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Legittima difesa – Maggio/Giugno 2012

Questa cosa dei libri del mese mi sta decisamente sfuggendo di mano.

More about El Borak and Other Desert AdventuresDella piacevolezza delle edizioni illustrate Del Rey dell’opera di Robert E. Howard ho parlato nella scorsa puntata. Questo El Borak and other desert adventures non fa eccezione; anzi, se possibile alza ancora di più il livello mettendo in campo i disegni di Tim Bradstreet, illustratore e copertinista che nello scorso decennio ha ricreato dalle fondamenta l’iconografia del Punitore, tra le altre cose. El Borak (“lo svelto”), il personaggio che dà il titolo a questa raccolta di storie, è un avventuriero texano che ha piantato le tende nell’Afghanistan degli anni Dieci, dove passa il suo tempo a sventare complotti, recuperare fanciulle in pericolo da città nascoste tra le montagne, cacciarsi fuori dai guai in cui si è cacciato. Come ogni avventuriero degno di tal nome. Anche se alcune di queste storie sono state nel corso degli anni trasformate in avventure a fumetti di Conan, cambiando quello che serviva, la magia e il sovrannaturale sono praticamente assenti (a parte lo yeti): si tratta di avventura pura e semplice, la stessa che si ritrova anche nelle storie di un paio di personaggi minori con cui si completa il volume. Una chicca è la prima versione di The Fire of Asshurbanipal, che manca del finale sovrannaturale, ritrovata nel 1972 e pubblicata solo un paio di volte.
È un volume che, nonostante una certa ripetitività di situazioni (il gruppo del protagonista assediato in una grotta sul fianco di una montagna da cui fugge perché trova un’uscita ignorata, per esempio), mostra la potenza della scrittura di Howard e la sua capacità di costruttore di storie. Non ci sono fronzoli, non c’è niente che non sia funzionale alla storia, neanche nelle psicologie dei personaggi. C’è molta ferocia e Son of the White Wolf, la storia di un disperato e rabbioso tentativo di far nascere un nuovo impero turco, ne è forse il punto più alto, pur nella sua brevità:

“We have reached the end of the Islamic Age. We abjure Allah as a superstition fostered by an epileptic Meccan camel driver. Our people have copied Arab ways too long. But we hundred men are Turks! We have burned the Koran. We bow not toward Mecca, nor swear by their false Prophet. And now follow me as we planned – to establish ourselves in a strong position in the hills and to seize Arab women for our wives.”
“Our sons will be half Arab,” someone protested.
“A man is the son of his father,” retorted Osman. “We Turks have always looted the harims of the world for our women, but our sons are always Turks.”

Finisce anche peggio di come si può immaginare, per la cronaca.
Narrativa di intratteimento da leggere magari non un racconto dietro l’altro perché alla lunga la ripetitività c’è, però comunque roba di buon livello, scritta nell’impareggiabile prosa vigorosa di Howard.

More about Hunger GamesSotto l’etichetta Young adults si sono consumati incredbili crimini contro l’umanità. L’idea è che gli adolescenti si bevano qualsiasi polpettone di amore e morte e che a volte, quando ti va bene, riesci a venderlo anche a chi adolescente non è. Hunger games di Suzanne Collins è finito sul mio kindle perché era in offerta a un prezzo ridicolo e perché ne sentivo parlare con toni positivi che non erano quelli del guilty pleasure da qualche tempo, altrimenti mai e poi mai mi sarei avvicinato al nuovo campione del genere. Doverosa premessa, che poi arriva nei commenti quell/o con il ditino alzato: non ho visto/letto Battle Royale in nessuna delle sue incarnazioni. Ma si dovrebbe parlare anche di due romanzi di Stephen King (pubblicati con lo pseudonimo Richard Bachman), La lunga marcia e L’uomo in fuga (da cui L’implacabile con il buon vecchio Arnie) da cui provengono sia l’idea della competizione mortale tra i giovani in un’America futuribile andata a scatafascio sia quella dello show televisivo a eliminazione diretta dei concorrenti.
Se dovessi definire Hunger Games con due soli aggettivi direi che è onesto e furbo, ovviamente secondo due aspetti diversi.
È onesto nelle intenzioni, nella scrittura assolutamente piana, nell’andamento della storia e nella costruzione dei personaggi. La Collins non cerca di fare lezioncine sull’animo umano, sulla violenza, la morte, i giovani bla bla bla. Racconta la storia di questo gioco televisivo in cui i sorteggiati dei dodici distretti in cui è divisa l’America del futuro si massacrano fino a che non ne rimane uno solo. È una storia di avventura, in cui a un certo punto arriva il twist. Che è la parte astuta.
Perché da qualche parte la storia d’amore ce la devi mettere, ma non è detto che tu ce la debba mettere in modo banale. Così, la Collins gioca con gli incassamenti della storia nella storia, con il fatto che il reality/talent è sempre una finzione e… non mi va di anticipare cosa succede perché per me è stata la parte più interessante del libro come idea e come sviluppo. Semmani ne parliamo nei commenti.
È con questo guizzo che il libro diventa non un capolavoro ma un oggettino interessante che se fossi ancora all’università e avessi una tesina di sociosemiotica da proporre ci farei un pensiero.
Non credo che farò un pensiero, invece, sugli altri due volumi della trilogia perché mi piace immaginare conclusa lì la storia di Katniss, almeno la parte che poteva interessare a me.
Però è stato davvero una piacevole sorpresa, un po’ perché partivo da aspettative molto basse e un po’ perché è un piacevole prodotto di intrattenimento che si merita il successo che sta avendo.

