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Terra leggiadra. Due giorni in Liguria 2: Terremoto

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Quella volta che i Queen vinsero Sanremo per interposta persona.

Scesi dal colle su cui sorge Seborga puntiamo verso uno dei luoghi simbolo dell’Italia nazional-popolare: SANREMO.
Nessuno di noi due c’è mai stato prima e non sappiamo bene che cosa aspettarci se non le cartoline dall’Ariston: viali con le palme, il casinò, una specie di Montecarlo o Cannes in sedicesimo con molte pretese, qualcosa del genere.
Il primo impatto è proprio quello: parcheggiamo nell’area della vecchia stazione ferroviaria, che adesso che la linea è stata spostata a monte resta lì come una nave tirata in secco, con ancora dentro il bar, il tabacchino, l’edicola. Sopra di noi c’è il casinò con la sua bella insegna e i fiori e il tabellone luminoso con il jackpot delle slot. Non avendo grande curiosità per il gioco d’azzardo tiriamo decisamente dritto, anche perché la tristezza del tabellone del jackpot è la stessa che suscitano tutte le sale slot spuntate come funghi negli ultimi anni. Segnalo però che a Genova il casinò di Sanremo dovrebbe chiudere perché ampiamente entro i 300 metri da una chiesa.

Esiste una foto di me di fianco a questa statua, ma non la vedrete mai.

Esiste una foto di me di fianco a questa statua, ma non la vedrete mai.

Andando dritti vediamo stagliarsi in lontananza l’insegna dell’Ariston. Per terra lastre in metallo con incisi i nomi dei vincitori di ogni edizione del Festival scorrono a ritroso nel tempo. Non faccio a tempo a dire “spero che ci sia una statua di Pippo Baudo” (quando si parla di Sanremo sono un Baudiano di ferro: Big e Nuove Proposte, valletta bionda e bruna con due cambi d’abito a testa, chiusura in ritardo attorno all’una, Dopofestival) che in una traversa del corso avvisto un Mike Bongiorno in metallo a grandezza naturale. Nella mano sinistra brandisce una cartellina su cui si legge ALLEGRIA.
E poi c’è l’ingresso dell’Ariston, visto mille volte in televisione, che dal vivo è ancora più brutto e squallido di quanto non sia già brutto e squallido in televisione. Per fortuna manca il sosia di Pavarotti (all’interno della mia perversa fascinazione per Sanremo ho una subfascinazione perversa per il sosia di Pavarotti, quello che tutte le volte che lo inquadrano fa OOOOOOOOOOOOH con il vocione).

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Soddisfatte le nostre perversioni nazional-popolari, mangiamo. Dopo avere schivato un paio di posti ürendi ci imbattiamo in un posto molto poco italiano, un baretto colorato e accogliente, il Cocoon. Fanno dei panini grossi, che non costano molto, hanno dei tavolini sulla via che porta al centro storico e le persone che ci lavorano sono gentili e giovani (siamo in Liguria, non date per scontata nessuna delle due cose).

Soddisfatte le necessità fisiche, visto che abbiamo ancora un po’ di tempo prima che scada il ticket del parcheggio, saliamo verso il centro storico. Di colpo, varcata la Porta di Santo Stefano, ci troviamo lontanissimi dalla città rivierasca tutta jet set e modulazioni sull’ultimo ritornello e siamo di nuovo in un borgo, dalle strade strette e buie e in salita.
Il quartiere si chiama Pigna e deve il suo nome ai palazzi che si affastellano verso l’alto come le scaglie di, appunto, una pigna. È ovviamente la zona più “degradata” e malfamata della città, ma se non vi dà fastidio un po’ di “sporco” la visita vale l’eventuale senso di disagio: quasi ogni svolta c’è una sorpresa, una piazzetta, un portale antico. Il contrasto con la città bassa e la sua decadenza novecentesca non fa altro che aumentarne il fascino.

