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Autodifesa – aprile 2011

Questo mese la rubrica dei libri del mese arriva in ritardo e, per la prima volta, ha un titolo vero, che riprende una famosa battuta (?) di Woody Allen che ho riletto stampata su una borsa al Salone del Libro di Torino (di cui poi parliamo). Arriva in ritardo perché c’è un sacco di roba e perché ho avuto da fare. Nello scriverla, mi sto rendendo conto di quanto mi piaccia la possibilità offerta dagli ebook di inserire in mezzo alla recensione estratti del libro senza alcuna fatica. Leggessi solo ebook forse questa rubrica sarebbe solo una lunga lista di citazioni.

More about Harry Potter and Deathly HallowsQuando ho iniziato a leggere Harry Potter avevo da poco finito di recuperare un’altra saga in sette parti, quella della Torre Nera di Stephen King, e pensavo fosse il momento buono per buttarmi in un’altra storia di largo respiro, possibilmente un po’ meno frammentaria e dispersiva del colosso kinghiano. Pensavo di metterci un sacco, di centellinarmi i libri e, in effetti, tra il primo e il secondo e tra il secondo e il terzo ho lasciato passare un bel po’ di tempo. Ma quando con “The Prisoner of Azkaban” la serie ha iniziato ad allargare gli orizzonti e a far intuire che il titolare è in realtà un pretesto per raccontare (anche) la resa dei conti tra un sacco di maghi di trentaseiesimo livello ho deciso di accelerare. Parlare dell’ultimo volume “Harry Potter and the Deathly Hallows” (Bloomsbury) è in realtà fare anche un consuntivo dell’intera saga messa in piedi da J.K Rowling, perché in sé il libro, oltre a essere ovviamente incomprensibile senza aver letto quelli precedenti, è decisamente al di sotto delle due vette della serie (il quarto e il quinto episodio). Il ritmo è discontinuo, c’è una lunga e noiosa palude narrativa in cui Harry, Hermione e Ron vagano con l’Unico An… pardon, l’Horcrux e parti dove si va a mille. Sarebbe stato bello anche staccare ogni tanto da Harry per mostrare la vita nel mondo dei maghi e a Hogwarts sotto il regno di Voldemort. Ma il modo in cui la Rowling chiude il percorso narrativo dei suoi personaggi è magistrale (paradossalmente, anche se è in assoluto il libro in cui è meno in scena, è anche quello in cui Dumbledore/Silente è davvero protagonista, e che protagonista; ma è Snape/Piton a brillare più di tutti) ed è davvero difficile non pensare che davvero avesse in mente fin dall’inizio tutto quello che era successo prima che Hagrid si presentasse ad accompagnare Harry ad Hogwarts. O quello, o è una maestra della ret-con (quel genere di espediente narrativo per cui crei coerenza a posteriori da un corpus di storie slegate tra loro: un esempio eccellente e alto è “The life and times of Scrooge McDuck”, la serie in cui Don Rosa ha ricostruito la vita di Paperon de’ Paperoni dando coerenza a riferimenti biografici e geografici sparsi in modo più o meno casuale da Carl Barks nelle storie classiche. Esempi deleteri si trovano in narrazioni seriali come le telenovele o i fumetti di supereroi). In ogni caso, una tessitrice di trame e una costruttrice di mondi di prim’ordine. Certo, non ha affatto uno stile indimenticabile: mette una dietro l’altra senza particolari artifici le parole che le servono per raccontare quello che ha in mente e, come dice King, “è difficile che si imbatta in un avverbio che non le piace” (credo che i sette volumi contengano tutti gli avverbi in -ly permessi dalla lingua inglese). Però davanti al piacere della narrazione ci si passa sopra volentieri. E poi, oltre a essere una lettura divertente e avvincente, la saga di Harry Potter ha dentro anche un nucleo etico e morale non da poco, pur nella sua semplicità: tu sei quello che decidi di diventare con le tue azioni. E, per dirla con gli Zeppelin, il cammino lungo e c’è sempre tempo per decidere su quale strada farlo. Forse, da lettore adulto, avrei preferito però un cattivone supremo un po’ meno tonto e monolitico nella sua malvagità rispetto a Voldemort, tanto che forse la più spaventosa delle figure negative della serie è la Umbridge, meraviglioso esempio di piccola malvagità ministeriale e ipocrita. Al suo confronto, il tizio senza naso è uno spaventapasseri da luna park. Ma forse il vero malvagio, nonostante tutto, della serie, un freddo e calcolatore manipolatore di vite altrui salta fuori proprio in questo libro. Ed è una bella doccia fredda, anche se è dal primo episodio che subodoravi qualcosa. Spero solo che la Rowling sia così intelligente da tenersi alla larga da prequel o sequel. Anzi. Joanna. Se mi stai leggendo (o se qualcuno dell’ufficio stampa di Salani mi sta leggendo e può tradurglielo): pensa a George Lucas. Pensa a Jar-Jar Binks. I midichlorian. Gli Sgusci. Ecco. Ci siamo capiti.
Mi raccomando.

More about Un lavoro sporcoHo letto un altro libro di Christopher Moore, “Un lavoro sporco” (Elliott), da cui mi sono sempre tenuto lontano perché temevo che sull’argomento “umano che fa l’aiutante della Morte” avesse già detto tutto Terry Pratchett. Beh, a quanto pare mi sbagliavo: in primo luogo perché il protagonista di questo libro non diventa un aiutante del Tristo Mietitore in senso stretto, in secondo luogo perché Moore è riuscito a insufflare in una vicenda che non perde l’occasione per sfociare nell’assurdo e nel bizzarro un’asciutta (e per questo ancora più efficace) riflessione sulla separazione dalle persone amate che muoiono. Si ride tanto quando c’è da ridere, con progressioni comiche calibrate molto bene, e ogni tanto ci si commuove. L’impressione è quella di leggere il romanzo di un Jonathan Carroll più pirotecnico, popolato di personaggi usciti da una puntata di Futurama (la signora cinese che cucina qualsiasi cosa si muova le capiti a tiro è la mia preferita in assoluto). E con un lieto fine in linea con le premesse del libro: tenero, commovente e completamente bizzarro. Ora, non starò a fare confronti con quell’altro romanzo sull’amico d’infanzia di Gesù (che ormai si dovrebbe essere capito che… ok, la smetto), però è proprio bello da leggere e fa venire voglia di leggere altri romanzi di Moore. Ah, anche in questo caso compare almeno un personaggio da un romanzo precedente, ma non è nulla che disturbi la lettura. Una nota sulla traduzione: in una nota (ops) c’è scritto che il nome di un personaggio viene da un brano degli Elvenking, che sono un gruppo di folk metal italiano (che ho pure visto dal vivo). Mi sembra parecchio strano, ma faccio a fidarmi. Anche se non è che sia convintissimo della cosa.

