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Well NYC really has it all (persino un ebook, ora)

Una veloce comunicazione di servizio: i post sul viaggio a New York del 2011 sono diventati, grazie al lavoro barabbista del Many (che non ringrazierò mai abbastanza), un ebook, scaricabile liberamente in epub e mobi.
Per l’occasione ho dato una rispolverata ai testi e corretto qualche erroruccio (un lavoro che prima o poi dovrei fare anche per i post sul blog). Ovviamente tutti gli errori rimasti sono responsabilità mia.
In appendice trovate anche le “cartoline” da New York di Sir Squonk, che non avevo mai letto e che in un paio di punti almeno presentano uno sguardo molto simile su alcune parti della città. C’è anche un’introduzione, che trovate qui.

In caso, buona lettura.

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Well NYC really has it all (10 di 10)

È giunto il momento di chiudere.

Sono andato a New York solo per comprare quella maglietta (nemmeno poi così somigliante), ora posso dirlo

Nel 1880 il signor Edward Clark, proprietario della fabbriche di macchine da cucine Singer commissionò allo studio dell’architetto Hardenbergh il progetto di un palazzo residenziale da costruire nell’Upper West Side dell’isola di Manhattan, all’epoca talmente poco popolato e distante dal centro della città che secondo una fortunata leggenda urbana tutti iniziarono a chiamare il futuro edificio “Dakota” perché era come se si trovasse nell’omonimo territorio indiano. In realtà la diceria pare risalire agli anni trenta del XX secolo. Semplicemente, al signor Clark piacevano i nomi indiani, almeno tanto quanto al signor Hardenbergh piaceva un’architettura di sapore tedesco e dall’aspetto vagamente inquietante.
All’epoca della sua costruzione, visto dal laghetto ghiacciato di Central Park, il Dakota si presentava così:

Tipo la dimora del vampiro. Continua a leggere

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Well NYC really has it all (9 di 10)

Avete mai sentito parlare di Strand?
Strand è una libreria vicino a Union Square il cui claim è “18 miglia di libri”. Nel senso che hanno calcolato che le loro scaffalature si estendono per quella lunghezza, cioè circa 30 km. Come se non fosse abbastanza, tengono dei banchetti all’esterno con libri vecchi a 1 o 2 dollari l’uno.
Lo so che vi aspettate che dica che è il paradiso. Ma come sono entrato mi si è congestionato il naso e ho iniziato a lacrimare. Allergia a qualcosa? Raffreddore istantaneo e temporaneo? Non lo so. So solo che ho iniziato a starnutire. E io quando starnutisco, starnutisco. La mia onomatopea è qualcosa del tipo ATCHUM (Impact, extrabold, 72pt). Dico solo che una signora mi ha guardato e mi ha detto “God bless you”, che è la formula con cui gli americani dicono “salute”; solo che l’ha detto con un tono che secondo me voleva proprio dire “che dio ti benedica che ne hai tanto tanto bisogno”. Questo per dire che, ecco, la mia user experience è stata un po’ guastata dal fatto che stavo facendo attenzione a non morire. Però mi è piaciuto molto che c’erano tanti tavoli su cui erano disposti libri organizzati per percorsi tematici e che c’erano parecchi libri (remainders, direi) a basso prezzo. In realtà la cosa delle 18 miglia se guardi bene è un po’ un pacco, nel senso che tantissimi libri sono assolutamente irraggiungibili da chiunque perché sono tanto in alto e comunque c’è un sacco di fuffa che vegeta sugli scaffali da chissà quando. Ora che ci penso, sarei curioso di vedere come fanno a fare l’inventario, in quell’inferno di carta. Continua a leggere

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Well NYC really has it all (8 di 10)

Il bello di dilazionare così tanto i resoconti delle vacanze è che in fondo è un po’ come prolungare la vacanza: guardi le foto, gli appunti, torni almeno per un po’ a quei giorni in cui la tua preoccupazione massima è non confondere le linee locali con quelle espresso e trovare un buon posto dove mangiare la sera.
Il brutto è che più ti avvicini alla fine più diventa faticoso scrivere perché la malinconia per la fine della vacanza si raddoppia: a quella provata allora devi sommare anche quella che stai rivivendo.
Comunque. Bando alle ciance.

