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Diaz.

disaster film is a film genre that has an impending or ongoing disaster (such as a damaged airlinerfireshipwreckdisease, an asteroid collision or natural calamities) as its subject. Along with showing the spectacular disaster, these films concentrate on the chaotic events surrounding the disaster, including efforts for survival, the effects upon individuals and families, and ‘what-if’ scenarios.

Diaz di Daniele Vicari ha l’impostazione e lo sviluppo di un disaster film; anche la predisposizione che ha lo spettatore verso il film è simile a quella che si può avere verso pellicole come Titanic o Alive “tratte da una storia vera”. Sappiamo che cosa vedremo, l’evento centrale attorno a cui ruotano le storie dei personaggi, il disastro; e siamo curiosi di vedere come è stato messo in scena, con quale sguardo, con quale giudizio. Chi di noi in questi dieci anni si è interessato alle inchieste, alle indagini, alle ricostruzioni sa anche che personaggi vedrà sullo schermo o li saprà riconoscere dai dettagli, anche se i loro nomi sono stati cambiati rispetto al reale (poi ci torniamo).
Insomma, il primo impulso con cui si va a vedere Diaz è quello non di conoscere ma di riconoscere, tanto più se si è tra chi ci è andato appena uscito o quasi. È per questo che in giro in questi giorni leggo tante analisi e discussioni sull’efficacia e completezza del film come documento, discussioni che trovo sterili e fuori fuoco, perché Diaz è un film che non costituisce l’unico racconto disponibile del G8 genovese, ma fa parte, dialoga e si nutre, di una mole di materiale, scritto, fotografato e filmato che ha dell’incredibile.  Già dal titolo, Vicari e i suoi autori dichiarano di raccontare non tutto il G8 ma un evento in particolare, il massacro degli occupanti della scuola Diaz (e, ancora più impressionante, il trattamento ricevuto dai fermati alla caserma di Bolzaneto).
Quindi, Diaz è un film che parla della Diaz. Ed è un film, questo è un punto che è bene tenere presente.
Al liceo, prima che venissimo trascinati in un cinema di mattina a vedere Schindler’s List, il professore di filosofia ci fece un discorso che all’epoca mi sembrò una stronzata ma che oggi credo di avere capito. “Non credete di potere sapere che cosa è stata la Shoa” disse “solo vedendo un film, perché un’opera narrativa può darvi delle nozioni e delle emozioni ma non può rendere la pienezza delle dinamiche di un fatto storico” (il prof in questione si chiamava Santino Mele; lo scrivo perché magari un giorno si googla e scopre che per quanto avesse ragione a dire che farci lezione era divertente come succhiare chiodi arrugginiti, qualcosa alla fine è rimasto). Con Diaz secondo me si può fare un discorso simile, quello che Vittorio Agnoletto non ha capito. Dalle critiche che fa al film (e le sue successive dichiarazioni lo confermano), l’ex portavoce del GSF voleva un film sulle indagini, meticoloso fino alle virgole, che raccontasse sostanzialmente non la Diaz ma i dieci anni successivi. Un film che, certo, si potrebbe fare, perché fino dalle prime dichiarazioni la notte stessa del blitz la polizia ha fatto di tutto per mistificare e nascondere le proprie colpe.
Ma vi viene in mente niente?
A me sì: Romanzo di una strage, il film di Marco Tullio Giordana sulla strage di piazza Fontana, la morte di Pinelli e quella di Calabresi. Romanzo di una strage è un film fatto così, con tutti-tutti i nomi, tutte le facce truccate e pettinate per assomigliare il più possibile ai personaggi reali e che ti lascia alla fine della visione con l’impressione di avere visto una grande messa in scena che alla fine non riesce a dire niente e che ha addosso il sapore forzato e annoiato delle proiezioni mattutine per le scuole.
Diaz è un’altra cosa, è la ricostruzione realistica di un fatto realmente accaduto costruito però in modo da rispondere a delle necessità di tipo narrativo. In questo senso si possono comprendere meglio due delle critiche sollevate da Agnoletto (ma dimmi tu se nel 2012 dobbiamo stare ancora qua a discutere con uno che si era ridotto a intervenire telefonicamente al tg4). La prima è la questione dei nomi, che non corrispondono né nel caso delle vittime né nel caso di poliziotti e funzionari a quelli reali (anche se le iniziali sono generalmente le stesse del personaggio vero). Una scelta che, credo, risponde a due ordini di necessità: la prima sta nella possibilità di far agire un personaggio in modo verosimile e coerente alla sua controparte nel caso serva alla narrazione, o condensare in un personaggio più figure. Non che questo sia fatto necessariamente bene: nell’economia del film il momento di solidarietà con i feriti dello pseudo-Fournier dentro la scuola l’ho trovato un po’ forzato (mentre corrisponde alle testimonianze il suo comportamento dentro, ma sono le emozioni che gli vengono attribuite che non mi convincono).
La seconda motivazione credo sia molto più pragmatica ed è legata alle vicende processuali, che si risolveranno probabilmente in una bella prescrizione ma che al momento sono ancora aperte con il ricorso in Cassazione. Dare i nomi reali ai funzionari imputati, se poi la Cassazione ribalta la sentenza o subentra la prescrizione (grazie governi Berlusconi, grazie tutti quelli che non hanno ratificato il reato di tortura) può essere rischioso perché poi magari ti trovi il dvd del film bloccato da denunce e ricorsi. (I film li fa della gente che poi vorrebbe anche guadagnare dei soldi, di solito).
E poi, come dicevo, di documentazione, a partire dalle voci di Wikipedia, ce n’è (io consiglio sempre il rigore della ricostruzione spazio-temporale di Le strade di Genova di Davide Ferrario, ma non dimentichiamoci che Carlo Lucarelli ha dedicato al G8 una puntata di Blu Notte in prima serata). Per quanto la diffusione di Diaz (240 copie distribuite nei cinema, mi pare) ne farà un mezzo privilegiato  per la divulgazione delle dinamiche dell’irruzione, trovo irrealistico pensare che tutti si fermeranno a quel livello e non andranno a cercare altre informazioni. Anche perché, appunto, il film è parziale nel racconto del G8 di Genova e di fatto la storia vera e propria inizia nel pomeriggio di sabato 21 luglio, alla fine del terzo giorno di manifestazioni (giovedì corteo dei migranti, quello dimenticato in cui non successe nulla, venerdì via Tolemaide e morte di Carlo Giuliani, sabato cariche in corso Italia).
Qui nasce l’altra critica, quella secondo cui restano fuori dal film le ragioni del movimento, la grande mobilitazione, i successi dei dibattiti nei giorni precedenti le manifestazioni. Critica che è corretta nel senso che è vero che tutte queste cose nel film non ci sono, ma il fatto che non ci siano lo rende paradossalmente molto più forte ed efficace.
Questa relativa decontestualizzazione, infatti, strappa di dosso alla vicenda quell’aura da “racconto di reduci”: Diaz non è un film che  parla di cosa hanno fatto a noi in quanto “no global” ma di cosa hanno fatto a noi in quanto cittadini, in quanto esseri umani. Togliere il “prima” rende più forte la drammatica casualità di 93 persone che si sono trovate nel posto sbagliato nel momento in cui la polizia ha deciso che bisognava dare in pasto ai media e all’opinione pubblica un’operazione in grande stile per recuperare un po’ di faccia dopo aver lasciato libero di sfogarsi il “blocco nero” (qualunque cosa sia stato il black bloc a Genova – e probabilmente è stato tutto quello che abbiamo ipotizzato negli anni tutto insieme: black bloc “storico“, infiltrati, fascisti, gente improvvisata).
Togliere un pochino (non tanto) della loro identità politica alle vittime le rende più universali, mette a nudo ancora di più la dinamica basilare dell’accaduto: lo Stato, per mano dei poliziotti esercitato una violenza inaudita su delle persone inermi, violando consapevolmente (con pretesti ridicoli) le sue stesse leggi.
È questo il nucleo di Diaz: raccontare e mostrare il momento e i luoghi in cui è saltata ogni regola, in cui alla legge si è sostituito l’arbitrio. Dice: ma è successo anche in via Tolemaide, per tutto il centro, in corso Italia. Vero, ma nella Diaz (e a Bolzaneto) è successo a freddo, scientificamente, senza nessuna situazione di scontro tra le parti; è stato un massacro unilaterale, puro e semplice, più semplice da mettere in scena, più comprensibile.