More about Addio all'estateSempre per la mia abilità di leggere libri che riprendono le vicende di altri libri che non ho letto, però, questo mese ho letto “Addio all’estate” di Ray Bradbury (Mondadori). Di Bradbury non ho mai letto nulla, neanche la sua opera più famosa, quindi è stata una sorpresa scoprire che ha una scrittura meravigliosa, lirica ed evocativa, che sorregge questa storia in cui i ragazzini che abitano in una piccola città degli Stati Uniti decidono di non crescere più, scatenando una guerra con gli anziani della città. Il tono elegiaco e il fatto che il romanzo si chiuda con l’accettazione dell’inevitabile danno al libro un po’ il tono di un commiato, se non altro letterario, da parte di un autore alle prese con la vecchiaia. Anche se va detto che il buon Bradbury è stato lo scorso anno oggetto del desiderio di una giovane cantante americana:

(che ci crediate o no, il video è finito tra le nomination per il premio Hugo 2011, categoria “cortometraggi”)
Comunque, bello, mi è piaciuto e ho capito da dove vengono, credo, parte delle atmosfere e delle visioni di gente come King o Gaiman. Sono ben accetti consigli su cosa leggere di Bradbury ora (credo di aver visto da mio padre Paese d’ottobre, ora che ci penso).

More about Fantozzi totale

La meravigliosa Liù Bosisio (anche se io per vari motivi preferisco la signora Pina della Vukotic), voce di Marge Simpson (e di Patty e Selma)

I libri di Fantozzi scritti da Paolo Villaggio li avevo in casa tempo fa. Poi ci sono state un po’ di vicissitudini e si sono un po’ sparpagliati. Quando ho visto in libreria il malloppone “Fantozzi Totale” (Einaudi) ho pensato che potevo recuperare immediatamente tutto quanto. In realtà però questa non è una raccolta completa dei primi volumi (i più interessanti, poi Villaggio ha usato il nome Fantozzi per pubblicare altra robetta – un po’ come con i film dopo Super Fantozzi) ma un’antologia che per quanto parecchio ampia si concentra quasi esclusivamente sugli episodi che hanno poi avuto una trasposizione cinematografica, lasciando fuori piccoli quadretti poetici come l’episodio in cui Fantozzi scopre di poter volare o un racconto ferocissimo in cui Fantozzi, mentre al telefono si professa femminista, massacra di botte moglie e figlia. E manca anche il racconto che una volta mi fece rotolare giù dal divano (un ROTFL ante-litteram), in cui una scoreggia è descritta con le parole “rombo di cavallo ungherese”. Ma quello che c’è (a partire da una copertina splendida con la fam. Fantozzi al cenone di Capodanno) è comunque di primissimo livello. Certo, oggi è difficile capire quanto per l’epoca fosse dirompente l’umorismo di Villaggio, quanto fossero precise le sue descrizioni del micro-cosmo lavorativo dell’ufficio e quanto fosse inedita e spericolata la sua lingua fatta di vertiginosi e improvvisi accostamenti di alto e basso, aggettivazione ricercata applicata a eventi minimi, iperboli, climax acrobatici (“mani due spugne, salivazione azzerata, manie di persecuzione, miraggi”; potremmo passare anni ad analizzare il meccanismo comico di questa progressione). Oggi quando vogliamo fare ridere noi (almeno i “noi” che hanno grosso modo la mia età) usiamo un linguaggio che sta tra Fantozzi e la Gialappa’s, ma all’epoca dell’uscita dei primi libri questo genere di linguaggio comico era fuori dalla norma, in Italia. Se li trovate, cercate i vecchi volumi (mi pare fossero Bompiani). Ma se non li trovate, questo campionario della bravura di un autore straordinario in uno dei momenti più luminosi della carriera è un volume da avere.

More about Nel segno del martelloMi capita raramente di imbattermi in libri che proprio non mi piacciono. Questo perché di solito cerco sempre di andare sul sicuro, raccogliere in giro pareri, recensioni, giudizi per capire se qualcosa che mi sembra interessante possa piacermi o no. A volte però capita il pacco terribile. Per esempio è successo con “Nel segno del martello” di Giacomo Scalfari (Montag), di cui copincollo la quarta:

Karlo è un quattordicenne come tanti altri, ama l’heavy metal e ha la passione dei miti nordici. Ma un giorno Thor si manifesta a lui affidandogli una missione fondamentale per la salvezza dell’equilibrio cosmico: deve abbattere l’Anti-Yggdrasill, il pilastro storto dell’universo, e fondare un’organizzazione politica comunista perché Thor, nel caso non lo sapeste, è seguace del socialismo cosmico. Karlo, tra i servi di Loki che vogliono ucciderlo, Roskva e Thjalfi compagni di Thor che lo aiutano e Freda, che gli farà conoscere un altro modo di concepire la vita, si trasferirà a Bologna, città crocevia dei mondi, perché lì il 24 marzo del ’94, durante il comizio elettorale di Fini, si svolgerà l’ultima battaglia.

Questa quarta di copertina è un ottimo lavoro, dal punto di vista commerciale, perché attraverso la scelta delle parole (“missione fondamentale”, “nel caso non lo sapeste”, “socialismo cosmico”; se invece di “Fini” ci fosse stato “Gianfranco Fini” si prendono in un colpo solo i fan di Stanis Larochelle) presenta il libro come un’allegra e spensierata sboronata autoironica, qualcosa che avrebbe potuto scrivere Ammaniti o Morozzi. Visto che in libreria non lo trovavo l’ho ordinato perché, in fondo, la speranza di incappare nella perla sconosciuta uno ce l’ha sempre. E invece. E invece il libro ha una lunga serie di difetti che trovo imperdonabili, a partire dal fatto che si prende terribilmente sul serio. Terribilmente. In Thor che si palesa davanti a un ragazzino italiano in gita nei paesi nordici e gli dice “sono Thor, devi mettere su un gruppo metal e fondare un movimento comunista” non c’è la minima traccia di ironia. E non c’è la minima traccia di ironia nel descrivere l’improbabile infiltrazione di troll tra i frequentatori di un centro sociale e altre scene e vicende che prendono a mazzate ferocissime qualsiasi tentativo di sospensione dell’incredulità da parte del lettore. Se a questo si unisce una narrazione che taglia gli spigoli e non cerca di creare alcuna tensione su sottotrame che avrebbero meritato un po’ più di approfondimento (Karlo deve formare una band? Impara a suonare la batteria in un mese, si unisce a dei suoi amici e il primo concerto è un successo incredibile. Deve fondare un movimento politico? In breve tempo il suo gruppetto conta un sacco di iscritti, e via discorrendo), la voglia di finire in fretta il libro, che per fortuna è breve, è alta. Se non altro ho imparato qualcosina in più sui miti nordici (che Scalfari si è studiato bene) e ho scoperto la storia del Partito Comunista Internazionalista (che ignoravo; ero convinto fossero gli stessi di Lotta Comunista, ma immagino invece che ci siano sottilissime e fondamentalissime divergenze tra le due visioni). Niente, peccato: uno spunto meraviglioso ma un libro che non mi è piaciuto per niente (mi piacerebbe tanto riscriverlo o riutilizzare lo spunto, ma penso che l’autore non sarebbe per niente d’accordo).