More about Esploratori perdutiA proposito di onestà, una cosa per cui nutro sempre sentimenti contrastanti è quando un editore riesce a vendermi dei libri facendoli passare per quello che non sono, per esempio dando a un saggio accademico l’aria di un divertente libretto divulgativo pieno di storie e aneddoti. È quello che hanno fatto le Edizioni Codice con Esploratori perduti di Stefano Mazzotti, che si propone di raccontare le storie, sconosciute ai più, delle spedizioni scientifiche italiane tra XIX e XX secolo. La copertina salgariana, in tutto lo splendore della cromolitografia ingrandita fino a diventare pop-art, e i paratesti fanno pensare a un volume scoppiettante dedicato alle vite avventurose e stravaganti di eccentrici individui alle prese con la sopravvivenza in ambienti ostili, magari raccontate con un filo di ironia (alla Bill Bryson, insomma). E invece no. Per lo più il libro di Mazzotti si concentra sulle conseguenze delle esplorazioni, sul loro apporto scientifico, sulle collezioni che hanno permesso di creare e che ancora oggi costituiscono l’ossatura di musei come quello di Storia Naturale a Genova (dove prima o poi devo fare una gita, quasi vent’anni dopo l’ultima) (mi accucciai per allacciarmi una scarpa nella sala del rinoceronte impagliato e… diciamo che il corno sul muso ha un gemello). Gli elementi avventurosi ci sono, ma sono sempre in sordina e non sembra che Mazzotti sia molto a suo agio con questo tipo di materiale. Certo, ci sono spunti eccezionali, come il viaggio che dovevano fare i campioni di animali dal cuore dell’Africa alle coste italiane, magari in vasi di vetro colmi di alcol, però purtroppo Esploratori perduti resta una specie di fonte per l’eventuale libro appassionante sulle vite di questa gente. Che spero qualcuno faccia in futuro.
More about Caccia grossaA proposito di pagine poco note della storia patria, c’è il fatto che l’Italia ha vissuto, negli anni successivi all’unità, la curiosa situazione di fare quelle che oggi ci sembrano a tutti gli effetti delle guerre coloniali ma sul suo stesso territorio. Le più famose sono ovviamente le operazioni contro i “briganti” nell’ex regno Borbonico, ma fino ai primi anni del Novecento l’esercito italiano ha dovuto riportare la sovranità su parti del territorio che stavano sfuggendo di mano. È successo in Toscana ed è successo anche in Sardegna, dove nel 1899 venne mandato tra gli altri un giovane ufficiale fiorentino, Giulio Bechi, che raccontò poi quegli eventi in un libro dal titolo Caccia grossa, che già dovrebbe fare capire quale fosse l’atteggiamento verso gli “indigeni”. Il libro, nonostante la lingua inevitabilmente datata, è interessante soprattutto per la curiosità antropologica che Bechi mostra verso la società sarda, le sue usanze e la sua arcaicità, come mostra questo passaggio dedicato al pranzo matrimoniale:

Parte indispensabile del menu è poi il cosidetto prattu de brulla (piatto di burla) e consiste in vivande poco lusinghiere per il palato come ossa spolpate, sassi, pezzi di legno, di sughero, erbe spinose, ecc. Ad Orosei il piatto di burla che si presenta allo sposo deve contenere un bel paio di corna… credo bene contro la iettatura! A Sarule se l’invitato non si accorge subito dello scherzo e non è lesto a scaraventare il piatto nella schiena del servo che glielo presenta, deve dargli una mancia di mezza lira. All’arrivo quindi del prattu de brulla, è un volar di piatti da ogni parte addosso ai poveri servitori, i quali, svelti come scoiattoli, cercano di presentare a quanti più possono il loro piatto per buscarsi altrettante mezze lire.

Comunque, con tanti saluti all’inno di Mameli, gli italiani dell’epoca si sentivano tutt’altro che fratelli e le differenze economiche e sociali tra le regioni più ricche e quelle meno fortunate come l’entroterra sardo erano tutt’altro che trascurabili.
La prima edizione elettronica del libro (che è quella che ho letto io) era letteralmente impestata di errori: creata con l’OCR, non era stata evidentemente riletta. Informata della cosa, la casa editrice (e/o) ha provveduto a distribuire una versione corretta. Per fortuna gli ebook permettono questo genere di correzioni al volo (l’utente deve solo riscaricare il libro dal sito dove l’ha acquistato), ma comunque lo stato del testo messo in vendita era davvero pietoso e un pessimo segnale della faciloneria con cui certe operazioni vengono svolte. Speriamo che con il tempo cresca la cura dedicata dagli editori agli ebook.

