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Surviving #SalTo13

Breve guida alla sopravvivenza al Salone del Libro di Torino, sulla scorta delle esperienze passate.

  1. Stai a casa. Sul serio. La Fiera (o Salone) di Torino è una gigantesca libreria. Dove, per entrare, paghi. Dice: “ok, ma poi una volta dentro scontofiera come se piovesse?”. Mah, non ci contare troppo, a meno che non siano le ultime ore dell’ultimo giorno. Se stai andando a Torino per buttarti dentro allo stand di Einaudi o Mondadori o Rizzoli o Feltrinelli, stai  a casa. Investi i soldi del biglietto del treno in libri. Oppure vieni pure a Torino, goditi la città e usa i soldi del biglietto per mangiare qualcosa di buono.
    “Ma c’è l’incontro con quell’autore che amo tanto!!!”. Ok, legittimo, però se vivi in una città con delle librerie controlla che magari non faccia una presentazione anche nella tua città. Per esempio, quando una casa editrice invita un autore straniero cerca di massimizzare la sua presenza e non lo porta solo a Torino.
  2. Ok, sei voluto venire lo stesso. Almeno evita di intrupparti negli stand delle giga-case editrici e date un’occhiate a quelle i cui libri non trovate in libreria. Vale anche lì la legge di Sturgeon, ma la possibilità di trovare qualcosa di interessante c’è sempre.
  3. Se proprio devi, evita il fine settimana. Il fine settimana è l’inferno in terra. Certo, durante la settimana ci sono le scolaresche deportate a pascolare tra gli stand, però di solito ci sono solo la mattina e il pomeriggio si gira più tranquilli.
  4. Portati del cibo. In Fiera il cibo è caro e/o fa schifo e/o devi fare delle code lunghissime. In teoria, appena lì fuori c’è un centro commerciale con un sacco di posti dove mangiare, però di solito il biglietto dei visitatori non ti permette di uscire e rientrare. Se proprio resti bloccato, la cosa più onesta che puoi trovare è la non-pizza di Spizzico. Quest’anno gli organizzatori promettono maggiore varietà, ma io non mi fiderei comunque.
  5. La tua sopravvivenza può essere garantita dal chiosco dei gelati fuori dal padiglione 3, se c’è anche quest’anno.
  6. Verso le 18, 18.30 alcuni stand organizzano rinfreschi. Punta gli stand delle Regioni (sì, ci sono gli stand delle regioni, don’t ask), di solito ci si trova bene.
  7. Portati degli spiccioli. I cassieri amano gli spiccioli. Un cassiere che conosco dà gadget a chi gli dà gli spiccioli, se ha gadget da dare.
  8. Le case editrici stampano i cataloghi apposta perché la gente li prenda. Se vedi dei cataloghi su un bancone, prendine pure uno. Non chiedere al cassiere “posso prenderne uno?”, al massimo di’ qualcosa tipo “ti rubo un catalogo”.
  9. Sui libri che un editore vende direttamente in fiera ha già pagato le tasse. Quindi non emette scontrino fiscale. Chi si dota di un registratore di cassa lo fa per questioni di contabilità interna, chi non lo fa perché non può permetterselo o non ne ha voglia. Quindi non guardate come evasori fiscali quelli con la cassettina, non sono degli evasori fiscali.
  10. Lo sconto: domandare è lecito, farlo è cortesia. Il momento migliore per chiedere sconti è a fine fiera (vedi punto 1); per dire l’anno scorso Codice faceva lo sconto del 50%. Sventolare il pass espositori chiedendo “sconto espositori?” non funziona automaticamente. La tecnica migliore, se passi più giorni in fiera, è quella di fare amicizia con chi lavora in stand con libri che ti interessano e organizzare degli scambi di favori.
  11. Attento agli stand di venditori di corsi di autostima, marketing motivazionale, editori a pagamento, fuffologi assortiti. Tendono a essere appiccicosi.
  12. Evita di prendere ogni singolo catalogo, depliant, campioncino con le prime sedici pagine di un libro, adesivo, segnalibro, che trovi in giro. Sommati ai libri che inevitabilmente compri fanno un peso considerevole e quando arrivi a casa e svuoti i sacchetti dici “ma che cazzo ho preso?”. I veri professionisti vanno in giro con il trolley.
  13. Non è colpa loro, ma se stai a uno stand e hai libri per bambini, una specie di piaga biblica sono le maestre, alla perenne ricerca di materiale omaggio. Sarà che la fiera coincide con il periodo in cui faccio la dichiarazione dei redditi, ma mi domando sempre (retoricamente) dove diavolo vadano a finire i soldi delle mie tasse, se non alle scuole.
  14. È vero che chiude alle 22 (sabato alle 23), ma se eviti di iniziare a guardare tutti i libri dello stand alle 21.56 il tuo karma ne guadagnerà.
  15. Gli spiccioli. Mi raccomando.