Già che ho citato Morozzi, ad aprile c’è stata la seconda uscita dell’iniziativa di Quintadicopertina a cui sono abbonato: questo ebook si chiama Troppe Storie (per un uomo solo) e tiene fede al titolo presentando anteprime di tre romanzi a cui lo scrittore bolognese (e almeno una redazione di sedici schiavi, come diavolo fa a scrivere così tanto?) sta lavorando, oltre a due racconti. L’iniziativa, ne ho già parlato, è molto bella e se avete un lettore ebook fareste bene a sottoscrivere l’abbonamento; gli estratti presenti sono parecchio divertenti. In particolare, mi ha divertito questo passaggio dalla storia che vede come protagonisti dei fumettari:

Ogni tanto, ai pranzi con gli altri autori del giro Gamma, qualche sceneggiatore anziano che aveva scritto Cowboy Jim negli anni sessanta o settanta mi dava dei consigli. “Ricordati” mi diceva, ricacchiando e addentando il pollo “tu tieni sempre una banda di messicani cattivi e armati di fucile dietro una roccia, e un puma in agguato in cima a un albero. Quando non sai come portare avanti la storia, o fai sparare i messicani o fai saltare il puma.”

(immagino sia facile capire cosa sia la casa editrice “gamma” e chi sia “cowboy jim”, se bazzicate i fumetti italiani).
Ma anche la storia londinese promette parecchio bene.
Quintadicopertina ha anche una collana di ebook interattivi (sullo stile dei vecchi libro game), Polistorie, di cui prima o poi devo provare qualcosa.

More about RuhlebenDopo anni che puntavo il libro, mi sono comprato in ebook “Ruhleben” di Geoffrey Pyke (Alet), il memoriale dell’idea, non brillantissima, di un giovane giornalista inglese che allo scoppio della Grande Guerra decise di viaggiare in incognito per la Germania per verificare se le voci della propaganda erano vere. Ovviamente, nel giro di una settimana finì in prigione, prima, e in un campo per prigionieri civili alle porte di Berlino poi. Non so cosa faceste voi a ventun anni: Pyke trovò il modo di fuggire dal campo di prigionia e, insieme a un altro fuggiasco, andò a piedi, di nascosto, da Berlino alla frontiera olandese. Tornato in patria, raccontò la sua esperienza in questo libro che uscì a guerra ancora in corso e che quindi non contiene la descrizione dell’ingegnosa trovata che gli consentì la fuga, che si trova nell’introduzione:

Rivelò quel piano a un giornalista solo molti anni dopo, quando ormai Ruhleben era stata smantellata e lui poteva sentire il bisogno di una piccola vanità: e dunque ecco come andò. Al campo l’appello veniva fatto solo al mattino, dando per scontato che ai tentativi di fuga era necessaria la notte. Ma dopo il tramonto, aveva constatato Pyke, la sorveglianza intorno alle baracche dei prigionieri veniva fatalmente intensificata. La sua inappuntabile strategia finale, la quattordicesima che elaborò, si avvantaggiava del giorno per eludere la sorveglianza, e della notte per affermare la fuga: il fatto è che bisognava evadere con il favore del buio, ma non dalle baracche. In disparte, su un lato del campo, sorgeva un piccolo capanno, usato come deposito degli attrezzi: nel pomeriggio del 9 luglio 1915 Geoffrey Pyke ed Edward Falk si nascosero lì dentro sotto alcune reti (reti da tennis) che non li nascondevano affatto, e rimasero distesi, ad aspettare, con una sufficiente scorta di fiducia. Come ogni pomeriggio, prima che i prigionieri venissero riportati nelle baracche, una delle guardie sarebbe andata a controllare nel capanno. Quando avesse aperto la porta, come ogni pomeriggio di quelle settimane d’estate il sole sarebbe stato ancora abbastanza alto e avrebbe prodotto nel vetro della finestra un riflesso talmente forte da rendere impossibile vedere all’interno, specialmente nella direzione delle reti dove Geoffrey Pyke, immobile di certo e con il respiro in gola, guardò o disse al giornalista di aver guardato negli occhi pieni di sole del soldato tedesco lì in piedi a un metro da lui, prima che come molti altri pomeriggi quello chiudesse la porta dietro di sé e si allontanasse dal capanno senza aver potuto davvero controllare bene. Il resto del piano – scivolare via da lì, raggiungere strisciando la recinzione e superarla – sarebbe stato reso più semplice dal buio e dall’assenza di guardie in quella parte del campo, oltre che da certi esercizi complicati e ridicoli che Geoffrey Pyke diceva essergli stati prescritti per il cuore dal prestigioso, dall’inesistente specialista danese professor Sorgersund e che lo addestrarono invece alle sfibranti contorsioni sotto il filo spinato.

Questo dovrebbe darvi un’idea del personaggio in questione (che ha una pagina fittissima su wikipedia che non ho ancora affrontato), che scrive con un meraviglioso senso dell’umorismo british, così come è squisitamente british il suo understatement di molte situazioni. Però quando vuole sa anche piazzare delle osservazioni precise e puntuali, con una bella prosa.
Alcuni passi:

Una volta uno dei marittimi internati si espresse in modo piuttosto libero sulla natura dei prussiani. Il barone fece il giro del campo e, in ciascuna delle quattordici baracche, infliggendosi numerose e sonore pacche sul petto decorato di medaglie, urlò: «Non siamo noi i sanguinari: non siamo stati noi a volere la guerra a tutti i costi e a provocarla. Non lo accetto: i sanguinari siete voi». In seguito il professore di inglese all’Università di Berlino, anche lui internato, insieme a molti altri, si recò a spiegargli il significato e l’origine della parola inglese «sanguinario».