Dicevo del disaster film. A un certo punto, lo sai, il disaster arriva. È quello per cui hai pagato il biglietto ma quando arriva, anche se sulla Diaz hai letto di tutto in questi dieci anni, ti rendi conto che non sei pronto a vederlo messo in scena.
La dico come va detta: quando la polizia è entrata nella palestra ho chiuso gli occhi. Li ho riaperti. Li ho richiusi. Era lo stesso cinema in cui avevo visto, a 13 anni, Nightmare 6. Era la prima volta che vedevo un horror al cinema e mentre aspettavo gli amici fuori avevo paura. In quel momento mi sono sentito di nuovo tredicenne a pensare che forse avevo fatto il passo più lungo della gamba. Poi la paura e l’angoscia passano, mentre sullo schermo l’onda con i caschi blu spacca, manganella, insulta, sputa, sfonda, sbatte, colpisce, umilia, devasta. Passano e arriva la rabbia. Non pensi più ai nomi, alla ricostruzione delle manifestazioni, alla recitazione degli attori secondari.
Pensi alle persone, agli esseri umani che erano là dentro, alla loro paura (e la tua è solo un surrogato, di cui quasi ti vergogni), al loro dolore. A come può andare avanti una vita dopo un’esperienza del genere.
Tutta la lunga sequenza della polizia dentro la Diaz è spaventosa. Vicari, che ha tenuto fuori dalla sceneggiatura episodi presenti nelle sentenze ma che su schermo sarebbero sembrati esagerati (!), è riuscito a ricreare un’atmosfera claustrofobica, di impotenza, di terrore, di violenza selvaggia. Non c’è scampo, lo sai, ma speri lo stesso che qualcuno sia riuscito a nascondersi in un cazzo di sgabuzzino e invece no, arrivano, sfondano porte a calci, picchiano, quasi più forte chi ha le mani alzate. Ma se l’irruzione fa così paura e così rabbia è anche perché il film ha costruito le scene in cui tutto viene deciso dando una rappresentazione dei vertici della polizia che è altrettanto spaventosa e, credo, abbastanza inedita nelle produzioni italiane: i responsabili, quelli in giacca e cravatta, ragionano in termini di immagine, preparano azioni provocatorie per giustificare quello che verrà, scavalcano i magistrati, ignorano chi consiglia soluzioni alternative. Non è un incidente: sanno cosa stanno facendo, sanno come si comporteranno gli agenti lasciati liberi di agire su “nemici” inermi. È tutto calcolato e le vittime non sono vittime di errori di valutazione, ma di un piano ben preciso.

