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Terra leggiadra. Due giorni in Liguria 1: My name is Prince

La domanda è: dopo i 15 post per 15 giorni in Polonia, quanti post scriverò per due giorni in giro per borghi e paesi in Liguria?

Si chiama, in inglese “staycation”, da stay+vacation, cioè grossomodo “casanza” o “caseggiatura” o “vacasa”: fare le ferie a casa o poco lontana da essa, con viaggi di uno o due notti fuori. È la formula che abbiamo scelto quest’anno, in attesa del Grande Viaggio di novembre (e lì altro che 15 post, temo).

Tipico residente di Spotorno in spiaggia.

La cosa era nata con “andiamo un giorno a vedere Triora” e si è trasformata in un viaggio da sei paesini, più grotte, in meno di 36 ore, tutti nel Ponente ligure.
Per me, genovese, il Ponente è una terra misteriosa che inizia da dopo Albisola, probabilmente popolata da gente con la faccia sullo stomaco, altri con un solo grande piede che probabilmente usano per farsi ombra quando si sdraiano sulla schiena, credo governata dal Prete Gianni o da Pippo Baudo assiso sul suo trono di ossa umane nei sotterranei del teatro Ariston. Dove poi a un certo punto ti trovi, di tutti i posti al mondo, in Francia. Per dire, per anni ho creduto che “Spotorno” fosse un nome buffo inventato, un po’ come Poggibonsi. Poi ho scoperto che esistevano davvero entrambi.

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Quella che vedete ritratta qui sopra da un vedutista di belle speranze, un tale Monet di cui forse avrete sentito parlare, è Dolceacqua, prima tappa del nostro viaggio dal nome tolkieniano (in una provincia con un nome mussoliniano).
Ai piedi del castello medievale si arrampica lungo il colle il centro storico, un borgo fatto di strade strette, spesso coperte dai collegamenti tra un palazzo e l’altro, su cui si aprono le porte di botteghe e bottegucce. Oggi un’architettura del genere è un piccolo paradiso per gli amanti dei bei tempi andati (e dell’ombra), all’epoca della sua realizzazione era un incubo per qualsiasi esercito assalitore, che si trovava costretto ad avanzare per stretti budelli prima di riuscire di arrivare ai portoni del castello. In pratica, un bel live action tower defense.
Il castello in cima sarebbe anche visitabile, ma la ragazza ci dice che metà delle sale sono chiuse per restauri e che, insomma, il gioco non vale la candela.
Ci consoliamo con la michetta, un dolce tipico del paese (un maritozzo, più o meno), dalla storia bizzarra. Vuole infatti la leggenda che sia stato creato per la prima volta nel 1300 dopo che al malvagio marchese Doria che dominava la città era stata estorta con un pugnale alla gola l’abolizione dello jus primae noctis. C’era di mezzo una bella popolana, Lucrezia, che di farsi vidimare dal nobile proprio non ne voleva sapere e alla fine prima tentò il suicidio lanciandosi da una finestra poi, rinchiusa si lasciò morire di fame e sete (di solito si muore di sete, per la cronaca). Il fidanzato allora si intrufolò nel castello e come detto riuscì a ottenere l’abolizione dell’odioso privilegio; per festeggiare, le donne del paese crearono un dolce che, dicono, dovrebbe avere la forma del sesso femminile.

Impastando la farina con uova, zucchero ed olio crearono varie forme , sicchè una di loro, la più smaliziata individuò in una delle sagome di pasta un’evidente allusione al sesso femminile ed esclamò: «Sachì le che che ghe va (questa è quella che ci vuole), la chiameremo “michetta”»
Preparato l’impasto e cotte si precipitarono in piazza gridando: «Omi, au, a michetta a damu a chi vuremu nui (uomini, adesso la michetta la diamo a chi vogliamo noi)»

Forse l'anatomia delle donne del ponente ligure nel XIV secolo era un po' diversa da quella delle donne attuali

Forse l’anatomia delle donne del ponente ligure nel XIV secolo era un po’ diversa da quella delle donne attuali.

Abbandonata Dolceacqua ancora dubbiosi sulla forma delle michette che abbiamo portato con noi ci dirigiamo all’estero, verso un piccolo principato ricco di legami con l’Italia.
Montecarlo, diranno i miei piccoli lettori.
No.
Seborga.

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L’esistenza di Seborga, o meglio la sua pretesa di indipendenza dall’Italia, è sempre stata per chi scrive una grande fonte di meraviglia.
Seborga, sostengono gli indipendentisti, non avrebbe mai fatto parte del regno di Sardegna e quindi la sua annessione al regno d’Italia sarebbe stata priva di valore. Dal 1963 Seborga ha anche un principe (eletto), batte moneta, emette francobolli, passaporti, targhe automobilistiche e patenti di guida, che hanno all’incirca lo stesso valore legale dei Disney Dollars con cui puoi cambiare i dollari nei parchi Disney.

Nei negozi trovi cartelli così.

Nei negozi trovi cartelli così.

Una delle poche affermazioni di indipendenza dall’Italia citate dai seborghesi è attribuita a Mussolini, che nel 1939 scriveva:

il Principato di Seborga non appartiene all’Italia.

Considerato che all’epoca diceva lo stesso degli italiani di origini ebraica non mi sembra un argomento molto spendibile.
Comunque la questione dell’indipendenza di Seborga è un po’ più articolata, anche se abbastanza improbabile; una lista delle argomentazioni si trova qui. Ovviamente c’entrano i templari e ovviamente si citano “eminenti storici inglesi” (quali?).

Fatto sta che oggi, come la strada provinciale entra nel territorio del comune di Seborga trovate una garitta con dentro un signore in uniforme (basco, camicia azzurra, pantaloni bianchi e anfibi) che vi fa un cenno di saluto. In segno di disprezzo per le leggi dell’oppressore italiano io gli sono involontariamente passato davanti senza cintura di sicurezza (ma tanto ha meno poteri del sorvegliante di un grande magazzino). La strada, tra l’altro, finisce a Seborga e proprio davanti a un busto di Umberto I, evidente provocazione sabauda contro gli abitanti del luogo.
Folklore a parte, Seborga è un borgo piccolissimo arroccato in cima a un colle da cui si gode una vista straordinaria sul mare e sulla vallata sottostante. Si gira a piedi in credo cinque minuti, poi si possono visitare la chiesa, il negozio dei souvenir; c’è anche un palazzo del governo, che più o meno condivide le funzioni dell’ufficio informazioni turistiche.
Ci sono un paio di ristoranti, uno in una corte molto bella, tira un bel venticello e c’è almeno un gatto molto socievole.
E poco altro.
Gli indipendentisti seborghini sono stati molto bravi a creare curiosità su di un posto che senza questo bizzarro passaparola sarebbe forse rimasto al di fuori dei giri turistici; curiosamente la questione dell’indipendenza nasce (o rinasce) infatti negli anni ’50, in concomitanza con l’apertura della strada rotabile che unisce Bordighera a Seborga…

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Il tuo sasso, le strade di Genova