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È la Liguria terra leggiadra, come ben sanno tutti gli scolari della regione, costretti a studiare a memoria l’agghiacciante poesia di Cardarelli, ma questo non vuol dire che non sia una zona sismica.
Chiedetelo per esempio agli abitanti del piccolo paese di Bussana, su un colle sopra Sanremo, che il 23 febbraio del 1887 vennero colpiti da un terremoto così poderoso che decisero che era più pratico abbandonare il paese e costruirne uno nuovo a valle piuttosto che riparare le case danneggiate. Del resto si erano già beccati tre terremoti significativi nei cinquant’anni precedenti e avevano messo in atto tutte le misure antisismiche conosciute dall’architettura dell’epoca.
Il terremoto del 1887 colpì all’alba del mercoledì delle ceneri; chi era in chiesa morì per il crollo della volta, altri morirono nelle proprie case.
Bussana diventò Bussana Vecchia e dal 1894 fino alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso rimase disabitata. Poi gradualmente iniziò a essere popolata da artisiti, che cercarono di creare una specie di comunità libera dove vivere e creare liberamente.
La storia è un po’ lunga da raccontare qui, ma la trovate facilmente.
Oggi Bussana Vecchia è una piccola comunità che oscilla tra il folklore turistico e gioiosa autogestione degli spazi. All’ingresso del paese si trovano un paio di locali, c’è un bed and breakfast e molte botteghe di piccolo artigianato artistico.
È impressionante la visione della grande chiesa, scoperchiata e spogliata della maggior parte delle decorazioni; le case abitate hanno decorazioni all’esterno, ogni tanto si incontrano statue e dipinti che si affacciano alle pareti.
La zona più curiosa e piacevole la si incontra nei pressi della chiesa piccola ed è “l’area relax”: alcune fasce di terreno riadattate da un paio di ragazzi del posto con sdraio, poltrone, divani, amache, a ingresso libero. C’è anche un bancone da bar ma, spiegano, non è un bar: ti dicono che è come se fossi a casa loro e che sei libero di servirti di quello che vuoi. Se vuoi, puoi lasciare un’offerta. Intanto ti gironzolano attorno galline e un’oca assonnata.
Visto che fa caldissimo ci serviamo una coca cola e un’acqua e menta e ci sediamo a un tavolo. Dietro di noi, schiantato su un divano, un uomo sulla quarantina dorme il sonno dei giusti; a un altro tavolo un’anziana signora legge il Secolo XIX e mangia grissini. L’oca un po’ ci tiene d’occhio un po’ sonnecchia.
Bussana Vecchia è un posto bizzarro. Non è così bizzarro come vorrebbero forse vendervelo: non è una comunità di Elfi o cose del genere. Ma è, con Seborga, uno dei posti più curiosi che possa capitarvi di visitare da quelle parti. Il paese è ancora in buona parte disabitato e diroccato, ogni tanto si trova qualche bottega, qualche decorazione, qualcosa di curioso. Vale la pena di arrampicarsi fin lassù.

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Hai ragione, ma non puoi dirlo

Come è noto, il trailer di Videocracy, il documentario di Erik Gandini sulle conseguenze dello sviluppo della tv commerciale in Italia, è stato rifiutato dalla Rai con motivazioni ghediniane (pensavo di usarlo come nuovo sinonimo di “inconsistenti”).
Curiosamente, da lì in poi si sono accavallati alcuni avvenimenti che sembrano essere stati messi lì apposta per dimostrare le tesi del documentario di Gandini.

Il primo è ovviamente la decisione di dare i funerali di Stato a Mike Bongiorno. Con il corollario che a tenere il discorso “di Stato” è stato il PresDelCons. Che incidentalmente è stato anche per una ventina e più d’anni suo datore di lavoro.
Io vedo sfrigolare le scintille azzurrine del corto circuito, voi no?
Tra l’altro, oggi, Bongiorno era il simbolo e il modello della tv commerciale. La sua assoluta dedizione allo sponsor di turno aveva una naturalezza insuperabile. Per me che sono cresciuto negli anni ’80 riesce quasi impossibile immaginare MB che non cerchi di venderti qualcosa durante una sua trasmissione.

