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Legittima difesa – marzo 2012

As usual, i libri letti nel mese di marzo; in cui si scopre che il 1912 è stato un anno interessante per la narrativa fantastica.

More about John CarterJohn Carter, il film della Disney, è stato un naufragio clamoroso ai botteghini. Tanto che non ho fatto neanche in tempo a vederlo. In compenso, la sua uscita ha riportato nelle librerie e in edicola i romanzi di Edgar Rice Burroughs del “ciclo marziano”, che sono a tutti gli effetti i progenitori della commistione avventurosa tra “fantasy” e “fantascienza” da cui discendono cose come il ciclo di Tschai di Jack Vance, Star Wars e, perché no, He-Man.
John Carter, pubblicato da Urania Collezione, è non solo il primo romanzo della serie ma il primo romanzo di Burroughs (la cui creazione più famosa è sicuramente Tarzan, che rispetto a John Carter ebbe la fortuna di venire trasposto in pellicola già agli albori del cinema), la cui prima puntata apparve su una rivista pulp giusto un secolo fa. La storia è quella di un soldato dell’esercito confederato che si ritrova trasportato sul pianeta Marte (Barsoom per i nativi) e lì, dopo un inizio come schiavo, si fa notare per la sua abilità di guerriero (aiutata dal fatto che la gravità marziana e meno forte di quella terrestre, il che gli conferisce grande forza e la possibilità di fare balzi prodigiosi) prende parte allo scontro tra due delle razze di alieni (i verdi e i rossi), si innamora di una principessa locale, probabilmente salva i suoi alleati dalla distruzione (il romanzo si interrompe qui). Tanto per non farsi mancare niente, i primi capitoli, ambientati sulla Terra, sono western puro e semplice.
Purtroppo, al di là dell’indubbio valore storico di questo romanzo nel campo del fantastico, ho trovato che il tutto sia invecchiato non benissimo e che le ingenuità e le scorciatoie (Burroughs sembra ricordarsi dei super-poteri di Carter solo quando gli fa comodo) oggi appaiono poco digeribili; o forse la situazione di lettura ideale di questo libro è quella in cui a suo tempo lessi Tarzan, vale a dire sotto l’ombrellone, tra un bagno e un morso di focaccia.
Sospetto però che si sia anche un problema editoriale dietro.
La collana “Urania Collezione” era nata per fornire edizioni dignitose e complete di titoli storici usciti nella collana in epoche in cui i romanzi di Urania potevano venire tagliati a discrezione dei curatori per farli rientrare nella foliazione (succede ancora oggi, per la cronaca) (ma se lo andate a dire sul blog di Urania siete dei provocatori  e vi bannano), in traduzioni se non completamente rifatte quantomeno “rinfrescate”, come si dice in gergo. Poi deve essere successo qualcosa (un taglio di budget, visto che nel frattempo sono scomparse le alette, la battuta in rilievo e il cartiglio lucido in copertina) perché questo è già il secondo libro che mi trovo tra le mani in poco tempo presentato al pubblico nella “storica traduzione”, come riportato nell’introduzione. Dovrei confrontarlo con l’inglese, ma ho l’impressione che la traduzione italiana abbia manomesso uno stile che dovrebbe essere molto più spiccio e senza fronzoli.