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A Genova nell’estate del 2001 è successo questo: la gente è improvvisamente impazzita e per due giorni ha attaccato senza sosta, con ogni mezzo, le forze di polizia presenti in città, impegnate a distribuire caramelle ai bambini e aiutare le vecchiette ad attraversare la strada. Le stesse forze di polizia che gestivano un ostello nell’entroterra, a Bolzaneto, e che organizzavano eccitanti cacce al tesoro notturne in una scuola locale, la Pertini-Diaz.
Questo scenario è più o meno quello che emerge dalla continua offensiva del COISP, sindacato sedicente autonomo di polizia, che forse ricorderete negli ultimi tempi per la delicata manifestazione sotto l’ufficio della madre di Federico Aldrovandi a sostegno dei colleghi che hanno ammazzato di botte suo figlio.
È dall’anno scorso che il COISP ha rivolto le sue attenzioni al G8, nello specifico a piazza Alimonda. Nel luglio del 2012, infatti, ha girato per le strade di Genova un camion pubblicitario con un collage di foto a dire il vero poco leggibile e lo slogan “L’estintore quale strumento di pace. Liberi di fare questo!“. La cosa fece saltare la mosca al naso al mio amico Pablo, che ebbe con il COISP un simpatico scambio epistolare (1, 2, 3; usare “belle merde” come chiusura della prima lettera è stato un errore strategico perché ovviamente poi hanno potuto attaccarsi all’insulto per fare le vittime verginelle).
I tempi non devono sorprendere: pochi giorni prima erano uscite le sentenze definitive sulla scuola Diaz, che inchiodavano esponenti della Polizia a responsabilità piuttosto pesanti, il film Diaz era uscito nelle sale in primavera.
Quale cosa migliore da fare, per provare a imporre un reframing dei “fatti di Genova” che non attaccarsi a piazza Alimonda (tra l’altro in un improvviso attacco di ecumenismo verso i cugini dell’Arma)?
Piazza Alimonda è sempre stata una materia scottante da maneggiare, perché mentre esistono migliaia di casi di violenza ben documentati e documentabili di atti di violenza praticati a freddo dalle forze dell’ordine su gente inerme, lì c’è altrettanto ben documentata una situazione di scontro reciproco. Non è questa la sede per fare per l’ennesima volta la storia della camionetta che non è bloccata contro un muro ma in mezzo alla piazza, della posizione di Giuliani, dell’estintore, del calcinaccio, l’uomo con la trave, quello con il giubbino, il tuo sasso e tutto quanto. Anche perché è stata ricostruita già molto bene da altri. Carlo Giuliani viene ucciso negli scontri successivi alla carica (assurda) di via Tolemaide e questo è il punto su cui non si può prescindere: Giuliani viene ucciso in uno scontro. Ora, ognuno di noi ha opinioni diverse sulla legittimità di quello scontro, immagina di sentirsi più o meno d’accordo con le motivazioni che possano portare una persona a scegliere di combattere, ma il dato di fatto è che Giuliani non viene ucciso mentre passa di lì per caso.*
Su questo aspetto fanno leva quelli del COISP: sanno benissimo che, a distanza di 12 anni, tante cose sono decantate nella memoria degli italiani, ma non l’immagine di Giuliani con l’estintore che sembra proprio in bocca al retro della jeep, la pistola puntata su di lui.

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In piazza Alimonda c’è un piccolo blocco di pietra bianca, che ricorda crudelmente il famoso “sasso” con cui secondo un poliziotto un manifestante avrebbe ucciso Carlo Giuliani (o quello con cui verosimilmente qualcuno ha fatto una ferita sulla fronte del cadavere per corroborare questa versione). È lì da luglio, sostituisce una lapide che veniva periodicamente danneggiata, c’è scritto sopra “Carlo Giuliani, ragazzo” e la data del 20 luglio 2001.
Si tratta dell’unico segno tangibile in città degli eventi del luglio del 2001. L’unico. Non troverete niente altro in città che ricordi quei giorni di caldo e follia, in cui i manganelli della polizia picchiavano più forte di quanto potrà mai fare qualsiasi anticiclone con un inutile nome mitologico. Non  c’è niente che ricordi le decine di migliaia di donne e uomini picchiate, terrorizzate, gassate, la maggior parte mentre stava cercando semplicemente di salvarsi il culo. Non c’è niente alle scuole Diaz-Pertini, niente alla caserma di Bolzaneto (figurarsi), niente in corso Italia, in via Tolemaide, in piazza Alimonda, in corso Gastaldi. Niente.
Solo quel sasso e quelle tre parole e una data.
Troppo, per il COISP, che ha indetto una raccolta firme perché anche quel piccolo segno venga cancellato (e state pur sicuri che vista la visibilità che l’iniziativa sta avendo qualche solerte amico delle forze dell’ordine farà di testa sua nottetempo). Schermata 2013-08-06 a 11.53.02Non c’è bisogno di dire che, vista la natura controversa della figura di Giuliani, la cosa sta raccogliendo una certa simpatia: il mood dei lettori del Corriere è “soddisfatto”, con tanto di faccina sorridente (che tra l’altro temo si immaginino proprio una statua a tutto tondo di Giuliani con l’estintore in mano, visto il titolo dell’articolo). Scorrendo i commenti si trovano lettori che condannano l’operato delle forze dell’ordine a Genova o attaccano per la morte di Federico Aldrovandi “…ma Giuliani…“.
Così, facendosi forza sull’episodio di piazza Alimonda e sulla sua indigeribilità da parte dell’opinione pubblica, cercano di cancellare dal tessuto della città qualunque segno di quei giorni. Cercano di imporre la loro narrazione dei “fatti di Genova”: non più le aggressioni a freddo ai cortei, l’irruzione a spaccare teste, le torture alla gente in cella, ma i poveri poliziotti aggrediti mentre fanno il loro lavoro.

Che cosa si può fare?
Dando per scontato che sul cippo di piazza Alimonda ora si aprirà un guerriglia a bassa intensità fatta di vernice, sfregi, martellate fino al giorno che puf, sarà scomparso nella notte.
Io credo sempre che il racconto del G8 di Genova vada parzialmente “de-Alimondizzato”. Non del tutto, ovviamente. Non si può prescindere dalla morte di una persona. Ma piazza Alimonda si è tante volte mangiata il contesto, il prima e il dopo. Il ricordo delle violenze di quei giorni va portato anche fuori da quella piazzetta e dalla sua aiuola, lontano dalla facciata della chiesa.

Prendendo il sole in corso Italia

Ci sono strade di Genova che grondano sangue e il cui asfalto è chiazzato di lividi che vanno da corso Gastaldi a piazza Manin. C’è stata gente picchiata da sei o sette divise tutte insieme appena sopra corso Italia, altra calpestata nelle aiuole di corso Italia mentre cercava di proteggere una ragazza. La gente caricata dai blindati in via Tolemaide (poi si chiedono perché ne hanno bruciato uno).

“Lo scontrino della focaccia dov’è, EH?”

A piazza Alimonda c’è scappato il morto, per usare l’orribile espressione che è corsa sulle labbra di tutti il 20 luglio, ma non si è esaurito tutto lì. Bisogna rovesciare addosso alla polizia le carrettate di inermi massacrati, invece di concentrarsi solo sull’evento in cui qualcuno aveva deciso che era anche ora di smetterla di stare lì a prendere botte.

Forse si dovrebbero recuperare foto, molte foto. Ricostruire dove sono state scattate. Creare una mappa ad hoc su google maps. O ancora meglio stamparle su dei bei pannelli e piazzarle in città nel punto esatto.
Sentiamo cosa ha da dire il COISP, quale giustificazione hanno anche per le teste rotte di gente con le mani alzate.
Se ne può parlare?

* Sottotitoli: Non considero Giuliani né un eroe né un teppista. Solo qualcuno che ha fatto una scelta, una scelta che non essendo io lì non posso giudicare. Dice: ma anche Placanica ha fatto una scelta. Certo, proprio per evitare che la gente nella merda faccia scelte sbagliate bisognerebbe evitare di dare pistole a chi fa ordine pubblico.

Ps: notavo cercando immagini che i fotogrammi di Diaz su google escono mischiati alle foto vere. Non credo sia una cosa positiva.