Come quasi tutti concordano nell’affermare, i tedeschi sono un popolo meraviglioso. Per quella colazione a loro spese non solo mi fornirono pane fatto non con grano, bensì con patate, ma anche caffè fatto non con chicchi di caffè, ma con ghiande. Anzi, tra poco è probabile che inventeranno un surrogato dell’acqua ottenuto da una combinazione alternativa alle solite due parti di idrogeno e una di ossigeno.

A Berlino, la prima cosa da fare è entrare in una birreria; la seconda cosa da fare è entrare in una birreria e la terza cosa da fare è entrare in una birreria. Ma non per bere birra. No. Anche se è leggera come piume su un’ala di colomba, ed è servita così fredda che il vapore della sala affollata fa sgocciolare il bicchiere, tuttavia è meglio bere solo quanto basta a far credere ai vostri vicini che non siete dei bisbetici asociali, che ordinano birra e non la bevono. Invece bevete un sorso qui e ascoltate; un sorso là, e ascoltate ancora; ogni tanto schioccate forte le labbra e scaccerete ogni sospetto eventualmente addensatosi su di voi e verrete considerati dei bevitori moderati, che gustano fino in fondo il proprio bicchiere. Apprenderete anche molte cose interessanti. In Germania ci sono due posti preziosi per raccogliere informazioni: uno è la carrozza ferroviaria e l’altro è la birreria. I soldati chiacchierano sempre per stabilire con precisione chi di loro sia più prossimo all’inferno, e la Germania è composta interamente di soldati.

Leggendolo, la cosa più straniante di tutte è pensare che il narratore non è, come potrebbe sembrare, un distinto gentleman quarantenne ma un ragazzo di ventuno anni. Evidentemente, una volta si cresceva e si maturava parecchio più in fretta.

More about CecitàGià parlando di “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” scrivevo che Saramago è potenzialmente un grandissimo autore di fantastico. Per quel libro magari la cosa poteva sembrare un po’ tirata per i capelli, ma “Cecità” (Feltrinelli) sembra quasi fatto apposta per confermare la mia tesi: dall’oggi al domani, gli abitanti di una città senza nome iniziano a perdere inspiegabilmente la vista. Temendo che la cecità sia contagiosa, le autorità decidono di rinchiudere i ciechi in una struttura guardata a vista. Ovviamente, la vicenda assume rapidamente toni drammatici e ben presto emerge la vera natura, feroce e brutale, degli esseri umani. Ci sono delle pagine che picchiano durissimo, in cui Saramago descrive con il massimo distacco violenza e sopraffazione, la graduale perdita dell’umanità. E ci sono passi che sono purissimo zombi-movie, in cui l’unica donna inspiegabilmente rimasta immune al contagio si aggira per la città alla ricerca di cibo per le persone di cui ha deciso di prendersi cura. Quello che fa più male è però la mancanza di speranza, nonostante quello che potrebbe sembrare un lieto fine, che attraversa il libro. I “buoni” sono isole assediate da chi non si fa scrupoli per raggiungere i suoi obiettivi; e gli stessi “buoni” possono a volta causare del male o involontariamente o perché vi sono costretti. Attraverso la lente ipercorrettiva del fantastico, Saramago mostra la natura umana, la fragilità delle regole sociali che ci tengono lontane dalla bestialità. La scrittura è sempre quella: muri di testo con pochissimi punti a capo, frasi lunghe e dialoghi senza virgolette (solo le maiuscole), personaggi senza nome. Esige concentrazione ma ha una sua qualità ipnotica che, a poco a poco, tira dentro alla storia, al suo mondo allucinato e feroce.

More about La rivoltaE a proposito di mondo allucinato e feroce, chiudo con “La rivolta” di Nan Aurousseau (e/o), storia ambientata in un carcere francese durante e dopo una rivolta. Più che un noir o un thriller, come è presentato, è un romanzo di denuncia sulle condizioni del sistema carcerario francese che l’autore conosce piuttosto bene avendoci trascorso sette anni per rapina a mano armata.
La narrazione è piuttosto frammentata e il tono richiama quello dolente di certo noir francese, comunque, come quello di Izzo o Manchette, che di Aurousseau (che dopo il carcere è diventato un idraulico) è stato lo scopritore.

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Autodifesa – marzo 2011

La mattina del 7 marzo, mentre dormivo in treno, qualcuno ha avuto la bella idea di fregarmi la borsa dove tenevo il Kindle e scendere al volo alla stazione. Io dormivo. Un signore seduto dall’altra parte del corridoio ha visto la scena ma non ha fatto niente perché pensava che il tizio seduto davanti a me (di cui io non ho memoria) fosse un mio amico. Stupido lui, stupido io a dimenticarmi di tenere bene a tracolla il borsello invece di lasciarlo sul sedile di fianco a me. Stupido io.
More about La Musica LiberataComunque, l’ultimo libro letto sul mio primo Kindle (nel frattempo sono arrivato al terzo, perché quello ordinato per rimpiazzarlo si è rivelato difettoso, ma ne ho già parlato) è stato “La musica liberata” di Luca Castelli, pubblicato da Arcana ma messo a disposizione lo scorso dicembre come pdf gratuito per un periodo limitato. Una scelta coerente con l’argomento del libro, vale a dire gli scenari aperti per il music business dalla diffusione di internet e la storia del processo di digitalizzazione della musica. Il racconto di Castelli ha il pregio di presentarsi, appunto, come un racconto, i cui capitoli prendono sempre il via dalle esperienze personali dell’autore, che è del 1976: le vicende narrate, dall’affermarsi del cd a quello dell’iPod e dei servizi di musica in streaming, vanno di pari passo con i cambiamenti reali portati nel modo quotidiano di rapportarsi con la musica di un’intera generazione. Infatti, dal punto di vista “nostalgico”, l’impatto è fortissimo. Per dire, leggendo il capitolo sulla nascita del p2p, mi sono trovato di colpo il ricordo delle prime, avventurose, connessioni a Napster con il 56k, le mezz’ore per tirare giù un brano, i file “incomplete” che bivaccavano nell’hard disk, le bestemmie quando qualcuno a cui eri collegato si sconnetteva, il senso di colpa quando dovevi proprio staccare la connessione e c’era qualcuno che stava scaricando da te, l’emozione di trovare finalmente pezzi rari che non avrei mai saputo dove recuperare altrimenti (la versione originale di Defender dei Manowar – e Orson Welles – tanto per dire, o la Stayin’ Alive di Ozzy e Dweezil Zappa). Ma in generale, quella di Castelli è una storia dell’industria discografica degli ultimi vent’anni, dei suoi errori e dei suoi tentativi di riguadagnare forme di controllo sulla diffusione dei propri prodotti. Il difetto principale è forse quello di peccare un po’ di ottimismo, specie per quanto riguarda l’Italia, dove giganteschi limiti strutturali (disponibilità di connessioni veloci) e culturali (“minchia oh, con Internet puoi avere tutto gratis, tipo che invece di andare di andare al cinema puoi scaricare il film ripreso dal cinema con il cellulare, troppo figo ahahahah”) temo che freneranno sempre la diffusione di servizi di streaming legalizzato a pagamento. Ma l’ottimismo entusiasta credo serva anche per provare a convincere chi legge a provare ciò di cui si parla. Scritto bene, scorrevole, divertente quanto serve, senza nemmeno fastidiosi picchi di indie-fighetteria. Per chi si interessa di musica, è un libro da leggere.