More about The Lost WorldAnche se oggi è ricordato per il suo personaggio più famoso, Sherlock Holmes, Arthur Conan Doyle fu uno scrittore poliedrico che sperimentò, oltre al “giallo”, con il romanzo storico (a un certo punto “uccise” Holmes perché a suo dire toglieva attenzione ai suoi romanzi storici)  e con il fantastico (per poi prendere una sbandata per lo spiritualismo dopo la morte del figlio e avvallare alcune panzane particolarmente clamorose come le foto delle fate di Cottingley, ma questo è un altro discorso).
The lost world, uscito pure lui nel 1912, come John Carter, riprende un’idea già usata da Jules Verne, quella della sopravvivenza fino ai giorni nostri dei dinosauri, ma la sposta dal sottosuolo alla giungla amazzonica. Doyle, nel 1912, è uno scrittore con il controllo completo delle tecniche narrative, della costruzione dei personaggi e della suspence, e mette in piedi uno spettacolo senza precedenti, in cui non manca niente: dinosauri, tribù selvagge e feroci uomini scimmia, infidi traditori e fedelissimi portatori negri (bisognerebbe riscrivere la storia dal punto di vista di Zambo, che resta giorni e giorni appostato sul ciglio di un burrone aspettando che quelli dall’altra parte gli facciano un fischio), un pizzico di sana misoginia molto british. Ma soprattutto azzecca due personaggi fenomenali: il professor George Challanger, un irascibile e imponente scienziato tuttofare che è il vero motore della spedizione nel mondo perduto, e Lord John Roxton, il perfetto prototipo dell’avventuriero inglese di buone maniere, spavaldo e capace di centrare uno schiavista in fuga a cento passi senza quasi nemmeno mirare. Gli altri due, il narratore-giornalista e l’inizialmente scettico professor Summerlee servono più che altro a fare risaltare i due dalla personalità più forte. Come detto, in questo caso i cent’anni di distanza tra me e il romanzo quasi non li ho sentiti e anche se nella storia c’è più o meno qualsiasi cliché possa venire in mente in una vicenda del genere, il ritmo sempre alto non lascia quasi tempo per farci caso.
Volendo, la prima versione cinematografica è scaricabile liberamente da Archive.org.

Many devout people simply couldn’t accept that the Earth was as ancient and randomly enlivened as all the new ideas indicated. One leading naturalist, Philip Henry Gosse, produced a somewhat desperate alternative theory called ‘prochronism’ in which he suggested that God had merely made the Earth look old, to give people of inquisitive minds more interesting things to wonder over. Even fossils, Gosse insisted, had been planted in the rocks by God during his busy week of Creation.

More about At HomeLo scrive Bill Bryson in At home. A short history of private life e mi sembrava il passaggio giusto per chiudere la fase pulp di questa rubrica. At home è una specie di sequel di A short history of nearly everything, che si occupa però non più delle scienze naturali ma del concetto di “casa” e di “vita domestica” e del suo sviluppo, prevalentemente in ambito anglosassone. Attraversando i diversi locali della sua dimora, una casa di campagna inglese del XVIII secolo, Bryson ricrea una sorta di versione bignami di quella che in sociologia si chiama “processo di civilizzazione” in rapporto alla casa. Allo stesso tempo, però, esamina anche le basi materiali dietro a certi sviluppi, come per esempio le migliorie nella lavorazione del vetro che hanno reso possibile avere le finestre come le conosciamo oggi a un prezzo a poco a poco sempre più accessibile a tutti.
Lo fa, ovviamente, con il suo solito stile e con la solita messe di aneddoti più o meno strani.
Per esempio (occhio, fa schifissimo):

The new sewage outfalls did, however, have an unfortunate role in the greatest tragedy ever experienced on the Thames. In September 1878, a pleasure boat named the Princess Alice, packed to overflowing with day-trippers, was returning to London after a day at the seaside, when it collided with another ship at Barking at the very place and moment when the two giant outfall pipes surged into action. The Princess Alice sank in less than five minutes. Nearly eight hundred people drowned in a choking sludge of raw sewage. Even those who could swim found it nearly impossible to make headway through the glutinous filth. For days afterwards bodies bobbed to the surface. Many, The Times reported, were so bloated with gaseous bacteria that they wouldn’t fit into normal coffins.

O anche:

Also, you need to remember that often these colours were seen by candlelight, so they needed to be more forceful to have any kind of impact in muted light.’ The effect is now repeated at Monticello, where several of the rooms are of the most vivid yellows and greens. Suddenly George Washington and Thomas Jefferson come across as having the decorative instincts of hippies. In fact, however, compared with what followed they were exceedingly restrained.

Le meraviglie della servitù:

Casual humiliation was a regular feature of life in service. Servants were sometimes required, for instance, to adopt a new name, so that the second footman in a household would always be called ‘Johnson’, say, thus sparing the family the tedium of having to learn a new name each time a footman retired or fell under the wheels of a carriage.

O l’importanza delle tradizioni:

Clergymen sometimes preached against the potato on the grounds that it nowhere appears in the Bible.