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Il calcio è un grande rito, che devi rispettar

Due campionati fa sono stato allo stadio ben due volte, per vedere la squadra della mia ragazza, l’Vrbe, che giocava contro le due squadre della mia città, la Grifonia e la Ciclistia. Preferirei non fare nomi perché davanti al calcio la gente tende a sbroccare e perché l’unica volta che mi sono arrivati insulti in privato per una roba pubblicata su tumblr è stato per una divertente scritta sul muro contro la squadra della mia città di cui non sono mai stato tifoso. Il fatto che questo post sia in bozze da quasi due anni la dice lunghissima su quanto sia sicuro che sia una cosa salutare scrivere di calcio. Continua a leggere

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Quella volta che ho visto un concerto di Morrissey a Genova

Non è che gli Smiths siano il mio gruppo preferito (eufemismo) e figuriamoci cosa posso sapere della carriera solista di Morrissey.
Fatto sta che domenica sera, dopo aver passato gli ultimi tre giorni a consumare il nuovo disco dei Rush (immenso) mi sono ritrovato (that’s the power of love) a pochi metri dal palco dove l’uomo che una volta stava in un gruppo con il futuro chitarrista dei Cult si sarebbe esibito.
Questi sono alcuni appunti mentali della serata.

La location
Quella che viene pomposamente definita “Arena del mare” è in realtà nel resto dell’anno un’area del parcheggio del Porto Antico di Genova, in fondo ai Magazzini del Cotone. Ciò non toglie che permetta alcuni scorci suggestivi, tipo che mentre l’artista di spalla (Kristeene Young, quattro impressionanti ottave di estensione vocale ma poco più) (un incrocio tra Kate Bush e Amanda Palmer, a cui nelle canzoni solo piano e voce era abbastanza identica) sta facendo di tutto per impressionare il diffidente pubblico genovese passa un traghetto a lato del palco e tutti a salutare la gente che sta andando in Sardegna. La Young non l’ha presa benissimo, secondo me.
Però il posto è molto raccolto e questo per i live è sempre un bene.

La gente
“Grazie che mi hai portato al circo,” ho detto. Qualche darkettone, un sacco di jeans corti risvoltati sopra al ginocchio e anfibi, Ray-ban a strafare come se li regalassero all’ingresso, un tizio con una strepitosa cravatta di fiori (e baffi arricciati), sembrava di stare un po’ in una fiera di cosplayer degli anni ’80. C’erano pure dei goth.
Immancabile la bandiera dei 4 mori. Al proposito, ho una teoria: c’è un ufficio apposta alla Regione Sardegna, che si preoccupa di fare sì che in ogni evento con più una certa soglia di partecipazione ci sia una bandiera sarda. Devono essersi addormentati giusto per il Freddie Mercury Tribute del 1992.

The crew
Stilosissime le magliette indossate dalla crew, azzurro nazionale con lo scudetto tricolore e la faccina di Morrissey dentro. Per quanto riguarda la band, notevole il bassista che sembrava uscito dal video di Shania Twain che rifaceva al maschile quello famoso di Robert Palmer, il chitarrista giovane che è stato per un mese nei Red Hot Chili Peppers tra Frusciante e Navarro prima che Flea gli dicesse “Sai che c’è? Mi sono accorto che mi stai sul cazzo” e soprattutto Boz Boorer, che mi dice wikipedia essere il direttore musicale di tutta la baracca da vent’anni travestito da donna come solo gli inglesi sanno travestirsi da donne.

Boz Boorer. Immaginatevelo vestito da casalinga inglese in libera uscita la domenica.

Il suo sguardo da “che c’è da guardare? Hai pulito la tua camera?” è stata una delle cose più belle della serata. Puro Eddie Izzard.

Morrissey
Non si può non concedere all’uomo che trasuda carisma. E che è anche un bell’omino, molto più che nelle foto da giovane. Un po’ versante Fabio Testi (potete negare, ma in fondo al vostro cuore sapete che è vero).
A tal proposito, vorrei aprire una parentesi con gli individui che mi sono venuti in mente durante la sua performance:
- l’architetto Mangoni finalmente incarnato nel corpo che vorrebbe possedere;
- il compianto Gino Latilla quando nei concerti monegliesi si strappava la camicia cantando “Io sono il vento”, gesto replicato dal nostro con tanto di lancio della camicia al pubblico (e furibonda rissa per il possesso di brandelli della sacra reliquia);
- il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, quando si è ripresentato sul palco con una camicia blu a righe colorate, così brutta che dagli spalti qualcuno l’ha scambiata per una maglia della Sampdoria (absit iniuria verbis, o forse anche no).

Scherzi a parte, il Morrissey sa fare il suo lavoro e per lunghi minuti riusciva anche a distogliere il mio sguardo dal meraviglioso chitarrista vestito da donna (poi presentato come “Miss Gain Attention”, signorina attira-attenzioni). Il pubblico è totalmente innamorato di lui e quando qualcuno riceve il microfono per fare una domanda, invece di chiedere “MA DOVE CAZZO HAI COMPRATO QUELLA CAMICIA ORRIBILE? ERI UBRIACO? HAI PERSO UNA SCOMMESSA?” faceva profferte di natura sessuale. Da consumato attore, ogni tanto si sporge per toccare delle mani, fa l’onda con il cavo del microfono, batte le mani e piroetta come un torero, si dispera e gesticola come un Nick Rivers appena appena un po’ meno contenuto. Mostra grande aplomb quando tre o quattro tizi tentano di saltare sul palco uno dietro l’altro e vengono abbattuti dalla security e degna giusto di un’occhiata una bandiera italiana che gli viene lanciata sul palco, lasciando a uno della crew il compito di raccoglierla e metterla dietro le quinte.
Francamente, me lo aspettavo molto più spocchioso e sulle sue, invece non solo rinuncia a ogni menata da primadonna salendo sul palco per primo seguito dal resto del gruppo, ma ride, scherza, fa battute in un inglese incomprensibile (mentre quando canta è molto pulito e comprensibile), si mette in posa per chi gli fa le foto dalla prima fila.
L’unico momento “ma anche no, grazie” è quando ci propina il pippone vegano di Meat is murder, sul quale almeno lascia campo libero alla band che divaga un po’ mentre sullo schermo passano immagini di macelli, allevamenti e via discorrendo che anche basta (a sfregio, poco prima ci eravamo rimpinzati di kebab); ma a parte questo non chiedetemi che canzoni degli Smiths ha fatto. So solo che non ha fatto nessuna di quelle che conosco (quella della pubblicità della birra, quella che hanno fatto una cover i Tre Allegri Ragazzi Morti e quella che spera che un autobus prenda in pieno la macchina con cui un amico gli ha dato un passaggio perché l’aveva visto giù, che non mi sembra proprio una cosa carina da pensare per ricambiare uno che ti sta portando in giro come un pacco postale) (e neanche quella del panico sulle strade di Londra).

No, non mi sono convertito. “Moz” è un bravo professionista e se è in giro da così tanto tempo avrà il suo perché, ho passato un’ora e mezzo divertente, ho battuto le mani quando c’era da batterle e ho accennato vaghi movimenti con la mia scioltezza ursina quando c’era da accennarli.
Poi stamattina ho ripreso ad ascoltare Clockwork Angels.

[BONUS TRACK] La tizia davanti a me

Tu, che hai passato tre quarti del concerto con la macchina fotografica alzata sopra la testa proprio all’altezza della mia faccia e mi hai fatto vedere il concerto come se fossi stato a sei chilometri dal palco e guardassi un maxi-schermo. Tu! Sappi che sei stata fortunata che io non conoscessi le parole di nessuna canzone, perché altrimenti a quest’ora nella solitudine della tua cameretta staresti guardando Morrissey muoversi sul palco al suono della mia voce che sbraita fortissimo stonando tutto quello che si può stonare.

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Diaz.

disaster film is a film genre that has an impending or ongoing disaster (such as a damaged airlinerfireshipwreckdisease, an asteroid collision or natural calamities) as its subject. Along with showing the spectacular disaster, these films concentrate on the chaotic events surrounding the disaster, including efforts for survival, the effects upon individuals and families, and ‘what-if’ scenarios.