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Well NYC really has it all (6 di 10)

Eravamo rimasti a Bowling Green.
Appena attraversata la strada, proprio sulla punta meridionale di Manhattan si trova il Battery Park, detto anche il parco della sfiga, visto che pullula di memoriali a categorie di gente morta.
Appena entrati, però, c’è un bel monumento ai coloni olandesi che fondarono la colonia di Manhattan, gentilmente offerto dalla stessa Olanda. Un bassorilievo raffigura il momento in cui Peter Minuit acquista la proprietà dell’isola dagli indiani.
Fun fact: Manhattan, oltre a essere ricoperta di boschi, era collinosa. Nella lingua dei Lenape, gli indiani che la abitavano, Manhattan voleva dire “isola con un casino di colline ma proprio un casino che non ne hai idea”. Con il piano regolatore del 1811 si decise che era più pratico avere una tavola pianeggiante su cui stendere il reticolo delle vie. Così, la parte più antica di Manhattan ha vie irregolari, poi dalla 1st street in su è tutto ortogonale, con la sola eccezione di Broadway Avenue che va in diagonale (e in parte ricalca l’antico sentiero indiano che attraversava l’isola, ma solo in parte).
Battery Park si chiama così perché qui si trovavano le batterie di cannoni preposte alla difesa della città nei suoi primi anni di vita. Oggi c’è ancora un forte, Fort Clinton, che in passato è stato usato come centro di raccolta per immigrati, prima di Ellis Island (c’è un memoriale anche per gli immigrati passati da Fort Clinton).
Ma la cosa che più colpisce è la sfera che si trova oggi nel parco ma che in origine era al centro della piazza del World Trade Center. Estratta dalle macerie, oggi si presenta così:

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Well NYC really has it all (5 di 10)

Gli autobus a Manhattan sono una cosa parecchio semplice: la maggior parte delle linee fa avanti e indietro lungo una street o una avenue, coprendo zone non toccate dalla metropolitana.
Così, per esempio, il 42 si fa la 42nd street da una parte all’altra, dal palazzo dell’ONU a est fino al molo 83 a ovest. Ed è proprio in direzione ovest che una bella, calda, mattina prendiamo il 42 a Times Square: il programma della giornata si apre infatti con un (mezzo) giro su un battello della Circle Line, compagnia di navigazione che offre giri attorno all’isola di Manhattan. È un’attrazione abbastanza storica, tanto che c’ero stato pure nel lontano 1982. Terrorizzati dall’idea di fare tardi, arriviamo con una fantozziana ora di anticipo e visto che la sera precedente eravamo svenuti appena toccato il letto decidiamo di andare a svaccarci nel parchetto sul molo di fianco.
Al molo di fianco ancora c’è ormeggiata una portaerei, che ho scoperto poi essere l’Intrepid, adibita a museo sui mezzi a disposizione dell’aviazione americana. Sapete cosa risveglia il bambino reaganiano che dormiva in me?
Questo, di cui avevo la versione dei G.I. Joe, uno dei più bei regali di natale di tutti i tempi:

HIGHWAY TO THE DANGER ZONE!

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Well NYC really has it all (4 di 10)

Spero che nessuno si aspetti da me una descrizione approfondita del MoMA, il Museum of Modern Art.
Per darvi un’idea, da una sala a caso dell’ultimo piano, il MoMa è questa cosa qui:

C’è talmente tanta di quella roba famosa che l’effetto è quello di camminare dentro le pagine del tuo libro di storia dell’arte dell’ultimo anno di superiori. Continua a leggere

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Well NYC really has it all (3 di 10)

She's been living in her uptown world

E così domenica mattina ci alziamo ed è il nostro primo giorno tutto intero da trascorrere a New York.
Superato agevolmente l’ostacolo “colazione” grazie al negozio sotto l’albergo che fa bagel, pancakes, waffle e quant’altro (in realtà “agevolmente” un paio di palle: per l’intera settimana ho avuto pesantissimi problemi di comunicazione con l’intero personale, la ragazza alla cassa in primis, culminati nell’aver rischiato la morte quella volta che stavo portandomi via il bicchierozzo di caffè di un altro cliente; però era un posto così comodo che ci siamo andati tutte le mattine) c’è da superare quello, apparentemente più ostico, della metropolitana. La Lonely Planet fa abbastanza terrorismo in proposito, spiegando che spesso gli stessi abitanti del luogo si sbagliano e prendono la linea espresso invece di quella locale, saltando la fermata a cui dovevano scendere; infatti, su ogni linea della metropolitana circolano due diversi tipi di treno, quelli locali che fermano in tutte e le fermate e quelli espresso che fanno solo alcune stazioni (indicate sulle cartine da un pallino bianco).
Però il primo impatto è decisamente user-friendly: a fare l’abbonamento settimanale, la Metrocard di cui sopra, ci vuole davvero un attimo: ci sono macchinette ovunque e, per dirla con Steve Jobs, they just work. La prima cosa che devi sapere quando prendi la metro è se devi andare verso nord o verso sud, ovvero uptown e downtown (la questione di uptown/downtown è sempre stata una delle bestie nere dei traduttori dall’americano; ci sono vecchi gialli in cui New York sembra Bergamo, divisa tra la “città alta” e la “città bassa”). Alcune stazioni della metropolitana hanno ingressi separata a seconda della direzione in cui devi andare. Una coppia di turisti italiani di cui non faremo il nome ha canticchiato per una settimana “uptown girl” tutte le volte che le è capitato di prendere la metropolitana uptown. La seconda cosa da sapere, se sali a una stazione in cui passano anche i treni espresso, è se alla tua stazione di destinazione fermano anche i treni espresso. La terza cosa da sapere è che durante il finesettimana la rete metropolitana viene gestita con le regole del Calvinball. Ma ci torniamo.

