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“Andiamo in Polonia” (15 di 15; l’importante è finire)

Va bene.

Siamo alla metà di marzo e tra un po’ (se mi approvano le ferie) prenotiamo le vacanze del 2013. E non ho ancora finito di parlare della Polonia (tutti gli episodi)

canaletto

Eravamo rimasti che avevo fatto un breve riassunto della storia di Varsavia nel corso della seconda guerra mondiale (per chi non ha tempo: rasa al suolo, ebrei sterminati, popolazione deportata).
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“Andiamo in Polonia” (12 di 15 – Westerplatte, first blood)

westerplatte

Un bel momento siamo lì che passeggiamo in riva al canale di Danzica, poco distante dalla Porta Verde (costruita per ospitare i re in visita, ma troppo gelida, e che oggi ospita tra le altre cose gli uffici di Lech Walesa*) e ci viene incontro un ragazzo con addosso una divisa militare della seconda guerra mondiale, completata da una benda sporca di sangue in testa. “Latrina!” esclamo ma quello non capisce la citazione di Top Secret! e si limita a darci il volantino della rievocazione dello scoppio della seconda guerra mondiale a Westerplatte, qualche giorno dopo.
Westerplatte è il nome di una striscia di terra proitettata sul mar Baltico, all’imbocco del canale di Danzica, dove tra le due guerre venne installata una base militare polacca. La situazione di Danzica dopo la Grande Guerra era un po’ ingarbugliata: la città stava in mezzo al famigerato “corridoio di Danzica”, creato per dare alla Polonia uno sbocco sul mare e che divideva i territori tedeschi della Prussia occidentale da quelli della Prussia orientale. Danzica, maggior porto della regione, aveva una popolazione a maggioranza tedesca ed era stata dichiarata “città libera” sotto il controllo della Società delle Nazioni, per quanto ai polacchi spettasse l’utilizzo del porto e una base militare, appunto quella di Westerplatte (già località termale). Continua a leggere

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“Andiamo in Polonia” (11 di 15 – Libera città)

Arrivare a Danzica vuol dire arrivare in una delle città simbolo del Novecento europeo: qui è iniziata la seconda guerra mondiale e qui ha iniziato a morire il comunismo negli anni Ottanta. Per me è anche il punto più a nord in cui sia mai stato nel continente europeo (spodestando Amburgo) e per questo viaggio è anche la prima volta che arriviamo sul mare. Baltico, ma sempre mare.

Fedeli al motto sexpistolsiano di “cheap holidays in other people’s misery”, ci siamo concessi l’albergo bello davvero e caro per gli standard polacchi, situato in un antico mulino affacciato sul canale principale della città.
“Vabbeh, abbiamo prenotato con le offerte di Booking, ci avranno dato una stanza che dà verso l’interno di quest’isoletta dove non c’è niente,” ci diciamo in ascensore. Poi apriamo la porta della camera e sotto una delle quattro finestre della stanza sta passando il galeone dei pirati che si vede lì in alto. Continua a leggere

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“Andiamo in Polonia” (9 di 15; la più bella statua del Papa)

Episodi precedenti: 1 2 3 4 5 6 7 8

Poznan, la piazza con Nettuno

Poznan l’avete forse sentita nominare perché l’Italia ci ha giocato due partite del primo girone degl Europei, ed è stata la terza tappa (di sei) del nostro giro polacco, dopo Cracovia e Wroclaw. A causa di questa scelta di percorso, ci siamo imbattuti in uno strano effetto prospettico: la piazza vecchia di Wroclaw ci era sembrata la versione in scala ridotta di quella di Cracovia e quella di Poznan ci è subito sembrata la versione in scala di quella di Wroclaw.
Infatti anche qui abbiamo trovato uno spazio rettangolare delimitato da edifici in stili differenti, con altri edifici al centro della piazza e un municipio monumentale. A Poznan si bullano che il municipio, rinascimentale, è opera di un architetto italiano: in realtà l’architetto era di Lugano. Il municipio ha una sobria lunghissima iscrizione che tesse gli elogi della casata che lo commissionò e alcuni tondi con ritratti di uomini illustri dell’antichità classica, interessanti perché di fianco a Spartaco compaiono “I TIRRANICIDI”.

Mi sfugge solo il caso, di Tyrannicidae

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“Andiamo in Polonia” (8 di 15, cose che possono dare fastidio)

Riassunto: mai arrivare troppo presto in aeroporto, ma andate a Cracovia che è bella, basta stare attenti agli italiani idioti e alle vespe fuori dalle miniere di sale. Inoltre, a Wroclaw occhio che si inciampa negli gnomi e che gli oggetti dipinti possono essere più lontani di quello che sembrano.