More about La verità dell'Alligatore…ed è la Sardegna la bellissima regione scelta come dimora dallo scrittore Massimo Carlotto, direbbe Mentana per riuscire a collegare il passaggio al prossimo titolo, che è La verità dell’Alligatore del suddetto Carlotto (avevo degli sconti sugli ebook e/o, non si vede?). Primo romanzo di Carlotto dopo l’autobiografico memoriale sulla latitanza, La verità dell’Alligatore ha dentro i temi dei libri successivi (sia con l’Alligatore sia senza), ma senza la lucidità e la padronanza della narrazione delle prove migliori (Arrivederci amore ciao su tutte). Il protagonista è una compiaciuta proiezione dell’autore, l’inserimento delle citazioni di brani blues è meccanico, il ritratto della provincia ricca annoiata e criminale è molto manicheo e sui personaggi femminili aleggia un’aria di misoginia parecchio sgradevole. Poi sì, la storia fila abbastanza e, salvo gli intoppi di cui sopra, si legge. Ma Carlotto ha fatto di meglio e qui l’inesperienza la paga tutta. Per completisti, come si dice in questi casi.

I sing of power, magick and faith…
Il fatto che il nuovo romanzo di Simone Sarasso si chiami Invictus mi permette di tirare fuori dall’armadio i Virgin Steele, anche perché nella vita dell’imperatore Costantino di potere, magia e fede ce n’è stata abbastanza. Vabbeh, forse non la magia. E forse la fede è stata più che altro uno strumento, ma il potere quello sì.
More about InvictusPubblicato nella nuova collana low cost con cui Rizzoli cerca di andare dietro alla fortunata serie di libri a 9,99 € della Newton Compton, Invictus è strutturalmente un romanzo classicissimo, in cui seguiamo la vita del protagonista dall’infanzia alla morte, che dalla copertina sembra indistinguibile da quel fortunato filone (a giudicare da quanti titoli vedo in libreria) dedicato all’impero romano e ai suoi protagonisti. Il classico feuiletton da ombrellone?
Non credo; credo anzi che Sarasso abbia fatto andare almeno un paio di volte la granita di traverso agli estimatori-tipo del genere.
In linea con i suoi romanzi precedenti dedicati alla storia dell’Italia del dopoguerra (Confine di Stato e Settanta), Sarasso tiene l’obiettivo ben puntato sul lato sporco del potere, sulle cose che vanno fatte, sulla soldataglia, sul sangue. Il linguaggio mantiene il vezzo sarassiano del fare parlare i personaggi come in un action movie doppiato alla meno peggio, adattando però il vocabolario al periodo storico (per esempio, non compare mai la parola “puttana”, di origine medievale, per quanto il concetto sia reso con termini più consoni all’epoca) e farà sicuramente storcere il naso a quelli convinti che nei romanzi storici chiunque debba esprimersi con aforismi ben formati ed eloquenti. Qua persino i filosofi vanno a tabularie.
Nella prima parte del romanzo giganteggia la figura di Diocleziano: soldato, padre dell’impero, carismatico. Puoi quasi sentire il dispiacere dell’autore quando è costretto a lasciarlo da parte nel suo buen ritiro sulla costa dalmata.
Il periodo storico è generalmente poco noto e gli eventi piuttosto caotici, con quell’altalenare tra frammentazione e ricomposizione dell’impero, ma la ricostruzione è sufficientemente chiara senza voler essere didattica o didascalica.
Poi, certo, il tono sempre “d’acciaio”, sempre alla ricerca della frase d’effetto, un po’ sulla lunga tende a dare fastidio e in alcuni momenti avrei preferito forse che la voce dell’autore facesse un passo indietro. Ma nel complesso è un’epopea ben raccontata, potente, che nelle parti migliori ti investe con la forza di un maglio e ha qualcosa delle storie di Re Conan o di Kull scritte da R. E. Howard. Mi aspetto un prequel su Diocleziano, prima o poi…

More about Sacré bleuTutte le volte che mi tocca di parlare di un romanzo di Christopher Moore mi sento in dovere di dire la stessa cosa: “non sarà mai bello come Il vangelo secondo Biff“. Secondo me Biff è uno dei più bei romanzi comici degli ultimi vent’anni e forse di sempre, quindi se non l’avete letto…
Però poi non è che uno può sempre stare lì a rivangare il passato. Moore ha scritto anche degli altri libri che non sono Biff e che a volte sono anche parecchio belli. E’ il caso ad esempio di Sacré Bleu, ambientato tra i pittori impressionisti francesi, alla prese con un misterioso colorista e una donna bellissima che, di fatto, il colore blu. Un po’ fantasy (in senso lato, non nel senso di “ruba l’artefatto fine-di-mondo all’oscuro negromante re del male”), un po’ romanzo storico, parecchio romanzo umoristico, questo nuovo nato in casa Moore garantisce qualche ora di spasso, qualche insegnamento sulla storia dell’arte e dei colori, una divertente caratterizzazione di Toulouse Lautrec (praticamente protagonista del libro) che ogni tanto sconfina nel Tyrion Lannister più scanzonato. L’umorismo di Moore è sempre efficace e la storia ben congegnata e di ampio respiro.
Certo, non è un capolavoro come Biff ma… Ma ricorda comunque alcune cose di Tom Robbins, il che è un pregio non da poco.