E poi c’è Bolzaneto. Bolzaneto è il buco nero del G8 del 2001, l’evento di cui non esiste nessun tipo di immagine. Quello che è successo tra le pareti della caserma adibita all’identificazione e allo smistamento dei fermati lo dobbiamo solo immaginare leggendo le carte dei processi e le testimonianze di chi c’era.
Vicari mette in scena Bolzaneto, dopo la Diaz, dopo i feriti portati via dagli ospedali. Per farlo prende la strada narrativamente più potente e fa vivere Bolzaneto attraverso l’esperienza di una ragazza straniera. Sperduta perché non parla e capisce l’italiano, ferita, umiliata (l’infame episodio della carta di giornale da usare al posto dell’assorbente c’è, nel film).
È Bolzaneto il momento del film in cui ti rendi conto che Vicari ti sta dicendo, per immagini, che Genova non è stata una serie di errori di percorso, di decisioni azzardate di singoli, quanto piuttosto un “liberi tutti” per le forze dell’ordine di cui era impossibile che i vertici non conoscessero i dettagli (senza neanche far vedere il ministro Castelli che va a Bolzaneto e non vede niente di strano) (voi che ce l’avete con la Lega da quando avete scoperto che ruba, mi fate schifo). I pestaggi in strada succedono, beh, in strada, non si può controllare la truppa; la Diaz è in un luogo chiuso, difficile controllare la truppa; Bolzaneto è una caserma della polizia, un luogo che ha precise catene di comando e in cui tutti, anche il medico, hanno voluto fare la loro parte.

Come si esce, da Diaz?
Parlo per me: ne sono uscito con addosso l’angoscia e la rabbia dei giorni in cui ho scoperto della Diaz prima e di Bolzaneto dopo. Non credo di essere andato al cinema “a fare una buona azione” come ho letto su twitter, ma a vedere un film efficace, non perfetto ma potente e che ha il coraggio di schierarsi con decisione (cosa che ACAB non fa, per esempio, perdendosi in un confuso paciugo di condanna-ma-con-comprensione-e-speranza-nei-giovani).
Attorno a me ho visto occhi lucidi e facce scure, di rabbia o di dolore.
Usciti, ci siamo messi a parlare e saremmo potuti andare avanti per giorni a ricordare cosa ricordavamo, cosa abbiamo vissuto, cosa ha vissuto chi conoscevamo.
Diaz non chiude il discorso su Genova, aiuta ad aprirne, a ricordare, a completare i vuoti (Berlusconi, Fini, Scajola, ma pure Amato e Bianco, che furono i primi a gettare le basi della gestione dell’ordine pubblico a Genova).
Si merita due ore del vostro tempo.