More about Lasciami entrareUn po’ un indie-fighetto, invece, lo deve essere John Ajvide Lindqvist, il cui “Lasciami entrare” (Marsilio) in originale riprende il titolo da un verso degli Smiths (“Let the right one in”), oltre a schifare più volte i Kiss. Però glielo si può anche perdonare, perché con questo romanzo (da cui è stato tratto un film svedese, bellissimo, nel 2008 e un remake americano nel 2010) (non si sa se il remake uscirà in Italia; forse, se esce, si chiamerà “Amami, sono un vampiro“) ha scritto l’anti-Twilight definitivo. Ma anche senza pensare a Twilight, ha comunque scritto una delle migliori storie di vampiri di sempre: Eli, la creatura co-protagonista della storia, è feroce e minacciosa, inquietante. La sua presenza porta morte e distruzione, sconvolge vite. Cerca di ristabilire una qualche forma di umanità, certo. Ma l’happy ending non c’è. Ambientato in una grigia periferia svedese degli anni ottanta, il romanzo è una storia d’amore sui generis tra un dodicenne complessato e vittima di bulli che sembrano usciti dritti dritti da un romanzo di Stephen King e quella che sembra essere una sua coetanea, ma vampira, che arriva nell’appartamento vicino al suo insieme al servitore umano che la aiuta a procurarsi il sangue. In mezzo, sangue, morte, alcolismo, grigiore, neve, freddo. Il titolo si riferisce a una credenza sui vampiri, quella secondo la quale non possono entrare in un’abitazione se non vengono invitati. Lindqvist la inserisce nel romanzo e la scena in cui Eli dimostra a Oskar che cosa succede se lei entra se lui non le dà il permesso è un capolavoro di inquietudine. Su schermo come su carta. La scrittura distaccata e asettica del libro aumenta il senso di disagio della storia: si assiste ad atrocità e a gesti di tenerezza come osservandoli da lontano, per non disturbare. È un libro potente,  che forse si dilunga un po’ troppo nella parte centrale, ma che riesce a ridare nuova linfa alla povera figura del vampiro, restituendogli fascino, ferocia e spessore.

More about Harry Potter and the Half-Blood PrinceMentre dormivo ignaro del furto di cui stavo cadendo vittima, di fianco a me c’era “Harry Potter and the Half-Blood Prince” di J.K. Rowling (Bloomsbury), sesto e penultimo tomo della saga, ormai quasi finito. Credo che, dopo il secondo libro, sia il primo della serie che non mi convince del tutto: difficile sorpassare le vette di Goblet of Fire e, soprattutto, Order of the Phoenix, però sembra che qui la Rowling si sia dedicata principalmente a sviluppare un lungo antefatto per il volume finale. La caratterizzazione dei personaggi, qui in un momento fondamentale della loro crescita per quanto riguarda i ragazzini, è sempre degna di ogni ammirazione, però, salvo l’accelerazione degli ultimi capitoli, succede davvero poco: ci si trascina da una visione sul passato di Voldemort all’altra, aspettando la fine dell’anno scolastico che, da che mondo è mondo, è il momento in cui a Hogwarts succede la qualunque. Avevo già visto il film, quindi sapevo che cosa sarebbe successo alla fine, ma lo stesso il modo in cui la Rowling lo racconta è toccante e misurato. Peccato appunto che tutto quello che viene prima sia non così interessante.

More about Il Vangelo secondo Gesù CristoChiudo con “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” di José Saramago (Feltrinelli). Tra me e Saramago c’è una sorta di lotta: mi piace il suo tono, mi piace il suo sguardo sul mondo, il modo discreto e minimale che ha di raccontare, ma soffro tantissimo ad affrontare le sue pagine fatte di infiniti muri di testo, con le frasi lunghissime, i dialoghi senza virgolette, pochissimi punti a capo. Però trovo che spesso valga decisamente la pena di affrontare queste vere e proprie pareti di parole per ascoltare il suo modo di raccontare le storie. Come in questo caso. Il tema della riscrittura della vita di Gesù è sempre carico di fascino per gli scrittori (vi ho già detto che “Il Vangelo secondo Biff” di Christopher Moore è un capolavoro?), forse anche per l’incredibile laconicità dei Vangeli canonici, che fanno venire voglia di “tappare i buchi”. Alcuni lo fanno appoggiandosi ai vangeli apocrifi (a volte in modo un po’ cialtrone, vedi alla voce Dan Brown, o sfornando dei capolavori, vedi La buona novella di Fabrizio de André).