More about Two for TexasPer qualche strano motivo, continuo a incocciare in romanzi più o meno storici. Two for Texas di James Lee Burke, infatti, ha il suo culmine nella battaglia di Fort Alamo, lo storico assedio dei texani da parte dei messicani finito con la vittoria di questi ultimi e la morte di due personaggi del vecchio west come Davy Crockett e Jim Bowie (inventore dell’omonimo coltello). Sarà che la storia inizia in una colonia penale nelle paludi da cui i due protagonisti riescono a fuggire fortunosamente, sarà il tono anti-eroico e la generale crudezza della narrazione e delle vicende, ma il romanzo mi ha ricordato le atmosfere della serie a fumetti Ken Parker. Ho fatto un po’ di fatica a finirlo perché in realtà non è così avvincente come ci si potrebbe aspettare dal soggetto e perché comunque ho una visione della Frontiera più spensieratamente avventurosa (alla Tex, per intenderci) ma è comunque un lavoro solido.

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Autodifesa – Agosto 2011

More about A Dance with DragonsStava diventando una barzelletta, al pari di Chinese Democracy dei Guns ’n Roses o di Duke Nuke ’em Forever. Che poi sono usciti davvero e non sono piaciuti più o meno a nessuno.
E a pensarci bene, che A dance with Dragons (Bantam) il quinto pluri-rimandato capitolo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin, potesse fare schifo era una possibilità concreta. Il suo precedessore, A Feast for Crows, è stato il volume più deludente della saga, tutto concentrato su personaggi noiosi a cui non succede quasi nulla; e a ogni rinvio della data di uscita, e poi alla scomparsa della stessa, il timore era quello che Martin si fosse stufato della sua creatura, magari dopo essersi reso conto che stava assumendo dimensioni non più umanamente gestibili. Del resto stiamo parlando di una serie fantasy che si articola su almeno tre macro-storie variamente intrecciate, popolate ciascuna da almeno una decina di personaggi principali: l’intreccio politico (il “gioco del trono” che dà il titolo al primo volume), il ritorno della magia nel mondo e un’imminente invasione di zombi (o assimilabili). Il tutto raccontato con un tono realistico e cinico e con pochissimi scrupoli nell’ammazzare personaggi tutt’altro che secondari.
Io, personalmente, non ho creduto all’uscita fino a che non ho potuto prenotarlo su Amazon. E fino a che una bella mattina di luglio non è comparso sul mio Kindle non ci ho comunque creduto davvero. E per fortuna è valsa la pena di aspettare tutti questi anni: intanto perché il libro è gigantesco. Io che leggo abbastanza veloce ci ho messo venti giorni buoni; non so quante pagine siano di preciso l’edizione cartacea, ma il volume è grosso davvero. E poi succedono un sacco di cose: le vicende scorrono all’inizio parallele a quelle del libro precedente, ma presentano tutti o quai i personaggi migliori della saga (non dico quali perché per chi ha letto solo il primo libro o ha visto la serie tv – che è bellissima – sarebbe uno spoiler anche sapere che certi personaggi sono ancora vivi) e poi, verso i tre quarti del volume, le proseguono.
Entrare nel dettaglio degli eventi è inutile perché chi non segue la saga non credo sia interessato e chi la segue magari vuole leggerseli da solo. Dico solo che, mentre leggevo, mi convincevo sempre di più che Martin sta diventando una specie di Dumas del XXI secolo, impegnato nella stesura di un hyper-feuilleton pieno di tradimenti, colpi di scena, rivelazioni, agnizioni, sangue, sesso e violenza (un Dumas ibridato con il buon De Sade, a volte). Potenzialmente, potrebbe andare avanti all’infinito, fino a che i lettori gli vanno dietro e gli danno corda; e forse lo farà, perché non riesco immaginare, dopo le rivelazioni di quest’ultimo volume, come farà a chiudere con soli due volumi, come previsto, la serie. Io penso che l’ultimo capitolo dell’ultimo libro sarà raccontato dal punto di vista di un gigantesco meteorite e tanti saluti a tutti.
Comunque i venti giorni di lettura sono stati un piacere continuo (fatti salvi forse i capitoli incentrati sulle pene d’amore di un certo personaggio femminili, che sembravano un po’ come mi immagino quei romanzi rosa con in copertina la dama tra le braccia di un nerboruto selvaggio – ma poi anche quella storyline tira fuori gli artigli) e forse siamo davanti all’apice della serie. Ho solo paura a pensare a quando dovrà uscire il prossimo. Speriamo bene.
In Italia uscirà, come da tradizione, diviso in almeno due volumi (se non tre): un buon motivo per armarsi di santa pazienza e leggerselo in inglese, che si imparano un sacco di parole arcaiche. Continua a leggere