Un capitolo inizia con il ritrovamento di Oetzi, l’uomo dell’età del bronzo riemerso mummificato dai ghiacci del Similaun, che è una delle fonti più importanti sugli oggetti usati quotidianamente dai suoi contemporanei. Cosa che non sapevo è che il tizio aveva addosso il sangue di quattro altre persone; e comunque pare che le scarpe che indossava siano parecchio comode e adatte all’alta montagna, almeno stando a quello che dice un tizio che se ne è costruito delle repliche.
Insomma, è un libro pieno di informazioni utili, divertenti e che vi possono far fare bella figura in una conversazione. In Italia si chiama Breve storia della vita privata e faccio tanti auguri a chi ha dovuto tradurre una cosa così intimamente inglese.

More about VerderameDi una casa e della sua storia parla anche Verderame di Michele Mari, ma la casa è nella campagna piacentina e la storia è piena di morti, di sangue e di misteri. Michele Mari è uno che sembra essere stato creato apposta per smentire il luogo comune che vuole gli scrittori italiani con aspirazioni di letterarietà impegnati a combattere una battaglia feroce contro il fantastico, perché in questo romanzo è al tempo stesso terribilmente letterario nelle sue scelte lessicali ed espressive e intimamente legato al fantastico, al gotico, all’onirico. La storia è quella di Michelino, un ragazzino di tredici anni che passa l’estate in campagna presso i nonni, che cerca di aiutare Felice, l’anziano fattore della tenuta, a recuperare la memoria che sembra stare perdendo. Iniziando dall’ossessione di Felice per le lumache rosse che infestano i campi, Michele scopre a poco a poco che il passato della casa e dell’uomo è un susseguirsi di misteri incastrati uno dentro l’altro.
Mari, l’ho già detto, scrive bene. Forse esagera addirittura nel dare alla voce di Michelino una proprietà espressiva superiore a quella che si aspetterebbe da un ragazzino della sua età (per quanto di ottime letture), ma è bravo abbastanza da non rendere mai ingombrante neanche le parole più inconsuete, che anzi vai a cercare sul vocabolario (san Kindle aiuta tantissimo, in questi casi) incuriosito e non infastidito. All’altro estremo c’è Felice, che si esprime solo in un dialetto padano a volte abbastanza stretto;  ma Mari riesce a rendere comunque comprensibili i dialoghi dalle risposte di Michele. Mi sono anche domandato anche se i miei quattordici anni di permanenza in Emilia non mi abbiano permesso di fare un po’ l’orecchio ai dialetti nordici e se in realtà il libro è incomprensibile al di sotto della linea gotica. Però come io (che non so parlare nessun dialetto, pur essendo cresciuto a Genova) riesco a leggere Camilleri, credo che non ci siano grossi problemi a capire cosa dice Felice.
La scrittura esemplare di Mari non è fine a se stessa e Verderame è un omaggio tutt’altro che ironico, distaccato o alla lontana ai temi della narrativa di mistero e dell’orrore. Anzi, più si va avanti e più l’omaggio sfuma e il romanzo si rivela per la storia gotica di fantasmi e misteri che è. In altre parole: fa paura come dovrebbe fare paura una storia del genere. E il finale sospeso e misterioso (niente spiegoni, quando si chiude si chiude e tanti saluti) aggiunge un tocco in più all’atmosfera sospesa tra la materia e lo spirito.
Quando si parla di fantastico italiano si dovrebbero tenere in considerazioni anche romanzi come questo, anche se in copertina non ci sono spadoni, catene, morti secche e via discorrendo.

More about The End SpecialistÈ invece un romanzo fantastico con tutti i crismi già dalla copertina (ingannevolmente alla Terry Pratchett) The end specialist di Drew Magary, che parte dal sempre fruttuoso spunto dell’immortalità. Cosa accadrebbe se, tra non molti anni, la scienza scoprisse prima una cura per l’invecchiamento e poi riuscisse a renderci immune da qualsiasi malattia, così che l’unico modo di morire diventerebbe la morte violenta (volontaria o meno)? Magary, giornalista al suo primo romanzo, racconta questo mondo futuro attraverso i resoconti in tempo reale di un uomo che attraversa cent’anni di questo mondo futuro, da quando la cura è illegale fino alla sua piena diffusione. Purtroppo la parte migliore è la prima, quella che descrive l’impatto del cambiamento sul nostro mondo; infatti, più si allontana dal qui e ora, più deve immaginare un mondo completamente nuovo, più Magary perde il controllo della materia, tende a tirare via e l’ambientazione diventa sempre più evanescente e impalpabile. Anche il protagonista non sembra mai avere uno sviluppo reale, come se il blocco dell’invecchiamento gli avesse anche bloccato la capacità di crescere (ma credo sia più un limite dell’autore che non un tratto voluto).
Così, la portata ambiziosa del romanzo si risolve in una distopia un po’ di maniera, di quelle che non lasciano il segno.