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Che paura che c’inghiotte e non torniamo più

Poi quando credi che tutto sia finito scopri che il mostro non è morto, come nei film horror.
La scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto sono due gironi infernali che ci fanno ancora più paura di tutto quello che è successo nei due giorni precedenti per le strade di Genova.
Siamo costretti a immaginarli dai racconti di chi c’è stato, dalle immagini delle conseguenze. Scrive il Corriere della Sera (che all’epoca tenne una linea parecchio vicina alle forze dell’ordine):

Sul registro di classe della II B c’è una manata di sangue che sta colando. Nell’ufficio del dirigente scolastico Carlo Angelo Castelli ci sono la bandiera italiana e quella dell’Unione Europea buttate per terra. Al terzo piano ci sono due scatole di preservativi, marca francese, macchiate di rosso.

Alle 2.35 l’ingresso della scuola Diaz è di nuovo a perto a tutti, tre gradini e si entra nella palestra al pianterreno. E’impossibile capire cos’era prima di questo buco nero. Ci sono vetri per terra, vestiti buttati ovunque, pozze di sangue fresco che impasta tutto, sacchi a pelo, provviste, libri e riviste.

Le porte degli uffici amministrativi della scuola, quelle dei bagni, hanno tutte il segno dello scarpone che le ha sfondate. In un’aula c’è un televisore con lo schermo a pezzi, un computer che deve aver preso fuoco, perché è tutto bruciato. Tra vestiti e sacchi a pelo, per terra ci sono anche i crocifissi delle aule. Tutti gli zaini sono stati buttati all’aria. C’è un libro sull’erotismo di Bataille strappato a metà, come gli album di fumetti americani. Sacchi a pelo zuppi di sangue. Il lavandino del bagno al pianterreno è tappato, ci sono due dita di acqua rossastra. Scatole di succhi di frutta schiacciate, meloni spiaccicati per terra.

Concita De Gregorio, per Repubblica, scrisse un articolo dall’attacco spaventoso:

Sangue vivo, scivoloso e lucido come sciroppo di lampone. Bibbia, rotolo di carta igienica, sangue. Scatola di metallo piena di preservativi, diario con numero di telefono di Micha: 2152635. Don Quixote senza copertina, sangue. Assorbenti, barattolo di olive, sveglia da viaggio, sangue. Passaporto strappato, polacco. Portamonete di similpelle nero, vuoto, con indirizzo: Nancy e Darryl Beal, 1051224 W 10th Ave. Vancouver, Canada. Avvertite i genitori.

La notte della Diaz è stata la notte.
Hanno picchiato gente che non aveva fatto nulla, hanno mentito e hanno mentito ancora, hanno sospeso ogni prassi e quando hanno finito hanno lasciato le porte aperte perché tutti vedessero che la Polizia di Stato fa quello che vuole (perché la Diaz fu un affare della Polizia, i Carabinieri erano addetti a fare cordone attorno; certo nessuno può escludere che non sia stato invitato qualcuno alla festa dentro, del resto per mesi non si è nemmeno riusciti a capire che cazzo di corpo della Polizia sia stato, a entrare).
Nonostante il processo, la Diaz non è una ferita che si rimargina. Resta lì. È successo.
Quei poliziotti sono ancora in giro, fanno ancora il loro lavoro. Su 349 ne sono finiti a processo in 29, 25 dei quali hanno ricevuto una condanna in appello (ma grazie al ricorso in cassazione forse scatterà la prescrizione), e dubito che una cosa del genere la fanno solo un gruppetto di “mele marce”. Sono tutti colpevoli. Moralmente. Lo sanno. E sono per le strade, allo stadio, ai concerti, a fare il loro lavoro. A fine 2008 l’avvocatura di Stato, che rappresenta il ministero dell’Interno, ha detto che la Diaz non è stata una spedizione punitiva e che era compatibile con l’ordinamento democratico.
Maroni ha assolto Scajola, in pratica.
Hanno deciso che è tutto a posto e che non è successo niente. Una rissa tra ragazzi che hanno un po’ esagerato.
Prendiamo atto.

 

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