Succede che attorno al 22 di luglio del 2001 diverse ambasciate iniziano a contattare il ministero degli Esteri perché hanno ricevuto segnalazioni di famiglie che non hanno più notizie dei loro figli, andati a Genova per il G8.
Il ministro degli esteri dell’epoca si chiama Renato Ruggiero. Probabilmente oggi è ricordato per essere stato il primo ministro dimissionario di un governo Berlusconi, in polemica con l’euro-scetticismo del governo, ma quando entrò nel governo (con la benedizione di Agnelli) era l’unica personalità di alto profilo dell’esecutivo, con una vita spesa interamente nella diplomazia internazionale.
Il 26 luglio 2001, dopo la relazione in parlamento di Scajola su quanto successo a Genova (riassumibile in “gli abbiamo spaccato il culo, LOL”), Ruggiero disse questo ad alcuni giornalisti:
‘Sono ragazzi, saranno andati al mare… non siamo un paese dove sparisce la gente”
Bolzaneto non è al mare.
Bolzaneto è in fondo a una valle che va verso il male, sotto uno svincolo dell’autostrada.
Chi finì alla caserma di Bolzaneto si trovò gettato indietro nel tempo, prima del principio dell’habeas corpus, prima di qualunque diritto elementare garantito a chi si trova tra le mani della Legge. Non sono solo le botte, le torture, le umiliazioni. Sono anche gli stranieri costretti a firmare verbali falsi in una lingua che non capivano o privati della possibilità di richiedere qualsiasi intervento dall’esterno.
Cito da wiki:
Nel luglio 2007 la Procura di Genova ha messo in dubbio l’autenticità di alcuni delle dichiarazioni ufficialmente firmate da alcuni dei fermati stranieri che erano presenti nella caserma. Secondo il perito che ha analizzato i documenti (delle “dichiarazione di primo ingresso”) vi sarebbero due modelli precompilati, in cui vi era scritto che i manifestanti dichiaravano, tra le altre cose, di non temere per la propria incolumità personale e di non volere che il consolato o l’ambasciata dei loro paesi fossero avvertiti del loro stato di detenzione. Il giudice Renato De Luchi ha tuttavia respinto la richiesta dei pm di acquisire questi documenti (in quanto già agli atti del processo) e di ascoltare il perito calligrafico che sosteneva la falsificazione del documenti. Alla ripresa del processo, all’inizio di ottobre, i due ispettori della polizia penitenziaria che avevano sottoscritto i verbali dei 67 stranieri arrestati nella scuola Diaz e portati nella caserma di Bolzaneto hanno sostenuto di non aver assistito agli interrogatori e di essersi limitati a firmarne i verbali prima che fossero imbustati, quando gli interrogatori erano già terminati. Alla richiesta dei PM se non era anomalo che tra gli arrestati nessuno chiedesse di parlare con il consolato uno degli ispettori ha sostenuto che, per la sua esperienza quindicennale, normalmente nessun straniero arrestato chiedeva di essere messo in contatto con il proprio consolato.
Come abbiamo già visto nel caso della Diaz, quando c’è da pararsi il culo, la parola della Polizia è carta da culo. Di quella che si trova sui treni: grigia e ruvida come carta vetrata.
Immaginate. Siete in Francia, Germania, Spagna, Inghilterra, dove volete.
La polizia fa irruzione dove dormite, picchia voi, quelli vicini e quelli più lontani.
Oppure vi carica per strada, vi insegue con i blindati, vi mena quando cercando di scappare cadete per terra o quando alzate le mani perché in fondo non state facendo nulla.
Vi trascinano via urlandovi insulti in una lingua che non capite, forse si sforzano di urlarvene qualcuno in una versione approssimativa della vostra lingua. Vi portano chissà dove, nessuno sa dove siete, perché ci siete. E voi, pacificamente, dite che è tutto ok, che non volete parlare con nessuno, che non volete avvisare nessuno, che non volete l’intervento di organi ufficiali del vostro paese nella speranza che possano fare qualcosa.
Volete solo stare tranquilli, approfittare di quel momento di separazione dal mondo.
Un po’ come foste al mare.