I confini tra finzione e realtà svaniscono

La prima tappa è Times Square, per trovare uno sportello dove cambiare gli euro che ci siamo portati dall’Italia (il giorno prima siamo andati avanti a colpi di bancomat; qui i bancomat si trovano spesso dentro ai negozi e, suppongo, la quota di 2$ a transazione che ti ciucciano è il guadagno del negozio ospitante). Times Square, nella domenica che precede il Memorial Day, la festa nazionale celebrata l’ultimo lunedì di maggio in cui si celebrano i soldati morti in guerra, si presenta con il suo vero volto: l’Inferno. Una bolgia infernale di luci, gente, luci, gente, tabelloni luminosi animati, headlines che scorrono alla velocità della luce, fumo misterioso che esce dalle viscere della città incanalato in camini bianchi e rossi, gente, luci, rumore, trappole per turisti a ogni passo. Cerchiamo il cambiavalute, non lo troviamo, chiediamo a due poliziotti scoglionatissimi, io esordisco con “excuse me officier”, uno dei due ha un gigantesco tatuaggio della Madonna con Gesù bambino sull’avambraccio. Alla fine ci indicano da che parte andare, arriviamo a cambiare i nostri soldi e ci rifugiamo di corsa nel ventre accogliente della metropolitana.
Lo sapevate? Le banconote americane sono stampate su tessuto, per l’esattezza 75% cotone e 25% lino. L’incremento del costo del cotone sta rendendo le banconote da 1$ troppo costose da stampare e prima o poi potrebbero venire soppiantate dalle monete (che già esistono ma sono abbastanza rare). Dal 2003 gli Stati Uniti hanno iniziato a differenziare le banconote per colore – altrimenti tutte le banconote hanno le stesse dimensioni e lo stesso colore, indipendentemente dal valore; con le monete è ancora peggio, perché la monetina da 10 cent, il decino di Paperone, per intenderci, è più piccola di quella da un centesimo.
Sempre per la serie “sapevatelo”, le stazioni della metropolitana, almeno quelle in cui sono stato io, sono fottutamente calde e umide. A dire il vero, per quattro giorni tutta New York è stata fottutamente calda e umida; ma anche quando la città ha smesso di sembrare una giungla vietnamita le stazioni sono rimaste l’equivalente di due topi che scopano in un calzino di lana (Joe R. Lansdale, come faremmo senza il tuo sguardo sul mondo?).
Comunque, sopravvissuti all’ordalia, sbuchiamo finalmente ad Harlem. Che come primo posto da cui iniziare a vedere New York immagino possa sembrare un po’ inusuale, però in questo modo si può andare a vedere una messa gospel.
Prima, però, facciamo due passi in un parco costruito sopra a un depuratore (un po’ come a Quinto), da cui si gode di una piacevole vista sul New Jersey, il Riverbank State Park.

Sullo sfondo il New Jersey, in primo piano giovani harlemiani e i loro sederi.