More about L'uomo che riuscì a fottere un'intera nazioneIl complotto per uccidere Berlusconi è stato, qualche anno fa, un sottogenere relativamente frequentato dall’industria culturale italiana (il prodotto più famoso è probabilmente il romanzo 2005 dopo Cristo del collettivo di scrittori che univa Nicola Lagioia, Christian Raimo, Francesco Pacifico e Francesco Longo, uscito per Einaudi, ma mi pare di ricordare dagli strali dei media berlusconiani dell’epoca che tra film e libri ci fossero altri esempi). Oggi lo resuscita Gabriele Ferraresi in L’uomo che riuscì a fottere un’intera nazione, in cui la CIA decide che è giunta l’ora di levare di mezzo l’inaffidabile Berlusconi, perso tra le cosce delle varie sgallettate che frequentano le sue feste e troppo vicino alla Russia di Putin, e manda in Italia un agente sotto copertura che ha il compito di frequentarlo e trovare il momento giusto per avvelenarlo. Ovviamente, il momento giusto è difficile da trovare e nel frattempo il nostro frustratissimo agente deve sorbirsi un giro turistico per tutti gli articoli scritti su Berlusconi da Repubblica dalla scoperta di Noemi Letizia a oggi. E poi? E poi basta. Il romanzo è praticamente tutto qui (la struttura è praticamente identica a quella dell’unico romanzo di De Carlo che non sembra un romanzo di De Carlo, Macno, in cui una giornalista cerca di intervistare il dittatore populista di un’Italia del futuro prossimo senza mai riuscirci e venendo di volta in volta  a osservarlo in diversi aspetti del suo rapporto con il potere) e lo stile ellroyano non fa molto per rendere davvero interessante questo ripasso degli ultimi due anni di cronaca (anche perché nel 2012 lo stile ellroyano ha un po’ fatto il suo tempo).
È un libro che è probabilmente invecchiato in modo terribile già durante la sua stesura, perché in fondo alla fine non è che ci volesse la CIA per toglier di mezzo la corte berlusconiana (almeno per un po’), e che non riesce mai a staccarsi dal resoconto dei fatti, neanche quando prova ad alzare il tiro parlando del progetto criogenico che si nasconderebbe nel mausoleo di Berlusconi. Manca quella che è la dote migliore dell’editor del romanzo, Giuseppe Genna, vale a dire la capacità di trascendere il reale, di proiettare altrove le conseguenze di ciò di cui sta parlando.
Quindi resta un romanzo che se non avete letto un giornale negli ultimi tre anni potrebbe anche essere interessante; idem se vi interessa un ripasso. Ma altrimenti io l’ho trovato molto deludente e l’unica cosa buona che mi viene da dire al proposito è che se non altro lo stile è molto scorrevole e si legge abbastanza in fretta.

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Autodifesa – febbraio 2011 (1 di 2)

Da dove comincio? Da dove mi ero scordato di finire l’altra volta: Garibaldi. Il secondo titolo della sua produzione letteraria è l’inenarrabile “Clelia. Il governo dei preti” (si trova qui). Gli ingredienti sono sempre gli stessi: un po’ memoriale, un po’ romanzo di appendice, un sacco VAFFANCULO PRETI DI MERDA. Il Generale perde di vista la storia abbastanza in fretta, ma mai il bersaglio della sua rabbia. Un breve florilegio, iniziando da quando Garibaldi si rende conto di averci un po’ il chiodo fisso:

Qui mi toccherebbe dir qualche cosa ancora dei preti, ma ne risparmierò il tedio al lettore. È una fatalità, che ad onta dell’invincibile antipatia che essi mi suscitano, io me li debba sempre trovar sulla via. Ma questa volta passiamocela netta a questo di Capo Liberi, il quale non è che un curato. Meno male!