Gente che ha vinto tutto

Che poi, questa cosa che i polacchi sono cattolicissimi a volte smette di essere divertente e affascinante e diventa da prendere a craniate sul naso qualcuno.

Metti per esempio che sei a Wroclaw e ti stai avventurando nella parte della città costruita sulle isolette dell’Oder (lo stesso fiume della Francoforte meno famosa, mentre quella della fiera del libro e della BCE sta sul Meno) quando di colpo, sul fianco di una chiesa ti trovi una serie di cartelloni dedicati all’aborto. Una serie di cartelloni piuttosto espliciti dedicati all’aborto, in mezzo a una strada, con fetini a pezzi, sangue e Hitler.

L’ho presa da lontano ma qualcosa si intravede.

Passato il momento in cui ti domandi se si può fare una cosa del genere, ti domandi se forse invece di sbatterti in faccia Hitler non sarebbe più pratico non fare finta che i preservativi non esistono (vedi post precedente). Notizia del giorno: la risposta è . Pensa un po’. Continua a leggere

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“Andiamo in Polonia” (7 di 15; trompe l’oeil)

Riassunto: mai arrivare troppo presto in aeroporto, ma andate a Cracovia che è bella, basta stare attenti agli italiani idioti e alle vespe fuori dalle miniere di sale. Inoltre, a Wroclaw occhio che si inciampa negli gnomi.

Mezzucci per aumentare le visite al blog.

Una cosa buffa che dovete sapere della Polonia è che sono cattolicissimi. Ma del tipo che ho visto farmacie che non esponevano i preservativi, preferendo nasconderli nel cassettone più nascosto di tutti, protetti dai sette sigilli di Salomone.
Però poi per il centro di Wroclaw (e di Pozan e di Torun e di Danzica) trovi queste ragazze in minigonna fucsia e ombrellino in tinta che distribuiscono volantini per una catena di nightclub agli uomini non accompagnati. Continua a leggere

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“Andiamo in Polonia” (6 di 15; Wroclaw terra di gnomi)

Riassunto: mai arrivare troppo presto in aeroporto, ma andate a Cracovia che è bella, basta stare attenti agli italiani idioti e alle vespe fuori dalle miniere di sale

In Polonia se vai in rosso la banca ti manda Chuck Norris a casa.

La prima cosa che uno dovrebbe sapere di Wroclaw è che non si pronuncia “vroclav”, ma “frotsuav” (ascolta). Se dovete andare in Polonia è bene iniziare ad allenarvi presto a pronunciarlo perché non è così semplice come sembra. Il nome tedesco è Breslau, ed è decisamente più comodo, ma siccome la città è passata di nuovo alla Polonia solo dopo la seconda guerra mondiale e solo dopo che Hitler decise di farne una roccaforte radendo al suolo più o meno tutto quello che non serviva a scopi militari, capirete che non è il caso di usare il nome tedesco, da cui deriva poi quello italiano che è Breslavia. Ma ovviamente se dici “Breslavia” non ti capisce nessuno.
Se guardi la cartina, Cracovia e Wroclaw non sono molto lontane, ma il treno ci mette circa quattro ore e mezza e il pullman più veloce ce ne mette tre. Sulle prime credevo che la signorina dell’ufficio informazioni non avesse capito bene la città, invece è proprio così. I tempi di viaggio all’interno della Polonia sono decisamente rilassati.
La mattina della partenza siamo proprio spiaciuti di lasciare Cracovia e il terrore di esserci giocati per prima la carta migliore e di essere costretti da lì in poi a trascinarci stancamente da una Viseu all’altra è fortissimo. Per consolarci, alla stazione delle corriere ci adeguiamo a tutti gli altri viaggiatori e acquistiamo “la ciambella del viaggiatore”, una ciambella di pane coperta di semi che, ognuno nella sua versione preferita sembrano portarsi in viaggio tutti quelli che vediamo.
Ovviamente, il viaggio è una parentesi grigiastra di cui ricordo pochissimo, se non due signore che hanno parlato ininterrottamente per tutte e tre le ore.
Quello che ricordo benissimo è l’assalto frontale del caldo appena sceso dal pullman. Roba da trentacinque gradi e umidità all’ottanta percento, esattamente il mio clima preferito, specialmente dopo quattro giorni di piacevole fresco e caldo sopportabilissimo nelle ore più calde della giornata.
Per risparmiarci lo sbattimento di trovare un bus che ci porti in centro, facciamo la signorata di prendere un taxi. Quando riprenderemo il taxi per andare dall’albergo alla stazione scopriremo un miracolo che si ripeterà altre volte: il tragitto stazione-albergo costa il doppio di quello di ritorno, quando il taxi te lo chiama l’albergo. Tonni noi che ci facciamo fregare come i peggio bambini: il tassametro nascosto dalla leva del cambio con la tariffa notturna invece di quella diurna. Grazie al cambio favorevole euro-zloty, in ogni caso spendiamo meno di taxi in due settimane di Polonia che nei due tragitti casa-stazione e stazione-casa a Genova. Continua a leggere