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In Dublin fair city (2 di 3)

Eravamo rimasti, sconsolati, a metà dell’Ha’Penny Bridge a guardare i lucchetti mocciani.
Attraversato il ponte, siamo di nuovo a Temple Bar, che essendo giusto le dieci e venti ha l’aria di una casa di studenti fuorisede il mattino dopo una festa. Sonnecchiosamente le bancarelle di roba per turisti mettono fuori la loro mercanzia, mentre gli spazzini si danno da fare per ridare una parvenza di ordine alle strade (Dublino è mediamente sporca, cosa in cui ricorda un po’ Genova). Iniziamo, già che ci siamo, la ricerca di magneti da frigo, sia per uso personale sia come regalo a chi ama riceverne, e abbiamo un primo assaggio di un problema che ci perseguiterà per tutto il giorno: i magneti da frigo in vendita a Dublino fanno mediamente schifo. Anche per la media dei magneti da frigo. Sono giganteschi, obbligatoriamente in rilievo e brutti (il meno peggio sarà un Temple Bar Pub in rilievo, con la sua facciata rossa e una bicicletta appoggiata che non credo sia una citazione di De Andrè; e uno piatto con una pubblicità della Guinness d’annata). Io per conto mio mi compro un paio di spilline, un “pog ma thoin” e un “I’ll be Irish in a few beers” (e finalmente mi daranno una bicicletta), da mettere rigorosamente in Italia perché va bene essere turisti ma fare la figura di quelli che girano a New York con la maglietta I ♥ NY no. Vediamo anche le prime bancarelle di un mercato di cibo che si svolge il sabato in zona, ma siamo ancora provati dalla colazione e rifuggiamo la vista del cibo, puntando invece decisi verso il Dublin Castle. Al Dublin Castle non entriamo per la visita. Ci limitiamo a gironzolare nei cortili, guardiamo da fuori la torre medievale e ci godiamo la giornata fredda ma soleggiatissima. Dedichiamo qualche minuto anche a ispezionare il gift shop, che trabocca ovviamente di magneti improponibili.

Le tende proseguivano sul lato sinistro

Sulla strada per il Trinity College, su Dame Street, c’è l’accampamento di Occupy Dame Street, la branca dublinese del movimento Occupy (gli “indignados”) che si è collocata davanti alla Central Bank. Dopo un boom nel corso degli anni Novanta, l’Irlanda si è trovata parecchio inguaiata dal punto di vista economico: quando l’acronimo era ancora PIGS era lei la I (le altre ovviamente erano Portogallo, Grecia e Spagna) (cheap holidays in other people’s misery). Ora le I sono due e noi siamo l’altra. Rispetto alla sua controparte bolognese della primavera del 2011, questo accampamento si presenta molto strutturato: ci sono una quindicina di tende, attorno alla quale è stato eretto un recinto per impedire l’accesso agli estranei. Le tende sono montate non sul marciapiede ma su bancali di legno, per garantire un minimo di isolamento termico. Una tenda più grande ospita la dispensa degli occupanti, mentre fuori dal recinto c’è un banchetto con volantini e un foglio dove lasciare il proprio indirizzo email. I pali della luce lì attorno sono coperti di manifesti e infografiche.