Garibaldi con la figlia Clelia

Qui Garibaldi va in crescendo, si incazza, non riesce a finire, butta penna e calamaio, esce e va una mezz’oretta a zappare per scaricare (in sud America, pare, Garibaldi venne catturato e torturato in almeno un’occasione, comunque):

Sì! la tortura! Dacché nella famiglia umana, vi furono uomini che svestirono le forme umane per farsi impostori, cioè preti, dacché vi furono preti nel mondo, vi furono torture. Volendo costoro mantenere tutti gli uomini nell’ignoranza, quando emergeva alcuno che avesse ricevuto da Dio tanta intelligenza da capire le loro menzogne, quell’intelligente era da questi demoni torturato, acciò confessasse che la luce era tenebra, che l’eterno, l’infinito, l’onnipotente, era un vecchio dalla barba bianca seduto sulle nubi; che una donna, madre d’un bellissimo maschio, era una vergine e che un pezzetto di pasta che voi inghiottivate era il creatore dei mondi che vi passava per le vie digestive, e poi e poi!!!

Elogio dello yacht. Vedesse oggi l’arcipelago della Maddalena, cannonate a palle incatenate.

Lo yacht non è un arnese ma una nave, su cui l’inglese ricco e coraggioso solca gli Oceani e passeggia il mondo tutto, come fosse la propria casa. I francesi, gli spagnuoli, gli italiani non hanno yacht, benché essi presumano di essere nazioni marittime. La loro educazione è troppo molle. Ricchi, si danno alle lussurie delle metropoli e non avventurano l’effeminata loro esistenza sul mare tempestoso e perciò l’Italia, la Spagna, la Francia non contano i loro Rodney, i Jervis, i Nelson. L’inglese, anche millionario, repugna dall’ozio, compra un yacht e si spinge sull’Oceano a cercare le tempeste. Egli non teme i calori della zona torrida, né i ghiacci del polo. Veleggia, corre, s’istruisce e diventa robusto di corpo e di mente.

Fare lo scherano del vescovo a volte doveva essere davvero un lavoro di merda:

Chi ha letto la storia dei Preti ricorderà che un Farnese, figlio di Papa, turpemente violò un vescovo di Fano di cui s’era innamorato facendolo tenere dai suoi scherani. Che cosa ci sarebbe di strano adunque, se lo stesso spediente si usasse con una femmina?

Elogio del pugnale:

il pugnale: arma proibita, arma italiana che lo straniero condanna, come se la baionetta o la scimitarra bagnate da lui tante volte nel sangue innocente, siano armi più nobili d’un pugnale immerso nel petto d’un assassino o confitto in quello d’un tiranno.

Perché Garibaldi si è messo a scrivere romanzi? Sconfiggere lo strategismo sentimentale? No.

1. Ricordare all’Italia tutti quei valorosi che lasciaron la vita sui campi di battaglia per essa. Perché se molti sono conosciuti, e forse i più cospicui, molti tuttavia sono ignorati. A ciò mi accinsi come dovere sacro. 2. Trattenermi colla gioventù Italiana sui fatti da lei compiuti e sul debito sacrosanto di compire il resto accennando colla coscienza del vero le turpitudini ed i tradimenti dei governi e dei preti. 3. Infine campare un po’ anche col mio guadagno.

More about Le pecore e il pastore
Chi racconta una storia agghiacciante consumatasi tra le mura di un edificio ecclesiastico, invece, è Andrea Camilleri in “Le pecore e il pastore” (Sellerio), che è il racconto della scoperta, quasi casuale, di quello che sembra essere stato un vero e proprio sacrificio umano compiuto dalle monache di un monastero siciliano nel 1945 per garantire la salvezza dell’arcivescovo ferito in un attentato. Dieci ragazze si lasciarono morire di fame e di sete offrendo le loro vite in cambio di quella del prelato. Il caso è documentato e Camilleri non fa altro che raccontare i retroscena, la storia del monastero, dell’arcivescovo, della Sicilia dell’epoca e le circostanze dell’attentato. Lo fa con la sua consueta lingua che impasta italiano e siciliano e lo fa bene. Finisce accennando al caso di Eluana Englaro, ancora lontano dalla conclusione all’epoca della pubblicazione del libro. È un libro abbastanza breve (o un articolo molto lungo) e passato tutto sommato inosservato, nonostante racconti una storia atroce:

Scriveva l’abadessa suor Enrichetta Fanara:“Non sarebbe il caso di dirglielo ma glielo diciamo per fargli ubbidienza…Quando V.E. ricevette quella fucilata e stava in fin di vita, questa comunità offrì la vita di dieci monache per salvare la vita del pastore. Il Signore accettò l’offerta e il cambio: dieci monache, le più giovani, lasciarono la vita per prolungare quella del loro beneamato pastore” [*]

La parte del “sacrificio umano” è comunque solo l’epilogo del libro, non è il suo cuore. Gran parte dello spazio è occupato dalla storia del convento, che risale al medioevo, e alla figura dell’arcivescovo, Giovannni Battista Peruzzo, cercando di ricostruire le cause dell’attentato, che per Camilleri sono da ricondurre alla sua attività politica a favore dei contadini e contraria ai latifondisti (il processo invece attribuì l’attentato a un regolamento di conti in ambito ecclesiastico. Per la cronaca, la (deboluccia) smentita della curia all’epoca dell’uscita del libro:

«Per capire certe parole come “offrire la vita“ bisogna entrare in una logica cristiana altrimenti si sbaglia il bersaglio. La morte delle suore è avvenuta per cause naturali come la malattia, la tisi o altro. Rimane però l’atto di fede che fa offrire la propria sofferenza o il proprio morire per unirlo all’offerta di Cristo sulla croce».

More about Millemondi Inverno 2011: I draghi del ferro e del fuoco

Passando dalla ricostruzione storica al fantastico, ho letto solo il primo dei due romanzi del Millemondi Urania “I draghi del ferro e del fuoco” di Michael Swanwick (Urania Mondadori), ovvero “La figlia del drago di ferro“. Romanzo di culto di cui avevo sentito sempre parlare molto bene ma che, alla fine, non mi ha lasciato granché, al di fuori del fascino dell’ambientazione. Swanwick ambienta infatti il suo romanzo in un mondo che ha qualcosa del mondo reale ma che è un mondo fantasy con una tecnologia e a una società di tipo moderno. Ed impressionante la figura dei draghi, macchine da guerra senzienti e permeate di magia, terribili e crudeli. Però non è che sia riuscito a provare grande empatia per le vicissitudini della protagonista, una volta fuggita dalla fabbrica di draghi e libera nel mondo. Il secondo romanzo, “I draghi di Babele”, l’ho iniziato e mi è sembrato, da quello che ho letto, un po’ più canonicamente fantasy (pur essendo ambientato nello stesso universo) e meno interessante. Poi sono passato a leggere altro.


More about MediumAltro, che nello specifico,  sarebbe “Medium” di Giuseppe Genna, che a suo tempo pubblicò questa storia a puntata sul suo sito, per poi raccoglierla in un volume venduto solo attraverso Lulu.com (ora non più a causa dell’aumento delle tariffe del sito) o disponibile gratuitamente come pdf. Quasi un seguito ideale di “Dies Irae“, questo romanzo ha come protagonista lo stesso Genna (o una sua controparte fittizia) e prende le mosse dalla morte per infarto del padre, per poi sfociare in una vicenda di fantascienza e parapsicologia che unisce l’ex DDR, i libri di Peter Kolosimo e i meccanismi narrativi di un thriller sovrannaturale. Il primo capitolo, che racconta il vero ritrovamento da parte di Genna del cadavere del padre e tutto l’assurdo iter burocratico che segue, è un autentico monumento all’angoscia; lo avevo letto all’epoca della sua messa online e mi aveva lasciato così turbato che c’è voluto un po’ prima che mi decidessi a leggere il libro intero. Alla fine sono anche contento di averlo fatto perché il libro, superate queste parti più angoscianti, scorre piuttosto bene e contiene alcune di quelle visioni apocalittiche che Genna è molto bravo a descrivere. Mi spiace solo che, parlando di Lipsia e della battaglia napoleonica che si svolse lì, non abbia trovato il modo di inserire in qualche modo nella storia il memoriale eretto negli anni Venti, che è qualcosa di davvero spaventoso e lovecraftiano:

Tra l’altro secondo me qua c’è un errore:

Le dico solo che in Italia, attualmente, la Blavatsky appare spesso in un fumetto horror e ironico, un culto nazionale che ha per protagonista un detective dell’ignoto di nome Dylan Dog.