Saramago, invece, ha preso una strada diversa. Ha preso alcuni elementi fondamentali della vita di Gesù e li ha impastati in un romanzo che interpreta il rapporto tra uomo e Dio (e Diavolo). Il Gesù di Saramago non nasce da una madre vergine, si salva dal massacro voluto da Erode perché Giuseppe ascolta per caso una conversazione tra due soldati e nasconde la famiglia (invece di scappare in Egitto perché avvertito da un angelo), perde il padre crocifisso dai Romani perché confuso per un ribelle; soffre la fame quando ancora ragazzino abbandona la casa della madre per cercare fortuna altrove, vive insomma per lungo tempo al normale vita di un palestinese qualunque della sua epoca. In questo quadro realistico, tratteggiato con molta attenzione, Saramago fa entrare il divino come una presenza misteriosa, inquietante, che lascia segni agli uomini il cui senso sfugge (la misteriosa terra luminescente) e che non è mai possibile capire con esattezza se sia benigna o maligna. Dio e il Diavolo, così come gli angeli dell’uno e dell’altro, non sono facili da distinguere. E lo stesso Dio è un personaggio ambiguo, più simile alla sua versione bibilca (immensamente potente) che a quella cristiana (immensamente buono).
Per quanto mi riguarda ci sono due vette straordinarie, nel libro: una è quando Gesù spiega che, sì, potrebbe resuscitare Lazzaro ma che non lo farà perché nessuno dovrebbe meritare di provare due volte l’esperienza del morire. Una frase buttata lì che deflagra come una mina, sempre più potente ogni volta che ci si ripensa. L’altra è il dialogo che Gesù ha con Dio (alla presenza del Diavolo) su una barca in mezzo al lago di Tiberiade. Dio spiega a Gesù che ha bisogno di una morte in suo nome perché possa venire venerato al di fuori dei ristretti confini della Palestina. Gesù chiede “e basterà la mia morte per questo?”. Dio dice che, in effetti, no, ci sarà bisogno anche del sangue di qualcun altro. E partono cinque-sei pagine fitte fitte di martiri cristiani, con le cause della loro morte, indifferenziati per epoca (compare persino Maria Goretti); è un elenco vertiginoso e sanguinoso di atrocità. A cui seguirà poi la notizia che, una volta diffusa la fede, oltre a chi ha creduto in Dio, dovrà morire anche chi non vi ha creduto: eretici e miscredenti. La storia della fede diventa così una lunghissima scia di sangue, di cui Gesù è solo la primissima tappa.
È un libro per niente amichevole, come già detto, ma che ripaga il lettore con una storia potentissima che trasuda intelligenza e forza polemica (mai fine a se stessa) da ogni parola, senso dell’umanità e pietà. Non sorprende più di tanto che questo libro non sia amatissimo (eufemismo) nel mondo cristiano o che su ibs si trovino commenti rancorosi come questi:

Sconcertante la descrizione. Scrivendo “ritenuto blasfemo da alcuni cristiani ortodossi” spero che l’autore di questa descrizione stesse scherzando. Il libro assume un’ideologia materialista che appare evidente a qualsiasi persona sia minimamente informata sul Gesu’ vissuto nella storia, neanche credente. Se poi uno crede, non ne parliamo neanche. Altro che “ortodossi” :-)

Sono stupefatto da quanto riportato nella descrizione in quarta di copertina: «Questo libro è ritenuto blasfemo da alcuni Cristiani Ortodossi…». Il contenuto di questo libro è osceno e blasfemo per qualunque cristiano, a qualunque confessione appartenga. Saramago si diverte a sputacchiare sul Cristianesimo e a sporcare la figura di Gesù; c’è tutto il livore di un fallito ideologico comunista come il nostro caro “coraggioso” autore. Dipinge il Cristianesimo come male assoluto, mentre si è guardato bene dallo scrivere qualche riga sugli islamici dopo l’11 Settembre, Beslan, Madrid, Bali etc… A mio parere non vale la carta su cui è stato scritto. Brutto, volgare, banale, oscenamente penoso!

Una rara immagine del blogger impegnato nella lettura del Vangelo secondo Gesù Cristo

È anche un grandissimo romanzo fantastico; è un tratto che si prende poco perché Saramago è uno scrittore “serio” e quindi la “letterarietà” ingloba tutto, però va detto che il modo che ha lo scrittore portoghese di usare l’elemento sovrannaturale in questo romanzo è davvero potente e intrigante. Se si prova ad astrarre la storia dal suo ri-raccontare il mito fondativo di una religione realmente esistente e la si immagina come una vicenda originale, ci si accorge di quanto sia misterioso e intrigante il lato sovrannaturale della vicenda, quanto siano ben tratteggiate le figure di Dio e del Diavolo. Se non fosse così faticoso (vedi la foto di fianco) da leggerlo, potrebbe anche essere consigliato come un grande romanzo fantastico (come i testi da cui è ispirato, si potrebbe dire); ma anche se è fatico, forse è il caso di consigliarlo come grande romanzo fantastico.
Fate uno sforzo, concentrazione, e sarete ricompensati da un grande libro.

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I libri di settembre

Il resoconto dei libri letti a settembre. Evidenziato il migliore.

La congiura (…Uccidete Romano Prodi…) – Michele D’Arcangelo
Parlare di questo che è, senza ombra di dubbio, uno dei più grandi e ingiustamente sconosciuti romanzi italiani degli ultimi trentasei-trentasette anni è uno di quei compiti per i quali ci si sente sempre indegni. Ma come ci si può tirare indietro e non parlare di questo coraggiosissimo documento che ammanta appena appena di invenzione romanzesca una pagina della nostra storia recente che sarebbe rimasta altrimenti segreta? Insomma, D’Arcangelo squarcia la congiura del silenzio sull’attentato che la CIA, insieme ai servizi deviati e ad altre componenti reazionarie della società italiana, architettò ai danni di Romano Prodi ai tempi della guerra in Iraq. Il piano prevedeva la sua uccisione in un attentato di chiara matrice islamica (sparargli un razzo con un bazooka mentre entrava nella sede dell’Ulivo) per allontanare così la sinistra italiana da posizioni pacifiste e… boh, fare qualcosa di losco. Comunque. Una storia nerissima, fatta di malvagie macchinazioni che spezzano le vite di giovani, perspicaci e attenti servitori delle forze dell’ordine e delle persone a loro vicine, al centro della quale c’è uno spietato assassino al servizio di tutte le bandiere. Certo, forse a volte lo stile zoppica appena appena. Forse ogni tanto qualche passaggio trasuda ingenuità. E forse il fatto che l’assassino di cui sopra legga le poesie dell’autore, che è il suo poeta preferito insieme a Montale, è un po’ vanaglorioso. Ma perché fermarsi a questi difetti, quando siamo davanti a un libro che tutti dovrebbero leggere? Ovviamente, nonostante il coraggio dell’autore e dell’editore, Loro hanno trovato il modo di disinnescare questa vera e propria bomba a orologeria, che potete ormai trovare solo su qualche polveroso scaffale delle edicole delle stazioni o sulle bancarelle dell’usato. In attesa, come certi ordigni bellici che ancora oggi si trovano durante gli scavi, di essere fatta brillare.

Le intermittenze della morte – Jose Saramago (Einaudi)
E se un bel giorno la gente smettesse di morire, ma solo all’interno di uno stato, che cosa succederebbe? Il romanzo di Saramago parte da un what if di sapore fantastico e, nella prima parte, esplora in modo al tempo stesso logico e paradossale le conseguenze di questo spunto. In questa, che è la parte migliore del romanzo, i rapporti tra fede, politica, malavita, commercio, tutto, vengono messi in luce in modo lucido e divertente. La seconda parte, quasi un altro romanzo, incentrata tutta sulla figura della morte e delle sue vicissitudini è parecchio più stanca e non regge il confronto. Se ci si mette anche un periodare che prevede frasi lunghissime, quasi estenuanti, si finisce a concludere il libro un po’ per sfinimento e si perde il piacere della prima parte. Peccato.