Harlem non è più da parecchio tempo il quartiere pericolosissimo e off-limits che era una volta. Ha avuto la sua bella gentrificazione e oggi è un posto dove passeggiare, caldo vietnamita a parte, è piacevole. L’archiettettura di molte vie è quella di case di pochi piani con mattoni a vista, una di fianco all’altra. Harlem deve il suo nome alla cittadina olandese di Haarlem ed nasce nel 1658 come insediamento orange nella parte nord di Manhattan. Ma, miei adorati olandesi a parte, il motivo per cui siamo qui è vedere una messa gospel. La Lonely Planet sull’argomento è un po’ evasiva: cita una chiesa in cui si fanno delle messe spettacolari ma dice che tanto tutti i turisti vanno lì quindi è sempre un casino e allora tanto vale infilarsi nella prima che si incontra che comunque non si rimane delusi. Possiamo forse opporci al volere della Santa?
No. E allora ci rivolgiamo alla Convent Avenue Baptist Church, proprio sulla strada che stiamo percorrendo. La messa, che dura due ore, è già iniziata, ma sono attrezzatissimi per accogliere i visitatori curiosi e un tizio enorme con delle treccine lunghissime e le mani come badili ci invita ad accomodarci sulla balconata, dove si trovano già un buon numero di curiosi dotati di guide turistiche. Dentro non si possono fare foto, quindi ci mettiamo buoni buoni a goderci lo spettacolo. Che è più o meno esattamente come te lo immagini: c’è gente che urla “yeah!” e “halleluhia!” durante le prediche o in certi momenti di canto particolarmente intensi, ci sono le donne dell’alta borghesia nera in meravigliosi abiti che neanche la zia di Willie e i loro mariti elegantissimi. Poi c’è anche quello che non ti aspetti, tipo che a un certo punto tre giovani parrocchiane mettono in scena un balletto su una base registrata che sulle prime ti fa un po’ l’effetto di saggio di fine anno della scuola. Poi vedi che una delle cantanti del coro nella balconata di fronte è esaltatissima da questa cosa e inizia a saltare come una matta, che tutti sono contenti e ti rendi conto che, in fondo, ma neanche tanto in fondo, questa gente ha un modo di vivere il suo rapporto con la propria fede molto più sano e spontaneo. Vuoi lodare il Signore cantando? Fallo. Vuoi farlo ballando? Fallo. Il pastore dice una roba figa? Urlagli “bella lì, fratello”. Insomma, questi passano due ore a tessere le lodi del Signore e sembrano parecchio contenti di farlo e di farlo tutti insieme.
Poi, vabbeh, io sono totalmente rapito da quei piccoli tocchi protestanti tipo le copie della Bibbia sparse ovunque (così vai a controllare quello che dice il pastore) e, soprattutto, dal fatto che lette con l’accento afroamericano le citazioni del Vangelo fanno tanto Pulp Fiction e ti aspetti che da un istante all’altro il pastore spari sulla folla con la pistola in orizzontale.
Comunque usciamo dopo un’oretta, soddisfatti di quello che abbiamo visto e sentito. Fateci caso: dai cori gospel delle chiese sono decenni che escono cantanti spaventose. Il Concilio Vaticano II al massimo ha generato cretini che suonano la chitarra classica con le corde di metallo (“sì ma le messe cantate di Vantellino da Pusurpino per la cattedrale di Sbrillona del 1632…” ecco: 1632, appunto).
Ci infiliamo a mangiare in un Applebee, catena di ristoranti che ci offre il wifi gratis, permettendomi così di scaricare controllare cosa fa l’internet in mia assenza per la prima volta da quando abbiamo lasciato Roma. Credo sia stato il mio più lungo periodo senza connessione da quando ho un iPhone. Sul menu, sommo terrore, sono indicate la calorie di ogni piatto; il numero più frequente si aggira sul migliaio. Ce la caviamo con chips, condite con una salsina al formaggio che fa subito amicizia con le tue arterie e una bistecchina di un tenero, ma di un tenero, ma di un tenero che faccio finta di dimenticare tutto quello che ho letto in Ecocidio di Rifkin sull’industria alimentare della carne e mi godo lo spettacolo. Una cosa a cui scopro di non essere ancora abituato è la disponibilità di chi ti serve a tavola. In America i camerieri sono pagati dal datore di lavoro con un minimo sindacale e portano a casa la pagnotta grazie alle mance lasciate dal cliente. La buona creanza impone di lasciare dal 15 al 20% del totale al netto delle tasse – sempre indicate a parte, dell’8 e qualcosa per cento – e una regola rapida è quella di lasciare giù il doppio della cifra indicata come tasse (ricorderete la puntata di Friends in cui Ross si vergogna perché il padre di Rachel lascia solo il 4% di mancia a un cameriere). Il risultato di questo meccanismo è che chi serve ai tavoli deve pensare di stare lavorando non tanto per il datore di lavoro (che in pratica è come se gli desse un posto per esercitare il suo lavoro) ma per il cliente. Di conseguenza la cordialità e la disponibilità (almeno nelle persone che ho trovato io) è incomparabile con la media dei loro colleghi italiani. C’è chi si presenta, chi ti chiede come va prima di ordinare, chi passa ogni cinque minuti a riempirti il bicchiere d’acqua… Quando ho fatto notare alla cameriera che mi avevano portato una birra light (nel senso di “con meno calorie” WTF) invece di quella che avevo chiesto, venti secondi dopo avevo sul tavolo la bottiglia giusta e neanche un mugugno. È sempre un po’ menoso stare lì a pensare a quanto ti costerà davvero un pranzo, sommando ai prezzi sul listino tasse e mancia, però i vantaggi tutto sommato superano la rottura di scatole.
Mentre gironzoliamo per le vie di Harlem guida alla mano, mi domando quanto dovesse sembrare più aliena una volta agli occhi di un italiano questa porzione di città. Oggi siamo abituati a vedere persone di colore in giro, ma un tempo doveva sembrare davvero un mondo strano ed esotico. Poco lontano dallo storico Apollo Theatre, c’è appesa questa bandiera:

Afro-American Flag

È opera dell’artista David Hammons e riproduce la bandiera degli USA con lo schema di colori della bandiera pan-africana. Un bel promemoria sulle origini della presenza dei neri in America, a New York soprattutto. Nieuw Amsterdam prima e New York poi hanno fatto grandissimo uso di schiavi e la compagnia olandese delle indie occidentali (che fondò l’insediamento) era una delle principali organizzazioni nella tratta degli schiavi dall’Africa. Nel XVII e nel XVIII secolo il commercio degli schiavi era uno dei pilastri della fortuna economica della città.
Oggi si trova una traccia di questo a Lower Manhattan, dove vent’anni nel corso di scavi vicino a Elk Street è stato riportato alla luce un cimitero in cui si seppellivano gli schiavi. Secondo le stime nel corso dei due secoli sarebbero state seppellite lì sotto oltre 15.000 persone. Oggi sul posto è stato eretto un memoriale, noto come Africal Burial Ground, che cerca di rendere omaggio a queste persone e alla loro storia. Fa impressione leggere sul pavimento del memoriale il contenuto delle bare portare alla luce, uomini, donne, bambini tutti senza nome, senza identità. E fa sorridere (in un certo modo strano) leggere che per legge ai funerali degli schiavi non potevano partecipare più di un numero molto ristretto di persone, mi pare sette.
I neri americani di oggi sono discendenti di schiavi e i più anziani di loro non hanno potuto sedersi sugli autobus insieme ai bianchi per buona parte della loro gioventù. È difficile riuscire a immaginare come una società possa continuare a reggere con una simile frattura al suo interno. Eppure, in qualche modo, lo fa (c’è da notare che tutte le volte che siamo incappati in qualche scolaresca era sempre tendenzialmente mono-etnica: bianchi, latinos, neri; e se faccio mente locale di coppie miste ne ricordo pochissime, o forse non ne ricordo affatto).
Esaurito il giro da quella parte di Harlem, abbiamo in mente un giro abbastanza intricato di metropolitana per arrivare a East Harlem. Ma incappiamo nel grande Calvinball del weekend. Funziona così: sabato e domenica il Joker (o Trenitalia) diventa direttore della metropolitana. E decide che, per dire, tutte le linee locali dalla 72nd street a chissà dove diventano espresse. O vengono soppresse. O diventano zucche. Il tutto viene annunciato con cartelli affissi unicamente sul binario (al centro della terra) o con annunci che suonano più o meno così “pffzzz ‘ouncem pfzzz Q line pfzzzzz ‘oca’ pzfzzzz ‘zzi vostri”. Così prima prendiamo un treno espresso invece che uno locale e poi, cercando di tornare indietro, ne prendiamo un’altro che era espresso ma era diventato locale perché c’erano sopra più di dieci persone con meno di 12 $ dollari nel portafoglio, che ci riporta al punto di partenza (c’è da dire che questo cambiamento era stato annunciato da un qualche messaggio all’altoparlante, a seguito del quale il vagone si è svuotato. Ma io ho tranquillizzato L. fingendo la stessa sicumera di Fantozzi al ristorante giapponese. Il fatto che non mi abbia mandato a girare per Harlem con un cappuccio del KKK mi lascia ancora adesso basito).
Alla fine, visto che abbiamo perso un sacco di tempo, elaboriamo un piano d’emergenza con visita alla facciata del Dakota Building e alla porzione antistante di Central Park (in cui poi torneremo con più calma) e torniamo in albergo a cambiarci che ci aspetta la seconda serata newyorchese organizzataci da un’amica di L. e suo (futuro) marito.
Facciamo esperienza dei taxi newyorchesi (pratici, relativamente economici, si fermano solo se hanno la sola luce centrale accesa, altrimenti sono fuori servizio. Per fermarsi tagliano la strada a qualsiasi cosa si frapponga tra loro e il marciapiede, non è uno spettacolo per deboli di cuore) e incappiamo nell’unico taxista taciturno, quindi niente aneddoti buffi.
La serata, tanto per stare in tema con Harlem, è dedicata al jazz: concerto al Lincoln Center, nel Dizzy’s Club, che è un posto da cui si gode una vista eccezionale sulla skyline di Manhattan.