Diaz di Daniele Vicari ha l’impostazione e lo sviluppo di un disaster film; anche la predisposizione che ha lo spettatore verso il film è simile a quella che si può avere verso pellicole come Titanic o Alive “tratte da una storia vera”. Sappiamo che cosa vedremo, l’evento centrale attorno a cui ruotano le storie dei personaggi, il disastro; e siamo curiosi di vedere come è stato messo in scena, con quale sguardo, con quale giudizio. Chi di noi in questi dieci anni si è interessato alle inchieste, alle indagini, alle ricostruzioni sa anche che personaggi vedrà sullo schermo o li saprà riconoscere dai dettagli, anche se i loro nomi sono stati cambiati rispetto al reale (poi ci torniamo).
Insomma, il primo impulso con cui si va a vedere Diaz è quello non di conoscere ma di riconoscere, tanto più se si è tra chi ci è andato appena uscito o quasi. È per questo che in giro in questi giorni leggo tante analisi e discussioni sull’efficacia e completezza del film come documento, discussioni che trovo sterili e fuori fuoco, perché Diaz è un film che non costituisce l’unico racconto disponibile del G8 genovese, ma fa parte, dialoga e si nutre, di una mole di materiale, scritto, fotografato e filmato che ha dell’incredibile.  Già dal titolo, Vicari e i suoi autori dichiarano di raccontare non tutto il G8 ma un evento in particolare, il massacro degli occupanti della scuola Diaz (e, ancora più impressionante, il trattamento ricevuto dai fermati alla caserma di Bolzaneto).
Quindi, Diaz è un film che parla della Diaz. Ed è un film, questo è un punto che è bene tenere presente.
Al liceo, prima che venissimo trascinati in un cinema di mattina a vedere Schindler’s List, il professore di filosofia ci fece un discorso che all’epoca mi sembrò una stronzata ma che oggi credo di avere capito. “Non credete di potere sapere che cosa è stata la Shoa” disse “solo vedendo un film, perché un’opera narrativa può darvi delle nozioni e delle emozioni ma non può rendere la pienezza delle dinamiche di un fatto storico” (il prof in questione si chiamava Santino Mele; lo scrivo perché magari un giorno si googla e scopre che per quanto avesse ragione a dire che farci lezione era divertente come succhiare chiodi arrugginiti, qualcosa alla fine è rimasto). Con Diaz secondo me si può fare un discorso simile, quello che Vittorio Agnoletto non ha capito. Dalle critiche che fa al film (e le sue successive dichiarazioni lo confermano), l’ex portavoce del GSF voleva un film sulle indagini, meticoloso fino alle virgole, che raccontasse sostanzialmente non la Diaz ma i dieci anni successivi. Un film che, certo, si potrebbe fare, perché fino dalle prime dichiarazioni la notte stessa del blitz la polizia ha fatto di tutto per mistificare e nascondere le proprie colpe.
Ma vi viene in mente niente?
A me sì: Romanzo di una strage, il film di Marco Tullio Giordana sulla strage di piazza Fontana, la morte di Pinelli e quella di Calabresi. Romanzo di una strage è un film fatto così, con tutti-tutti i nomi, tutte le facce truccate e pettinate per assomigliare il più possibile ai personaggi reali e che ti lascia alla fine della visione con l’impressione di avere visto una grande messa in scena che alla fine non riesce a dire niente e che ha addosso il sapore forzato e annoiato delle proiezioni mattutine per le scuole.
Diaz è un’altra cosa, è la ricostruzione realistica di un fatto realmente accaduto costruito però in modo da rispondere a delle necessità di tipo narrativo. In questo senso si possono comprendere meglio due delle critiche sollevate da Agnoletto (ma dimmi tu se nel 2012 dobbiamo stare ancora qua a discutere con uno che si era ridotto a intervenire telefonicamente al tg4). La prima è la questione dei nomi, che non corrispondono né nel caso delle vittime né nel caso di poliziotti e funzionari a quelli reali (anche se le iniziali sono generalmente le stesse del personaggio vero). Una scelta che, credo, risponde a due ordini di necessità: la prima sta nella possibilità di far agire un personaggio in modo verosimile e coerente alla sua controparte nel caso serva alla narrazione, o condensare in un personaggio più figure. Non che questo sia fatto necessariamente bene: nell’economia del film il momento di solidarietà con i feriti dello pseudo-Fournier dentro la scuola l’ho trovato un po’ forzato (mentre corrisponde alle testimonianze il suo comportamento dentro, ma sono le emozioni che gli vengono attribuite che non mi convincono).
La seconda motivazione credo sia molto più pragmatica ed è legata alle vicende processuali, che si risolveranno probabilmente in una bella prescrizione ma che al momento sono ancora aperte con il ricorso in Cassazione. Dare i nomi reali ai funzionari imputati, se poi la Cassazione ribalta la sentenza o subentra la prescrizione (grazie governi Berlusconi, grazie tutti quelli che non hanno ratificato il reato di tortura) può essere rischioso perché poi magari ti trovi il dvd del film bloccato da denunce e ricorsi. (I film li fa della gente che poi vorrebbe anche guadagnare dei soldi, di solito).
E poi, come dicevo, di documentazione, a partire dalle voci di Wikipedia, ce n’è (io consiglio sempre il rigore della ricostruzione spazio-temporale di Le strade di Genova di Davide Ferrario, ma non dimentichiamoci che Carlo Lucarelli ha dedicato al G8 una puntata di Blu Notte in prima serata). Per quanto la diffusione di Diaz (240 copie distribuite nei cinema, mi pare) ne farà un mezzo privilegiato  per la divulgazione delle dinamiche dell’irruzione, trovo irrealistico pensare che tutti si fermeranno a quel livello e non andranno a cercare altre informazioni. Anche perché, appunto, il film è parziale nel racconto del G8 di Genova e di fatto la storia vera e propria inizia nel pomeriggio di sabato 21 luglio, alla fine del terzo giorno di manifestazioni (giovedì corteo dei migranti, quello dimenticato in cui non successe nulla, venerdì via Tolemaide e morte di Carlo Giuliani, sabato cariche in corso Italia).
Qui nasce l’altra critica, quella secondo cui restano fuori dal film le ragioni del movimento, la grande mobilitazione, i successi dei dibattiti nei giorni precedenti le manifestazioni. Critica che è corretta nel senso che è vero che tutte queste cose nel film non ci sono, ma il fatto che non ci siano lo rende paradossalmente molto più forte ed efficace.
Questa relativa decontestualizzazione, infatti, strappa di dosso alla vicenda quell’aura da “racconto di reduci”: Diaz non è un film che  parla di cosa hanno fatto a noi in quanto “no global” ma di cosa hanno fatto a noi in quanto cittadini, in quanto esseri umani. Togliere il “prima” rende più forte la drammatica casualità di 93 persone che si sono trovate nel posto sbagliato nel momento in cui la polizia ha deciso che bisognava dare in pasto ai media e all’opinione pubblica un’operazione in grande stile per recuperare un po’ di faccia dopo aver lasciato libero di sfogarsi il “blocco nero” (qualunque cosa sia stato il black bloc a Genova – e probabilmente è stato tutto quello che abbiamo ipotizzato negli anni tutto insieme: black bloc “storico“, infiltrati, fascisti, gente improvvisata).
Togliere un pochino (non tanto) della loro identità politica alle vittime le rende più universali, mette a nudo ancora di più la dinamica basilare dell’accaduto: lo Stato, per mano dei poliziotti esercitato una violenza inaudita su delle persone inermi, violando consapevolmente (con pretesti ridicoli) le sue stesse leggi.
È questo il nucleo di Diaz: raccontare e mostrare il momento e i luoghi in cui è saltata ogni regola, in cui alla legge si è sostituito l’arbitrio. Dice: ma è successo anche in via Tolemaide, per tutto il centro, in corso Italia. Vero, ma nella Diaz (e a Bolzaneto) è successo a freddo, scientificamente, senza nessuna situazione di scontro tra le parti; è stato un massacro unilaterale, puro e semplice, più semplice da mettere in scena, più comprensibile.

