedere se per caso Simone passa dalle vostre parti per un reading o se volete leggere qualcosa di suo, simonerossi.tumblr.com)

Gang Bang – Chuck Palahniuk (Mondadori)
Da un po’ Chuck non è più il ghepardo di una volta. Infatti sono passato ad attendere serenamente le edizioni economiche dei suoi libri, una volta che mi sono reso conto che è diventato un onesto scrittore molto ligio nel rispettare un contratto per cui ogni anno o giù di lì scodella una storia con personaggi borderline, fatti poco noti ai limiti della leggenda urbana in quantità variabile, trama beffarda. Questa sua incursione nel mondo del porno, quasi una messa in scena teatrale ambientata nel backstage del tentativo da parte di una pornostar di battere il record mondiale di accoppiamenti, purtroppo non ha nemmeno un decimo del respiro di “Rabbia” (una spanna sopra la produzione recente) e si trascina stancamente tra colpi di scena e controcolpi di scena fino alla fine, senza mai un guizzo vero e proprio. Yawn.

Lo spirito e altri briganti – Francesco Guccini & Loriano Macchiavelli (Mondadori)
Questa raccolta di racconti non aggiunge nulla ai romanzi di Guccini e Macchiavelli dedicati a Santovito e al paesino dell’Appennino tosco-emiliano in cui vive. Una raccolta con alcune cose carine, altre un po’ più buttate lì, gradevole ma senza niente che lasci davvero il segno (mentre i romanzi sono piuttosto belli). Per completisti, come si suol dire.

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I libri dell’estate – parte prima

Sono un po’ indietro con le recensioni dei libri letti. Tipo che è da giugno che non le faccio. Fingendo che a qualcuno interessi qualcosa, riprendo a puntate. Evidenziati, i Gran Fighi.

La futura classe dirigente – Peppe Fiore (Minimum Fax)
Quello delle storie di precariato è ormai un genere. Fiore è in gamba a metterci dentro un po’ di ironia e delle storie divertenti (quella della ragazza che deve sviluppare filastrocche per bambini è notevole). Il problema grosso è che è veramente troppo lungo per quello che racconta e il rischio noia tende a farsi parecchio elevato.

Il corpo del capo – Marco Belpoliti (Guanda)
Un’interessante analisi sull’uso del corpo nella comunicazione pubblica di Berlusconi, condotta attraverso il ricorso a un certo numero di fotografie, alcune delle quali non avevo mai visto. Forse è una caduta di stile il riferimento, in più punti, all’ineluttabilità della morte, forse – visto che di corpo si sta parlando – no. Lettura interessante per imparare a guardare con sguardo meno ingenuo le immagini che ci vengono proposte.

Il mondo degli Showboat – Jack Vance (Mondadori)
A cavallo, come altri lavori di Vance, tra Sci-Fi e Fantasy, con le vicende di una compagnia di attori che porta i suoi spettacoli in giro lungo il fiume di un pianeta popolato da culture differenti. Abbastanza divertente ma un po’ vacuo.

Vedi di non morire – Josh Bazell (Einaudi)
Non è lo sfolgorante esordio di un nuovo genio come ossessivamente ribadito in quarta di copertina e alette. Bazell mette insieme un libro molto pulito, molto preciso, che combina con perizia intuizioni mediche in stile House MD e mafiosi italo-americani (e informazioni sulla medicina in puro stile Palahniuk). L’alternanza dei capitoli nel presente e nel passato dà movimento al libro ma alla fine (e nonostante una trovata finale che cerca di essere quanto più possibile sopra le righe e pulp) si resta con l’impressione di aver letto solo un buon compitino.