Mi domando ogni quanto debbano ripristinare la "A" di jazz cancellando la "I" fatta dai buontemponi

La serata prevede l’esibizione di Ernestine Anderson (voce) e Houston Person (sax), accompagnati da una band di contrabbasso, batteria e piano. Il luogo mi dicono essere una specie di istituzione e il livello della musica è effettivamente bello alto. Inizia la band da sola e mette in mostra un gran bel tiro (il bassista va che è un piacere e suonano belli sciolti e compatti), poi la signora Anderson (83 anni) si fa strada verso il palco sorretta dal gestore del locale e il suo passo infermissimo mi fa temere il peggio. Poi però si siede e tira fuori da non so dove (pesava cinquanta chili con la parrucca) una voce sicura e potente, che se intanto che canta ti distrai e guardi fuori dalla finestra non ti passa nemmeno per l’anticamera del cervello che abbia più di ottant’anni e non una quarantina di meno. Il jazz non è propriamente il mio campo e sono più a mio agio quando il gruppo sta su territori più vicini al blues, però tutto l’insieme, il panorama, il suono, la compagnia, il posto, è squisitamente metropolitano. New York, o meglio una delle tante facce di New York, esattamente come te lo aspetti. Sotto di te sfrecciano veloci i taxi, le luci della città si accendono una per una e tu sei a sentire musica sofisticata in un posto fico. Forse avrei dovuto ordinare un Manhattan, per completare il quadretto (o più probabilmente per svenire sul tavolo per la stanchezza)

(continua)

They are blue, yes indeed

Bonus track: se viaggiate in treno in America e il capotreno vi dice di mettere su la vostra valigia invece che tenerla tra i piedi, anche se non sta dando fastidio agli altri passeggeri, fatelo. Subito. La nostra ospite non l’ha fatto e si è trovata alla stazione dopo due poliziotti che l’hanno fatta scendere dal treno ammanettata in quanto “persona non gradita”, trattenendola un paio d’ora in cella alla stazione di polizia e ora ha un processo penale per questa cosa. Land of the free, home of the brave.

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Well NYC really has it all (2 di 10)

Mi piaceva il fatto che ci fosse una persona seduta sulla finestra delle scale anti incendio. Poi mi sono accorto che era lo stesso palazzo della copertina di Physical Graffiti dei Led Zeppelin

Se siete mai stati di notte al Porto Antico di Genova avete sicuramente visto i gabbiani che volano in tondo nella luce dei fari che illuminano il Bigo, tutti con dipinta sul becco un’espressione del tipo “ma che cazzo ci facciamo qui? Non dovrebbe essere notte? Perché c’è luce?”. Continua a leggere

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Well NYC really has it all (1 di 10)

Pigia play qui sotto, che si va.

La prima volta che sono stato a New York era il 1982. Avevo quasi tre anni e i miei genitori mi avevano portato con loro per due mesi in America d’estate. Ovviamente di quel viaggio ho pochissimi ricordi, giusto dei flash: il cabinato di Pac-Man, mia madre che allarmata dice “No! Stasera non prendi la Pepsi!”, il giro sull’elefante allo Zoo del Bronx, Central Park che secondo me era uguale al parco di Genova dove mi portava sempre mia nonna.
Qualche tempo fa ho ritrovato in casa il quaderno su cui mia madre aveva annotato le sue impressioni sul viaggio, dal quale risulta che sono stato l’unico membro della famiglia a trovare eccitante il giro a Central Park, ma nel quale non si fa purtroppo alcun riferimento al mio incidente con la Pepsi (devo ricordarmi di chiedere a mio padre, ma dubito ne abbia alcun ricordo). Da quel quaderno, ho scoperto che il momento più bello fu il giro in barca attorno a Manhattan (la compagnia era la Circle Line, che esiste ancora) e che quello più teso fu quando mio padre sbagliò strada guidando e si trovarono in un quartiere di case diroccate o bruciate, con gente minacciosa seduti sui gradini delle scale (un evento di cui ho un pallido ricordo, a livello di sensazioni).