Dicevo del disaster film. A un certo punto, lo sai, il disaster arriva. È quello per cui hai pagato il biglietto ma quando arriva, anche se sulla Diaz hai letto di tutto in questi dieci anni, ti rendi conto che non sei pronto a vederlo messo in scena.
La dico come va detta: quando la polizia è entrata nella palestra ho chiuso gli occhi. Li ho riaperti. Li ho richiusi. Era lo stesso cinema in cui avevo visto, a 13 anni, Nightmare 6. Era la prima volta che vedevo un horror al cinema e mentre aspettavo gli amici fuori avevo paura. In quel momento mi sono sentito di nuovo tredicenne a pensare che forse avevo fatto il passo più lungo della gamba. Poi la paura e l’angoscia passano, mentre sullo schermo l’onda con i caschi blu spacca, manganella, insulta, sputa, sfonda, sbatte, colpisce, umilia, devasta. Passano e arriva la rabbia. Non pensi più ai nomi, alla ricostruzione delle manifestazioni, alla recitazione degli attori secondari.
Pensi alle persone, agli esseri umani che erano là dentro, alla loro paura (e la tua è solo un surrogato, di cui quasi ti vergogni), al loro dolore. A come può andare avanti una vita dopo un’esperienza del genere.
Tutta la lunga sequenza della polizia dentro la Diaz è spaventosa. Vicari, che ha tenuto fuori dalla sceneggiatura episodi presenti nelle sentenze ma che su schermo sarebbero sembrati esagerati (!), è riuscito a ricreare un’atmosfera claustrofobica, di impotenza, di terrore, di violenza selvaggia. Non c’è scampo, lo sai, ma speri lo stesso che qualcuno sia riuscito a nascondersi in un cazzo di sgabuzzino e invece no, arrivano, sfondano porte a calci, picchiano, quasi più forte chi ha le mani alzate. Ma se l’irruzione fa così paura e così rabbia è anche perché il film ha costruito le scene in cui tutto viene deciso dando una rappresentazione dei vertici della polizia che è altrettanto spaventosa e, credo, abbastanza inedita nelle produzioni italiane: i responsabili, quelli in giacca e cravatta, ragionano in termini di immagine, preparano azioni provocatorie per giustificare quello che verrà, scavalcano i magistrati, ignorano chi consiglia soluzioni alternative. Non è un incidente: sanno cosa stanno facendo, sanno come si comporteranno gli agenti lasciati liberi di agire su “nemici” inermi. È tutto calcolato e le vittime non sono vittime di errori di valutazione, ma di un piano ben preciso.

E poi c’è Bolzaneto. Bolzaneto è il buco nero del G8 del 2001, l’evento di cui non esiste nessun tipo di immagine. Quello che è successo tra le pareti della caserma adibita all’identificazione e allo smistamento dei fermati lo dobbiamo solo immaginare leggendo le carte dei processi e le testimonianze di chi c’era.
Vicari mette in scena Bolzaneto, dopo la Diaz, dopo i feriti portati via dagli ospedali. Per farlo prende la strada narrativamente più potente e fa vivere Bolzaneto attraverso l’esperienza di una ragazza straniera. Sperduta perché non parla e capisce l’italiano, ferita, umiliata (l’infame episodio della carta di giornale da usare al posto dell’assorbente c’è, nel film).
È Bolzaneto il momento del film in cui ti rendi conto che Vicari ti sta dicendo, per immagini, che Genova non è stata una serie di errori di percorso, di decisioni azzardate di singoli, quanto piuttosto un “liberi tutti” per le forze dell’ordine di cui era impossibile che i vertici non conoscessero i dettagli (senza neanche far vedere il ministro Castelli che va a Bolzaneto e non vede niente di strano) (voi che ce l’avete con la Lega da quando avete scoperto che ruba, mi fate schifo). I pestaggi in strada succedono, beh, in strada, non si può controllare la truppa; la Diaz è in un luogo chiuso, difficile controllare la truppa; Bolzaneto è una caserma della polizia, un luogo che ha precise catene di comando e in cui tutti, anche il medico, hanno voluto fare la loro parte.

Come si esce, da Diaz?
Parlo per me: ne sono uscito con addosso l’angoscia e la rabbia dei giorni in cui ho scoperto della Diaz prima e di Bolzaneto dopo. Non credo di essere andato al cinema “a fare una buona azione” come ho letto su twitter, ma a vedere un film efficace, non perfetto ma potente e che ha il coraggio di schierarsi con decisione (cosa che ACAB non fa, per esempio, perdendosi in un confuso paciugo di condanna-ma-con-comprensione-e-speranza-nei-giovani).
Attorno a me ho visto occhi lucidi e facce scure, di rabbia o di dolore.
Usciti, ci siamo messi a parlare e saremmo potuti andare avanti per giorni a ricordare cosa ricordavamo, cosa abbiamo vissuto, cosa ha vissuto chi conoscevamo.
Diaz non chiude il discorso su Genova, aiuta ad aprirne, a ricordare, a completare i vuoti (Berlusconi, Fini, Scajola, ma pure Amato e Bianco, che furono i primi a gettare le basi della gestione dell’ordine pubblico a Genova).
Si merita due ore del vostro tempo.

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O mare nero mare nero mare ne-

Succede che attorno al 22 di luglio del 2001 diverse ambasciate iniziano a contattare il ministero degli Esteri perché hanno ricevuto segnalazioni di famiglie che non hanno più notizie dei loro figli, andati a Genova per il G8.
Il ministro degli esteri dell’epoca si chiama Renato Ruggiero. Probabilmente oggi è ricordato per essere stato il primo ministro dimissionario di un governo Berlusconi, in polemica con l’euro-scetticismo del governo, ma quando entrò nel governo (con la benedizione di Agnelli) era l’unica personalità di alto profilo dell’esecutivo, con una vita spesa interamente nella diplomazia internazionale.
Il 26 luglio 2001, dopo la relazione in parlamento di Scajola su quanto successo a Genova (riassumibile in “gli abbiamo spaccato il culo, LOL”), Ruggiero disse questo ad alcuni giornalisti:

‘Sono ragazzi, saranno andati al mare… non siamo un paese dove sparisce la gente”

Bolzaneto non è al mare.
Bolzaneto è in fondo a una valle che va verso il male, sotto uno svincolo dell’autostrada.
Chi finì alla caserma di Bolzaneto si trovò gettato indietro nel tempo, prima del principio dell’habeas corpus, prima di qualunque diritto elementare garantito a chi si trova tra le mani della Legge. Non sono solo le botte, le torture, le umiliazioni. Sono anche gli stranieri costretti a firmare verbali falsi in una lingua che non capivano o privati della possibilità di richiedere qualsiasi intervento dall’esterno.
Cito da wiki:

Nel luglio 2007 la Procura di Genova ha messo in dubbio l’autenticità di alcuni delle dichiarazioni ufficialmente firmate da alcuni dei fermati stranieri che erano presenti nella caserma. Secondo il perito che ha analizzato i documenti (delle “dichiarazione di primo ingresso”) vi sarebbero due modelli precompilati, in cui vi era scritto che i manifestanti dichiaravano, tra le altre cose, di non temere per la propria incolumità personale e di non volere che il consolato o l’ambasciata dei loro paesi fossero avvertiti del loro stato di detenzione. Il giudice Renato De Luchi ha tuttavia respinto la richiesta dei pm di acquisire questi documenti (in quanto già agli atti del processo) e di ascoltare il perito calligrafico che sosteneva la falsificazione del documenti. Alla ripresa del processo, all’inizio di ottobre, i due ispettori della polizia penitenziaria che avevano sottoscritto i verbali dei 67 stranieri arrestati nella scuola Diaz e portati nella caserma di Bolzaneto hanno sostenuto di non aver assistito agli interrogatori e di essersi limitati a firmarne i verbali prima che fossero imbustati, quando gli interrogatori erano già terminati. Alla richiesta dei PM se non era anomalo che tra gli arrestati nessuno chiedesse di parlare con il consolato uno degli ispettori ha sostenuto che, per la sua esperienza quindicennale, normalmente nessun straniero arrestato chiedeva di essere messo in contatto con il proprio consolato.