La fortezza di Farnham – Robert A. Heinlein (Mondadori)
È un romanzo nettamente diviso in due parti: la prima racconta le peripezie di un gruppo di sopravvissuti, grazie a un bunker, all’attacco nucleare scatenato dall’URSS sugli Stati Uniti, ed è quasi un manuale di sopravvivenza. La seconda è praticamente “Il pianeta delle scimmie” con i “negri” al posto delle scimmie ed è un po’ meno interessante. È un Heinlein profondamente innamorato del lato bello e scintillante del sogno americano, ma anche capace di osservarne i lati meno presentabili (il razzismo, che costituisce, con il ribaltamento della seconda parte, un tema ricorrente del libro). Non uno dei suoi romanzi migliori, perché la seconda parte è nettamente inferiore alla prima, più realistica e tesa nella descrizione dei rapporti tra i sopravvissuti, ma comunque interessante.

L’ubicazione del bene – Giorgio Falco (Einaudi)
È una raccolta di racconti tutti ambientati in un quartiere satellite di una grande città. Storie di piccole/grandi sconfitte, di naufragi esistenziali, di perdite di umanità. C’è un continuo riferimento agli animali, che sbucano fuori dai muri (le termiti, in un quasi remake di un famoso racconto di Calvino), che vengono acquistati per essere tenuti in casa o per combattere tra di loro.

Tango e gli altri – Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli (Mondadori)
Quarta collaborazione Guccini/Macchiavelli, forse la migliore. L’indagine su un delitto commesso (forse) da un partigiano durante la guerra viene portata a compimento sedici anni dopo i fatti ed è un modo per mettere in luce gli aspetti meno “comodi” della guerra di liberazione. “Non tutti i partigiani erano paladini di Francia” ha detto Guccini riferendosi a questo libro, che in un certo senso è quasi una risposta ai libri di Pansa sull’argomento.

Bad Prisma – AA. VV. (Mondadori)
Si può fare un’antologia di autori italiani basandosi, sostanzialmente, su una leggenda urbana? Pare di sì. Arona ha messo insieme una bella squadra di autori e li ha sguinzagliati sulle tracce di Melissa, una ragazza fantasma che appare nel corso dei millenni in diverse situazioni. Costruito come un romanzo fatto di tanti racconti messi in ordine cronologico ha, inevitabilmente, i suoi alti e bassi. Però i primi tendono a superare i secondi.

Harry Potter and the Philospher’s Stone – J. K. Rowling (Bloomsbury)
Il primo libro di Harry Potter colpisce per la sua assoluta pulizia. La Rowling è stata brava a scrivere una storia che fila liscia e scorrevole dal suo inizio alla sua temporanea conclusione, riuscendo introdurre il lettore a poco a poco in un mondo che (è facile dirlo adesso) ha l’aria di essere decisamente vasto.

Dexter il devoto – Jeffrey Lindsay (Mondadori)
Visto che sono troppo pigro per seguire serie tv che non siano Lost, recupero con i libri. Anche se il secondo episodio del Dexter cartaceo non ha nulla a che vedere con la serie. Comunque. Non siamo certo davanti a un inarrivabile capolavoro. Ma la scrittura è piacevole, gli eventi si susseguono in modo logico e la psicologia di Dexter è sempre tratteggiata alla perfezione. Intrattenimento di alto livello.

Il Vangelo secondo Biff – Christopher Moore (Elliot)
È bellissimo. Un grande romanzo di avventure, sarcastico e illuminato, che racconta la vita di Gesù dal punto di vista del suo amico d’infanzia Biff, che lo ha accompagnato in giro per l’Oriente negli anni in cui il Messia si è formato. Fa ridere, è un fantasy notevole, c’è Gesù che impara il kung fu e Gesù che, Phileas Fogg ante litteram, sottrae innocenti dalle grinfie dei seguaci di Khalì. Come si può non amarlo?

Filologia dell’anfibio – Michele Mari (Laterza)
Michele Mari racconta il suo C.A.R. Un incubo kafkiano che ormai tocca solo a volontari, per fortuna. Leggendolo, mi sono tornati in mente i miei tre giorni a La Spezia, che nonostante i vent’anni trascorsi tra l’esperienza di Mari e la mia erano fatti della stessa sostanza, delle stesse caserme squallide, degli stessi riti, probabilmente anche delle stesse macchie sul vassoio della mensa. Mari usa una lingua complessa e cangiante, che varia dai toni più sintetici a voli pindarici e arcaicizzanti che cercano di nobilitare in qualche modo il grigiore della materia trattata.