E così, quasi trent’anni dopo, rieccomi nella Grande Mela, insieme a L., che ha avuto l’idea del viaggio. In origine dovevamo andare a trovare una sua amica che lavora là, ma ovviamente avevamo ferie più o meno nell’unico periodo dell’anno in cui lei e il futuro marito sono in Europa. Però ci sono i primi due giorni e hanno promesso di venirci a prendere a Newark e di portarci in giro per due serate newyorchesi. Considerato che entrambi lavorano in banche ad alto livello avverto una lieve ansia da prestazione per più o meno tutto il volo (con scalo a Fiumicino), accompagnata da frequenti voice-over di Carrie Bradshaw.
Highlight del volo: la proiezione del film di Checco Zalone (che avevo visto al cinema) sui microschermi su cui di solito si vede la rotta, con il ronzio dei motori interrotto da occasionali scoppi di risa qua e là per l’aereo.
Un’altra cosa che mi piace tantissimo è quando tirano le tende per non farti vedere che a quelli in business class portano da bere anche appena salgono sull’aereo. Per il resto, siamo nell’orrida fila centrale, lontani dai finestrini quindi niente di eccitante da vedere.

Sestri Ponente. Togli le colline e moltiplica le gru e ottieni Newark

Dai finestroni dell’aeroporto di Newark non si direbbe di essere andati via dall’aeroporto di Sestri Ponente, da cui siamo partiti, al massimo di essere finiti in una Sestri Ponente più grande e senza colline alle spalle: ci sono le stesse gru sui moli, solo molte di più. Faccio appena in tempo a fotografare la scritta “Welcome to the United States” (e rendermi conto che sotto c’è il cartello “No Photo”) che ci troviamo invischiati nella gigantesca coda del controllo passaporti, un serpentone ripiegato su se stesso come non ne vedevo da quando avevo un cellulare Nokia e ingannavo il tempo con  Snake. Inganniamo il tempo guardando i video che ti spiegano che devi dichiarare se porti in valigia frutta o verdura (e si vede una messicana con la valigia che trabocca di peperoni) o sbirciando i passaporti altrui (quello svizzero sembra il manuale di istruzioni di un elettrodomestico). Quando alla fine arriva il nostri turno mando avanti L., che ha sul passaporto il gigantesco visto del suo viaggio in Iran. La faccia che fa il simpaticissimo omino al bancone quando lo vede è straordinaria, ma la fa passare lo stesso. Impronte destra, impronte mano sinistra, foto e siamo dentro. I bagagli arrivano entrambi al nastro trasportatore, li prendiamo e siamo dentro.
Iu-ess-ei! Iu-ess-ei!

Quando i nostri ospiti ci guidano fuori dall’aeroporto verso il parcheggio e, per la prima volta da oltre dodici ore, impatto con dell’aria non condizionata, capisco immediamente che ho maglioncini, felpa e giacchettina abilmente arrotolata nello zaino potevo anche lasciarla a casa. Fa CALDO. È il New Jersey, ma qui ci sono 7.800° F. These days è così, in più è umido e tutti sanno che Slippery when wet (ok, la smetto; è il New Jersey)

La bandiera del New Jersey secondo i Simpson, con il "ciccione pomicione" (in cui mi piace vedere Meatloaf, che però è texano)

Arriviamo a New York attraverso l’Holland Tunnel, che passa sotto all’Hudson (non so se lo sapete, ma New York nasce come colonia olandese a Lower Manhattan, con il nome di Nieuw Amsterdam, nel XVII secolo. Ma ci torneremo. Comunque Holland in questo caso era l’ingegnere progettista. Hudson invece era il navigatore che scoprì l’isola di Manhattan per conto della compagnia delle Indie olandese). Dentro è tutto piastrellato tipo una friggitoria di Sottoripa e quando usciamo all’aria aperta e non abbiamo più un sacco di acqua sulla testa sono più contento. Anche perché là fuori c’è New York City. Tribeca, per l’esattezza. Quella del festival di De Niro.
Mi guardo attorno imbambolato, mezzo rintronato dal jet lag (per il mio orologio biologico è sera, ma la luce là fuori dice il contrario).
Mi riprendo giusto al momento di arrivare in albergo.