Perché immagino che Genna si riferisca alla Trelkovsky, che però fisicamente non ha nulla della Blavatsky ed è una medium “pura”, che non ha mai mostrato alcuna inclinazione teosofica.

Ecco, finito qui. Febbraio è un mese breve.
No, scusate, ma sono fulminatissimo. Mi sono scordato ben due libri. E due libri belli (anzi, uno anche di più).
Ne parlo dopo.

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I libri di Aprile

Primo appuntamento sul “nuovo” Buoni Presagi con la rubrica dei libri del mese precedente. Evidenziato, quello che mi è piaciuto di più.

In un paese bruciato dal sole: l’Australia – Bill Bryson (TEA)
Bryson sta a Severgnini come Joe Cocker sta a Zucchero. Vale a dire che è la buona idea da cui noi abbiamo tratto una copia ridicola (trash, per chi ha letto Tommaso Labranca). Questo è un reportage di viaggio dall’Australia, che ha il merito di raccontare un sacco di cose interessanti sul continente che ha dato al mondo i Men at work e di farlo facendo fare anche un sacco di risate. A parte quando parla di tutta la roba velenosa che c’è in Australia, facendoti passare qualunque voglia di mettere piede nell’ex colonia penale britannica.

Grande Madre Rossa – Giuseppe Genna (Mondadori)
Nato per essere una sorta di non-thriller, che costruisce una tensione, una trama cospirativa secondo tutti i crismi del genere e non la risolve, GMR in questa sua ristampa nella collana Segretissimo (storica serie da edicola di spionaggio) vede esplodere ancora di più questa sua contraddizione. Mi domando che ne pensino i lettori “classici” della serie, di questa vera e propria imboscata ai loro danni. La ricostruzione delle conseguenze di un devastante attentato terroristico al Palazzo di Giustizia di Milano è credibile e tesa al punto giusto. Ho letto il libro nei giorni immediatamente dopo il terremoto in Abruzzo, mescolando tra loro la polvere degli edifici veri e di quelli di carta, i lutti reali e quelli virtuali. Potente, dannatamente potente.

Un disco dei Platters – Francesco Guccini & Loriano Macchiavelli (Mondadori)
Seconda prova per la coppia Guccini-Macchiavelli, ambientata nei primi anni Sessanta. Rispetto al primo episodio si perde un po’. Ma il fascino dei luoghi e il piacere della narrazione restano a livelli più che accettabili.

Tennis, tv, trigonometria, tornado – David Foster Wallace (Minimum Fax)
Per me, questo libro (raccolta di vari saggi e articoli) andrebbe comprato anche solo per il fondamentale saggio sul rapporto tra tv e scrittori americani, in cui DFW espone la sua teoria sull’abuso dell’ironia. Un testo che mi azzardo a dire fondamentale e ancora oggi centrato e attuale (voglio dire, abbiamo un partito di centro che ha come slogan un calembour, “l’estremo centro”; voi vi fidate di gente che, al di là di tutto, vi chiede il voto con una battuta?). Ma non è l’unica perla: il saggio su Lynch, i due sul tennis, che fanno venire voglia di (ri)prendere in mano la racchetta anche a un pigrone come me. Il resoconto della fiera agricola. Bellissimo (e in originale dentro c’era pure “Una cosa divertente che non farò mai più”, immagina che libro)

Il corpo e il sangue d’Italia – AA. VV. (Minimum Fax)
Una raccolta di otto reportage sull’Italia di oggi: l’islam, l’Ilva di Taranto, il doping nelle palestre, la condizione delle donne sul lavoro, l’etica della rappresentazione del dolore nel giornalismo,per citare i più interessanti. Lo stile varia da autore a autore, tendendo ora più ora meno a uno stile letterario, ma l’attenzione alla scrittura è in tutti casi molto alta, così come la presenza nel testo del narratore stesso, che più che cercare di raffigurare verità assolute dà la propria testimonianza di fatti e opinioni, conscio che il suo essere osservatore contribuisca comunque a modificarle. Un buon libro che in qualche modo cerca di proseguire quanto iniziato da Saviano in Gomorra, non riproponendo sterilmente una formula ma cercando di riprodurne le logiche e le urgenze più profonde.

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