Osama Van Halen – Michael Muhammad Knight (Soft Skull Press)
Ricapitolando: il primo romanzo di MMK, “The Taqwacores” ha avuto un impatto tale sui giovani musulmani americani da portare davvero alla nascita di una scena punk islamica come quella immaginata nel libro. Questo è una specie di seguito, visto che ricompaiono due dei personaggi, la riot gggrl con burqa Rabeya e lo skinhead sunnita Amazing Ayuub, che nel libro precedente incarnavano il lato più surreale e folle dell’incrocio tra islam e punk; ma anche lo stesso MMK è un po’ un personaggio e un po’ il narratore della vicenda, in un incrocio piuttosto stretto di autofiction e autobiografia. La narrazione procede per episodi, il più straordinario dei quali (al di là del rapimento di Matt Demon) è l’avventura di Ayuub nel deserto, tra zombi e jiin (i demoni della tradizione islamica) che hanno una loro scena country, degno del miglior Lansdale. Meno fulminante e più discontinuo di “The Tawqacores”, resta comunque un gran libro, che si legge di corsa, diverte e racconta altri aspetti della vita della nascente comunità taqwacore. E permette di dare uno sguardo da dentro a un lato inedito del mondo musulmano.

Accusare – Giacomo Papi (ISBN)
È un libro fotografico che raccoglie una grande quantità di foto segnaletiche in un modo o nell’altro storiche, dagli albori della pratica all’altroieri, cercando di contestualizzare la pratica, i personaggi, le situazioni. Sfilano così in rassegna criminali, personaggi famosi, perfetti sconosciuti, insieme alle loro storie. Un modo affascinante di guardare alla storia contemporanea e alle pratiche di catalogazione e controllo sociale, oltre che una galleria di volti e tipi umani interessantissima, con alcune punte di surrealismo estremo (la dominatrix di inizio novecento fotografata in posa con frusta e altri attrezzi, la travestita con abiti da uomo e nuda, per esempio)

Barbari – Alessandro Barbero (Laterza)
A scuola, molto rapidamente, si studia che l’impero romano è caduto sotto la spinta delle invasioni barbariche. Il che è in parte vero e in parte più complesso. Barbero, che è un eccellente narratore, cerca di ricostruire le dinamiche del rapporto tra l’impero e i “barbari” presentando un’ampia serie di casi, situazioni, personaggi, che aiutano a capire meglio come si siano svolte le cose e danno un’immagine molto moderna dell’impero romano e delle sue politiche. Ovviamente, nonostante la bravura di Barbero, il taglio è comunque ancora abbastanza specialistico e non è che la lettura in treno  sia la sua condizione di fruizione ideale…

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I libri di luglio

Un’edizione dei libri del mese all’insegna, curiosamente di Sergio “Alan D.” Altieri: non solo c’è un suo libro recensito, non solo c’è l’ultima uscita della collana Epix da lui diretta ma è citato anche nei ringraziamenti del “libro del mese”, quello evidenziato.

Napoli nera. Cane rabbioso – Angelo Petrella (Meridiano Zero)
Petrella, con il suo romanzo “La città perfetta” (Garzanti) si è dimostrato uno dei più convincenti emuli italiani di Ellroy, sia per lo stile febbrile e frammento sia per la tensione e il vigore nel trattare di intrecci tra criminalità e potere, con una Napoli convincentissima a fare da sfondo. Tratti che si ritrovano, in nuce, in questo libro, che raccoglie due racconti lunghi precedenti al romanzo. Forse qui ogni tanto la mano è calcata un po’ troppo e alcuni personaggi ne escono troppo carichi, però è un bel leggere.

Killzone – Alan D. Altieri (TEA)
Russell Kane, il cecchino delle forze speciali inglesi, è forse il personaggio migliore uscito dalla penna di Altieri, titolare di tre romanzi pubblicati nella collana “Segretissimo” di Mondadori e poi ristampati da TEA. Che, in attesa del quarto episodio della serie, raccoglie in volume racconti di Kane apparsi qua e là nel corso degli anni, con l’aggiunta di un paio di inediti. È Altieri e, come si dice, prendere o lasciare: c’è uno stile unico, fatto di una lingua strana, scomoda e poco elegante, che a volte suona come la traduzione cattiva di un film d’azione del venerdì sera su Italia 1, ma che funziona dannatamente bene per raccontare il mondo di vento, fiamme e metallo, popolato da esseri umani spinti dal desiderio di sesso, droga, soldi, che Altieri mette in scena. Come si dice, for fans only.

Fighter – Craig Davidson (Giallo Mondadori)
A Davidson piace parecchio Chuck Palahniuk. Per certi versi questo romanzo è una variazione sul tema di “Fight Club”, per altri la versione estrema e decadente della tipica storia di boxe. E anche se forse la “caduta” del rampollo di una famiglia benestante verso i combattimenti clandestini non è originalissima, la resa è poderosa e il risultato finale è un romanzo che si legge con gran gusto. A parte l’edizione del Giallo Mondadori, è pubblicato da BD Edizioni (e su ibs è nei remainder al 50% di sconto).

Storia dell’assedio di Lisbona – José Saramago (Einaudi)
La descrizione in quarta di copertina è un po’ ingannevole, perché lascia intendere una storia più surreale di quello che in realtà questo romanzo è. Ma lo stesso, la vicenda di un correttore di bozze che, dopo avere deliberatamente falsato un saggio sull’assedio di Lisbona aggiungendo un “non” all’affermazione che i crociati diretti in Palestina aiutarono i lusitani a espugnare la Lisbona musulmana, si mette a scrivere davvero un romanzo in cui questo accade, è una bella storia sul raccontare storie e sul potere che questo ha sul mondo. Oltre a essere uno straordinario viaggio in una città bellissima. E anche una storia d’amore. Lo stile di Saramago, di cui non avevo mai letto nulla, è piacevole e discorsivo, anche se forse abusa del riferimento diretto al lettore, di tanto in tanto.