Come abbiamo già visto nel caso della Diaz, quando c’è  da pararsi il culo, la parola della Polizia è carta da culo. Di quella che si trova sui treni: grigia e ruvida come carta vetrata.
Immaginate. Siete in Francia, Germania, Spagna, Inghilterra, dove volete.
La polizia fa irruzione dove dormite, picchia voi, quelli vicini e quelli più lontani.
Oppure vi carica per strada, vi insegue con i blindati, vi mena quando cercando di scappare cadete per terra o quando alzate le mani perché in fondo non state facendo nulla.
Vi trascinano via urlandovi insulti in una lingua che non capite, forse si sforzano di urlarvene qualcuno in una versione approssimativa della vostra lingua. Vi portano chissà dove, nessuno sa dove siete, perché ci siete. E voi, pacificamente, dite che è tutto ok, che non volete parlare con nessuno, che non volete avvisare nessuno, che non volete l’intervento di organi ufficiali del vostro paese nella speranza che possano fare qualcosa.
Volete solo stare tranquilli, approfittare di quel momento di separazione dal mondo.
Un po’ come foste al mare.

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Che paura che c’inghiotte e non torniamo più

Poi quando credi che tutto sia finito scopri che il mostro non è morto, come nei film horror.
La scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto sono due gironi infernali che ci fanno ancora più paura di tutto quello che è successo nei due giorni precedenti per le strade di Genova.
Siamo costretti a immaginarli dai racconti di chi c’è stato, dalle immagini delle conseguenze. Scrive il Corriere della Sera (che all’epoca tenne una linea parecchio vicina alle forze dell’ordine):

Sul registro di classe della II B c’è una manata di sangue che sta colando. Nell’ufficio del dirigente scolastico Carlo Angelo Castelli ci sono la bandiera italiana e quella dell’Unione Europea buttate per terra. Al terzo piano ci sono due scatole di preservativi, marca francese, macchiate di rosso.

Alle 2.35 l’ingresso della scuola Diaz è di nuovo a perto a tutti, tre gradini e si entra nella palestra al pianterreno. E’impossibile capire cos’era prima di questo buco nero. Ci sono vetri per terra, vestiti buttati ovunque, pozze di sangue fresco che impasta tutto, sacchi a pelo, provviste, libri e riviste.

Le porte degli uffici amministrativi della scuola, quelle dei bagni, hanno tutte il segno dello scarpone che le ha sfondate. In un’aula c’è un televisore con lo schermo a pezzi, un computer che deve aver preso fuoco, perché è tutto bruciato. Tra vestiti e sacchi a pelo, per terra ci sono anche i crocifissi delle aule. Tutti gli zaini sono stati buttati all’aria. C’è un libro sull’erotismo di Bataille strappato a metà, come gli album di fumetti americani. Sacchi a pelo zuppi di sangue. Il lavandino del bagno al pianterreno è tappato, ci sono due dita di acqua rossastra. Scatole di succhi di frutta schiacciate, meloni spiaccicati per terra.

Concita De Gregorio, per Repubblica, scrisse un articolo dall’attacco spaventoso:

Sangue vivo, scivoloso e lucido come sciroppo di lampone. Bibbia, rotolo di carta igienica, sangue. Scatola di metallo piena di preservativi, diario con numero di telefono di Micha: 2152635. Don Quixote senza copertina, sangue. Assorbenti, barattolo di olive, sveglia da viaggio, sangue. Passaporto strappato, polacco. Portamonete di similpelle nero, vuoto, con indirizzo: Nancy e Darryl Beal, 1051224 W 10th Ave. Vancouver, Canada. Avvertite i genitori.

La notte della Diaz è stata la notte.
Hanno picchiato gente che non aveva fatto nulla, hanno mentito e hanno mentito ancora, hanno sospeso ogni prassi e quando hanno finito hanno lasciato le porte aperte perché tutti vedessero che la Polizia di Stato fa quello che vuole (perché la Diaz fu un affare della Polizia, i Carabinieri erano addetti a fare cordone attorno; certo nessuno può escludere che non sia stato invitato qualcuno alla festa dentro, del resto per mesi non si è nemmeno riusciti a capire che cazzo di corpo della Polizia sia stato, a entrare).
Nonostante il processo, la Diaz non è una ferita che si rimargina. Resta lì. È successo.
Quei poliziotti sono ancora in giro, fanno ancora il loro lavoro. Su 349 ne sono finiti a processo in 29, 25 dei quali hanno ricevuto una condanna in appello (ma grazie al ricorso in cassazione forse scatterà la prescrizione), e dubito che una cosa del genere la fanno solo un gruppetto di “mele marce”. Sono tutti colpevoli. Moralmente. Lo sanno. E sono per le strade, allo stadio, ai concerti, a fare il loro lavoro. A fine 2008 l’avvocatura di Stato, che rappresenta il ministero dell’Interno, ha detto che la Diaz non è stata una spedizione punitiva e che era compatibile con l’ordinamento democratico.
Maroni ha assolto Scajola, in pratica.
Hanno deciso che è tutto a posto e che non è successo niente. Una rissa tra ragazzi che hanno un po’ esagerato.
Prendiamo atto.

 

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Il giorno prima

A me ha salvato la vita Bob Dylan. O se non la vita, almeno il profilo.