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“Andiamo in Polonia” (5 di 15; e non fa male)

Riassunto delle puntate precedenti: volo low-cost, Cracovia città bellissima, anche fuori dal centro-centro, ma l’italiano in ferie non distingue l’ingresso di un campo di concentramento da quello del villaggio turistico di Sharm.

La Risposta è sottoterra.

Quando ho scoperto che tra le cose che avremmo visitato in Polonia c’era una miniera di sale ho pensato immediatamente, come dovrebbe fare qualunque buon conoscitore di Dylan Dog, “come a Golconda”.
In realtà c’è poco da scherzare, perché la miniera di sale di Wieliczka, a 40 minuti di autobus dal centro di Cracovia (per essere più precisi, 40 minuti di autobus dall’albergo, che era esattamente di fronte alla fermata) non solo è uno dei siti turistici più visitati del Paese, ma è anche antichissima. Infatti, benché gli scavi delle prima gallerie risalgano al XIII secolo, già in epoca preistorica gli abitanti della zona sfruttavano l’acqua salata che sgorgava dalle sorgenti della zona per conservare i cibi in salamoia.
Ora premete “play” qua sotto:

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“Andiamo in Polonia” (4 di 15; “In Italia girano da anni storielle sull’Olocausto”)

Riassunto delle puntate precedenti: da Orio al Serio a Cracovia, dove complici i pierogi ho visioni di tizi vestiti di arancione che arringano le folle.

L’unica foto che ho fatto ad Auschwitz.

Io ad Auschwitz con gli italiani non ci volevo andare, tanto per cominciare.
Però non puoi fare altrimenti, perché a meno che non ci arrivi molto presto o molto tardi la visita puoi farla solo con le guide. E comunque non avrebbe molto senso visitare i campi senza qualcuno che spieghi quello che stai vedendo (Birkenau è per tre quarti una distesa di erba circondata da filo spinato, non è immediato capire che cosa ci sia di interessante) e non ha neanche molto senso spararti ore di visita guidata in inglese quando c’è nella tua lingua.
Se non altro, abbiamo evitato il tour organizzato e ci siamo mossi per i fatti nostri. In fin dei conti arrivare ad Auschwizt-Birkenau non è difficile, tutto quello che devi fare è prendere la corriera per Oswiecim (una ogni mezz’ora) alla stazione dei bus. Continua a leggere

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“Andiamo in Polonia” (3 di 15; ancora Cracovia)

Riassunto delle puntate precedenti: arriviamo in Polonia nonostante le insidie dei voli lowcost e iniziamo a gironzolare per Cracovia, città di cui tutto quello che dovete sapere è che è bella e che c’è un drago che sputa fuoco che una volta Warren Ellis ha citato in suo fumetto.

“Mari Balotelli è stato qui”, scriveva fiero questo kebabbaro

A sud della città vecchia c’è un quartiere, vecchio pure lui, che si chiama Kazimierz e che una volta era una città. Quando fu fondata nel XIV secolo, infatti, c’era un braccio della Vistola che la separava da Cracovia e sorgeva su un isola. Oggi che non ci sono più barriere fisiche fa abbastanza ridere l’idea che ci fossero due città a dieci minuti a piedi una dall’altra.
Nel 1495 gli ebrei di Cracovia vennero cacciati dalla città. Per fortuna c’era una comoda città a dieci minuti di cammino dalle mura dove trasferirsi, i cui abitanti non avevano grossi problemi ad accogliere degli ebrei. Dal XIX secolo Kazimierz è diventata parte di Cracovia.
Perché è famosa Kazimierz? Perché Spielberg ci ha girato Schindler’s List. I tour guidati la pubblicizzano come “old jewish town”, ma in realtà a parte una via affollata di ristoranti a tema ebraico e un paio di sinagoghe, di ebraico a Kazimierz è rimasto molto poco. Del resto, la Polonia è la nazione per cui i nazisti possono davvero dire “missione compiuta”: c’erano quasi tre milioni e mezzo di ebrei in Polonia il primo di settembre del 1939, alla fine della guerra ce n’erano al massimo 240.000. Continua a leggere

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