La seconda cosa è l’ennesima puntata del format “c’ho da dire delle robe pubbliche, vado a dirle a Porta a Porta, mica in Parlamento” (che non è solo un vezzo berlusconiano. D’Alema una volta lo disse chiaro e tondo che così si fa prima). Quella dell’Abruzzo e delle casette di legno (fatte dal Trentino e non dal governo, che anzi pare averne ritardato la consegna) in fondo era una scusa per potersene stare un po’ sulla poltroncina comoda, inquadrato solo da una parte perché dall’altra viene male, a dire di tutto un po’. La cosa interessante è che questa volta è saltato il palinsesto di Rai Tre, con Ballarò spostato di due giorni per non disturbante. Di più: persino il talk show politico di Canale 5 è sparito. “Problemi tecnici”, se credete a chi prende la pillola blu.
Che si faccia così il vuoto attorno all’apparizione tv del Capo è un fatto decisamente inedito, una bizzarra novità di questo 2009.

Ma poi c’è il twist, come in ogni buona storia. La puntata di Vespa fa uno share bassino e viene battuta da una fiction di Canale 5 (dedicata a un bel tenebroso e alle sue vicende sentimentali) (ah, il bel tenebroso è un mafioso). Repubblica spara la notizia sul suo sito. Non ho seguito bene la cosa ma immagino che da più parti fosse tutto uno sfregarsi di mani, un “è l’inizio della fine”. La Bindi, per esempio:

doppia umiliazione  per Viale Mazzini che non ha salvaguardato l’autonomia del servizio pubblico e per Berlusconi che ha usato uno spazio privilegiato per fare propaganda di regime e attaccare la stampa indipendente e gli avversari politici

A parte che sono 15 anni che è l’inizio della fine di Berlusconi, è affascinante che si valuti la performance di un politico (anche) con lo strumento principe della tv commerciale, quello che non valuta il gradimento ma solo la permanenza davanti allo schermo. E usando un metro, quello dell’Auditel, che è tutt’altro che preciso e/o affidabile (curiosità: avete mai conosciuto non dico persone che fanno parte del campione, ma persone che conoscono qualcuno che fa parte del campione? Io no). Non solo: dimenticando alcune basilari norme sul comportamento del pubblico televisivo e dei supporter di Berlusconi. La prima, per esempio, è che una trasmissione in cui c’è un tizio che parla e nessuno che litiga è noiosa. Il momento più eccitante è stata la telefonata in diretta di Casini. Casini. Rendiamoci conto. Non è un caso se tutti i talk show politici invitano delle coppie più o meno fisse che garantiscono non solo un alto livello di scontro ma anche una certa continuity nella loro rivalità (Tremonti vs. Bersani, per esempio) (questo è un concetto che i fan del wrestling capiscono meglio degli altri, credo). La seconda è che più di tanto a chi vota Berlusconi non interessa sentire cosa dice. Lo votano perché è lui e poi vogliono farsi i fatti loro. Più probabile che la maggior parte degli spettatori fossero gente che si è detta “beh, vediamo che stronzate dice questa volta” (io ho fatto così per una quindicina di minuti, il resto l’ho letto il giorno dopo).

Comunque, sul significato dell’avvento delle tv private aveva già detto Villaggio:

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Si è spenta la tv

Tutto quello che c’era da dire su Mike Bongiorno (a parte quell’incidente con gli Yardbirds) l’ha detto quasi cinquant’anni fa Umberto Eco, che in Diario Minimo pubblicò un breve saggio chiamato “Fenomenologia di Mike Bongiorno”.
Sperando che la Bompiani non mi faccia causa, lo incollo qui sotto:

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