La sistemazione che abbiamo scelto è un po’, come dire, pittoresca. Non so se avete mai cercato un albergo a Manhattan su internet: di solito vi escono fuori dei posti con camere gigantesche, letto kingsize a seimila piazza, televisore con tutti i canali del mondo, telefono, frigo e microonde, bagno tipo SPA. Oppure escono fuori posti nel Queens. A noi hanno segnalato questo “Ye olde Carlton Arms“, sottotitolo “Artbreak Hotel”, che ha la peculiarità di avere ogni stanza decorata e progettata da un artista diverso. Costa poco per gli standard del posto (820 dollari una doppia con bagno per 7 notti), è centrale ed è un posto unico.
All’arrivo promette più o meno quello che mantiene: è un posto con tanta personalità, piccolo e strambo. Ogni minimo spazio dell’albergo è decorato, anche i corridoi, le scale, la minuscola lounge. Si paga in contanti e tutto in una botta per avere la tariffa ridotta (gli 820 dollari di cui sopra) e a noi tocca questa stanza, all’ultimo piano, affacciata sulla 25th street:

stanza

La stanza (dopo qualche giorno di permanenza)

Un esempio delle scale dell'albergo

C’è il grande mistero della luce del bagno, che troviamo accesa e non capiamo come spegnere, e quello meno misterioso della finestra che non riesco ad aprire fino a che non capisco che è come quelle dei treni: non devo spingere verso l’alto ma tirare in basso la parte sopra… Però si sta bene (l’ultima notte troveremo uno scarafaggio che ha deciso che il mio sacchetto del MoMA era un buon posto per passare la notte, ma vabbeh). Io tra l’altro crollerei svenuto sul letto, ma dobbiamo uscire a cena.
Quando arriviamo al luogo dell’appuntamento, capisco che quando uno è nerd non deve cercare le cose: sono le cose che vengono a cercarlo.
Passo indietro: l’unica serie a fumetti americana che seguo è The Boys, di Garth Ennis, i cui protagonisti hanno sede nel Flatiron Building, il famoso palazzo a cuneo. E spesso nelle storie li si vede seduti in un parchetto a mangiare hot dog fuori da un chiosco. Immaginate la mia faccia quando ho scoperto che l’albergo era a due passi dal Flatiron e dal parchetto (il Madison Square Park) e che il chiosco era lì esattamente come era disegnato.
Il Madison Square Park, dal quale saremmo poi passati ogni giorno per andare a prendere la metropolitana o per tornare in albergo, si è rivelato il nostro parchetto preferito di tutta Nuova Yorche. O almeno della Nuova Yorche che abbiamo visto. Perché? Perché è una piccola isola verde in mezzo a un gruppo di palazzi alti abbastanza da farti sentire nel cuore di una città ma non così affollati da soffocarti, silenzioso e sempre pieno di persone. E l’erba aveva un bel colore. E c’erano degli scoiattoli parecchio socievoli che non disdegnavano i semi di girasole staccati dal bagel (mica come quegli snob di Battery park che volevano solo le noccioline). In mezzo al prato principale c’era questa statua, che da qualunque parte la guardassi faceva lo strano effetto di essere un effetto speciale in computer-graphic:

La statua si chiama "Echo"

Scoiattolo socievole

Il Flatiron, in biancoenero che fa più New York di una volta

Un’altra caratteristica del parco (comune a tanti spazi pubblici newyorchesi) è che è pieno di sedie e tavolini a disposizione di tutti. Ma non arnesi di ghisa incatenati al suolo: cose leggere che, volendo, chiunque potrebbe portarsi via. E che invece pare che restino davvero lì. Gente strana.
La sera, poi, in uno slargo dove c’è una specie di vasca dei pesci  ma senza pesci, qualcuno accende dei lumini, li mette in delle vaschette di plastica e li lascia lì a galleggiare.
Il chiosco che vende hamburger si chiama The Shake Shack e nel 2005 il New York Times l’ha decretato miglior posto per hamburger della città. Avrei voluto provare l’affermazione, ma c’era sempre una coda inumana, anche a tarda sera. Per vedere com’è la situazione, c’è anche una webcam.
Di fianco c’è la sede newyorchese di Eataly e poco più in là un po’ che offre il “Mango Mateccino”: matè al mango. Mi domando se ci sia pure del latte in mezzo, ma non credo di volerlo sapere. Di sicuro non sono andato ad assaggiare.

(fine della prima parte. Nella prossime puntate meno fredda cronaca, più indicazioni)

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