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Autodifesa – giugno 2011

Poi uno si chiede a che cosa servono gli ebook.
More about Il quinto giornoPer portarsi in giro mallopponi da 1000 e passa pagine, fondamentali in caso di volo intercontinentale, senza avere l’ingombro di un malloppone da 1000 e passa pagine. A questo proposito mi ero comprato “Il quinto giorno” di Franz Schätzing (Nord) (e le modalità di quell’acquisto hanno fornito lo spunto per uno dei post più fortunati di questo blog), che si è rivelato un buon compagno di volo tra Roma e Newark, NJ, almeno per la prima metà. Tutta la prima parte di questo thrillerone fantascientifico è avvincente e ben strutturata, con l’inspiegabile “ribellione” di creature marine che sconvolge gli oceani. Non è niente di trascendentale, ma i personaggi sono ben ricalcati sui modelli del genere, le informazioni scientifiche vengono infilate nella narrazione senza eccessi di infodump, la costruzione della tensione è da manuale. Il romanzo finisce poi per trascinarsi parecchio e diventare molto meno interessante nella seconda parte, quella della “riscossa” umana, che ho trovato molto più noiosa da leggere, anche perché una volta svelata l’origine del mistero (che è comunque ingegnosa) gran parte del divertimento è andato. Però tanto di cappello alla portata della storia e alla spaventosa mole di documentazione che c’è dietro. C’è anche qualche passaggio vagamente profetico:

rammentate che, oltre alla distruzione, quando uno tsunami arriva tutto esplode. Nessuno riesce a cavarsela nella lotta contro il fuoco. Le fasce costiere sono state prima inondate e poi bruciate. Ah, già, poi è successa anche un’altra cosa: il risucchio della massa d’acqua che stava rientrando in mare ha interrotto il ciclo di raffreddamento di alcune centrali, stupidamente costruite nei pressi della costa. Abbiamo avuto un ’massimo incidente ipotizzabile’ in Norvegia e uno in Inghilterra. Vi basta?

E inoltre una spiegazione efficace di che cosa si intende per “fine delle risorse petrolifere”:

In fondo, il problema non era prevedere quando sarebbe uscita l’ultima goccia di petrolio, ma quando l’estrazione non sarebbe più stata economicamente vantaggiosa. Il tipico sviluppo della resa di un giacimento seguiva le leggi della fisica. Dopo la prima perforazione, il petrolio veniva spinto fuori dalla pressione e spesso zampillava per decenni. Col tempo, però, la pressione si riduceva. Sembrava che la terra non volesse più dare il petrolio, che lo trattenesse in minuscoli pori con una pressione capillare. In tal modo, ciò che all’inizio usciva spontaneamente, ora doveva essere estratto con grande spesa. Costava un capitale. La quantità estratta diminuiva rapidamente molto prima che il giacimento fosse esaurito. Sottoterra poteva esserci ancora petrolio, ma, se estrarlo richiedeva più energia di quanta ne procurasse, allora era meglio lasciarlo dov’era.

More about Bob Dylan spiegato a una fan di Madonna e dei QueenLa cospicua produzione di Gianluca Morozzi si divide bene o male in due grossi filoni: i thriller (a cui appartengono anche fumetti come “FactorY” e “Il vangelo del coyote“) e quelle che potremmo definire commedie sentimentali. “Bob Dylan spiegato a una fan di Madonna e dei Queen” appartiene a quest’ultimo filone e riprende i personaggi di “L’era del porco”, buttando questa volta il povera Lajos alla scoperta dell’identità del suo vero padre, vale a dire Bob Dylan. C’è un sacco di rock, ci sono un sacco di buffe avventure sentimentali, c’è una ragazza apparentemente inarrivabile. Purtroppo l’Orrido (uno dei personaggi più azzeccati del romanzo precedente) è praticamente assente. Comunque, ancora una volta sono rimasto colpito da come scorre fluida la scrittura di Morozzi: il tono colloquiale, senza essere sciatto, funziona alla perfezione e mi sono trovato, come al solito, a girare pagina dopo pagina e sghignazzare. Poi, certo, non è nulla che cambierà la storia della letteratura e probabilmente tra un mese ricorderò più solo un paio di cose di questo libro, ma il suo sporco lavoro di libro di intrattenimento lo fa bene. Ma quando c’è di mezzo Bob Dylan posso perdere senso critico. Al vecchio Bob sono parecchio affezionato e gliene devo almeno una, visto che se nel luglio del 2001 non fossi andato a vedere un suo concerto sarei finito in mezzo alla mattanza del G8. Ma questa è una storia che ho raccontato da un’altra e che tra qualche giorno salterà fuori (poi c’è anche quella volta che ho provato ad attaccare bottone in treno con delle ragazze americane chiedendo se la traduzione di Don’t think twice it’s all right che avevo su un libro era corretta – e non lo era – ma questa è un’altra storia ancora e non particolarmente interessante)
Le prima pagine (con uno spoiler devastante su Soffocare, di Chuck Palahniuk) comunque sono disponibili qui.