Nel luglio del 2001 studiavo a Bologna, mi ero iscritto all’Università nel 1998 e l’idea di lasciarmi alle spalle a Genova mi sembrava la cosa più incredibile di tutte.
A Genova c’ero tornato per le vacanze il 17 luglio. “Oggi mi hanno fermato solo quattro volte” mi ha detto un mio amico alla stazione.
In tasca avevo i biglietti per il concerto di Bob Dylan a La Spezia il 20 luglio, nella testa tutto il confuso casino dei mesi prima: Seattle, la polizia che spara a un manifestante a Goteborg, Praga, il Sismi che annuncia che temono che i manifestanti lancino gavettoni pieni di sangue infetto di HIV sulla polizia, l’allora poco noto Bin Laden che starebbe pensando ad attentati con aeroplani radiocomandati, la dichiarazione di guerra ai potenti della terra delle Tute Bianche, la zona gialla e la zona rossa. Ancora prima che il G8 in sé mi infastidisce tutto il pesante baraccone sicuritario che si sta mettendo in piedi: il divieto di stendere le mutande, la città tagliata in due, le grate nei vicoli.
Ho in programma di andare solo alla prima manifestazione, quella dei migranti di giovedì 19 luglio e poi, la mattina dopo muovermi verso Spezia. Al concerto vado con mio padre, dovremmo partire la mattina insieme a un mio amico, lasciarlo in una località di mare sulla strada a prendere posto in campeggio e poi proseguire per Spezia. Io devo raggiungerlo dopo il concerto e dovremmo restare lì per un paio di settimane, come da cinque anni a quella parte.
Il 18 faccio un giro in centro. Arrivarci, dal quartiere del Ponente dove abito, non è semplicissimo, perché le stazioni sono già chiuse, si deve prendere un autobus fino ai margini della zona gialla, poi un altro che fa un giro lunghissimo. Il centro è già quasi deserto. Negozi chiusi con pesanti pannelli di legno ignifugo sulle vetrine, anche dentro la zona rossa. Nessuno sembra fidarsi troppo della tenuta delle barriere approntate dalla polizia. In via XX Settembre, piena zona rossa, a due passi da palazzo ducale, sede del vertice, conto almeno quattro camionette piene di agenti che stanno a scoglionarsi sotto il sole. Ufficialmente, le forze dell’ordine dovrebbero familiarizzare con la città, invece questi sono tenuti lì dove sanno già che nessuno metterà mai piede ad accumulare nervosismo e frustrazione. A Palazzo Ducale, che dovrebbe ancora essere aperto, non mi lasciano entrare. Varco un paio di volte le grate nei vicoli. Brutte sensazioni.
La mattina dopo Genova si sveglia e scopre che la recinzione della zona rossa è stata ancora rinforzata: oltre alle reti, un muro di container.
Vado al concentramento della manifestazione, dove ho appuntamento con Enrico, lo stesso amico con cui sarei dovuto partire il giorno dopo. C’è davvero tanta gente. Già arrivare da Piazza della Vittoria al concentramento è un pre-corteo. Sulla strada lambiamo uno dei confini della zona rossa, Piazza Dante. Reti e cemento. Poliziotti in antisommossa. Uno si mette a roteare il manganello mentre passiamo. Io ho la maglia degli Stones con la linguaccia. Mi sembrava la più adatta per l’occasione. Sono nervosissimo.
Davanti alla chiesa di Carignano c’è ancora una scritta rimasta dai funerali di De André quasi due anni prima: “per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”. Sbircio sotto i caschi dei poliziotti che fanno cordone a difesa di non so cosa, forse il distretto militare. Uno ha voglia di menare le mani, uno sembra terrorizzato, uno sembra che aspetti che qualcuno gli dica che espressione deve avere.
Sul corteo dei migranti del giovedì si è scritto pochissimo: il suo ricordo è stato fagocitato da tutto quello che è successo dopo. Per me, che di Genova 2001 ho solo quel ricordo personale, resta uno dei cortei più belli e colorati e divertenti a cui abbia mai partecipato. Abbiamo cantato, abbiamo ballato, mi sono tinto le mani di bianco e ho lasciato una manata sulla parete di una galleria che ha resistito per un paio d’anni, abbiamo applaudito quelli che ci applaudivano dalle finestre sventolando mutande. Su corso Italia, davanti al mare, quando ormai siamo tutti stremati dal caldo e dalla lunghissima camminata, due ragazze russe insegnavano a un ragazzo francese il testo russo dell’internazionale. “Grazie Genova!” ha gridato a pieni polmoni lui. Credo che in quel momento Genova fosse la città più bella di ogni mondo reale e possibile.

Questa è la versione “lunga” della prima parte di un pezzo che ho scritto per un ebook collettivo su Genova 2001 che uscirà a settembre. In qualche modo, è la puntata finale della serie “prima di andare a Genova“.
Il finale del servizio del tg1 sulla manifestazione dei migranti, con la strada vuota, il sax malinconico e i poliziotti nervosi sembra fatto apposta. 

Sempre a proposito di ebook collettivi, oggi è stato pubblicato da BarabbaCicatrici“, che non ha nulla a che vedere con l’omonimo libro di Morozzi, ma che è una raccolta di oltre cento storie in cui un sacco di gente racconta come si è procurata delle cicatrici. In mezzo ci sono pure io.
Barabba ha anche pubblicato tre raccolti di scritti di gente che di solito scrive in Rete ispirati alla Resistenza, tra le altre cose. Date un’occhiate al loro catalogo

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Prima di andare a Genova – 4. Prendere il nero

Su Musica! di Repubblica (per i più giovani: l’antenato settimanale di XL) del 12 ottobre 2000 appare un diario, firmato da Zulu e Meg dei 99 Posse, delle manifestazioni del settembre 2000 contro la riunione del Fondo Monetario Internazionale.
Vi si legge:

L’assemblea si divide subito in tre sottoassemblee di gruppi di affinità: i rosa pacifisti non violenti stile fricchettone post-gandhiano; i gialli, le famigerate tute bianche; i blu, punk anarchici greci e inglesi misti a realtà antagoniste italiane non schierate con le tute bianche. Ognuno di questi gruppi gestirà una delle tre vie d’accesso al centro congressi con un comune obiettivo: bloccare l’assemblea dei delegati del FMI e della Banca mondiale. Ai rosa toccherà la strada alla sinistra del ponte dove suoni e colori saranno le uniche armi consentite. Ai gialli toccherà il ponte dove con l’ausilio di gommoni, caschi e protezioni corporee autocostruite si tenterà di aprire un varco nello schieramento avversario. Ai blu i sentieri alla destra del ponte, scenario ideate per la guerriglia metropolitana, disciplina questa nella quale primeggiano i punk anarchici ma sanno farsi apprezzare anche molti centri sociali italiani.

E, la settimana dopo, quando il racconto arriva al giorno della manifestazione:

Alle 5 dopo 4 ore di corpo a corpo si odono delle esplosioni dalla zona dei blu (soprattutto punk anarchici greci e inglesi ndr). Inconfondibili: molotov. II congresso e sospeso per la sicurezza dei delegati e le tute esauste si ritirano. I blu di sotto sono nel pieno degli scontri, giungono voci di ogni genere. C’è confusione, rabbia. Si decide che, il modo migliore per aiutare i blu sia creare dei diversivi per deviare un pò di polizia da loro a noi e così si va tutti in corteo all’Opera inscenando decine di blocchi stradali volanti. L’obiettivo è raggiunto, alle 18 quando la pressione della polizia sui blu si fa così esigua da permettere anche agli ultimi di loro di raggiungere l’Opera. A questo punto gli inglesi iniziano una serie di assalti mordi e fuggi a ristoranti con delegati, McDonald e hotel con delegati provocando cariche selvagge della polizia nelle quali ci imbattiamo noi italiani sulla strada del rientro al campo dove c’era da organizzarsi per la partenza del treno.

Per quanto mi ricordi (e scoprire che su internet entrambi gli articoli erano ancora disponibili è stata una bella sorpresa), questa è stata la prima volta che ho sentito parlare di quello che nel pomeriggio del 20 luglio 2001 avrei imparato a chiamare “black bloc”.
Il black bloc, nato pare in Germania negli anni ottanta, non è un associazione o un gruppo, ma un modo di “stare in piazza”. “Bloc” significa “spezzone”.
Nonostante sia una pratica diffusa in Europa e Stati Uniti per una ventina d’anni prima del 2001, in Italia il termine non ha, prima di Genova, una grande fortuna. Repubblica ne parla per la prima volta il 27 giugno 2001, dopo gli scontri a Goteborg:

Al di fuori della Rete organizzata si muovono altre sigle dell’antagonismo, i duri e puri teorici degli scontri anche se con sfumature differenti. Ci sono i cosiddetti “sfaciavetrine”, che hanno l’obiettivo di sfondare e devastare i simboli della globalizzazione come le banche e i Mc Donalds alzando quindi il livello dello scontro come successo a Napoli in occasione del Global Forum. Dentro ci sono alcune frange più dure dei centri sociali ed anche alcuni collettivi anarchici ma in gran parte vengono dall’estero. Così come da fuori confine arrivano i più pericolosi, quelli del Black Bloc visti in azione a Goteborg. Casseur francesi, anarchici insurrezionalisti, squatter, punkabestia, movimenti antimperialisti in particolare del nord Europa. E’ la parte violenta del movimento, quelli che vanno in piazza con le molotov e le spranghe a cercare lo scontro.

E poi, in un articolo del 19 luglio, scrive:

 Altri, i famigerati “Black block” faranno di più e di peggio, ma, probabilmente, non saranno insieme al Gsf.