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I libri di Aprile

Primo appuntamento sul “nuovo” Buoni Presagi con la rubrica dei libri del mese precedente. Evidenziato, quello che mi è piaciuto di più.

In un paese bruciato dal sole: l’Australia – Bill Bryson (TEA)
Bryson sta a Severgnini come Joe Cocker sta a Zucchero. Vale a dire che è la buona idea da cui noi abbiamo tratto una copia ridicola (trash, per chi ha letto Tommaso Labranca). Questo è un reportage di viaggio dall’Australia, che ha il merito di raccontare un sacco di cose interessanti sul continente che ha dato al mondo i Men at work e di farlo facendo fare anche un sacco di risate. A parte quando parla di tutta la roba velenosa che c’è in Australia, facendoti passare qualunque voglia di mettere piede nell’ex colonia penale britannica.

Grande Madre Rossa – Giuseppe Genna (Mondadori)
Nato per essere una sorta di non-thriller, che costruisce una tensione, una trama cospirativa secondo tutti i crismi del genere e non la risolve, GMR in questa sua ristampa nella collana Segretissimo (storica serie da edicola di spionaggio) vede esplodere ancora di più questa sua contraddizione. Mi domando che ne pensino i lettori “classici” della serie, di questa vera e propria imboscata ai loro danni. La ricostruzione delle conseguenze di un devastante attentato terroristico al Palazzo di Giustizia di Milano è credibile e tesa al punto giusto. Ho letto il libro nei giorni immediatamente dopo il terremoto in Abruzzo, mescolando tra loro la polvere degli edifici veri e di quelli di carta, i lutti reali e quelli virtuali. Potente, dannatamente potente.

Un disco dei Platters – Francesco Guccini & Loriano Macchiavelli (Mondadori)
Seconda prova per la coppia Guccini-Macchiavelli, ambientata nei primi anni Sessanta. Rispetto al primo episodio si perde un po’. Ma il fascino dei luoghi e il piacere della narrazione restano a livelli più che accettabili.

Tennis, tv, trigonometria, tornado – David Foster Wallace (Minimum Fax)
Per me, questo libro (raccolta di vari saggi e articoli) andrebbe comprato anche solo per il fondamentale saggio sul rapporto tra tv e scrittori americani, in cui DFW espone la sua teoria sull’abuso dell’ironia. Un testo che mi azzardo a dire fondamentale e ancora oggi centrato e attuale (voglio dire, abbiamo un partito di centro che ha come slogan un calembour, “l’estremo centro”; voi vi fidate di gente che, al di là di tutto, vi chiede il voto con una battuta?). Ma non è l’unica perla: il saggio su Lynch, i due sul tennis, che fanno venire voglia di (ri)prendere in mano la racchetta anche a un pigrone come me. Il resoconto della fiera agricola. Bellissimo (e in originale dentro c’era pure “Una cosa divertente che non farò mai più”, immagina che libro)

Il corpo e il sangue d’Italia – AA. VV. (Minimum Fax)
Una raccolta di otto reportage sull’Italia di oggi: l’islam, l’Ilva di Taranto, il doping nelle palestre, la condizione delle donne sul lavoro, l’etica della rappresentazione del dolore nel giornalismo,per citare i più interessanti. Lo stile varia da autore a autore, tendendo ora più ora meno a uno stile letterario, ma l’attenzione alla scrittura è in tutti casi molto alta, così come la presenza nel testo del narratore stesso, che più che cercare di raffigurare verità assolute dà la propria testimonianza di fatti e opinioni, conscio che il suo essere osservatore contribuisca comunque a modificarle. Un buon libro che in qualche modo cerca di proseguire quanto iniziato da Saviano in Gomorra, non riproponendo sterilmente una formula ma cercando di riprodurne le logiche e le urgenze più profonde.

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