More about Oltre l'avenue DUno dei concetti che mi è sempre piaciuto un sacco quando si parla di musica è quello della “scena”, vale a dire tutta la complessa rete di band, fan, organizzatori che in un ambito più o meno ristretto (solitamente cittadino) ruota attorno a un genere musicale. La teoria della “scena” presuppone che all’ombra degli artisti che per un motivo o per l’altro riescono a emergere ci sia tutta una serie di personaggi meno fortunati che hanno però anche loro un qualche ruolo nel successo di chi sta sopra. Nel caso della scena newyorchese della seconda metà degli anni Settanta, la cosa è abbastanza evidente: gente come Ramones o Blondie ha fatto il botto, ma dietro di loro c’era una quantità incredibile di gruppi con cui hanno diviso palchi, camerini, serate, musicisti. Philippe Marcadè, autore di “Oltre l’avenue D” (Agenzia X), è uno di questi. Il suo gruppo, The Senders (“quelli che ti ci mandano”) è una nota a pie’ pagina di quella storia musicale, nonostante il loro rhythm and blues sporco e ossessivo non fosse malissimo, ma lui c’era. Arrivato a New York dopo un viaggio per gli States dalla Francia, la sua festa di benvenuto coincide con uno dei primi, se non il primo, concerto dei Ramones. Per dire. Il libro è pieno di aneddoti di prima mano su Johnny Thunders (che per qualche tempo ha anche suonato con i Senders), Nancy Splugen, Debbie Harry, i Ramones e piccoli e grandi fatti del CBGB’s, come il cantante degli Electric Chairs, Wayne County, che spacca la spalla di Handsome Dick Manitoba con l’asta del microfono dopo che gli aveva urlato “frocio” una volta di troppo. Ma compaiono anche a sorpresa un allora ignoto Bob Marley e una giovane Madonna in cerca di fama.
Marcadé racconta tutto con un tono ingenuo, come fosse una specie di bambino dispettoso lasciato libero in un meraviglioso negozio pieno di giocattoli pericolosissimi e colorati, in compagnia di un’orda di suoi simili. Sono tanti episodi, spesso scollegati gli uni dagli altri, ma messi insieme danno il sapore e l’eccitazione di un’epoca. E poi il brusco risveglio, le prime morti per AIDS, per droga, trovare un modo per restare vivi. Spiace che Marcadé non abbia avuto più tempo nelle sue giornate per avere altre cose da raccontare.
Ma intanto, per approfondire (fin troppo, forse, visto che racconta la storia del punk partendo dai Doors) ho ordinato questo.

E ora, qualcosa di completamente diverso.

Alla fine di un recente consiglio di facoltà si è alzato un docente a dire che nella nostra facoltà ci voleva Storia del cinema e siccome nessuno sapeva di aspiranti a un concorso per Storia del cinema tutti hanno guardato il collega come se fosse un matto e come se parlasse non in italiano, come in effetti parlava, ma in assiro-babilonese.

More about Le rivoluzioni vanno sempre storte

Questo frammento viene da “Le rivoluzioni vanno sempre storte” di Luciano Marrocu. Come si capisce, è un (meta)romanzo di ambientazione universitaria che registra il naufragio della vita di un professore e scrittore, che assiste praticamente impotente all’organizzazione di un convegno sui falsi di Arborea, documenti prodotti nella seconda meta dell’Ottocento che inventavano per la Sardegna un passato medievale glorioso e all’avanguardia della cultura italiana ed europea. Curiosamente, si troverà a essere l’unico contrario al tentativo di presentare questi falsi come segno della grande vivacità culturale della cultura sarda del XIX secolo e l’unico perplesso davanti alla proposta di uno studioso di creare una lingua sarda unificata che sintetizzi il sardo del nord e quello del sud.
Ci sono personaggi bizzarri (uno studioso di lingua sarda giapponese, per dire, con tanto di abito tipico) e il tono è ironico ma allo stesso malinconico. In alcuni momenti c’è qualcosina di Saramago, nella malinconia e nello sguardo acuto.
Siccome Sugaman, la casa editrice, pubblica in digitale, il libro si trova solo su bookrepublic.
Intervallo musicale con una delle canzoni pop meglio costruite del decennio scorso, che c’entra con il prossimo libro:

More about Toxic

Sì, questo è un guilty pleasure.
È invece un piacere e basta, “Toxic” di Hallgrìmur Helgason (ISBN), commedia dark che viaggia veloce come un proiettile tra i Balcani, New York e l’Islanda, seguendo le vicende di un ex soldato croato che diventa un killer a New York, città da cui deve poi scappare rocambolescamente dopo un omicidio andato a male, ritrovandosi in Finlandia nei panni di un predicatore televisivo. A un certo punto, il killer con la tonaca sembra quasi Don Zauker, poi la storia prende altri sentieri e racconta di una faticosa redenzione che passa attraverso le viscere più sporche dell’apparentemente linda società islandese, sempre con una specie di ghigno beffardo sulle labbra. È uno di quei romanzi che mentre lo leggi ti immagini l’autore che butta giù in prima stesura pagine su pagine, divertendosi come un pazzo a tessere i fili della storia (poi magari invece ha sudato e bestemmiato ogni riga, chi lo sa) e che leggi a rotta di collo, godendoti ogni passaggio. C’è sicuramente un po’ di Tarantino (citato giustamente) e c’è quello strano senso dell’umorismo che hanno i popoli che hanno troppo freddo e troppo poco sole, oltre che uno sguardo sull’Islanda cinico e poco accondiscendente (il vecchio trucco dell’usare il punto di vista dello straniero per descrivere la propria patria funziona). Ma ci sono anche delle storie di guerra, quella tra serbi e croati, degne dei migliori esempi del genere. E l’Eurofestival. E cantanti croate protagoniste di private sex tapes finiti in rete. E pure i Lordii, di sfuggita.
Per quello che vale, è stato il romanzo del mese, se non si era capito.

More about Il fuggiasco

Massimo Carlotto, oggi scrittore affermato, ha esordito con un memoriale in cui racconta la sua fuga per il mondo dopo essere stato condannato per un delitto non commesso, “Il fuggiasco” (e/o). Nel ricordare i suoi tre anni in fuga, Carlotto non si spara pose da eroe, non cerca di costruire un personaggio da film d’azione ma al contrario racconta di piccole quotidianità, di debolezze e fragilità, di paure e di necessità di arrangiarsi, sempre con un filo di autoironia.
La vicenda nel complesso è allucinante (come mi fa strano pensare che si possa davvero scappare per così tanto, passando da uno stato all’altro, ricevendo visite da parenti e fidanzata), ma paradossalmente Carlotto la rende così “ordinaria” che ogni tanto quasi ti dimentichi di perché sia in giro per il mondo. Fino al ritorno nell’allegro mondo delle carceri italiane e alla vicenda della grazia concessa dal presidente della Repubblica.
In effetto fa strano trovare in un autore che invece è così abituato a calcare la mano su atmosfere e psicologie dei personaggi un trattamento così lieve e delicato delle proprie vicende, che invece si presterebbero ai toni del noir. Ma è una sorpresa piacevole.

More about Le veline di Mussolini

Piccolo spazio per “Le veline di Mussolini“, a cura di Giancarlo Ottaviani (Stampa Alternativa), piccola raccolta di direttive per la stampa di epoca fascista, con il consueto mix di assurdità e attenzione ai particolari (Fiorello la Guardia, sindaco di New York va considerato ebreo e non italiano, per dire). La raccolta però è tanto breve e lascia con la voglia di godersi altre perle della produzione del MinCulPop.

More about Rex tremendae maiestatis

E finiamo con la fine (spero temporanea) di un ciclo, quello di Eymerich, che Valerio Evangelisti ha concluso con “Rex Tremende Maiestatis” (Mondadori), un’avventura dell’inquisitore che si dipana tra la Spagna, la Sicilia e Napoli (con un’appendice nel futuro). È un Eymerich stanco e di mezza età, quello che si trova in questo libro, un Eymerich che ogni tanto sfugge di mano al suo autore e si abbandona a debolezze che invece che mostrarne un lato inedito sembrano più che altro dei cedimenti nella scrittura. Eymerich con sentimenti para-paterni a me suona parecchio strano, per dire. E anche la parte sul passato di Eymerich, con il futuro inquisitore bambino, fa uno strano effetto. La storia vede l’inquisitore sballottato di qua e di là, più vittima degli eventi che vera e propria parte attiva. La cosa migliore del libro è la capacità che ha Evangelisti di tratteggiare la psicologia dell’uomo medievale, pronto ad accettare il sovrannaturale come parte della propria esperienza quotidiana perché dotato di un senso religioso che lo giustifica e quindi destinato a cadere vittima delle illusioni provocate dalle scie chimiche provenienti dal futuro per colpa di HAARP (kind of, non sto scherzando).
Insomma, è un addio che, anche con il colpo di scena finale, lascia parecchio con l’amaro in bocca.
E fin qui il giudizio sul testo in sé.
A margine, ho scoperto solo dopo averlo finito, che Evangelisti ha scritto il libro dopo aver scoperto che le sue condizioni di salute erano tutt’altro che ottimali e che c’era il rischio che il personaggio sopravvivesse al suo autore. Quindi, a posteriori, capisco da dove possano venire certi cedimenti nella scrittura o le “debolezze” di Eymerich.
Auguro ogni bene a Valerio Evangelisti e spero che torni a scrivere romanzi dell’inquisitore semplici, micidiali e feroci come i primi, quelli che mi avevano inchiodato inesorabilmente pagina dopo pagina, che con la deriva sempre più concettosa di questo ciclo ho qualche problema (il precedente “La luce di Orione” mi era piaciuto perché era molto più diretto, per esempio).