Nell’estate del 2001, Bonini e D’Avanzo, ricostruendo i fatti del G8 genovese racconteranno di un incontro tenutosi prima delle manifestazioni tra i rappresentanti delle Tute Bianche e i rappresentanti del Black Bloc per tenere separati luoghi e tempi delle azioni violente e del corteo dei Disobbedienti. Per questo presunto incontro, Luca Casarini è finito sotto processo, dal quale è uscito poi assolto.
Nei giorni immediatamente precedenti la manifestazione del 20 luglio, l’allora presidente della Provincia Marta Vincenzi denuncia la presenza di vandali in un edificio messo a disposizione del Genoa Social Forum. Anche in questo caso la vicenda esce fuori a cose fatte:

Al centro c’è la questione di un edificio scolastico nella zona di Quarto (a levante della città) di proprietà della Provincia. La scuola era stata messa a disposizione di alcune organizzazioni non governative per ospitare partecipanti al Genoa Social Forum, ma, nei giorni precedenti alle manifestazioni e agli scontri, un gruppo di Black bloc si insedia nell’edificio, caccia gli altri ospiti e si dedica a distruzioni e vandalismi vari. La cosa viene riferita alla presidente della Provincia, Marta Vincenzi che manda un assessore a controllare. Il rapporto è agghiacciante: la scuola è nelle mani di gruppi di vandali. La Vincenzi comincia a tempestare di telefonate e lettere polizia e carabinieri. Riceve risposte del tipo: “Non si preoccupi. Stiamo indagando. Interverremo”.
Si sa che tra giovedì e venerdì un’auto della polizia si fa viva a Quarto. Dopo un rapido sopralluogo, constatato che i “Black bloc” sono tanti, i poliziotti se ne vanno assicurando che torneranno in forze. Poi, però, a Quarto non va più nessuno. Di qui l’esposto della Provincia che si salda alle denunce di tanti altri cittadini (omissione di atti d’ufficio e altri reati) che chiedono conto alle forze dell’ordine del perché non siano state impedite tante singole devastazioni di negozi e automobili.

Il 18 luglio va molto peggio a un gruppo di greci arrivati in traghetto ad Ancona.
Il governo ha ottenuto la sospensione del trattato di Schengen in vista del vertice, quindi si entra in Italia a discrezione delle forze dell’ordine:

E proprio l’arrivo di un gruppo di manifestanti greci nel porto di Ancona ha creato i problemi maggiori con scontri e feriti. Il primo traghetto è approdato alle 11 e i manifestanti vengono subito identificati. Sono questi, quelli che vengono respinti, ad impedire di fatto alla nave di muoversi perchè sosta sul pontone per lo sbarco. Del gruppo dei respinti farebbero parte anche anarchici e leader del movimento anti-globalizzazione, ma l’informazione è smentita dai manifestanti. A bordo del traghetto ci sono i turisti che stanno aspettando da ore di partire per la Grecia. La tensione è infine sfociata in una serie di scontri tra manifestanti greci e forze di polizia che stavano cercando di sgomberare il pontone. In serata il bilancio provvisorio, secondo fonti della polizia, è di dieci agenti feriti e di tre manifestanti.
E’ grave anche la situazione a bordo del Superfast 4, che sosta ancora al largo del porto, dove circa 200 persone del Blocco antimperialista in viaggio per Genova, ha dato vita a manifestazioni e cortei sulla nave coinvolgendo anche i turisti, esasperati a loro volta per l’ attesa.

Per il G8 genovese viene sospeso il trattato di Schengen, come già successo in precedenza in occasione di vertici dell’Unione Europea a Nizza (2000) e Goteborg (giugno 2001).
Chi sarebbero i “no global”, quindi?

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Prima di andare a Genova – 3. Da Napoli a Napoli, via Seattle

[Dieci anni dopo, diamo un'occhiata a che facce avevano gli italiani prima di andare a Genova per spaccarne o per farsele spaccare]

L’idea di ospitare un G8 a Genova prende corpo nel 1999.
Prima di Seattle.
Il modello in mente allora era quello del G7 a Napoli del luglio 1994, all’alba dell’era Berlusconi. Napoli venne tirata a lustro per l’occasione (almeno le zone di rappresentanza) e la giornata in libertà di Bill Clinton, con annesso bagno di folla, diede l’impressione che i “grandi della terra” fossero sotto sotto dei compagnoni.
Così, quando nel dicembre 1999 l’allora sindaco di Genova Giuseppe Pericu propone la candidatura di Genova per l’edizione 2001 al governo D’Alema, pensa che sta semplicemente facendo un buon affare per la città: un sacco di soldi per lavori pubblici di riqualificazione urbana ed esposizione mediatica con conseguente ritorno di immagine.
Però.
Il 30 novembre del 1999, in un’altra città portuale, Seattle, è successo qualcosa.
In occasione del meeting della World Trade Organization, è scoppiata una delle più colossali manifestazioni di protesta che la storia USA recente ricordi. Decine di migliaia di manifestanti, appartenenti a diverse organizzazioni che rifiutano quella che definiscono “globalizzazione dall’alto”, hanno occupato le strade circostanti la sede del vertice, impedendo a numerosi delegati di raggiungerla. Ci sono stati scontri, vetrine di negozi di grandi gruppi distrutte, 600 arresti, cariche a cavallo, lacrimogeni.
Le immagini hanno fatto il giro del mondo e di colpo l’idea di sfruttare i grandi vertici internazionali, quelli in cui “il potere” assume volti e corpi, per contestare le politiche neoliberiste è diventata un’idea davvero globale. I giornali italiani hanno iniziato a parlare di “popolo di Seattle”.

A febbraio del 2000 Genova viene scelta come sede del G8 del 2001. Arrivano 200 miliardi di lire per lavori pubblici.

In un certo senso Pisanu è stato lungimirante. Genova sarà un’altra Napoli. Ma non quella del 1994.

Amato diventa presidente del consiglio ad aprile del 2000.
A giugno del 2000 a Bologna si tiene il vertice dell’OCSE. La città è invasa da forze dell’ordine. Una sera dall’ospedale maggiore al centro conto almeno una trentina di mezzi di polizia e carabinieri parcheggiati davanti agli alberghi che ospitano i delegati.
Quando uno dei cortei cerca di passare oltre al cordone della polizia (senza armi, semplicemente spingendo) i poliziotti picchiano tenendo i manganelli al contrario, c0sì che sia l’impugnatura a fare il lavoro sporco. Il tg3 regionale dell’ora di pranzo va vedere le immagini, si vedono chiaramente i manganelli al contrario. Tempo di cena e quel video è sparito.

A marzo del 2001 il corteo del “no global forum” viene chiuso in piazza Municipio e caricato pesantemente. Nonostante il governo “amico”  in carica, l’inviato di Repubblica descrive così la giornata:

La piazza diventa un inferno e ci vorranno almeno tre quarti d’ora di battaglia per sgomberare e allontanare i giovani. Poi le forze dell’ordine prendono il sopravvento e se la prendono anche con quei manifestanti che con gli scontri non c’entravano nulla, manganellando a ripetizione chiunque trovassero sulla loro strada, anche quelli a braccia alzate. Alla fine tornano alle loro postazioni portandosi dietro come trofei gli striscioni sequestrati ed esultando verso i colleghi delle seconde linee che rispondono a colpi di manganello sulle transenne in un clamore innaturale e sorprendente ma esplicativo dello stato d’animo di poliziotti e carabinieri.

Successive indagini riveleranno pestaggi nei confronti degli arrestati (alcuni dei quali rastrellati negli ospedali) in caserma, ma sono tutte notizie di cui si sentirà parlare solo dopo il G8 genovese.

Quando Berlusconi vince di nuovo le elezioni a maggio del 2001, l’organizzazione della sicurezza al vertice del G8 è stata praticamente già conclusa dal governo Amato: la zona gialla, la zona rossa, i cecchini sui tetti, le batterie di missili terra-aria all’aeroporto.
Il nuovo governo non ritiene di dover cambiare il capo della polizia nominato da Amato, Gianni De Gennaro.

(prima puntata; seconda puntata)

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