tipo questa. Avrei voluto fermarmi a fare due chiacchiere, poi ho visto che gli dobbiamo un sacco di soldi e ho soprasseduto, che magari poi me li chiedevano a me

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Fiera, nel senso di “bestia feroce”

Il mio secondo Salone del Libro in veste di standista è stato più lungo e faticoso del primo (da venerdì a lunedì, con l’appendice del disallestimento martedì mattina). E dopo avere trascorso ormai una settimana della mia vita sulla moquette blu del padiglione tre, dopo aver venduto non so più quanti volumi, aver battuto non so quanti scontrini ed essermi scordato di restituire almeno un paio di carte di credito, sono giunto che alla conclusione che io, se non dovessi andarci a lavorare, al Salone di Torino da visitatore non ci metterei mai piede.
Passo indietro, per chi non ci è mai stato.
Che cosa è il Salone del libro?
Una libreria. Gigantesca. A pagamento.
Anzi. Un centro commerciale, perché quest’anno, per esempio, gran parte del padiglione uno era occupato da negozi di strumenti musicali. E perché ci sono sempre un po’ di stand buffi che non c’entrano niente, come i produttori di vino o i ragazzi di un’agenzia che fa roba motivazionale (nel duemilaFOTTUTOundici, dopo anni e anni di demotivators questi avevano i poster motivazionali con leoni, albe e tramonti affissi dentro allo stand).
Un grosso centro commerciale in cui la maggior parte dei prodotti ha prezzi più alti di quelli che si possono trovare al di fuori delle sue mura, nei centri commerciali veri o nelle librerie o, pensa un po’, su Amazon o Ibs.
A giudicare dai sacchetti che vedevo in giro, il percorso tipo è questo: tu arrivi, fai una lunga coda, paghi dieci euro, entri e ti fiondi nello stand di MondadoriRizzoliGeMS (tutti uguali, tutti costruiti come fortini con mura e torri; qualcosa vorrà dire) e gli lasci venti carte per un libro che hai visto da Fazio (Fabiofazio is the new Mauriziocostanzosciou). Poi vai a sentire la conferenza di Travaglio. Poi non lo so, gironzoli un po’, porti i bimbi al gigantesco stand della Nintendo che almeno giocano un po’ o ci vai tu a giocare. Ti intruppi in coda a comprare un panino fetido all’autogrill o la pizza irreale di Spizzico (là fuori c’è Eataly, ci sono bar e ristoranti, c’è una metropolitana che in dieci minuti ti porta in centro: ma con il biglietto da visitatore una volta uscito non puoi rientrare). Fai un passo allo stand della Rai che magari stanno registrando qualche trasmissione e a casa ti vedono. Robe così.
Pessimismo o snobismo che sia, a me sembra che sempre di più il Salone del Libro sia, per il grosso dei visitatori, un estensione del mondo televisivo, un posto dove puoi andare a vedere da vicino le persone che vedi dentro allo schermo, magari recuperare un autografo.
Una rapida elencazione dei personaggi più o meno pubblici che ho avvistato in fiera (o in albergo, quindi lì per la fiera): Marina Ripa di Meana, Piero Fassino, Dario Franceschini, Anselma Dell’Olio, Enrico Ruggeri, Francesco Bianconi dei Baustelle (con i capelli puliti, potenza dell’ufficio stampa Mondadori che è riuscito a fargli fare uno shampoo), Franco Di Mare, Alessandro Bergonzoni, Vittorino Andreoli, Pavel Nedved, Massimo Carlotto, Maurizio Milani, Piero Dorfles, Giorgio Bocca, Luca Telese, Gianluca Morozzi, Vittorio Sgarbi, Tito Faraci, Andrea G. Pinketts.
Poi me ne sfugge qualcuno sicuramente: ma l’unica volta che sono finito in mezzo a una ressa per una persona che pubblica regolarmente romanzi è stato quando Licia Troisi firmava libri allo stand Mondadori (ma un tre-quattro anni fa ricordo Carlo Lucarelli seduto allo stesso tavolino lì fuori completamente ignorato).
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