È nata una star? – Nick Hornby (Guanda)
Le magie del marketing, per cui un racconto – uscito mi pare per una collana inglese di libriccini semplici pensati per chi non ha grande padronanza della lingua – viene vestito da romanzo breve e mandato in libreria così, sono sempre affascinanti da osservare. Comunque, è una piacevole e scorrevole (e non poteva essere altrimenti, date le premesse) storiella su una madre che scopre che il figlio sta intraprendendo una carriera nel porno. Vista l’esiguità del racconto, a dire di più si finisce per dire troppo. Basta quindi sapere che il tutto è divertente, a cuor leggero, con una punta di commozione e una morale eccellente. Prendetevi un quarto d’ora e leggetelo a scrocco in libreria. È eticamente corretto,

I Mille – Giuseppe Bandi (KINDLE)
Toscano, Bandi è stato uno dei volontari della spedizione dei Mille. Queste sono le sue memorie di quell’impresa, pubblicate, postume, a quarant’anni di distanza dagli eventi. Libro amatissimo da Bianciardi, che ne ha curato le note nell’edizione di Stampa Alternativa da me scaricata, è un resoconto preciso e partecipato di quelle vicende, dopo la lettura del quale non può non restare impressa la figura di Nino Bixio, che ne esce fuori come una specie di psicopatico soggetto a frequenti scatti d’ira, anche verso i suoi stessi uomini (ma curiosamente non si dice nulla di Bronte). Comunque, al netto della prosa ampollosa, un buona lettura.

Acqua in bocca – Andrea Camilleri & Carlo Lucarelli (Minimum Fax)
Magie del marketing, parte II. Secondo le mie modeste stime, con questo racconto la casa editrice romana ha sistemato i bilanci dell’anno. La collaborazione tra Grazia Nigro e Salvo Montalbano, a base di lettere scambiate con metodi inventivi (la parte migliore del tutto) si colloca in un mondo strano che, per capirci e a malincuore, definiremo “fumettistico”; il tema dei Servizi deviati – con cui entrambi gli autori si sono cimentati con risultati rispettabili – è ridotto a killer che lasciano la “firma” di fianco agli omicidi e il tutto si svolge in modo parecchio rocambolesco e sbrigativo. Tra le cose migliori una breve comparsata di Coliandro (quello grezzo, grezzo e ancora più grezzo delle storie originali di Lucarelli, molto più hard-core di quello della, pur divertente, serie tv) e, appunto, i metodi con cui i protagonisti si scambiano le lettere. Estivo e balneare, senza dubbio. Peccato che sia stato poco più che un passatempo per i due autori, le premesse per vedere qualcosa di più memorabile c’erano tutte.

Lupo nelle tenebre – Nicholas Pekearo (Urania Epix)
Con questo titolo, la collana Epix chiude dopo appena quindici uscite. Una morte annunciata per una collana che, come ammesso dallo stesso Giuseppe Lippi, è nata senza una vera progettualità: basta vedere come le prime uscite mettessero insieme saghe già iniziate altrove (quella roba di zombi di Wellington, Shannara – no, dico, SHANNARA), fantasy un tanto al chilo e un’antologia da grattata del fondo del barile di Evangelisti. In mezzo ci sono state delle iniziative interessanti (l’antologia curata da Arona, per esempio), ma mai niente di davvero imprescindibile. Ed è buffo che chiuda con un numero in cui si annuncia come sedicesima uscita un titolo che, forse, avrebbe potuto aprire la collana per dimostrare che si voleva fare sul serio, la riedizione di “Drago d’Acciaio” di Swanwick.
Comunque, l’onore di chiudere spetta, ed è abbastanza macabro pensarci, a un autore, agente di polizia, morto neanche trentenne durante una rapina. Chiude con un romanzo piacevole, che sta all’incrocio tra l’horror e il thriller, una specie di remake di Dexter in cui il protagonista è un licantropo invece di un “normale” serial killer. Niente di indimenticabile, ma piacevole. Fa un po’ sorridere trovare continue citazioni (Carpenter street, King street, i compagni di pattuglia in Vietnam Poe e Wells) e, soprattutto, il magico fenomeno della radio che ogni volte che viene accesa sta trasmettendo una canzone che piace al protagonista :-)
So long, Epix.

Le rondini di Montecassino – Helena Janeczek (Guanda)
La battaglia di Montecassino, uno degli eventi-simbolo della seconda guerra mondiale in Italia, diventa per Helena Janeczek il centro attorno al quale fa ruotare il suo nuovo libro, che torna sui temi di “Lezioni di tenebra”: la memorià, la labilità delle identità, il rapporto tra la storia passata e il presente. Sono storie che stanno a metà tra il romanzo e la ricostruzione storica, tra l’autobiografia e l’inchiesta, in cui si parla di americani, polacchi (e dell’incredibile odissea del battaglione polacco che combattè in Italia), neozelandesi, indiani. Alternandosi tra il passato e il presente, tra i ragazzi di allora in guerra e quelli di oggi, il libro mette insieme uno spaccato inedito di aspetti poco conosciuti della seconda guerra mondiale e allo stesso tempo racconta pezzettini dell’Italia di oggi. La presenza di stranieri di allora e quella contemporanea. La Janeczek riesca a fare tutto questo con un linguaggio e un approccio mai pedante, mai ampolloso o sforzatamente letterario, ma mantenendo un tono, per quanto ricercato e studiato, “medio”, nel quale le citazioni dalla cultura “pop” non suonano mai fuori luogo o come strizzate d’occhio: sono solo i logici riferimenti che i personaggi hanno. È un libro denso, nel quale c’è tantissimo, ma che scorre veloce e appassionante come un racconto a voce, rimbalzando tra campi di battaglia e cimiteri di guerra, tra la Siberia e via Paolo Sarpi. Gran libro.

Swords and Deviltry – Fritz Leiber (KINDLE)
Ecco qualcosa che mi sarebbe piaciuto leggere in Epix: le storie di Fafhrd e del Grey Mouser. Barbaro (ma con l’amore per la civiltà) il primo, scaltro spadaccino il secondo, i due ladri/mercenari inventati da Leiber sono una delle punte più alte della narrativa sword & sorcery, condita con abbondanti dosi di ironia e avventura picaresca. Non stiamo parlando di eroi senza macchia e senza paura che vanno da un capo all’altro di una mappa per salvare il mondo. Stiamo parlando di due cialtroni che, in un modo o nell’altro, rimangon coinvolti in avventure rocambolesche dalle quali cercando di uscire vivi e con qualche moneta d’oro in più nella borsa. Questo è il primo volume della raccolta ragionata di tutte le loro avventure e inizia, ahinoi, un po’ in sordina, presentando due prequel in cui si raccontano le “origini” dei due personaggi, prima del loro incontro, mostrato nel terzo racconto. Ed è proprio questo, “Ill met in Lankhmar” (vincitore sia del Nebula sia dell’Hugo), il piatto forte della raccolta, che fa capire come i due funzionino meglio in coppia che separati, completandosi a vicenda (come Asterix e Obelix, come Hap e Leonard).

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