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I libri di Maggio

Il periodico appuntamento con le microrecensioni dei libri letti nel mese precedente.
Evidenziato, quello che più mi sento di consigliare a chi mi chiede “hai letto qualche bel libro il mese scorso?” (un grazie a Silvia per il gentile – e apprezzato – omaggio)

Il contagio – Walter Siti (Mondadori)
Il ritratto che Siti fa delle moderne borgate romane, del mondo dei body builder e di uomini dalla sessualità sospesa è lucido, scritto con una padronanza di linguaggio superiore alla media e decisamente convincente e sentito.
Sfugge però un po’ il senso del tutto, tra (finto?) autobiografismo, spaccato di vita, reportage, narrazione; e la lunghezza è tale che dopo un po’ finisci a trascinarti una pagina dopo l’altra per arrivare alla fine.
Non è brutto; ma nemmeno così indispensabile come vorrebbe sembrare.

Pop Co – Scarlett Thomas (Newton & Compton)
Scarlett Thomas continua a non convincermi al 100%. “Che fine ha fatto Mr. Y” era gradevole ma nulla più (e poi, dai, crede all’omeopatia). Questo, che in realtà è precedente, è un romanzo che inizia mettendo tanta carne fuoco, poi finisce per disperdersi in un sacco di divagazioni sulla crittografia (interessanti, per carità) e sul marketing rivolto agli adolescenti (che richiamano “No Logo” della Klein) e la trama finisce per svanire fino ad arrivare a una conclusione che è l’epitome del “e quindi?”.
Però nonostante tutto si legge bene, la protagonista è ben costruita. Ma al libro manca la capacità di affondare il colpo decisivo che faccia dire “ehi!” (poi magari se uno è a digiuno di questioni di mktg e pubblicità lo trova sconvolgente, non so).

Voodoo Histories – David Aaronovitch (Vintage)
Perché le teorie del complotto hanno un così grande impatto sulla cultura popolare? Perché un sacco di gente è convinta, a priori, che “dietro” ci sia qualcosa che “loro” non vogliono che noi sappiamo?
Il libro di Aaronvitch, che essendo chiaramente ebreo fa parte della macchinazione, racconta dei casi più eclatanti del XX secolo, con una puntatina fino al XXI secolo e le teorie sulla nascita di Obama al di fuori degli USA. Il quadro che ne esce è, soprattutto per i casi più recenti, quello di una società paranoica, nella quale un uso poco accorto internet (“se c’è scritto su internet, che non è controllato come gli altri mezzi di comunicazione, allora è VERO”) favorisce il sorgere di leggende, miti, dicerie, che sono poi durissimi da sconfiggere. E spesso sono portati avanti da personaggi difficili da considerare “credibili”, che per di più basano le loro conclusioni su dati e informazioni, quando va bene, di seconda mano. Le “inchieste indipendenti” sul suicidio del consulente inglese implicato nei falsi dossieri sull’uranio all’Iraq ne sono un esempio, ma anche gran parte delle “controinchieste” sull’11 settembre si basano su “dati” simili.
E la cosa peggiore è che questi cialtroni finiscono poi per gettare discredito su chi invece cerca di fare indagini giornalistiche serie, generano rumore e rendono torbide le cose. Si potrebbe quasi pensare che siano loro per primi al soldo dei potenti per gettare discredito su… (insomma, ci siamo capiti).
Una buona lettura, forse un po’ carente sul punto di vista teorico e non particolarmente brillante nell’esposizione. Sul tema, “Sarà vero”, di Errico Buonanno, mi è sembrato molto più completo e intrigante.

La terra della mia anima – Massimo Carlotto (e/o)
Beniamino era un bandito e contrabbandiere che dopo una lunga carriera ha smesso con il crimine (più o meno); ha conosciuto per caso Massimo Carlotto, che ha basato su di lui uno dei comprimari dei romanzi della serie dell’Alligatore.
Questo libro è la sua biografia, raccontata da Carlotto come se fosse uno dei suoi romanzi. O forse è stata la vita di quest’uomo a essere talmente simile a un romanzo criminale che se si salta l’introduzione ci si può immaginare che sia semplicemente il nuovo noir di Carlotto.
Un racconto essenziale, nel tipico stile secco di Carlotto, che taglia come una lama decenni di storia della criminalità italiana, raccontandone un lato, più che romantico, semplicemente umano. Senza essere mai melenso, Carlotto fa uscire l’umanità del suo amico da pochi tratti accennati, ma che raggiungono il loro scopo.
Un toccante omaggio a un amico che non c’è più che è anche un libro che si legge di un fiato “come un romanzo”.

Un misero 18 – Chetah Bhagat (e/o)
Ecco, il titolo del libro riflette abbastanza bene quello che ne penso. La storia di questi tre studenti di ingegneria indiani, catapultati nel mondo della più esclusiva e rigorosa università del paese nella quale si arrabattano a sopravvivere nonostante le loro non brillantissime qualità non va, purtroppo, oltre un generico “carino”. Non c’è nulla che non vada, ma non c’è nemmeno nulla che faccia innalzare il libro al di sopra della media, giusto un beffardo guizzo nel finale, ma troppo isolato e distante dal resto. Comico ma non troppo, romantico ma non troppo, drammatico ma non troppo. Insomma, funziona, si legge, ma si dimentica anche abbastanza in fretta.

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